N. 17 - Giugno 2008

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Francesco Grassi

Carmelo Calabrò
Il socialismo mite
Rodolfo Mondolfo tra socialismo e democrazia

Firenze, Edizioni Polistampa, 2007

L'ultimo saggio di Carmelo Calabrò è una biografia intelletuale e politica di uno dei più autorevoli intellettuali socialisti del Novecento, Rodolfo Mondolfo. Come ci informa nella premessa dell'opera, l'autore si è concentrato sul contributo offerto da Mondolfo al dibattito politico-culturale in seno al Psi tra l'inizio del secolo e l'affermazione del fascismo, tralasciando volutamente da un lato l'impegno profuso dal filosofo marchigiano in ambiti culturali diversi da quelli dell'esegesi e della divulgazione del marxismo, dall'altro l'attività da questi svolta dopo la partenza dall'Italia nel 1939.


Il libro può essere suddiviso in due parti. La prima ricostruisce puntualmente la formazione intellettuale del protagonista, fornendo un inquadramento delle categorie analitiche mondolfiane; la seconda mostra invece come egli abbia applicato tali categorie all'analisi di eventi storici concreti di portata epocale (guerra, rivoluzione bolscevica, fascismo).


Mondolfo si forma sui classici della filosofia politica moderna: Hobbes, Helvétius, Locke, Montesquieu, Rousseau, la storiografia sulla rivoluzione francese (in particolare Juarès), approdando per questa via ad una concezione filosofico-storica ?continuistica?, secondo cui la storia del pensiero consiste in un ininterrotto susseguirsi di dottrine politiche, ciascuna delle quali rappresenta il perfezionamento della precedente. Da una simile impostazione deriva, prevedibilmente, un'interpretazione del marxismo tipicamente umanistica, che Calabrò qualifica come, al contempo, ?antideterminista e antirivoluzionaria?, aliena cioè tanto all'economicismo quanto al volontarismo demiurgico; il marxismo, in una simile prospettiva, è il punto culminante del processo di civilizzazione partito con la Dichiarazione dei diritti del 1789 e proseguito con la tradizione liberale, di cui il socialismo non costituisce la negazione ma, al contrario, il logico sviluppo e la realizzazione. Emerge già qui quella dicotomia tra fedeltà al marxismo e adesione ai principi democratico-liberali ( tra marxismo e democrazia è, non a caso, il sottotitolo dell'opera) che caratterizzerà tutta la vicenda intellettuale e politica di Mondolfo, il quale finisce per incarnare una sorta di contraltare rispetto all'altro grande teorico marxista coevo, Antonio Labriola.


