N. 4 - Aprile 2004


ISSN 1720-190X





Elena Musiani

I caratteri di una strada: via Zamboni tra passato e presente

 

 

La “cittadella” universitaria

Via Zamboni è conosciuta oggi, a Bologna, come la “strada dell'Università”: ogni giorno studenti e professori attraversano quella via in cui pubs ed osterie si confondono con librerie e copisterie per recarsi a lezione o per accedere alle biblioteche ed alle segreterie delle facoltà, ma il processo che ha portato una delle strade più antiche di Bologna ad assumere l'aspetto odierno è stato in realtà lento e relativamente tardo se si considera l'origine antica dell'Ateneo bolognese.

Figura 1: ”Pianta della città di Bologna all'inizio dell'Ottocento”, Museo Civico del Risorgimento di Bologna

 

Sul finire del XVIII secolo quella conosciuta allora come Strada di San Donato 1 presentava un volto completamente diverso: muovendo dalle Due Torri verso la Porta si trovavano prima i palazzi senatori, dimore di alcune delle famiglie aristocratiche più note della città, interrotti unicamente dalla chiesa di San Giacomo con l'annesso convento dei Gesuiti; la piazza prospiciente il teatro Comunale fungeva poi da spartiacque tra la zona nobile e quella popolare, in cui a prevalere erano case povere e botteghe artigiane.

Figura 2: Antonio Basoli, “Porta San Donato”, Museo Civico del Risorgimento di Bologna

 

Un quadro complessivo dell'aspetto della strada e dei mutamenti da essa subita nel corso del XIX e XX secolo si ha leggendo gli stati delle anime delle due principali parrocchie che vi si trovano: quella antica di Santa Maria Maddalena – che amministrava l'area che andava dalla porta fino al convento di San Giacomo Maggiore 2 – e quella, di più recente formazione, di San Bartolomeo 3 cui spettavano i parrocchiani dei palazzi senatori fino a giungere a piazza di Porta Ravegnana. Da una prima analisi di queste fonti risulta chiaro come ad abitare in quell'area della città fossero le famiglie nobili per il primo tratto dalle torri a palazzo Poggi, mentre in quello che arrivava alla porta si trovassero unicamente case povere con botteghe, abitate da uno o più nuclei famigliari i cui membri erano impiegati nei mestieri più umili: facchini, muratori, manovali, ecc.

Se questa era la fotografia della strada nei primi anni dell'Ottocento, uno sguardo agli stati delle anime degli anni Venti dello stesso secolo mostra un notevole cambiamento relativamente al quadro economico-sociale. Tra gli abitanti si trovano infatti più numerosi i professori universitari e gli avvocati, i maestri di musica e i cantanti, gli studenti e i ballerini: tutte attività che indicano un avvenuto mutamento nelle attività che facevano capo alla strada di San Donato dovuto in modo particolare al trasferimento nel 1803 della sede dell' Università a palazzo Poggi ed alla formazione del Liceo musicale. Cambiamenti che interessarono la strada per tutto il XIX e parte del XX secolo.

Figura 3: “Palazzo della Pontificia Università di Bologna”, disegno di G. Ferri, incisione di G. Rosaspina, Museo Civico del Risorgimento di Bologna

 

Meno evidenti, almeno nella prima metà dell'Ottocento i segni delle trasformazioni urbanistiche. I lavori per adattare l'ex dimora senatoria della famiglia Poggi in centro della cultura non prevedevano di fatto grandi opere di sventramento e si ridussero infatti “in una semplice ridefinizione dei percorsi interni tra le aule destinate alle ‘Scuole diverse' site al piano terreno; nell'addizione di un loggiato in fregio al prospetto meridionale dell'edificio e nella ridefinizione funzionale e distributiva delle case in angolo tra via San Giacomo e strada San Donato, destinate ad abitazione del bibliotecario (Palazzo Poggi 1988, p. 80). L'artefice del nuovo assetto universitario fu l'architetto Giovanni Battista Martinetti, il quale può essere considerato uno dei “fautori dell'urbanistica di Bologna napoleonica”.

