N. 21 - Novembre 2009

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Gianluca Scroccu

“Lottiamo contro la guerra e per la Sardegna”:
le donne della sinistra sarda e il movimento della pace (1948-1955)


La storia della partecipazione femminile alla vita politica italiana rappresenta un filone importante della storiografia sull’Italia repubblicana. Portato avanti negli ultimi anni attraverso una serie di studi di carattere generale e settoriale che hanno permesso di collocarne le vicende all’interno dei percorsi di rinnovamento della storiografia sui partiti politici (Rossi Doria 2003; 2007), l’attenzione degli studiosi si è spostata progressivamente dallo studio degli orientamenti politico-ideologici dei gruppi dirigenti alle forme organizzative e associative che hanno permesso ai grandi partiti di svolgere il ruolo che hanno assunto nella moderna società di massa anche sul piano della partecipazione femminile alla politica (Casalini 2005; Gabrielli 2005; 2007, 9-87).


Il nesso internazionale-nazionale, riferito al caso italiano, rappresenta da questo punto di vista un terreno importante per cogliere i condizionamenti sulla vita dei partiti della neonata Repubblica, permettendo di evidenziarne continuità, fratture e tentativi di autonomia. In questo senso il caso della Sardegna fa emergere un punto di vista interessante per comprendere le dinamiche della partecipazione femminile alla lotta politica dopo la Liberazione, dato che si sviluppa all’interno di un particolare contesto sociale, economico e culturale sostanzialmente periferico ma comunque legato ai cambiamenti politico-sociali successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.


La partecipazione delle donne della sinistra alla vita politica della Sardegna permette infatti di cogliere non soltanto l’importanza di una mobilitazione che segnava uno stacco netto rispetto ai modelli partecipativi dei decenni precedenti, ma anche di evidenziare i ritardi e le frizioni derivanti da un’applicazione meccanica di modelli ideologici che avrebbero avuto difficoltà ad interagire con una realtà complessa come quella isolana, ben evidenziati dalla storia della partecipazione femminile al Movimento dei partigiani della pace negli anni più duri della guerra fredda (Degl’Innocenti 2005, 135-146; Giacobini 1985; Petrangeli 1993, 667-692; Vecchio 1993).

La situazione della Sardegna uscita dal secondo conflitto mondiale presentava gli stessi elementi di desolazione e distruzione presenti nel resto del Paese, e questo nonostante l’isola fosse stata l’unica regione d’Italia a non conoscere sul suo territorio scontri e combattimenti da parte degli eserciti che si erano fronteggiati sui campi di battaglia. Eppure, nonostante questa peculiarità, le condizioni socio-economiche dell’isola erano ugualmente disperate (Sotgiu 1996, 18-33), come si ricava anche solo dalla lettura delle relazioni delle prefetture di Cagliari e Sassari subito dopo la Liberazione1.

La vita politico-istituzionale, pur tra mille difficoltà, aveva comunque ripreso il suo corso. Conclusasi nel 1949 la fase di reggenza dell’Alto commissario per la Sardegna e l’azione della Consulta regionale2, la ripresa effettiva dell’attività politica nell’Isola si può individuare nell’approvazione dello Statuto sardo da parte dell’Assemblea Costituente avvenuta il 31 gennaio del 1948 (peraltro assai più debole, nel suo impianto generale, rispetto a quello uscito dal progetto della Consulta regionale della Sardegna), seguita dall’elezione del primo Consiglio regionale l’8 maggio del 1949, in una consultazione elettorale che vide il successo della Dc, seppur assai ridimensionata rispetto ai 51,2% dei consensi raggiunti solo l’anno prima in occasione delle elezioni politiche del 18 aprile (Cardia 1998, 717-774).


