Dario Petrosino
Storia e studi di genere
Il punto sulle più recenti pubblicazioni
Questa rassegna si propone di offrire una panoramica su quanto di più interessante è stato pubblicato, tra gli studi di genere, nell'ambito della storia contemporanea. Per una questione di reperimento delle fonti si è scelto di limitarsi alle sole pubblicazioni in volume, lasciando magari a una successiva ricerca il reperimento di fonti più eterogenee, come ad esempio i numeri monografici delle riviste.
Tra gli altri criteri seguiti, l'arco cronologico, riferito ai libri più recenti, dal 2003 in avanti, e le scelte per l'inclusione, in base alle quali sono stati inserite anche opere che, pur essendo solo in parte dedicate alla storia dell'età contemporanea, rivestono una certa importanza, sia per l'impianto metodologico complessivo, che per la loro organicità tematica.
Pertanto da questa rassegna, che comunque riporta in appendice quasi cinquanta titoli, sono stati esclusi i testi di sociologia e psicologia, come quelli più strettamente legati a tematiche come l'economia; ma anche testi che più degli altri si allontanavano da un impianto storico tradizionale, insieme ai testi di storia dell'arte e della letteratura. Quello che è rimasto si è rivelato comunque sufficiente a dare un'idea del rapporto tra storia e studi di genere in Italia, con la speranza di offrire un utilissimo strumento di ricerca a quanti vogliano inoltrarsi in questo settore.
Nella parte che segue proviamo a raggruppare le opere in aree tematiche, pur con tutte le genericità del caso, fornendo brevi informazioni sui libri, citati nel testo per autore (o titolo, se opera curata o collettanea) e anno. In appendice, l'elenco delle pubblicazioni in ordine alfabetico.
Scorrendo i titoli trovati si scopre che tra gli studi di genere la storia delle donne la fa da padrona. Ciò non è una novità. Gli studi di genere orientati sul maschile hanno sempre avuto uno spazio minoritario, sia nei paesi anglofoni, dove questi studi si sono maggiormente sviluppati, che in Italia, dove, specie gli studi sulla mascolinità, non sono esattamente alla ribalta. Questa differenza si rileva anche dalle caratteristiche delle opere italiane su mascolinità e omosessualità maschile, che sono di impianto più generale rispetto agli studi sulle donne, i quali affrontano in maniera più articolata le tematiche più specifiche.
Analogo discorso si può fare per gli studi sul lesbismo, ancora ai primordi nella nostra penisola. Per quanto questo settore sia stato relegato per troppo tempo tra gli studi sui movimenti (e per questo accomunato ai gay studies , coi quali, almeno sul piano dell'identità di genere, non ha molto a che vedere), esso sta conoscendo, seppure con estrema lentezza, un rinnovato interesse nel campo della ricerca storica.
Torniamo però a un discorso generale e cerchiamo di distinguere dei filoni tematici all'interno della magna pars degli studi: la storia delle donne.
La cospicua produzione di testi sulla storia delle donne e sul genere ha reso opportuno un esame critico dei principali percorsi tematici e di metodo che in questi anni si sono posti agli studiosi. In oltre un trentennio questi studi si sono rivolti, partendo dalla storia delle donne e dal femminismo, ai rapporti con le tradizioni storiografiche e all'elaborazione di nuove categorie interpretative. Pertanto apre degnamente questa rassegna la raccolta di saggi, ormai di qualche anno fa, a cura di Anna Rossi Doria ( A che punto è la storia delle donne in Italia , 2003).
La necessità di dare una dimensione organica agli studi delle donne e alle loro maggiori rappresentanti ha dato origine a dizionari biografici e tematici e a numerose autobiografie ( Italiane , 2004; Storiche di ieri e di oggi , 2004) . Se Italiane si limita a un repertorio biografico, Storiche di ieri e di oggi affronta la vicenda delle storiche italiane tra Otto e Novecento, le difficoltà culturali e accademiche incontrate e come queste sono state affrontate, fino agli ultimi decenni, in cui le storiche hanno dato origine a progetti culturali collettivi e a una nuova comunità scientifica, rendendo la storia delle donne e di genere una disciplina.
