Lorenzo Longhi
Il giornalismo sportivo“Il giornalismo sportivo non ha mai perduto, è un giornalismo vincente”: è quanto scriveva nell'editoriale di saluto ai lettori de “La Gazzetta dello Sport”, il 6 novembre 1976, Gino Palumbo, appena nominato direttore del quotidiano milanese dal nuovo editore Rizzoli. Fu, quella di Palumbo, una delle figure fondamentali, probabilmente quella centrale, nell'attuare una vera e propria rivoluzione nel modo di concepire il quotidiano sportivo italiano. Una clamorosa rottura col passato che portò, nel 1983, “La Gazzetta dello Sport” ed il “Corriere dello Sport-Stadio” ad attestarsi, tra tutti i quotidiani italiani, rispettivamente al primo e terzo posto quanto a numero di lettori nel giorno medio, rese la “Gazzetta” il quotidiano più venduto nel biennio 1982-1983, e contribuì in maniera determinante, come nota Murialdi (1996), a portare la stampa quotidiana italiana, nel 1985, a superare la fatidica soglia dei sei milioni di venduto medio giornaliero.
In assoluto, l'Italia si configura come il Paese nel quale, sulla stampa quotidiana, si è più scritto di sport. Questo deriva da una particolarità che non registra casi analoghi altrove: in rigoroso ordine di apparizione, hanno infatti movimentato il panorama della stampa sportiva italiana ben quattro storici quotidiani: si tratta de “La Gazzetta dello Sport”, fondata nel 1896 e divenuta quotidiano nel 1919, del “Corriere dello Sport” di Roma, nato nel 1924 ma quotidiano dal 1927, di “Stadio” di Bologna (fondato nel 1945, quotidiano dal 1948) e del torinese “Tuttosport” (anch'esso fondato nel 1945, ma divenuto quotidiano dal 1951). Quattro testate che si sono ridotte a tre, dando vita alla situazione attuale, dall'11 settembre 1977, quando venne realizzata l'iniziativa, ardita ma lungimirante ed azzeccata, di Francesco Amodei, proprietario del “Corriere dello Sport” e da poco tempo nuovo editore di “Stadio”, di fondere le due testate in un unico prodotto editoriale.
Per storia e tradizione, il quotidiano sportivo si era sempre presentato al lettore, fino ai primi anni Sessanta, come un “quotidiano di risultati”. Il resoconto di qualunque avvenimento riconducibile ad un evento sportivo, con risultati, cronache e precisa documentazione sulla manifestazione, trovava infatti piena cittadinanza sulle pagine di giornali graficamente molto castigati, soprattutto la “Gazzetta” e “Stadio”, e che presentavano un linguaggio essenzialmente tecnico: articoli lunghi, che spesso cominciavano già in prima pagina, in cui trionfavano il tecnicismo ed uno stile esoterico ricco di figurazioni retoriche e metaforiche, tra cui quella, costante e quasi banale, della battaglia. La titolazione, poi, si presentava piatta e didascalica: l'intento del quotidiano era quello di presentare al pubblico subito risultati e vincitori, senza alcuna attenzione ad una titolazione minimamente calda o al commento. Due esempi indicativi, “Gazzetta” e “Corriere dello Sport” così aprivano il giornale il 24 febbraio 1960, durante le Olimpiadi invernali di Squaw Valley, California:
“La Gazzetta dello Sport”
BRUSVEEN (FONDO 15 KM) / LA RUEGG (SLALOM GIGANTE)
“Corriere dello Sport”
SI CHIAMA GIULIANA CHENAL-MINUZZO / LA PRIMA MEDAGLIA OLIMPICA ITALIANA
Titoli in entrambi i casi su due righe, incentrati sull'esito dell'evento olimpico, che pure veniva sviluppato in appena mezza pagina all'interno del giornale. Un quotidiano sostanzialmente almanacchistico che, al di là delle incursioni di sport “minori”, come appunto lo sci, che apparivano in prima pagina giovandosi dell'importanza di eventi internazionali, ancora manifestava l'antica congenialità con quello che, da sempre, era considerato lo sport nazional-popolare per eccellenza: il ciclismo. A ruota, è il caso di dirlo, seguivano il calcio, sempre più seguito, ed il pugilato, più frequente sulle pagine del “Corriere dello Sport”, che però era avviato ad una crisi inarrestabile. Uomo simbolo di quel tipo di giornalismo sportivo era Gianni Brera, “uno scrittore prestato al giornalismo”, come scrisse Beniamino Placido su “la Repubblica” 1. Alla ispirazione di Brera non si può non riconoscere, per certi versi, una riscrittura del vocabolario del calcio e dei suoi protagonisti 2.