donne sarde
Un periodo, quello che parte dal 1949 e che si concluderà ufficialmente nel 1958, che Manlio Brigaglia ha definito in maniera efficace come quello degli “anni della ricostruzione”, in cui i governi regionali (monocolori democristiani, con partecipazione sardista nella prima giunta presieduta da Anselmo Contu e nella quinta guidata da Alfredo Corrias) si trovarono ad affrontare sia i gravi problemi derivanti da un’economia totalmente da ricostruire (sia sul piano della sopravvivenza quotidiana della popolazione che su quello della ricostruzione delle infrastrutture e del disastrato sistema dei trasporti), sia ad impostare la filosofia di alcune battaglie fondamentali come quella contro la malaria e per la riforma agraria (Brigaglia 2006, 141-146). La vera svolta sarebbe però avvenuta nel successivo quadriennio 1959-1962, quando tutta la discussione sull’attuazione dell’articolo 13 dello Statuto sardo avrebbe trovato risoluzione nella legge n. 588 dell’11 giugno 1962, provvedimento che avrebbe fatto partire il Piano di rinascita della Sardegna, ovvero lo strumento di pianificazione economica finalizzato all’uscita dell’isola da una condizione di sottosviluppo oramai cristallizzato attraverso una crescita progressiva innestata dallo sviluppo industriale che si inseriva pienamente nelle logiche della politica di programmazione della stagione del centro-sinistra (Soddu 1998, 993-1035).

Pur con le sue già richiamate peculiarità derivanti dall’insularità, anche la Sardegna risentiva naturalmente delle dinamiche nazionali e i partiti si confrontavano duramente sul terreno della lotta politica quotidiana, anche a partire dal problema di come organizzare il consenso della popolazione femminile isolana. Compito non facile, visto che uno degli elementi che emerge con più forza nella storia dell’Unione donne italiane della Sardegna (che prese poi la denominazione di Unione donne sarde dagli inizi degli anni Cinquanta) è la debolezza del suo carattere di massa e il legame stretto con il Psi e soprattutto il Pci sardo, tutti fattori che ne limitarono fortemente l’autonomia sino agli anni Sessanta.

È indubbio come il caso sardo presenti un elemento di particolarità già per il fatto che nell’isola fu assente quell’impegno delle donne nella Resistenza che viene unanimemente riconosciuto come elemento fondamentale per comprendere le ragioni dell’importanza del lavoro femminile nella vita politica dell’Italia repubblicana (Bravo 2000, 268-282; Rossi Doria 1994, 780 ss.). A Cagliari l’Udi venne comunque fondata già nel novembre del 1944 grazie all’incontro di donne democristiane, socialiste, comuniste, sardiste, repubblicane e liberali (le ultime due uscirono quasi subito dall’organizzazione). Il canale di provenienza partitica rimaneva quindi il dato fondamentale che veicolava l’avvicinamento e l’adesione al movimento; circostanza che se poteva portare a dei vantaggi sul piano organizzativo, ne limitava fortemente il carattere di spontaneità e originalità. Non stupisce, quindi, come ha notato Mariarosa Cardia, che in Sardegna, negli anni della ricostruzione, l’impegno femminile nell’agone politico fosse caratterizzato da una certa propensione alla marginalità, parzialmente offuscato da quello nei partiti e nelle loro attività (Cardia 2007, 74-75). Si pensi, ad esempio, allo sforzo importante che raggiunse il suo apice in occasione dell’organizzazione del 1° Congresso della donna sarda, tenutosi a Cagliari nel marzo del 1952 presso il Teatro Massimo e che vide la partecipazione di delegazioni di 192 comuni per un totale di 2202 delegate e 928 invitate (Cardia 2003). Questo appuntamento, che seguiva di due anni il 1° Congresso del popolo sardo del maggio del 1950, tenutosi sempre a Cagliari, (Cardia 2003),3 ebbe però un impatto soprattutto sul piano della mobilitazione e della propaganda ma non riuscì a costruire una piattaforma politica concreta delle donne della sinistra sarda4.