Altro settore sottoposto ad indagine storica attraverso la creazione di un dizionario è quello delle donne nel giornalismo ( Donne del giornalismo italiano , 2004) L'opera spazia, nel corso di tre secoli, dalla scrittura letteraria al giornalismo, ponendo l'occhio sull'affermazione delle donne in un campo ritenuto generalmente di competenza maschile. Il giornalismo riveste un interesse particolare come professione in quanto nasce come espressione di libertà e di affermazione dell'individuo nella sfera pubblica. La scrittura privata e la ricerca di un ruolo professionale possono infatti considerarsi due assi portanti per l'emancipazione delle donne negli ultimi due secoli; il tema è oggetto di numerose opere.
L'individuazione del ruolo delle donne passa anche attraverso la loro produzione privata, sia epistolare che diaristica. È questo il proposito di una ricerca d'archivio ( Scritture di donne , 2007), portata avanti dal 2001 al fine di individuare e valorizzare le fonti documentarie relative alla scrittura delle donne. Una parte di questo lavoro attraversa l'età contemporanea analizzando gli aspetti sociali e culturali, le istituzioni e i luoghi di produzione della scrittura femminile, insieme agli stili legati ai propri ruoli di genere. Il tutto cercando di inserire la storia di genere in un contesto di storia generale.
Il tema della scrittura non è solo di ambito femminile, ma anche maschile (Russo 2006). All'indomani della Rivoluzione Francese la scrittura epistolare diventa di uso quotidiano. Lo studio di Angela Russo analizza le relazioni familiari e interpersonali di Giuseppe Ricciardi, patriota napoletano antiborbonico e poi deputato del nuovo Regno d'Italia. Analoga operazione viene compiuta, in questo caso tornando alla scrittura femminile, per l'autobiografia di Malwida von Meysenbug (Malwida 2003), che nel corso dell'Ottocento combatté per i diritti civili e politici, l'indipendenza economica e l'accesso all'educazione delle donne, finendo per pagare con l'esilio la sua dedizione.
Altra figura di donna, oggetto di un saggio monografico (Favaro 2003), è quella di Isabella Teotochi Albrizzi, anima dei salotti culturali dell'aristocrazia veneta di primo Ottocento. L'emancipazione delle donne passa quindi attraverso il ruolo sociale che esse riescono a ritagliarsi a partire dal luogo in cui sarebbero tradizionalmente relegate, cioè la casa ( Salotti e ruolo femminile in Italia tra fine Seicento e primo Novecento , 2004). Il salotto della società aristocratica, prima dell'accesso alle professioni, diventa il luogo privilegiato per la circolazione e la diffusione del pensiero filosofico, letterario e politico.
Tuttavia il discorso del ruolo femminile nella società è decisamente più ampio. Lo illustra in un'opera di ampio respiro Gisela Bock (Bock 2003 [2001]). La storica tedesca, prendendo le mosse dall'età moderna, analizza il rapporto tra uomini e donne attraverso i secoli, a partire dalla “querelle des femmes” per poi passare, nel corso dell'Ottocento, al dibattito che porterà definitivamente all'attenzione della pubblica opinione la questione del ruolo sociale della donna, divisa tra il destino di “angelo del focolare” e quello più allettante della realizzazione sociale nella sfera pubblica; dibattito che porterà alla nascita dei movimenti delle suffragiste. I due campi contrapposti assunsero contorni più marcati all'indomani della prima guerra mondiale, quando lo stereotipo della “donna nuova” si contrappose al modello femminile imposto principalmente da nazismo e fascismo. La disputa riprenderà nel secondo dopoguerra con la rivendicazione dell'uguaglianza delle donne, fino alla nascita dei movimenti femministi.
Sempre per quanto riguarda ruoli sociali e professione delle donne vi è un libro, scritto da giuristi, che intreccia la storia dei diritti delle donne con le lunghe vicende del loro accesso alla professione di avvocato ( Donne e diritti , 2004); partendo dagli atti compiuti dal giurista Lodovico Mortara si ricorda il riconoscimento del diritto di voto per sentenza nel 1906 e, nel 1919, l'ammissione delle donne all'esercizio delle professioni tramite il riconoscimento della loro capacità giuridica e con l'abrogazione dell'autorizzazione maritale. La sentenza del 1906 e la legge del 1919 sono idealmente legate fra loro, in un percorso che sarà interrotto dell'avvento del fascismo.