Via Zamboni cominciò da quel momento ad assumere i connotati di “moderna strada della cultura” grazie anche all'utilizzo di aree sottratte agli ordini religiosi e riadattate ad ospitare la sede del Liceo Filarmonico e dell'Accademia di Belle Arti. Il convento di San Giacomo ospitò, a partire dal 1804, il Liceo Filarmonico – oggi intitolato a Giovan Battista Martini – :

ad esso furono assegnati i locali ubicati attorno al primo chiostro comprendenti l'ampia sala della libreria, in cui furono adattate le orchestre « magnifiche e dorate » provenienti dalle chiese soppresse ed il celebre organo di San Mattia; il dormitorio annesso nel quale furono ricavate aule per le classi del Liceo, la nuova biblioteca di musica, in gran parte costituita dal celebre fondo del francescano Martini, ed una galleria di ritratti di famosi musicisti (Mauceri 1939, p. 66).

L'ex noviziato gesuitico di Sant'Ignazio (soppresso nel 1773, passato ai Padri delle Missioni e poi lasciato in uno stato di abbandono) venne invece destinato ad ospitare la sede della Accademia di Belle Arti e della nuova quadreria. Nell'area retrostante il complesso si trovavano il collegio Ferrero e la palazzina della Viola – un tempo residenza estiva della famiglia Bentivoglio -, situati al centro di una vasta zona occupata da orti. Il progetto complessivo di risistemazione della zona prevedeva qui la formazione di un'area organica di ispirazione illuministica: all'epoca dei Lumi risaliva infatti la crescita di importanza degli orti botanici ed agrari in Italia, insieme con l'attenzione per la scienza naturalistica in generale. Nel sistema educativo di impianto napoleonico, gli orti botanici assunsero di conseguenza un ruolo centrale.

Dopo questa fase di riforma e di progettualità politica ed architettonica, è solo dopo l'Unità nazionale e l'annessione di Bologna al nuovo Regno che si apre una nuova stagione di significative trasformazioni urbanistiche, legate alla politica dei “grandi lavori” ispirati ai principi dell'abbellimento e del decoro cittadino. Nel 1868 venne deciso un primo decentramento con lo spostamento delle cliniche universitarie all'Ospedale Sant'Orsola, mentre nei locali che avevano ospitato per oltre un secolo l'Ospedale Azzolini e le cliniche venne creato il Museo di Geologia. La costruzione di questo ospedale era stata avviata nel 1698 per volere del senatore Francesco Azzolini, che aveva stabilito un lascito per la creazione, nell'area della parrocchia della Maddalena, di una clinica per curare i poveri e i bisognosi. La struttura venne inaugurata nel 1705 e fu amministrata dalla parrocchia. L'Azzolini stesso nel testamento aveva del resto lasciato indicazioni precise per la scelta degli amministratori (il parroco della Maddalena, quello di Sant'Ignazio e l'Arcidiacono di Bologna) e per la conduzione della clinica:

1. Si deputi un Economo e Guardiano di detto Ospitale, di buona vita, forma e costumi, Ed un Infermiero, ed un Infermiera come stimeranno necessario ed espediente per il servizio degli Infermi, con quella provigione a ciascuno che a detti signori parerà discreta e onesta, con facoltà di rimuovergli col consenso di tutti tre ad ogni ad ogni loro arbitrio.

2. Che il Medico pro-tempore della Parrocchia predetta, sia medico ancora di detto Ospitale, ed abbia per sua ricognizione per la sola assistenza di detto Ospitale Lire Dieci di quattrini il mese, e si paghi al Chirurgo per levar sangue, tutto quello che sarà di dovere a misura delle operazioni che farà.

3. Che la facoltà di ammettere o escludere gli Infermi poveri in detto Ospitale spetti al predetto Reverendo Parroco, come quelli che meglio d'ogni altro avrà la notizia delle persone, de' casi e delle indigenze de' suoi Parrocchiani [ ...] 4.