Del resto, anche in Sardegna le organizzazioni politiche di sinistra risentivano dei problemi che si riscontravano a livello nazionale, a partire dalla cronica scarsezza di mezzi e da una mentalità che vedeva ancora non positivamente l’impegno femminile, per non parlare del fatto che l’ambito decisionale rimaneva sempre saldamente in mani maschili5.

Se a questo si aggiunge che in un campo come quello dell’assistenza all’infanzia le donne della sinistra sarda subivano la concorrenza delle organizzazioni cattoliche, ben più solide anche grazie ai finanziamenti istituzionali, si capisce come in quegli anni divenne naturale concentrare l’attività dell’Udi della Sardegna nelle battaglie per la pace che si inserivano, come ha notato giustamente Andrea Guiso, nella “particolare disposizione comunista a intrecciare dimensione pubblica e privata” (2006, 174-177), ossia nel tentativo di politicizzazione dell’identità femminile attraverso il riferimento alla guerra e alla questione pacifista.

Anche in Sardegna, ma come si vedrà con risultanti ambivalenti, l’impegno per la pace fu incanalato nelle medesime forme di mobilitazione messe in atto dall’Udi nazionale, a partire dalla raccolta di firme per la pace (come l’appello di Stoccolma per la messa al bando dell’atomica o quello successivo di Vienna per sollecitare l’incontro fra i Cinque Grandi) (Spano 2005, 365). Erano, queste, occasioni di mobilitazione assai importanti, dove la presenza delle donne risultava fondamentale nel promuovere l’associazione tra l’immagine femminile, declinata peraltro in maniera assai tradizionale, ovvero quella della madre e della sposa padrona di casa, e il richiamo simbolico al suo ruolo di messaggera di pace.

Anche le militanti sarde cucivano bandiere, disponevano i loro banchetti per la raccolta delle firme nelle vie e nelle piazze, organizzavano sfilate a cui portavano i loro bambini come in occasione del Congresso della pace organizzato dall’Udi e tenutosi a Cagliari presso il Cine Tabacchi il 10 giugno del 1948, concluso da un comizio in piazza Jenne della dirigente nazionale dell’Udi Laura Diaz6. O, ancora, sei mesi dopo, nel dicembre 1948, in concomitanza con la conferenza tenuta da Nadia Spano calendarizzata all’interno delle iniziative nazionali per la pace mondiale, in vista del terzo congresso provinciale dell’Udi previsto per il 12 dicembre 1948 presso i locali della Manifattura Tabacchi7. Senza dimenticare che il tema della lotta per la pace già dal 1948 non mancava di essere parte integrante della mobilitazione femminile in occasione della festa dell’8 marzo (Galli 2005, 126-129).

Nonostante gli sforzi, comunque, i risultati effettivi non sempre erano all’altezza degli obiettivi che le promotrici si erano prefissate. Il prefetto di Cagliari, proprio a proposito della campagna per la pace, notava nel giugno 1949 che la petizione non aveva riscosso particolare interesse nella popolazione cagliaritana la quale, “avvertiva la speculazione politica celata nell’iniziativa, astenendosene, ovvero firmava per ignoranza ritenendo con ciò di invocare il sommo bene della pace al di fuori di qualsiasi formula politica”8. Problemi che spesso si rivelavano anche sul piano del coordinamento organizzativo, come nel caso della sede Udi di Sassari, dove la raccolta delle firme per il 1949 non aveva avuto risultati positivi in quanto alcune iscritte avevano iniziato a raccoglierle precedentemente e in maniera autonoma9.

Ma al di là di queste difficoltà quello che è importante sottolineare è che attraverso queste forme di mobilitazione le donne dell’Udi della Sardegna riuscivano a supplire alla sostanziale difficoltà nell’organizzare una piattaforma organica di lavoro a carattere regionale. Non è un caso, insomma, che da Cagliari le iniziative pacifiste si moltiplicassero sull’intero territorio isolano: dalla seconda città dell’isola, Sassari, dove nel marzo del 1950 le rappresentanti dell’Udi della provincia avevano cofirmato un appello per la formazione di un Comitato per la difesa della pace che avrebbe dovuto ramificarsi nella provincia per sfociare successivamente in un convegno dei Partigiani della pace di tutto il sassarese10, sino ad arrivare all’attività che veniva organizzata in alcuni importanti paesi del nuorese11.