Per quanto limitato all'area veneta ( Donne sulla scena pubblica , 2006), il libro a cura di Nadia Maria Filippini esamina, analogamente ai precedenti, i percorsi compiuti dalle donne nel riconoscimento dei propri diritti dal Risorgimento al movimento di emancipazione. Più analitico invece il lavoro di Chiara Giorgi, Guido Melis, Angelo Varni ( L'altra metà dell'impiego , 2005) che, attraverso vari contributi ripercorre la storia delle donne negli uffici pubblici, dalle prime impiegate nei telegrafi di Stato a quelle del Ministero delle colonie alle porte della prima guerra mondiale, senza dimenticare le commesse dei grandi magazzini negli anni Trenta e le segretarie degli studi professionali. Sempre discriminate e sminuite nelle loro capacità, esse sono in realtà le protagoniste delle prime forme di emancipazione, che porterà, nel secondo dopoguerra al successo professionale, sebbene questo non sia stato ancora pienamente raggiunto.
Come già notavamo, in parallelo con la ricerca di un ruolo professionale si sviluppò quindi, attraverso i primi gruppi femministi anche la richiesta di un ruolo politico (Gori 2003). Crisalidi affronta lo sviluppo del movimento delle donne a inizio Novecento attraverso la documentazione privata e filtrando le vicende politiche attraverso le relazioni interpersonali.
La condizione femminile, in quegli anni, fu oggetto di numerosi dibattiti incentrati sulle riforme sociali. Parte in questi anni una lunga riflessione che intendeva trasformare non solo i ruoli sociali di genere, ma anche porre i primi passi per riforme incentrate sulla giustizia, sul lavoro. E, tra queste, la questione carceraria non fu da meno (Turno 2003). I riformatori europei cominciarono a considerare come una casistica specifica i delitti delle donne, riflettendo sulle punizioni inflitte, ma circoscrivendo il campo di indagine intorno al concetto, tutto positivista, della “donna normale”. Analogo interesse rivestiva per gli studiosi la questione della prostituzione ( Trombetta 2004). Attraverso lo studio degli ordinamenti di polizia nel passaggio dal Granducato allo stato unitario si analizza anche il passaggio da una legislazione, volta più a prevenire che a reprimere, al Regolamento Cavour che, in sostanza, cristallizzerà il ruolo della prostituta, contrapposta alla donna dedita alla famiglia, creando di fatto un vuoto di diritti per chi faceva l' antico mestiere .
La partecipazione politica delle donne passa anche attraverso campi non necessariamente legati alle rivendicazioni di genere. È il caso, ad esempio, delle donne nell'antifascismo (Galli 2005) e delle sorelle Seidenfeld, che trascorsero buona parte della vita in esilio, assunte dall'autrice come paradigma della marginalizzazione spesso attuata nei confronti dell'attivismo politico femminile dalla ricerca storica.
Alle donne, anche quando erano al fianco degli uomini, toccavano ruoli tradizionalmente femminili, come quello delle crocerossine sui fronti di guerra (Bartoloni 2003). La Grande guerra vide ben diecimila volontarie, solo per dire delle italiane. Esse non erano sole, poiché videro al loro fianco le donne provenienti dagli ordini religiosi, dalle associazioni femminili e patriottiche, dai comitati di preparazione civile e dalle società di pubblica assistenza. Vi saranno altre occasioni in cui le donne saranno viste come punto di riferimento in occasione di una guerra: in Oro alla patria (T erhoeven 2006), ad esempio, l'autrice racconta come, in occasione della raccolta di oro per la guerra in Etiopia del 1935, il principale obiettivo della campagna siano state le donne.
In questo contesto appare decisamente inedito, non per l'argomento trattato, ma per le sue connessioni con il genere, il libro di Angiolina Arru e Maria Stella ( I consumi , 2003). Anch'esso volto a un'indagine dall'ampio arco cronologico, analizza, singolare “chiamata alle armi”, consumi, moda e lusso, in un'ottica di genere, dal Medioevo ad oggi, incontrando non solo eventi positivi, ma anche rinunce e vie d'accesso negate alle donne.
Tra gli utilizzi più recenti della storia di genere possiamo inoltre annoverare quello che si occupa del rapporto tra donne e religione, in particolare con la cultura ebraica ( Donne nella storia degli ebrei d'Italia , 2005) ; questo lavoro ha unito i contributi di quanti si occupano di storia delle donne con quelli di quanti si occupano di storia dell'ebraismo italiano, analizzando dinamiche strettamente familiari, come il matrimonio e la relazione coniugale per passare poi alla vita all'interno della comunità, ai rapporti con la società cristiana e, infine, all'esperienza vissuta dall'universo femminile nell'inferno delle persecuzioni e della Shoah.