Il 1803 aveva segnato poi un profondo mutamento nella gestione dell'ospedale: con l'unificazione degli ospedali cittadini, le due cliniche universitarie principali, cioè la Medica e la Chirurgica, erano state sistemate nel nuovo Ospedale Maggiore, mentre non vi trovarono posto la clinica Ostetrica né quella Oculistica. Del resto il nuovo ospedale era lontano dalla nuova sede dell'Università mentre il Teatro Anatomico era stato trasferito in via Belle Arti. Era sorta poi una diatriba tra i medici e i chirurghi del nuovo ospedale, che non volevano prestare servizio nelle cliniche esterne, senza venire adeguatamente ricompensati. La stessa amministrazione ospedaliera, cui spettava il compito di fornire alle due cliniche le sale, i medicinali e il vitto per i degenti, non era entusiasta della nuova sistemazione e dell'onere che comportava l'assistenza alle cliniche; divenne quindi quasi una necessità trovare una nuova sede per le due cliniche che nel 1808, anno in cui tutti gli ospedali di Bologna vennero unificati in un'unica Congregazione di carità, vennero sistemate nell'Ospedale Azzolini.

La clinica Medica venne trasferita nel 1808, mentre per quella Chirurgica si dovette attendere un anno, poiché i cambiamenti da attuare risultarono più lunghi. La sistemazione della Clinica chirurgica fece perdere all'Ospedale Azzolini il ruolo di ricovero per i malati della Parrocchia, che da quel momento vennero inviati all'Ospedale Maggiore.

Il motivo della scelta dell'Azzolini come sede per le cliniche non fu certo da attribuirsi alla comodità dello stabile che, tolta la vicinanza con la sede universitaria, risultava essere piccolo e poco adeguato allo scopo; la situazione non migliorò quando vennero ad aggiungersi alle precedenti anche la clinica Ostetrica, quella Oculistica e l'Istituto di Anatomia patologica, né tanto meno con il ritorno dell'amministrazione pontificia, la quale ribadì la sistemazione delle cliniche nell'Azzolini con un decreto del 1814. Nello stesso anno, a seguito della soppressione della Congregazione di carità, il futuro delle cliniche tornò nell'incertezza dal momento che né l'Ospedale Maggiore, né l'Azzolini, tornati autonomi, vollero accollarsene le spese; nel 1815 la gestione passò nelle mani degli stessi professori, ai quali tuttavia l'Ospedale Maggiore doveva pagare una somma per ogni malato accudito. Nel 1824 una bolla papale confermò la sede della cliniche nell'ospedale Azzolini, creando gravi problemi di gestione, poiché l'ospedale, sorto per iniziativa di privati cittadini, non disponeva di ingenti somme di denaro.

La gestione e la vita dell'istituto di cura e di carità proseguì quindi tra alti e bassi fino al 1857, quando le Cliniche tornarono ad essere trasferite all'Ospedale Maggiore, dove rimasero fino alla caduta del governo pontificio. Nel 1861 un decreto emanato da Luigi Farini impose l'acquisto delle cliniche da parte dell'Università e il loro trasferimento nella vecchia sede dell'ospedale Azzolini, che se pur ampliata con due nuove case, rimaneva comunque un luogo poco indicato ad ospitare un luogo di cura. Via Zamboni era infatti in quel punto una strada stretta, piena di edifici e in cui mancava persino un angolo di verde in grado di dare sollievo agli ammalati. Gli stessi medici che dovevano lavorare in quelle misere condizioni sporgevano continui reclami presso il governo affinché trovasse una migliore sistemazione per le cliniche. Nel 1869, l'Amministrazione centrale degli ospedali decideva quindi per la chiusura definitiva dell'Ospedale e per il trasferimento dei malati e delle Cliniche nei locali dell'Ospedale Sant'Orsola. Si concludeva così la storia di un Ospedale che, sorto per volontà di pochi cittadini, era giunto a rappresentare il centro dell'insegnamento clinico della città per quasi mezzo secolo.

Una nuova fase di vitalità relativamente a quel tratto di strada si aprì nel 1888, anno dell'VIII centenario dell'Ateneo bolognese, data che coincise di fatto con l'applicazione del primo piano regolatore per la città di Bologna, che veniva inteso dagli amministratori come l'inizio di una nuova fase di modernizzazione ed ampliamento urbano.