Sarà però il 1951 l’anno che vedrà un incremento, sul piano qualitativo e quantitativo, dell’impegno delle donne sarde.

L’11 marzo del 1951 si svolse infatti ad Oristano un Convegno regionale della pace, alla presenza di 384 delegati in rappresentanza di quella che il periodico “Rinascita sarda” definì, in maniera evidentemente trionfalistica, “rappresentanza di tutta la Sardegna democratica”12. Legando il tema della pace a quello del riscatto e del progresso dell’isola, il Convegno aveva rappresentato un tentativo di costruire una piattaforma regionale sul tema pacifista che non era però sfuggito dall’applicazione più o meno meccanica degli schemi utilizzati a livello nazionale, a partire da quello della contrapposizione contro “il campo dell’imperialismo” rappresentato dagli Stati Uniti.

Era però su Cagliari che si cercava di concentrare l’azione e il tentativo di coordinamento delle iniziative. Gli incontri del Consiglio sardo del Movimento dei partigiani della pace si tenevano abitualmente nella sede dell’Udi del capoluogo13, così come le iniziative legate ai grandi temi di politica internazionale, in particolare la guerra in Corea, identificata come il conflitto che aveva palesato in maniera evidente quelle che le udine definivano “le mire guerrafondaie degli americani”14.

Le giornate di mobilitazione che scaturivano da quegli incontri si svolgevano con una certa ritualità, soprattutto per far emergere codici di identificazione e di appartenenza immediatamente fruibili dalle militanti e dalle simpatizzanti. Strategico, sotto questo punto di vista, il richiamo all’immagine della madre e della sposa, vestite a lutto, che si recavano in pellegrinaggio e in corteo verso i cimiteri, gli ossari e i luoghi dei più famosi eccidi perpetrati dai nazifascisti durante il secondo conflitto mondiale. A Cagliari, ad esempio, nel novembre del 1951, in occasione della giornata in cui i cagliaritani erano soliti recarsi al cimitero monumentale di Bonaria per ricordare i caduti dei terribili bombardamenti del 1943 (Brigaglia-Podda 1994, 43-104; Patricelli 2007), era avvenuto il fermo di cinque militanti dell’Udi dovuto al fatto che erano entrate nel cimitero con fasce con su scritto “No alla guerra” (diverse esponenti dell’Udi avevano protestato per quel provvedimento e alla fine le cinque militanti erano state rilasciate, anche se dopo esser state comunque denunciate all’autorità giudiziaria)15. Ma se questo tipo di lavoro politico aveva certamente aumentato il tasso di impegno ideologico delle iscritte ai movimenti femminili di sinistra, ne aveva parallelamente ridimensionato la capacità di incidere sul fronte della mobilitazione intorno a problematiche più concrete, legate cioè ai problemi quotidiani con cui ogni giorno si confrontava la stragrande maggioranza delle donne sarde.

Tutto ciò comportava inevitabili conseguenze, come si vide in occasione delle elezioni amministrative del 1952, quando la campagna elettorale delle donne della sinistra sarda si concentrò soprattutto sui temi internazionali, a discapito delle questioni legate alle amministrazioni locali che si dovevano rinnovare16. Ancora nel 1952, in occasione del già citato 1° Congresso delle donne sarde, nel documento di adesione dell’Uds all’assise, veniva esplicitata la viva preoccupazione dell’organizzazione per il pericolo relativo allo scoppio di una eventuale terza guerra mondiale, circostanza che rendeva necessario un impegno pressante delle donne sarde contro la politica di riarmo e l’aumento delle spese militari da parte del governo, destinate a gravare sui bilanci delle famiglie17.