La “Gazzetta” prima di Zanetti (29 luglio 1952)
È il decennio Sessanta a segnare i primi importanti cambiamenti alla guida dei due quotidiani sportivi più venduti. Dall'aprile del 1960 alla direzione della “Gazzetta” viene chiamato Gualtiero Zanetti, prima affiancando Ambrosini poi, l'anno successivo, da solo, mentre al “Corriere”, dopo un interregno di sei mesi nel 1961, nel 1966 torna direttore Antonio Ghirelli 3. A Milano Zanetti, il cui padre Giovanni era stato segretario della Federcalcio sotto la guida di Leandro Arpinati, si rendeva artefice di un cambiamento epocale: nel giro di pochi mesi la “Gazzetta” che, va ricordato, nacque dalla fusione di due fogli specializzati di argomento ciclistico 4, spostava definitivamente il focus del giornale sul calcio, che da allora divenne il tiranno dell'inchiostro sulle pagine del quotidiano sportivo. La “Gazzetta” riportava ancora le notizie di tutti gli sport, ma Zanetti ne aveva cambiato il peso specifico, sia in prima pagina, dove il calcio apriva quasi quotidianamente il giornale, che in quelle interne. Lo stesso spazio dedicato al calcio nelle pagine interne era del resto talmente cresciuto che, da solo, arrivava ora a pareggiare in genere il numero di quelle dedicate agli altri sport messi insieme: la svolta di Zanetti seguiva, intelligentemente, lo sviluppo delle varie discipline sportive presso il pubblico. Finita l'era del Campionissimo Coppi, di Bartali e Magni, il ciclismo perdeva colpi così come il pugilato: la boxe italiana, intesa come movimento, era al culmine della crisi, e del calo degli altri sport si giovò il calcio che, dal canto suo, cominciava il suo percorso verso la spettacolarizzazione. Restava, tuttavia, un quotidiano di risultati: sulla direzione di Zanetti, Ghirelli (1976) scriveva: “Nessuna eleganza letteraria, salvo l'isola rappresentata dagli articoli di Luigi Gianoli e da alcune collaborazioni di classe come quella di Sergio Valentini, nessun lenocinio grafico ma la massima puntualità nell'informazione, nell'interpretazione regolamentare, nel ragionamento tecnico-tattico”.
Nel frattempo, a Roma, Antonio Ghirelli intuì per primo che, con l'affermarsi dell'informazione sportiva su radio e televisione, la stampa specializzata quotidiana avrebbe dovuto trasformarsi sfruttando gli spunti di radio e tv per i propri scopi. Così, mentre la “Gazzetta” spostava il focus sul calcio, il “Corriere” di Ghirelli sperimentava innovazioni grafiche e di linguaggio per rilanciare il quotidiano sportivo di riferimento del centro-sud. Vennero inseriti nel corpo redazionale giovani quali Giorgio Tosatti e Sergio Neri e, sul piano della grafica, il giornale inaugurò un'impaginazione vistosa con una titolazione ad effetto che spesso usciva dai binari di quella tradizionale e didascalica, fino ad allora classica nella stampa specializzata quotidiana. Una maggiore spregiudicatezza, quindi, per quanto riguarda grafica e titolazione, ovvero delle vesti nelle quali il giornale si presenta al pubblico, sfruttate con disinvoltura: ne sia un esempio un titolo cubitale ( MAZZOLISSIMO , superlativo assoluto che adattava il cognome del calciatore, Sandro Mazzola, trascinatore nella partita in questione) pubblicato nell'edizione di lunedì 11 giugno 1968, dopo la vittoria della Nazionale di calcio ai Campionati europei. In riferimento ai contenuti, il rinnovamento ghirelliano rafforzava la vocazione polemica e meridionalista del giornale, attuando una chiara difesa degli interessi sportivi delle zone in cui la penetrazione del quotidiano era superiore. Inoltre, come riporta Ormezzano (1994), “Ghirelli ha pure introdotto, nel giornale sportivo, la politica: con interventi non regolari, e magari molto occasionali, cogliendo nella vita della polis qualcosa che poteva o doveva interessare il mondo dello sport”.