Figura 4: “Piano regolatore per la città di Bologna”, 1889

 

L'allora rettore dell'Università Giovanni Capellini 5 era un “personaggio tipico della cultura bolognese di tutti i tempi: noto più all'estero che in patria, riverito in tutto il mondo, nella sua città è considerato quello che si dice, nel migliore dei casi, un ‘bizzarro'” (Ceccarelli; Cervellati 1987, p. 91). Intento del Capellini era quello di far rientrare una proposta di rinnovamento edilizio dell'area universitaria nei progetti del piano regolatore, da cui in realtà quest'ultima risultava esclusa. Partendo dall'idea del nuovo asse posto a Nord, parallelo alla via Emilia, che doveva tagliare la città murata da porta Lame a porta Zamboni (quello che negli anni diventerà via Irnerio, dei Mille, don Minzoni), Capellini orientò lo sviluppo universitario lungo quella parallela, in un progetto complessivo che aveva alla base l'idea di realizzare la “cittadella universitaria”, comprendente via Zamboni, la Pinacoteca e la futura via Irnerio. Il piano Capellini vedeva l'area valorizzata da piazze ed aree verdi, in piena linea con le teorie di abbellimento e decoro che andavano giocando un ruolo fondamentale nelle ricostruzione delle principali capitali europee. La grande innovazione urbanistica del Capellini risiedeva tuttavia nella nuova piazza da dedicare ad Irnerio, che avrebbe dovuto fronteggiare l'ingresso principale di palazzo Poggi, in modo da valorizzarne la facciata, allora schiacciata dalle case che si immettevano direttamente sulla strada.

Poco rimase del progetto di Capellini nello sviluppo successivo imposto all'area universitaria: sparirono le piazze e le aree verdi per fare spazio a nuovi edifici e a costruzioni che rispondevano più ad esigenze di razionalità che non a quei concetti di modernità ed abbellimento, che rimanevano sulla carta ed avevano valore unicamente come oggetti da mostrare nelle Esposizioni:

Il piano Capellini diventa così paradigmatico di una cultura, quella detta «positivista» che tende a celebrare il Centenario secondo parametri scientifici e riconoscimenti adeguati in modo da renderlo occasione di scambi culturali e strumento per sollecitare l'interesse generale – dello Stato regio e della Amministrazione comunale – verso i problemi di una Università un tempo, un tempo ahimè sempre più avvolto nel mito, in cui era “gloriosa”. (Ceccarelli; Cervellati 1987, p. 115).

 

Tuttavia il piano del 1888 rimase alla base delle future realizzazioni urbanistiche nell'area che mantennero come principio di fondo l'idea di una “città nella città” e di una ipotesi organizzativa della zona universitaria che risaliva al periodo napoleonico, ma che trovava realizzazione progettuale nei disegni di Capellini: una Università che era al tempo stesso desiderosa di modernità ma che al contempo cercava di riallacciarsi al suo passato medioevale con le celebrazioni dell'VIII Centenario.

All'indomani delle celebrazioni, il nuovo rettore Augusto Murri 6 presentava, grazie anche al sostegno di un gruppo di professori che si erano riuniti in un Comitato promotore per il rilancio dell'Università, un nuovo progetto che in parte si riallacciava al piano Capellini, ma la cui filosofia era in realtà completamente differente. L'architetto Buriani, cui venne affidato il compito di stendere i disegni preparatori, mise in atto un piano che a differenza del precedente – volto alla costruzione di numerosi nuovi edifici – si presentava unicamente come un progetto di “riordinamento” dell'area universitaria. L'idea centrale era quella di spostare le Facoltà di Lettere e Giurisprudenza nella vecchia sede dell'Archiginnasio. Il progetto non ottenne grandi riconoscimenti e venne ritardato, così come ulteriori ritardi si andavano sommando nel piano di modernizzazione complessivo.

Anno di svolta nello sviluppo dell'area universitaria fu il 1897, quando venne firmata la prima Convenzione tra l'Università, lo Stato e gli enti locali bolognesi, firma che segnò una nuova comunione di intenti per finanziare e realizzare progetti di valorizzazione del patrimonio culturale bolognese. La firma che l'allora rettore Vittorio Puntoni 7 apportò sul documento diede inizio a una serie di interventi edilizi di nuova fattura e di restauro che dovevano rispondere alle esigenze di una popolazione studentesca in continuo aumento. In un primo momento a venire privilegiate furono le scienze fisiche, poiché vennero costruiti i due edifici di Anatomia Umana Normale e Patologia Fisica e un terzo Istituto di Mineralogia, che prevedeva una forma cuneiforme al fine di unire il tratto terminale delle vie Irnerio e Zamboni. La realizzazione di questi nuovi palazzi comportò anche una serie di lavori di demolizione delle case che occupavano l'area su cui sarebbero dovuti sorgere gli edifici universitari: quel tratto di strada andava così sempre più perdendo il suo carattere popolare.