Sul piano politico, la concezione filosofica mondolfiana si traduce in una convinta adesione al socialismo riformista turatiano. Mondolfo appoggia infatti la politica di dialogo con Giolitti promossa dal leader socialista, nella certezza che l'adozione di riforme favorevoli alla classe lavoratrice, decisa dal governo liberale sotto la pressione del Psi, avrebbe a poco a poco modificato i rapporti di forza a vantaggio del proletariato e pemesso così un incruento, indolore passaggio al socialismo. Concordante è il giudizio di Mondolfo e Turati anche sugli avvenimenti che sconvolgono il quadro politico internazionale ed interno tra il 1914 ed il 1922. Di fronte alla guerra, Mondolfo, assai più intento a ?non sabotare? che a ?non aderire?, propugna l'intervento dell'Italia al fianco dell'Intesa, coalizione di nazioni democratiche, contro i regimi autoritari di Germania e Austria-Ungheria, e manifesta una sincera approvazione per il programma politico del presidente statunitense Wilson. Il conflitto, agli occhi di Mondolfo, rappresenta una semplice parentesi, una battuta d'arresto nel processo di lento ma continuo elevamento delle condizioni del proletariato, cominciato con l'epoca giolittiana e destinato a riprendere il suo corso una volta ristabilita la pace. A rendere difficoltosa e infine impossibile tale ripresa interviene però un altro evento decisivo, la rivoluzione russa, nei confronti della quale il giudizio di Mondolfo è netto e inappellabile, e costituisce un'appassionata rivendicazione delle ragioni del socialismo democratico ed umanista in opposizione all'interpretazione del marxismo fornita da Lenin; le pagine che Calabrò dedica a questo argomento sono tra le più stimolanti del libro. L'armamentario ideologico cui Mondolfo attinge per criticare i bolscevichi è mutuato direttamente da Kautsky. Fedele nella circostanza ad un'interpretazione rigidamente scolastica del marxismo, il filosofo, che pure ha sempre respinto le posizioni economicistiche, ritiene che la transizione al socialismo possa realizzarsi soltanto nei paesi a capitalismo maturo, in cui le forze produttive abbiano dispiegato tutte le loro potenzialità di sviluppo grazie ad una ?collaborazione competitiva? tra proletariato e borghesia. Manca completamente dall'orizzonte teorico la categoria dell'imperialismo, sulla base della quale Lenin poteva invece giustificare la presa del potere in un paese arretrato come la Russia zarista. In secondo luogo, Mondolfo condanna i metodi antidemocratici e violenti adoperati dai comunisti russi e l'instaurazione della dittatura del proletariato, risoltasi di fatto nel soggiogamento della grande maggioranza del popolo ad opera di una ristratta élite di rivoluzionari di professione. Il volontarismo di cui ha dato prova Lenin è sfociato nell'arbitrio ed ha sacrificato, sull'altare di una pretesa superiore morale ?politica?, i principi della morale ?comune? che per Mondolfo, sensibile alla lezione kantiana, sono irrinunciabili anche nel contesto della lotta politica più aspra. Il legalitarismo mondolfiano discende, oltrechè da precetti etico-filosofici, da una particolare concezione dello Stato, contrapposta a quella leniniana. Lo Stato infatti, anche se conserva un inequivocabile contenuto di classe, non deve essere abbattuto poiché il progressivo allargamento del suffragio apre al proletariato la possibilità di una conquista democratica della macchina statale e di un suo conseguente orientamento verso finalità socialiste (evidente l'influenza dell'ultimo Engels su queste argomentazioni). In accordo anche in questo con Turati, Mondolfo teme le possibili conseguenze della vittoria bolscevica in Italia, dove le masse, suggestionate dalla parola d'ordine ?fare come in Russia?, si avventurano in pericolose fughe in avanti che hanno il solo effetto di spaventare e spingere a destra quegli strati borghesi intermedi che devono invece rappresentare il più sicuro alleato della classe operaia nel lungo cammino delle riforme. In questo senso, netta è la condanna nei confronti dell'occupazione delle fabbriche attuata nell'estate del 1920.


A spazzare via definitivamente i sogni di Mondolfo sulla ripresa di una politica riformista nel quadro dello Stato liberale giunge infine l'affermazione del fascismo. Di fronte alla guerra civile in atto in Italia, la posizione di Mondolfo è improntata ad una equidistanza che richiama la teoria degli opposti estremismi. Con altra argomentazione di sapore kautskiano, l'esponente socialista arriva infatti ad equiparare fascismo e comunismo, fenomeni apparentemente agli antipodi ma in realtà accomunati dallo stesso disprezzo per la tradizione liberale e la democrazia. Di fatto, se non ufficialmente, Marx è ormai messo in soffitta in favore di una adesione pressochè acritica ad un liberalismo agonizzante. L'autorità intellettuale del filosofo non risente però di queste prese di posizione sostanzialmente antistoriche; anzi, nella crisi della democrazia italiana Mondolfo assurge a punto di riferimento per la nuova generazione di intellettuali socialisti, i quali pure non gli risparmiano critiche, provengano esse da destra, come nel caso di Carlo Rosselli, che gli rimprovera di non aver abbandonato, al di là delle professioni di fede liberale, il proprio marxismo, oppure da sinistra, come nel caso di Gobetti, che stigmatizza l'ostilità mondolfiana nei confronti dell'esperienza sovietica, e di Lelio Basso, che ribadisce il carattere rivoluzionario del marxismo contro l'interpretazione gradualista.


L'ultima parte del libro, condotta su documentazione archivistica di prima mano, indaga il complesso rapporto tra Mondolfo e Giovanni Gentile. In nome di un'amicizia risalente alla fine dell'Ottocento, Gentile invita il filosofo marchigiano, che dopo il 1926 ha abbandonato la politica attiva per ritirarsi nell'insegnamento della filosofia greca, a collaborare all'Enciclopedia italiana, affidandogli la cura di alcuni lemmi. È questo senz'altro il punto più controverso della parabola politica ed intellettuale di Mondolfo, il quale, pur senza rinnegare i vecchi ideali, trova un modus vivendi con il regime, almeno fino alla promulgazione delle leggi razziali. Anche in questo frangente interviene in suo favore, almeno ufficiosamente, Gentile, che nel 1939 ne agevola l'espatrio in Argentina, dove Mondolfo continuerà a dedicarsi all'insegnamento.


Sulla partenza dall'Italia di quello che rimane, nel bene e nel male, uno dei teorici marxisti più influenti della storia del socialismo italiano, il libro di Calabrò ? ben scritto ed equilibrato nel giudizio ? si chiude.



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