Il “Corriere dello Sport” di Ghirelli (14 febbraio 1969) che apre a temi anche non strettamente sportivi (l'astronautica) ma di interesse popolare
Fu un precursore dei tempi, Ghirelli, che aveva capito, forse troppo in anticipo, in quale direzione il quotidiano sportivo doveva muovere per adattarsi ad un pubblico che stava cambiando le proprie esigenze e per aumentare le vendite. Al di là di qualche picco nei giorni seguenti le vittorie della Nazionale di calcio, da anni, sia la “La Gazzetta dello Sport” che il “Corriere dello Sport”, in media, si attestavano tra le 150.000 e le 180.000 copie giornaliere e superavano di poco le 300.000 nell'edizione del lunedì. “Stadio” e “Tuttosport”, ancorati a dimensioni molto più locali, seguivano notevolmente distanziati.
L'intuizione di Ghirelli, che avrà pieno compimento con Palumbo e Tosatti, stava nel considerare l'informazione sportiva di radio e televisione come un prezioso alleato e non come un pericoloso concorrente.
Il 10 gennaio 1960 era infatti nata la trasmissione radiofonica domenicale Tutto il calcio minuto per minuto , capace di segnare i tempi e di modificare in fretta le abitudini del pubblico sportivo, sempre più spesso con l'orecchio incollato alla radiolina, compagna pressoché insostituibile del pomeriggio festivo. Cinque anni dopo, nel 1965, sul Primo Canale televisivo cambiava la propria formula anche La domenica sportiva , rubrica nata con la televisione undici anni prima: da semplice notiziario, la trasmissione diventava un vero e proprio show, in seconda serata, con tanto di conduttore (il primo fu Enzo Tortora) ed ospiti, il programma che per primo mostrava le immagini delle reti delle partite di campionato. Nel 1969 5, poi, all'interno della trasmissione fece il proprio esordio anche la “moviola”.
La formula tradizionale del quotidiano sportivo, basata sulla cronaca incentrata sul calcio, cominciava ad essere svuotata, ed il colpo decisivo fu sferrato nel 1970, con la nascita di un altro programma televisivo allora rivoluzionaro: Novantesimo minuto . Ideato da Paolo Valenti, che ne diventerà il conduttore storico, e Maurizio Barendson, già dalle 18.15 della domenica pomeriggio Novantesimo poteva mostrare i riflessi filmati delle gare di campionato da poco concluse: il programma ebbe un immediato successo (che peraltro continua ancora oggi).
A quel punto, un quotidiano sportivo concepito sulla sola cronaca era ormai obsoleto ed incapace sia di attirare nuovi lettori che di fidelizzare quelli che tradizionalmente lo acquistavano. Era più che mai necessario un cambio di rotta. La data che fa da spartiacque è il 1976 quando, a distanza di pochi mesi, i due maggiori quotidiani sportivi del Paese cambiano direttore: in agosto Giorgio Tosatti viene nominato alla guida del “Corriere dello Sport” in sostituzione di Mario Gismondi (che aveva messo al bando tout court la precedente, innovativa, esperienza ghirelliana), tre mesi dopo anche alla “Gazzetta” si registra l'arrivo di un nuovo direttore, Gino Palumbo 6, uomo Rizzoli, al posto di Remo Grigliè. In entrambi i casi, è significativo notare quanto le figure dei due nuovi direttori fossero vicine a quella di Antonio Ghirelli. Palumbo, che di Ghirelli era amico e sodale, insieme a lui rappresentava il simbolo di quella “scuola napoletana” che, negli anni Sessanta, contrapponeva il proprio modo di concepire il calcio e, di rimando, anche il giornalismo sportivo, in maniera del tutto opposta alla cosiddetta “scuola lombarda”, il cui capostipite riconosciuto era Gianni Brera: anni di polemiche in punta di penna, che rimbalzavano da un giornale all'altro con arguta ferocia. Quanto a Tosatti, di Ghirelli fu un allievo: proprio il giornalista napoletano decise di assumerlo, giovanissimo, a “Tuttosport”, quindi di portarlo con sé al “Corriere dello Sport”, nel 1965 (Tosatti aveva appena 28 anni) con la qualifica di caporedattore.