Sempre dedicato al tema donne ed ebraismo ( Oltre la persecuzione , 2004), il libro di Roberta Ascarelli riporta a galla la memoria delle donne ebree negli anni della persecuzione nazista e fascista, raccontando una doppia differenza, di genere e di religione, attraverso storie di vita, produzioni letterarie ed epistolari.
E sul tema del rapporto tra donne e religione, tra i libri che trattano la condizione femminile, ve n'è uno che esce dal solito ambito e sceglie di descrivere la condizione della donna nel mondo arabo e musulmano (Zaoui 2004). Una realtà che deve muoversi tra fondamentalismi religiosi e repressione culturale e non riguarda solo il mondo femminile, ma l'intera categoria degli intellettuali e di quanti combattono per la libertà di pensiero e di parola.
Un discorso a parte meritano gli studi incentrati sulle identità di genere. Quando si parla di identità di genere, intrecciando identità femminile e mascolinità, bisogna sempre considerare che la loro definizione è posta in rapporto con la concezione di famiglia e con la morale sessuale del periodo analizzato. Prendendo ad esempio l'Ottocento europeo, in una concezione tradizionale dei ruoli, l'uomo, parallelamente a quanto avviene per la donna, deve essere in grado di assolvere ai suoi doveri di marito e padre in un rapporto familiare la cui visibilità non si ferma tra le mura di casa, ma diventa parte dell'immagine pubblica. Una condizione che è, come dicevamo, prima di tutto un dovere: sancito dalle convenzioni sociali, ma anche dalla legge, che interviene di frequente a sanzionare i comportamenti contrari alla famiglia.
In effetti, da tempo si avverte da più parti l'esigenza di affrontare le varie discipline attraverso una lente che privilegi nella lettura le dinamiche derivanti dai rapporti tra uomini e donne, visti non solo nella loro differenza biologica, ma anche e soprattutto per il portato sociale e culturale che la definizione della loro identità produce. È in quest'ottica che si inserisce la pubblicazione del manuale Le prospettive di genere (Baccolini 2005), strutturato in modo da evidenziare come gli studi di genere privilegino l'approccio interdisciplinare (cfr. Petrosino 2005).
Passando da opere di argomento generale a tematiche più specifiche, possiamo osservare uno degli elementi di indagine più battuti di recente, quello del rapporto tra identità sessuale e moda. In questo modo viene analizzato in due opere il rapporto tra moda e identità di genere nel XX secolo (Blignaut 2005; Crane 2004). L'abito è un linguaggio che descrive la persona che lo indossa e di conseguenza la moda, che orienta il gusto, è parte dell'evoluzione sociale, politica ed economica. L'abbigliamento corrisponde quindi a un'identità, a un ruolo nella società contribuendo quindi a marcare le distinzioni di classe.
La costruzione di un'identità si sviluppa, come dicevamo parlando di storia delle donne, anche attraverso la scrittura; anche quando questa esce dalle pareti del privato per comparire sulle pagine delle riviste. Ed è proprio attraverso una particolare documentazione, quella delle lettere a una rivista per ragazzi, che si orienta l'analisi di Diventare grandi con il Pioniere ( Franchini 2006). La rivista era un'iniziativa pedagogica pensata dal Pci negli anni Cinquanta per formare le giovani generazioni nell'ottica della costruzione di una società nuova.
La storia sociale, la storia delle donne e quella di genere hanno prodotto, tutte insieme, in questi anni, varie occasioni di incontro sul piano tematico (Innesti 2004). Una raccolta di saggi diventa quindi l'occasione per chiedersi quanto l'ottica di genere abbia modificato un settore di ricerca; come abbia influito la “critica degli universali” posta nell'ultimo trentennio dagli studi di genere e quale contributo abbiano dato questi ultimi all'elaborazione di nuovi percorsi di ricerca, come si evidenzia in L'onore della nazione (Banti 2005); in quest'opera si studia come l'identità sessuale non si limiti ad essere un elemento legato alla sfera privata o all'ambito degli studi scientifici o delle rivendicazioni sociali; spesso intrisa di violenza, è oggetto anche di operazioni di propaganda politica, come si verifica già con il sopraggiungere della Rivoluzione francese, dove immagini di donne con armi in mano e con il seno scoperto finiscono col diventare l'allegoria di una nazione. L'autore parte dall'iconografia settecentesca per poi passare al nazionalismo ottocentesco che fa riferimento alla metafora del sangue e della parentela. Il discorso patriottico della violenza servirà infine da paradigma per i grandi massacri della prima guerra mondiale.