Figura 5: Giuseppe Cavazza, “Atterramento delle case in via Zamboni per far luogo agli edifizi universitari”, 1900, Museo Civico del Risorgimento di Bologna

 

Al tempo stesso si procedette nella costruzione di un quartiere degli studi alla cui realizzazione contribuì in modo particolare la seconda Convenzione firmata nel 1910, che segnava anche l'ingresso come finanziatore della Cassa di Risparmio. Per questa seconda serie di interventi erano previsti una serie di sventramenti nella zona adiacente a Palazzo Poggi, nell'area comprendente le vie Belmeloro e San Giacomo, nell'ottica di compiere contemporaneamente un'operazione di “bonifica sociale”, grazie all'abbattimento di edifici malsani e non adatti ad ospitare le strutture universitarie. Il piano legato a questa seconda convenzione subì tuttavia una battuta d'arresto con lo scoppio della guerra 8 e si dovettero attendere gli anni del fascismo per assistere a una ripresa dei lavori, che ancora una volta videro privilegiate le materie scientifiche, complice anche il “bisogno di scienza” del regime. Negli anni Trenta iniziarono gli sventramenti ed il contemporaneo recupero e restauro degli edifici storici sotto la guida di Guido Zucchini. Palazzo Poggi rimase il centro “direttivo” del quartiere universitario che si stava formando; palazzo Salaroli, acquistato dall'Università nel 1931, divenne “casa dello studente”. Sempre in quegli anni sorgeva, su via Irnerio, l'istituto di Medicina Legale con annessa clinica mortuaria, mentre, tra il 1936 e il 1937, sul terreno dell'ex orto agrario, veniva fondata la Scuola di Economia e Politica Agraria.

Gli anni della ricostruzione del secondo dopoguerra furono caratterizzati da una ripresa dei lavori nella zona universitaria grazie anche alla stipula della Convenzione del 1953, che chiuse, con la realizzazione dei restauri di palazzo Poggi e della costruzione delle sedi di Economia e Commercio, Lettere, Matematica e del Collegio universitario,

 

un ciclo della storia più recente dell'Alma Mater. Il disegno dei rettori di fine secolo, partito dall'antica cittadella racchiusa fra le mura di palazzo Poggi, poteva dirsi concluso. Tutti gli spazi disponibili all'interno della città murata si stavano saturando (Lama 1987, p. 353).

 

Piazza Verdi: il Teatro Comunale e le scuderie

Fallito il progetto del rettore Capellini di costruire una grande piazza di fronte a Palazzo Poggi, il ruolo di “piazza dell'Università” venne di fatto assunto da quell'area che dalla seconda metà del Settecento ospitava un'altra importante istituzione cittadina, il Teatro Comunale, e cioè Piazza Verdi. Nel XVI secolo questo allargamento della strada di San Donato era conosciuto come Piazza di Bentivogli, poiché fronteggiava il luogo dove esisteva il palazzo di Giovanni II Bentivoglio, signore di Bologna, palazzo che venne distrutto nel 1507 a furor di popolo e da quel momento designato come area del “guasto”. Nell'uso comune la piazza venne poi conosciuta come piazza del teatro, ma non ebbe mai questa denominazione ufficiale. Solo nel 1951 a questo largo è stato dato il nome attuale (Fanti 2000, pp. 795-796).

Il Teatro Comunale occupa ancora oggi un ruolo primario nel panorama culturale cittadino come sede della stagione operistica e sinfonica. A questa istituzione che si richiama alla tradizione della musica classica si è ora affiancata una realtà diversa ad animare le serate della piazza intitolata al celebre compositore. Il recupero dell'area una volta occupata delle scuderie di palazzo Bentivoglio ha creato uno spazio rinnovato – chiamato a memoria del posto “Le Scuderie” – che negli ultimi anni è stato destinato alla realizzazione di eventi legati alla musica moderna e contemporanea ed alle esposizioni di giovani artisti, in collaborazione anche con l'Accademia di Belle Arti. Uno spazio dunque aperto ai giovani nella tradizione di quella ormai considerata una strada delle arti e della cultura.