La “Gazzetta” di Palumbo (1 febbraio 1983), esempio di retorica dell'avvenimento
Le idee di fondo dei nuovi direttori provenivano in effetti dall'esperienza ghirelliana, ma erano state attualizzate: i tempi per rivoluzionare l'impostazione del quotidiano sportivo, ormai, erano finalmente maturi. Così, mentre a Roma Giorgio Tosatti rispolverava il vecchio schema ghirelliano adattandolo alle nuove esigenze, a Milano l'abilità e la spregiudicatezza giornalistica di Palumbo dovevano misurarsi con un quotidiano che era sempre rimasto fedele a sé stesso e, nel corso della sua storia, mai si era aperto ad innovazioni grafiche, linguistiche o contenutistiche. Come ha scritto Candido Cannavò (2002, p. 135), che di Palumbo sarà prima vice poi successore, “la ‘Gazzetta' trasandata, almanacchistica e graficamente inguardabile doveva diventare, senza perdere il suo spessore, un giornale di vita sportiva, di emozioni, di socialità, di costume, di ambiente: doveva interpretare tutto ciò che ruotava intorno al crescente fenomeno sport”. Palumbo capì in fretta che la concorrenza della televisione aveva svuotato la vecchia formula della stampa sportiva, allora scelse di lasciare al piccolo schermo la cronaca dell'evento sportivo, appropriandosi di tutto il resto, tutto ciò che in pratica la televisione non poteva, per diversi motivi, sfruttare. Nelle sue esperienze professionali precedenti, Palumbo aveva puntato molto sulle storie dei protagonisti dell'evento sportivo, sul lato umano e non solo su quello sportivo. Le pagine sportive di Palumbo avevano fatto scuola, tanto che lo stesso quotidiano sportivo cominciò, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio del decennio seguente, a concedere un maggiore spazio ai cosiddetti “spogliatoi” 7. Nell'editoriale di insediamento alla “Gazzetta” (6 novembre 1976), Palumbo rivendica il merito di aver introdotto questa formula anche nel quotidiano politico (nel caso specifico, al “Corriere d'Informazione”): “Ricordo lo stupore, l'irritazione, forse lo sdegno, di molti colleghi miei allorché, chiamato a responsabilità diverse, suggerii di portare anche fuori dallo sport gli spogliatoi, i retroscena, tutto quel che c'è dietro, dentro, oltre la notizia. Li definii in sintesi ‘gli spogliatoi di Montecitorio'. Ne uscì fuori un putiferio […], ma oggi non c'è giornale, quelli di maggior prestigio, i più seri, che non abbia il suo spogliatoio”. Succede allora che i giornalisti della “Gazzetta” vengano istruiti sul dare la caccia a ciò che precede e a ciò che segue l'avvenimento sportivo, alla ricerca di polemiche e curiosità. In questo periodo che il quotidiano sportivo comincia ad interessarsi anche a quello che avviene ogni domenica sugli spalti degli stadi e al comportamento dei tifosi (non a caso i movimenti ultras in Italia nascono nella seconda metà degli anni Settanta). Lo sguardo del cronista deve essere sì sul campo, ma non può disdegnare la cornice. In precedenza, questo accadeva solo in rari casi.