I corpi (sia femminili che maschili) fanno propri simboli e modelli che incidono sulla determinazione di ruoli sessuali e sociali e sulle relazioni di potere tra i sessi. Nell'opera di Nadia Maria Filippini, Tiziana Plebani e Anna Scattigno ( Corpi e storia , 2004), intersecando storia, antropologia, filologia e letteratura in un arco che va dalla storia antica all'età contemporanea , e con l'utilizzo di fonti e di categorie interpretative proprie della storia delle donne, si analizza il corpo come portatore di un'identità sessuata e di genere, attraverso le norme sociali, i dettami della scienza, nelle convenzioni della vita di ogni giorno e nella rappresentazione di sé, individuando le continuità e i momenti di rottura nelle diverse fasi storiche.
Tuttavia, proprio l'approccio metodologico tipico dell'identità di genere pone le definizioni identitarie su di un guado: siamo proprio sicuri che le definizioni del femminile e del maschile siano proprio salde come di solito riteniamo? Questo interrogativo apre nuovi scenari di lettura nell'identità di genere. Ad esempio, Laura Guidi e Annamaria Lamarra mettono in discussione la concezione dualistica della sessualità attraverso lo studio dello stereotipo della donna mascolina ( Travestimenti e metamorfosi , 2003): vale a dire della donna che, per circostanze varie, assume ruoli maschili come quello del guerriero, dell'erede di proprietà, del capofamiglia, ma anche dell'intellettuale; un assunzione di ruolo che talvolta deve conciliarsi con figure maschili poco propense, al contrario, a corrispondere ai più tradizionali canoni della mascolinità.
L'opera appena citata si offre come trampolino per lanciarsi verso le differenti forme di sessualità, come il lesbismo. Appare subito necessaria un'ulteriore precisazione di metodo: abbiamo inserito qui questo filone di studi, che solitamente viene abbinato agli studi sull'omosessualità maschile, perché esso in realtà appare più vicino alla storia delle donne, sia per le fonti utilizzate, sia per le chiavi interpretative, distanziandosi così dai “gay studies”, che è più opportuno invece avvicinare agli studi sulla mascolinità, e che affronteremo più avanti. L'abbinamento tra i due filoni è nato in anni lontani, in cui la “questione omosessuale” era essenzialmente politica e sociale e la fusione dei due temi di ricerca trovava una sua ragion d'essere nella riflessione politica. Quest'ultima è valida e viva ancor oggi, ma non soddisfa le necessità della ricerca storica, che sembra trovarsi più a suo agio in una definizione dualistica dei generi, estremamente fittizia, come evidenziano parecchi dei saggi qui illustrati, ma al tempo stesso utile come categoria per l'interpretazione dei fatti storici, in quanto quelle categorie sono le stesse utilizzate (e magari messe in discussione) dai protagonisti dell'età moderna e contemporanea.
In realtà, gli studi storici sul lesbismo sono pressoché inesistenti nel panorama italiano. Il libro Amiche, compagne, amanti (Danna 2003 [1995]), prima opera sugli amori femminili in Italia, è in realtà la ristampa di una pubblicazione degli anni Novanta; ma è anche stata, fino ad epoca recente, l'unica. Daniela Danna affronta la storia del lesbismo attraverso le testimonianze di vita, attingendo alle fonti scritte e fornendo inedite chiavi di lettura dei classici, a partire dall'antichità greca e latina, attraverso l'amor cortese del medioevo, per giungere al Rinascimento, al travestitismo, alle amicizie dell'epoca romantica, fino agli anni del femminismo e del ruolo delle lesbiche nell'attivismo politico degli ultimi anni. Un percorso che ha dovuto combattere contro i valori tradizionali della civiltà occidentale, che non ha esitato a soffocare le istanze di un particolare universo femminile.
Per attendere un nuovo libro sulla storia delle lesbiche ci sono voluti più di dieci anni ( Fuori dalla norma , 2007). Anche l'opera curata da Nerina Milletti e Luisa Passerini racconta, tra storie di vita e documentazione d'archivio, l'amore tra donne in Italia, fenomeno volutamente ignorato dalla società. Il rapporto amoroso tra lesbiche era indicibile, anche tra le stesse lesbiche, che intendevano questo comportamento come una forma di resistenza culturale.