Figura 6: “Piazza del Teatro della Comune in Bologna”, disegno di G. Ferri, incisione di P. Romagnoli, Museo Civico del Risorgimento di Bologna

 

Nel corso del XIX secolo ad ospitare serate di cultura e di intrattenimento non erano solo i teatri: gran parte della sociabilità cittadina si svolgeva all'interno dei palazzi nobiliari e in modo particolare nei salotti delle più illustri nobildonne bolognesi, che grazie all'arte del conversare colto riunivano intorno a loro musicisti e letterati di chiara fama. Nella Strada di San Donato famoso fu il salotto di Teresa Carniani che aveva sposato il conte Francesco Malvezzi dè Medici e si era trasferita nel palazzo detto “dal portico buoi”. Donna colta ed amante della cultura classica, Teresa, che aveva una buona conoscenza della letteratura e delle lingue straniere, diede vita in Bologna ad uno dei salotti più rinomati dell'epoca. Nelle stanze della sua dimora passarono Vincenzo Monti, Paolo Costa e, negli anni del suo soggiorno bolognese, assiduo frequentatore fu Giacomo Leopardi che così scriveva al fratello Carlo nel 1826:

Sono entrato con una donna (fiorentina di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una relazione, che forma ora gran parte della mia vita. Non è giovane, ma è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo creduto impossibile) supplisce alla gioventù e crea un'illusione meravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi vissi in una specie di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per ischerzo, ma viviamo insieme un'amicizia tenera e sensibile, con un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza inquietudine. (Leopardi 1998, p. 1205).

 

Dai palazzi senatori agli edifici pubblici

Casa Malvezzi appartiene a quel tratto di strada che viene definito nobiliare, in quanto caratterizzato da palazzi abitati da aristocratici, per la maggior parte membri del Senato cittadino, palazzi che nel corso del XX secolo sono divenute sedi di uffici pubblici e di Facoltà universitarie.

La storia di queste dimore e delle casate cui appartenevano si riallaccia strettamente a quella della città di Bologna a partire dai tempi della Signoria dei Bentivoglio fino a giungere agli anni delle lotte risorgimentali e del raggiungimento dell'Unità, come dimostrano ad esempio le vicende dei Malvezzi. Casata di origini antiche arricchitasi con il commercio della seta e con l'attività bancaria, i Malvezzi erano divisi in diversi rami; quello principale abitava il palazzo conosciuto come “Cà Granda” situato in via Belmeloro e divenuto nel corso del XIX secolo sede dell'Istituto delle Scienze e oggi della Biblioteca Universitaria e del Rettorato. I Malvezzi Locatelli abitavano invece il palazzo al numero 26-28 di via Zamboni e rappresentavano uno dei rami minori della famiglia come risulta anche dall'analisi degli stati delle anime della parrocchia di San Bartolomeo in cui nel 1806 viene indicato proprietario del palazzo Camillo Malvezzi, definito come benestante e con quattro persone a servizio. Discorso diverso presenta il ramo dei Malvezzi Campeggi, il quale occupava il palazzo al civico 22 oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza; il marchese Antonio Malvezzi, possidente, viveva con la moglie e aveva a servizio una governante, un cocchiere, un cuoco, un credenziere e due cameriere 9.

Il ramo dei Malvezzi dè Medici si estinse sul finire del XVII secolo e il loro patrimonio passò ai Malvezzi “dal portico buio”, i cui discendenti ricoprirono importanti cariche pubbliche in città. Nel 1725 venne deciso di costruire uno scalone d'onore per accedere all'appartamento nobile, segno della posizione sociale di prestigio che la famiglia aveva raggiunto nel corso degli anni. Le scelte architettoniche o il numero dei domestici divenivano quindi tratti importanti per sottolineare una posizione sociale o un'idea politica, come dimostra la decisione di Giovanni Malvezzi dè Medici. Questi era un ardente patriota che prese parte alla battaglia dell'8 agosto 1848,fu membro della Guardia Civica e nel 1859 formò, insieme con altri insigni bolognesi, la Giunta Provvisoria di Governo. Nominato poi senatore del Regno Giovanni non mancò mai di mostrare le sue vedute liberali anche nelle stanze del palazzo che abitava con la moglie Augusta Tanari – anch'essa proveniente da una delle famiglie di spicco del liberalismo bolognese – decidendo di rifare completamente l'appartamento nobile del palazzo, ispirandosi ad uno stile risorgimentale e sabaudo. Nel 1930 il palazzo venne messo in vendita e successivamente comprato dall'Amministrazione provinciale.