La cura Palumbo non tarda a farsi sentire e, per la “Gazzetta”, comincia l'era dei titoli cubitali e a tutta pagina, fino ad allora caratteristici del “Corriere dello Sport” ghirelliano, e dei lunghissimi sommari che riassumono l'evento. Le fotografie trovano sempre maggiore spazio e sono spesso di grandi dimensioni (una vera e propria overdose di fotografie invaderà le pagine della “rosea” in occasione dei Mondiali di Spagna del 1982). Hanno un forte valore documentativo, ma rappresentano anche un regalo per il tifoso (Murialdi, 1979). Con la direzione di Palumbo è evidente anche una generale riduzione della lunghezza degli articoli, sempre e comunque sovrastati da una titolatura abbondante, esaustiva e, spesse volte, ad effetto. Secondo Giovanni Santambrogio (1997), si deve a Palumbo l'invenzione dell'articolo di fondo in prima pagina: un articolo “brevissimo, rigorosamente in neretto e a contenuto filosofico-morale”. Aumentano anche le interviste, i racconti in diretta con i tifosi e gli articoli di colore e curiosità.
Caporedattore di quel giornale era Maurizio Mosca che (Sappino, 2000) racconta così gli effetti dell'avvento di Palumbo, e di quello stile che verrà chiamato “palumbismo”, al quotidiano: “Appena arrivato, Palumbo stravolse la prima pagina della ‘Gazzetta'. Basta coi titoli bassi e magri, con quegli articoli infiniti che riempivano la facciata del giornale. Titoloni giganteschi, prevalentemente a nove colonne, tutto strillato, foto grandi, qualche richiamo. E, dentro, tanta chiarezza anzitutto. I ‘bolli' in alto a indicare i vari sport, titoli forti, secchi, accessibilità a tutti”.
Come se si fosse davanti, ogni giorno, ad una svolta epocale, sia “La Gazzetta dello Sport” che il “Corriere dello Sport” avevano preso l'abitudine di aprire la prima pagina, quasi quotidianamente, con titoli a nove colonne: “Tuttosport” e “Stadio” facevano lo stesso: le cifre di vendita dei quotidiani sportivi, infatti, presero ad aumentare molto rapidamente. La nuova formula stava dando i frutti sperati.
Anche al “Corriere dello Sport” le cose andavano bene come non mai. Nel settembre 1977 vedeva la luce l'iniziativa dell'editore Francesco Amodei di fondere insieme il “Corriere dello Sport” e “Stadio” in un unico giornale, che però mantenesse, nelle edicole, la prevalenza cromatica (testata “Corriere dello Sport” rossa per le edizioni del centro-sud, testata “Stadio” verde per quelle del centro-nord) della testata tradizionale nelle rispettive zone di maggiore penetrazione. Si trattò di un'operazione abbastanza complessa sia per la composizione dell'organico redazionale (venne confermata la squadra della redazione romana, mentre quella bolognese subì un ridimensionamento, ed i giornalisti in eccedenza furono assorbiti da “Il Resto del Carlino”) che per una questione meramente tecnica (la lavorazione tipografica del “Corriere dello Sport” era ancora in piombo, mentre “Stadio” già si affidava alla fotocomposizione): la fusione ebbe però la capacità di rendere il “Corriere dello Sport-Stadio”, un quotidiano veramente nazionale, al pari della “Gazzetta”, senza però perdere l'interesse per le cronache locali che abbondavano nelle numerose pagine regionali che si assommavano a quelle nazionali. Nasceva un “super-quotidiano”, stando a quanto scriveva Tosatti nell'editoriale unificato dell'11 settembre 1977. Questa operazione portò al dimezzamento della resa di “Stadio”, tradizionalmente alta, e consentì al nuovo giornale di toccare il proprio record diffusionale nel 1978 8 tirando 752mila copie (492 mila per l'edizione del centro-sud e 260 mila per quella del contro-nord).
Ricapitolando: il quotidiano sportivo si era ormai definitivamente affrancato dalla tradizione che lo aveva reso poco più che un foglio notizie. Nel giro di pochi anni, sfruttando la sinergia con l'informazione sportiva della televisione, aveva scoperto lo sport dal volto umano e si nutriva quotidianamente di interviste e retroscena.