Gli studi sulla mascolinità sono parte degli studi di genere e ampliano il già vasto settore degli studi sulle donne, dedicando al genere maschile quell'interesse che per anni è stato dedicato quasi esclusivamente alle donne. La mascolinità è la sintesi di quei comportamenti che definiscono il modo di essere uomini. Quando, negli anni Settanta, i gruppi femministi cominciarono ad affrontare gli studi di genere, emerse presto la considerazione che non si possono fare studi sulle donne senza comprendere con essi la dimensione maschile. Tuttavia gli studi sul maschile rimarranno marginali all'interno degli studi di genere, considerati come un campo legato agli studi sulle donne e oggetto di ricerca solo da parte di queste ultime. Negli ultimi anni si è osservata una modifica di questa tendenza. Sviluppandosi dalla storia delle donne, la storia dell mascolinità ne ha mutuato l'approccio metodologico e parecchi spunti di riflessione, contribuendo ad arricchire il panorama di ricerca di cui il testo La mascolinità contemporanea (Bellassai 2004) offre una breve rassegna 1.
L'autore, p artendo dalle recenti ipotesi di Barbagli e Colombo, che situano la nascita del fenomeno nel Settecento, un secolo prima rispetto a quanto indicato in passato da Foucault, sottolinea come la trasformazione del concetto di mascolinità proceda di pari passo con le trasformazioni della società ottocentesca, tra le quali bisogna considerare il crescente ruolo della donna. Grazie al nuovo ruolo sociale e a una maggiore influenza nell'educazione dei figli, le donne costrinsero gli uomini a una riflessione sul proprio ruolo sociale. Di qui sorse la necessità di delimitare e definire l'identità maschile. Questo bisogno portò a un irrigidimento di questa identità, unita alla costante paura della femminilizzazione, causata dalla “vita moderna”. Con l'aumento degli atteggiamenti misogini e omofobici, questi ultimi miranti alla repressione dell'omosessualità, non si riuscì tuttavia a ostacolare i movimenti femministi, né a sopprimere le sottoculture omosessuali. Lo sviluppo dei nazionalismi, mano a mano che ci si avvicinava alla prima guerra mondiale, avrebbe favorito l'incedere di una mascolinità ancora più aggressiva, affiancata a una disciplina del corpo che prendeva ispirazione dall'ideologia militarista e patriottica. Il modello virilista fu fatto proprio, tra le due guerre, dal fascismo e dal nazismo, senza però riuscire a sopravvivere nel secondo dopoguerra. Negli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, la mascolinità tradizionale andrà definitivamente in frantumi, sempre più messa in discussione dai nuovi mutamenti sociali e culturali, e in particolare dai movimenti di contestazione. Più approfondito del manuale di Bellassai è il libro di Elena dell'Agnese ed Elisabetta Ruspini ( Mascolinità all'italiana , 2007). Le autrici analizzano il modello del “maschio vincente” oggi tanto diffuso in Italia nella scena pubblica e nel mondo dei media in particolare. L'approccio seguito è quello interdisciplinare e si muove tra storia, letteratura, geografia, sociologia, demografia e antropologia nell'intento di dimostrare che il mito della mascolinità italiana va compreso attraverso un preciso percorso culturale e sociale, come quello che appare evidente negli anni del fascismo, in un continuo confronto, anche oggi, tra differenti modelli di mascolinità: da quella dei migranti a quella, ad esempio, del transgender .
Anche all'estero, ad esempio nell'Inghilterra vittoriana, la mascolinità aveva vissuto un momento di crisi tra Ottocento e Novecento, col panico sociale derivato dalla trasformazione dei modelli maschili. In Gentiluomini e canaglie (McLaren 2004) l'autore analizza il caso della società inglese davanti alla devianza maschile; attraverso processi, studi scientifici e stampa la società anglosassone finiva così per stigmatizzare il fenomeno criminale giungendo così a riaffermare il modello tradizionale del maschio eterosessuale.