Significativo, comunque, che una dirigente importante come Joyce Lussu avesse sottolineato nel suo intervento congressuale, seppure di sfuggita, che il continuo richiamo al tema della politica internazionale rischiava alla lunga di rendere meno efficace il lavoro femminile e di vanificare ogni tentativo di dare risposte alle istanze che le donne sarde chiedevano fossero affrontate dalla politica:






È certamente più importante sapere concretamente come si ottiene il lavatoio per la piazza del proprio villaggio, richiamando le autorità al rispetto delle leggi, che non sapere genericamente e astrattamente che il Patto Atlantico è una cosa molto scellerata18.



Il culmine dell’impegno pacifista delle donne sarde si raggiunse nel 1955, data dopo la quale si assiste ad un progressivo scemare dell’azione sui temi di politica internazionale. Non è un caso che la raccolta delle firme restasse ancora per quell’anno la forma di mobilitazione principale, a testimonianza di una certa stanchezza che si esplicava in una ritualità che oramai manifestava tutti i suoi limiti. Sono assai significativi in tal senso i dati riportati nella pagina sarda de “L’Unità” relativi alla raccolta di firme portata avanti per tutta la primavera. Si andava infatti dai lusinghieri risultati raggiunti da centri (peraltro non molto popolati) come Muravera, Sestu, Villaputzu e Armungia, dove si erano raccolte tra l’80 e il 100% delle firme previste, al 33% di centri più grossi come Quartu, al 24,2% di Ghilarza e al 27% di Iglesias, mentre a Cagliari si erano ottenuti buoni risultati soltanto nel quartiere di San Benedetto (dove non a caso vivevano e operavano molte aderenti all’Uds)19.

Si può affermare, in conclusione, che l’impegno politico delle donne della sinistra sarda tra il 1948 e il 1955 non si discosta, almeno nelle sue linee generali, da quello riscontrabile su scala nazionale. Come ha osservato Anna Scarantino (2006, 323-329), la mobilitazione pacifista femminile era in realtà legata sia a generiche aspettative di pace, un tema molto forte che evidentemente toccava corde molte sentite dalla popolazione italiana appena uscita dai disastri della guerra, sia alla volontà, da parte di molte donne, di partecipare ed impegnarsi in virtù delle nuove opportunità garantite dalla Costituzione e dal nuovo assetto repubblicano. Queste aspettative, rispetto alla Sardegna, si calavano però su un territorio ricco di problemi e venivano pertanto declinate con evidenti difficoltà. Le donne impegnate nelle organizzazioni femminili come l’Uds erano chiaramente penalizzate dalla loro condizione di insularità (che emergeva anche rispetto a questioni di organizzazione che altrove potevano apparire marginali, come ad esempio l’invio di materiale per la propaganda) e dalla connotazione del tessuto socio-economico sardo, che certamente non incoraggiavano la partecipazione. Esistevano però delle potenzialità che vennero sacrificate per tutti quegli anni sull’altare dell’applicazione più rigida degli schemi della guerra fredda. Una condizione di cui si sarebbero rese conto le stesse dirigenti dell’Unione donne sarde che dal 1955 avrebbero iniziato ad impegnarsi partendo da analisi più legate ai problemi delle donne isolane, ma che avrebbero trovato veramente spazio solo a partire dalla fine degli anni Cinquanta, quando anche per le donne della sinistra sarda sarebbe venuto il momento di confrontarsi con le sempre più significative modificazioni, sia sul piano delle dinamiche economiche innestate dalla nascente società dei consumi che su quello del cambiamento dei costumi e dei rapporti fra i sessi (Dau Novelli 2006, 207-224; De Grazia 2007, 362-486; Scarpellini 2008, 129-238), che sarebbero esplose anche in Sardegna negli anni Sessanta e Settanta (Accardo 1998; Ruju 1998, 777-847).


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