Seguendo una felice metafora di Gian Paolo Ormezzano (1990), l'evoluzione della stampa sportiva viene divisa in tre fasi: amore, erotismo e pornografia. Quella appena descritta è sostanzialmente la fase di passaggio dal tardo erotismo alla pornografia, la fase del “voyeurismo”. Due saranno gli eventi che porteranno la stampa quotidiana sportiva ad entrare nella fase della pornografia: la nascita, sul piccolo schermo (nel 1980), della trasmissione Il Processo del Lunedì ed il successo della Nazionale di calcio italiana ai Campionati mondiali del 1982.
Programma televisivo dichiaratamente votato alla chiacchiera e alla polemica, il Processo , ed il suo conduttore Aldo Biscardi 9, riscontrarono un immediato successo di pubblico proprio grazie ai toni esasperati, ai polveroni sollevati ed alle dispute artificiose scientificamente inserite nel caos organizzato del programma. La trasmissione, gigantesca rappresentazione, si rivela un'intuizione geniale della quale i quotidiani sportivi non possono non tenere conto: in diverse occasioni, infatti, l'agenda della settimana del giornale specializzato nello sport sarà monopolizzata dai temi proposti dal Processo . Argutamente, il giornalista Roberto Beccantini ha scritto (Sappino 2000) che Biscardi “ha preferito l'aula al salotto, e la giustizia sommaria ma celere del bar sport a quella, vera ma lenta, dei tribunali ortodossi, e l'urlo come unità di misura, e il casino come scenario, e il rancore come benzina […]. Più il livello della trasmissione è indecente, più si avvicina alla realtà e, per questo, cattura il telecomando”.
Se Tutto il calcio minuto per minuto rappresentava ancora la fase amore e Novantesimo quella dell'erotismo, tanto che i quotidiani sportivi dovettero adeguarsi alle esigenze del nuovo lettore-fruitore dell'informazione sportiva, Biscardi era pornografia pura, a suo modo geniale, ed allora la stampa di settore si accodò alla sua formula inserendo nelle pagine del giornale toni sempre più coloriti. Venne così accentuata una propensione allo scandalismo che aveva preso il via, ma con minore foga, già con l'avvento di Palumbo in “Gazzetta”, ma fu anche il trionfo delle iperboli giornalistiche che resero evidenti, insieme, le capacità mitopoietiche ed iconosclaste del giornalismo sportivo nei confronti dei protagonisti dell'evento sportivo. Si spinse oltre ogni limite anche quella che Papuzzi (1998) definisce la “retorica dell'avvenimento”: l'avvenimento consiste, in sostanza, in qualcosa che non esiste se non nelle affermazioni del giornalista avvalorate dal lettore. Un esempio clamoroso sulla “Gazzetta” del 1 febbraio 1983: l'apertura del quotidiano, più di metà della prima pagina e due intere pagine interne del giornale, che abbondavano di interviste e commenti, erano dedicate al calo di forma (evento piuttosto usuale nello sport) del calciatore Paolo Rossi, fino a sei mesi prima idolo delle folle e “maestro di calcio” grazie alla vittoria mundial . Fiumi di inchiostro, insomma, per un avvenimento che si può dire creato per l'occasione.
Ciò dimostra che la retorica dell'avvenimento, in un quotidiano come quello sportivo, che solo in poche edizioni, quelle del lunedì e, in genere, quelle del giovedì, si costituisce come “giornale di fatti” (con risultati, notizie, insomma materiale “fresco”), risulta decisiva durante la settimana, quando si deve costruire un “giornale di parole”.
Il Mundial spagnolo del 1982, ed i mesi che seguirono l'evento, rappresentarono il paradigma della nuova stampa sportiva. Tutto venne portato all'eccesso, tanto nelle critiche iniziali che nell'apoteosi finale, piuttosto supina, tributata alla vittoriosa Nazionale di Bearzot. Il “Corriere dello Sport-Stadio”, che poche settimane prima aveva invitato gli Azzurri a “tornare a casa”, lunedì 12 luglio 1982, il giorno dopo la finale, titolava con un caldissimo e cubitale EROICI! : quel giorno, il giornale tirò 1.699.966 copie, record tuttora imbattuto. “La Gazzetta dello Sport”, che titolava Campioni del mondo! su due righe che coprivano tutta la metà superiore del giornale, si “fermò” a quota 1.409.043. Riotta (1983) parla di “debacle tecnica” della stampa sportiva inviata ai Mondiali, perché nonostante il successo “c'erano gli elementi per mettere in crisi l'assetto del nostro calcio, così gonfio di soldi e privo di cervelli. Ma la stampa sportiva non fu all'altezza di quel compito”. Per quindici mesi, in effetti, la Nazionale non vinse più un incontro. Eppure, per la stampa sportiva, la vittoria aveva cancellato tutto.