Va detto che, in maniera forse più marcata di quanto avvenisse per i modelli di femminilità, i modelli di mascolinità inglesi differivano non poco da quelli italiani, che a loro volta erano lontani da quelli tedeschi, eccetera. Vi era quindi, è bene ricordarlo, una molteplicità di identità di genere, non solo a seconda delle epoche storiche, ma anche in base ai luoghi geografici. Per questo merita un'attenzione a parte il libro Colonia per maschi (Stefani 2007), incentrato sull'esperienza italiana (e maschile) in Africa Orientale. Attraverso memorie e diari inediti, ma anche attraverso la propaganda fascista e la letteratura del tempo, si espone il modo in cui gli italiani hanno inteso il colonialismo, sia nell'immaginario collettivo che nella personale rappresentazione, pubblica e privata. L'autrice si rifà ad analoghi studi coloniali prodotti oltre confine, ipotizzando un rapporto tra mito dell'Africa e mito virilista, che sembra trovare la sua realizzazione nel c ontinente nero . Tuttavia la realtà quotidiana prende le distanze dalla retorica coloniale e, dalle esperienze narrate, finisce per scaturire un complesso di relazioni tra colonizzatori e colonizzati senz'altro dominato da rapporti gerarchici e dal razzismo, ma anche da atteggiamenti più intimi e familiari.
Il maschile e il femminile, i ruoli sociali e sessuali assumono, si è visto in certe occasioni, contorni più sfumati. Anzi, senza paura di esagerare, si potrebbe affermare che l a mascolinità non appartiene agli uomini. Questo è in sintesi lo spirito della raccolta di saggi curata da Marco Pustianaz e Luisa Villa ( Maschilità decadenti , 2004) 2. I curatori hanno deciso di riscoprire la concezione di fin de siècle , indicativa di una fase che parte negli ultimi due decenni dell'Ottocento per giungere fino alla prima guerra mondiale. Sono gli anni in cui i moralisti gridano contro la decadenza dei costumi, che in questo caso non implica un semplice cambiamento delle mode, ma include una più ampia messa in discussione dei campi di azione e delle prerogative sia del maschile che del femminile. Così facendo, viene ridefinita l'identità di uomini e donne fino a giungere a quello che per la società del tempo era un punto di non ritorno: l'attraversamento dei generi, che rompe la tradizionale dicotomia tra “sfera maschile” e “sfera femminile”. La raccolta nasce anche per contribuire in forma innovativa al dibattito italiano sulle tematiche di genere. L'analisi proposta dai due autori, forte di un'approfondita conoscenza di quanto prodotto sul tema nei paesi anglosassoni, non si ferma quindi al classico confronto tra mascolinità normativa e mascolinità “dissidente”, secondo un approccio ormai ampiamente consolidato, ma affronta anche una ridefinizione del termine maschile includendo anche tematiche poco frequentate, come la “maschilità di donne”; il tutto all'interno di una distinzione tra il concetto di “genere” e quello di “sesso”, non sempre e non necessariamente coincidenti.
Anche la mascolinità, nelle sue molteplici definizioni, va espressa, quindi al plurale. E, come la storia delle donne, anche se non segue gli stessi filoni tematici, fa propria la stessa tipologia di fonti. Ed ecco quindi emergere le esperienze di vita maschile, intese come vita di coppia (Laurenzi 2006). Con Liberi di amare l'autrice produce una rassegna di storie di coppie omosessuali dall'Ottocento ai giorni nostri; storie di vita vissuta, raccontate dai protagonisti o dalle loro testimonianze scritte; storie uomini e donne che hanno sfidato le convenzioni e i pregiudizi per vivere la propria vita. Analogo discorso si può fare per la vita sociale del tempo. Vite pubbliche e non private, stavolta, raccontate in Sconosciuti (Robb 2005), dove si narra l'omosessualità maschile e femminile nell'età vittoriana. Storie di repressione ma anche, sorprendentemente, di tolleranza, che mostrano una cultura omosessuale libera e orgogliosa.
Tornando invece all'Italia e agli anni del fascismo, Il nemico dell'uomo nuovo (Benadusi 2005) si rivolge invece ai dati d'archivio e alle pubblicazioni scientifiche e pone la lente sul caso italiano e sulla repressione avvenuta in quegli stessi anni. L'autore parte da un approccio tradizionale e, analizzando la definizione di “uomo nuovo”, rileva come il fascismo ponga un preciso indirizzo per la definizione dei modelli di mascolinità nella formazione di un regime totalitario. Anche se il progetto totalitario fallisce, esso non mancherà comunque di lasciare in eredità all'Italia repubblicana quell'atteggiamento repressivo che l'aveva tanto contraddistinto nei confronti dell'omosessualità.