Vi sono poi altri nomi delle nobiltà bolognese che si ritrovano nella Strada di San Donato, dai Malvasia ai Magnani, dai Riario ai Salaroli, i cui palazzi oggi sono sedi di edifici universitari o, come nel caso di palazzo Magnani, dagli uffici del Credito Romagnolo (ora Unicredit).

A testimoniare la varietà dei gruppi sociali presenti in quest'area della città è giusto accennare alla presenza, a fianco di uomini e donne dell'alta società e a popolani e popolane, di un numero elevato di religiosi, in misura maggiore negli anni immediatamente successivi alla dominazione napoleonica ed alla soppressione degli ordini religiosi, che vivevano in case comuni nelle vicinanze dei conventi o delle congregazioni cui un tempo appartenevano. Case queste in gran parte situate nel secondo tratto della strada, quello oltre palazzo Poggi, dove la vita era più semplice, più legata al mondo del lavoro e forse, tutto sommato, anche più vivace.

In questo tratto della strada di San Donato di notevole rilevanza era la presenza di botteghe artigiane e di spacci verificabile dai registri delle notificazioni della Camera di Commercio in cui risultano le denunce di alcuni abitanti della strada, che nella stessa vivevano e svolgevano la loro attività 10. La signora Rosa Tabelloni, vedova Donati, possedeva una “merceria e spaccio di terra cotta in via San Donato “di rimpetto a Borgo San Giacomo”; Luigi Valeriani svolgeva l'attività di “tentore” alla porta di San Donato al numero 2543, mentre la signora Caterina Antonelli “trafficava in mercerie” al numero 2568. Pietro Fanti aveva una bottega da pizzicagnolo al n. 2595; Carlo Domenichini era un “fabbricatore di lavori di carbone in San Donato di rimpetto a Spada”, ma questi abitava in via dell'Inferno, mentre Angelo Tattini abitava al n. 2557, dove fabbricava anche pane. Fornaio era anche Giuseppe Caselli che abitava al 2570, mentre Giuseppe Barilla era un commerciante “all'ingrosso di solo pesce ammainato”, con commercio e casa al 2606; Paolo Melchiorre Roversi faceva lo speziale al 2576; Mauro Ruppiani fabbricava scarpe al 2569 e Giuseppe Frassinetti era sellaro.

Discorso a parte meritano poi le osterie, la cui tradizione ha origini lontane. Dagli stati delle anime della Parrocchia della Maddalena risulta esservi nella zona un'unica osteria, denominata “Al Mondo”, gestita da Luigi Brizzi e situata fuori porta San Donato. Tuttavia la sua presenza è importante poiché ad essa risultano essere collegate una serie di attività che si svolgevano nella via: dai “trafficanti in vino”, al pizzicagnolo, al fabbricatore di zolfanelli.

Un esempio delle attività della popolazione cittadina si ricava inoltre dall'analisi degli stati delle anime della parrocchia della Maddalena, dove il parroco, accanto ai nomi delle persone, indicava anche le professioni. I mestieri maschili rivelano una forte varietà, ma emerge preponderante il dato della prevalenza di lavori umili: la maggior parte erano facchini o “bruzaroli”, cioè carrettieri. Rilevante era altresì il numero degli artigiani: barbieri, battirami, calzolai, fornai, increspatori e indoratori. Fra gli artigiani i fabbri erano numerosi e avevano molte occasioni di lavoro poiché a loro erano affidate tre delle mansioni indispensabili alla sopravvivenza: la costruzione e la manutenzione delle armi, la ferratura dei quadrupedi e la fabbricazione degli utensili agricoli ed artigianali. Inoltre i fabbri erano sempre presenti nei cantieri edilizi.

Di questa realtà oggi troviamo memoria solo nelle carte d'archivio: il volto di Strada San Donato è andato progressivamente mutando nel corso del secolo e via Zamboni si è sempre più identificata col suo ruolo di “strada della cultura”, fino ad assumere i tratti che tutti oggi conosciamo.

 




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