Il “Corriere dello Sport-Stadio” da 1.699.966 copie (12 luglio 1982)
Una cosa fu evidente: sebbene una debacle di quel livello avrebbe potuto minare la credibilità dei giornalisti sportivi sul piano della competenza, qualità che, nella stampa specializzata, dovrebbe essere strettamente necessaria, la realtà dimostrò il contrario. L'esperienza del Mondiale 1982 confermò infatti il successo che il quotidiano sportivo aveva raggiunto fino a quel momento in termini di popolarità e di diffusione presso i lettori, al punto che “Gazzetta” e “Corriere dello Sport-Stadio” raggiunsero i propri record, tuttora imbattuti, di tiratura nei giorni del torneo e continuarono l'ascesa anche negli anni successivi, con aumenti graduali pressoché continui fino alla fine del decennio Ottanta. Il boom editoriale della stampa quotidiana sportiva era ormai un dato di fatto.

“Gazzetta” record tirature (12 luglio 1982)
Murialdi (1996), spiega le ragioni di questo boom in parte con motivazioni politico-sociali quali il desiderio d'evasione e il distacco dalla politica, ma non manca di dare merito alla “abilità e spregiudicatezza giornalistica” delle figure che erano a capo dei giornali. Il quotidiano sportivo ha saputo sfruttare meglio di tanti altri la sinergia con la televisione, in un continuo gioco di richiami e rimandi che si è rivelato funzionale ad entrambi i mezzi. L'aumento delle trasmissioni sportive delle televisioni, invece di provocare un senso di saturazione e di rigetto, ha avuto un effetto di traino che ha alimentato l'interesse e la curiosità del pubblico, facendo di numerosi telespettatori anche potenziali acquirenti del giornale sportivo. Il segreto è stato quello di adeguarsi, immediatamente e senza compromessi, ai tempi e alle trasformazioni in atto. Se il piccolo schermo rubava, con ottime potenzialità divulgative, l'immagine ed il risultato, il quotidiano doveva puntare su ciò che la televisione non riusciva ancora a sfruttare. C'è stato, inevitabilmente, un prezzo da pagare: un certo scadimento sul piano tecnico e informativo, non diventato sciatto ma sicuramente meno rigoroso che in precedenza e, soprattutto, si nota una tendenza, quella alla omologazione, per grafica e contenuti, dei tre quotidiani sportivi.
In questo modo, il quotidiano sportivo ha avuto l'enorme merito di aver portato in edicola tanta gente che magari, in precedenza, mai avrebbe acquistato un quotidiano.
Tanti critici, del resto, hanno notato come il quotidiano sportivo abbia surrogato in Italia l'assenza di un quotidiano popolare sul modello anglosassone. Con una differenza sostanziale, però: la stampa sportiva è l'unica stampa (escludendo i periodici incentrati sulla televisione) che riporta fatti positivi, le cosiddette “buone notizie”, alle quali spesso vengono dedicati grossi titoli. Una cosa che nei giornali popolari di stampo anglosassone avviene di rado. Eppure, per il linguaggio che utilizza e per la capacità di costruire favole e di interpretarle in maniera accessibile, il quotidiano sportivo molto si avvicina al modello di stampa popolare.
Luigi Pintor, tra i fondatori de “Il manifesto”, ha dato atto al quotidiano sportivo di aver individuato prima di altri le richieste del proprio lettore ideale 10: “Certo, i giornali sportivi vivono di dispute artificiali, di polemiche inesistenti, e anche se fossero fatti malissimo venderebbero moltissimo. Ma hanno un merito: parlano lo stesso linguaggio del pubblico a cui si rivolgono, cioè di milioni di italiani” (p. 66).
Quei milioni di italiani che, dopo la svolta, hanno deciso di premiarli.