Se Benadusi espone essenzialmente attraverso la documentazione, ritroviamo invece il respiro vivo delle testimonianze nel lavoro a quattro mani La città e l'isola (Goretti, Giartosio 2007). La scelta dei due autori si muove in direzione opposta a quella di Benadusi, poiché essi scelgono non di inquadrare la vicenda della persecuzione omosessuale in un orizzonte generale, ma di focalizzare un evento culminante: la serie di arresti compiuta a Catania nel 1938 dal questore Alfonso Molina. Goretti e Giartosio affiancano alla vicenda storica, vista nei suoi rapporti istituzionali, una storia della vita quotidiana dei perseguitati; uno spaccato di vita sociale sul quale i documenti di archivio sono generalmente avari, e che i due autori cercano di ricostruire anche attraverso le testimonianze di quanti sono ancora in vita. Una documentazione fatta di testimonianze orali, quindi, in alcuni casi recuperata attraverso varie peripezie quasi vent'anni fa, in un'esperienza non più ripetibile.
Chiude questa rassegna, anche per l'aspetto cronologico del tema, incentrato sull'Italia degli anni Sessanta, Il caso Braibanti (Ferluga 2003), opera che ripercorre la triste vicenda dell'intellettuale comunista, che finì in carcere con l'accusa di aver plagiato i propri amanti. Ferluga alterna i toni della cronaca allo stile dello storico e getta uno sguardo attento sulla situazione politica di quegli anni e sulla morale sessuale ad essa intrecciata. Braibanti ricalcava in qualche maniera lo stereotipo del sovversivo: dopo essere stato partigiano, egli era entrato a far parte del comitato centrale del Pci, dal quale in seguito decideva di uscire. Nel 1964 venne denunciato per plagio, con l'accusa di aver ridotto “in totale stato di soggezione”, inducendoli a rapporti omosessuali, due giovani del paesino in cui viveva. In base a questo capo d'imputazione Braibanti venne condannato a nove anni di reclusione (cfr. Petrosino 2007).
Gli studi sulla mascolinità, nella categoria degli studi di genere, forse avrebbero meritato più spazio. A essere obiettivi, essi non hanno avuto vita facile neanche negli altri paesi occidentali, inclusi quelli anglosassoni, dove sono di casa. Una porta per gli studi sulla mascolinità fu aperta, pionieristicamente, da Natalie Zemon Davis nel 1976: “Secondo me dovremmo interessarci alla storia di entrambi, uomini e donne, e non concentrarci solo sul sesso debole più di quanto lo storico di classe incentri la propria attenzione esclusivamente sui contadini. Il nostro obiettivo è capire il significato dei sessi, dei gruppi di genere nella storia del passato”. Il discorso, qui relativo alla storia, si può estendere anche alle altre discipline. Tuttavia gli studi sul maschile per lungo tempo continueranno ad essere considerati come un campo legato agli studi sulle donne e oggetto di ricerca solo da parte di queste ultime.
Rimane comunque vero che gli studi di genere hanno profondamente messo in discussione metodologia, tematiche e aree di studio: il genere è inerente a tutti gli aspetti della vita sociale, come ha avuto modo di sottolineare lo storico inglese John Tosh; tanto che ai campi di indagine tradizionali -la famiglia, il lavoro, lo stato sociale- si stanno aggiungendo sempre più spesso studi di genere sulla politica istituzionale, tra i quali si può includere una parte degli studi sul razzismo. Questo grazie alla capacità di rileggere le dinamiche delle istituzioni in chiave di genere. Però proprio questo tornare su temi già trattati dalle discipline tradizionali fa sorgere un dubbio: e se fosse solo una moda?
Gli studi di genere introducono nuove tematiche, nuove chiavi di lettura in settori in cui sembrava si fosse detto tutto. Questo evidentemente provoca un certo scetticismo da parte degli studiosi legati a metodi più tradizionali, che finiscono per chiedersi se anche gli studi di genere non siano destinati a durare lo spazio di un mattino (cfr. Petrosino 2005). In trent'anni di ricerca numerosi studiosi e varie pubblicazioni, capaci di intrecciare gli studi di genere con le più complesse discipline, hanno avuto modo di dimostrare che tali obiezioni sono infondate.