N. 16 - Marzo 2008


ISSN 1720-190X





Francesco Grassi

Giorgio Ruffolo
Il libro dei sogni. Una vita a sinistra raccontata a Vanessa Roghi

Roma, Donzelli, 2007

L'ultimo libro di Giorgio Ruffolo ha per titolo la celebre e dissacrante definizione utilizzata da Amintore Fanfani per qualificare il programma economico del primo governo di centro-sinistra: Il libro dei sogni . L'opera è una sorta di autobiografia intellettuale e politica – scaturita dalle conversazioni avute dall'autore con Vanessa Roghi, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma –, la quale ricostruisce il percorso umano e professionale di un personaggio eclettico che, nell'arco di una carriera pluridecennale, si è trovato a ricoprire incarichi di primo piano nel mondo politico ed economico, incrociando la propria strada con quella dei maggiori protagonisti dell'Italia del dopoguerra.

Diversamente da quanto accade di solito con opere di questo tipo, il libro non segue una struttura cronologicamente lineare, selezionando e proponendo in ordine sparso alcuni episodi salienti della vicenda ruffoliana, senza eccesive preoccupazioni per la coerenza dell'insieme. Il risultato è un'opera disomogenea sul piano formale, ma ciononostante capace di coinvolgere il lettore grazie alla qualità del contenuto.

Nato in una famiglia borghese di tradizioni repubblicane, allievo all'Università di Giuseppe Ugo Papi, già alla fine degli anni Quaranta Ruffolo si lega a quelli che saranno i due amori professionali della sua vita: la politica e l'economia. Appena laureato, entra infatti nell'Ufficio studi della Banca nazionale del lavoro, dove si forma a contatto con un economista come Giulio Pietranera (all'epoca stretto collaboratore di Rodolfo Morandi), partecipando anche nel 1953 all'inchiesta parlamentare sulla disoccupazione, prima di trasferirsi nel 1956 a Parigi per lavorare all'Oece. Ma è l'anno successivo che la carriera del giovane intelletuale conosce la svolta decisiva, con l'ingresso all'Eni di Enrico Mattei; è a partire infatti da questo momento che la figura di Ruffolo assume quella dimensione tecnocratica di grande commis d'Etat che sarebbe diventata il suo tratto caratteristico nei decenni successivi. Anche all'Eni, l'avventura comincia all'Ufficio studi, diretto da Giorgio Fuà e frequentato da personaggi di spicco quali Paolo Leon, Luigi Spaventa, Sabino Cassese; Ruffolo scala rapidamente le gerarchie, arrivando nei primi anni Sessanta alla direzione dello stesso Ufficio studi (dopo il ritorno di Fuà all'insegnamento universitario), del servizio relazioni pubbliche e dell'Ufficio pubblicità, e partecipando a delicate missioni diplomatiche presso i partner arabi ed anche in ambito Nato, dopo il discusso accordo siglato dall'Eni con il governo sovietico nel 1960. Decisivo per questa sfolgorante ascesa si rivela l'appoggio di Enrico Mattei, con il quale Ruffolo instaura un solido rapporto non solo professionale ma anche umano, su cui il libro indugia lungamente. Dopo la prematura scomparsa di Mattei e l'avvento di Eugenio Cefis, Ruffolo, osteggiato dalla nuova direzione per i suoi notori legami con il Psi, lascia l'Eni per partecipare, nelle vesti di direttore dell'Ufficio del programma, alla politica di programmazione economica portata avanti dai governi di centro-sinistra nel decennio 1964-74.

L'appassionata rievocazione delle tormentate vicende della programmazione costituisce il nucleo centrale del libro, nonché il suo incipit. In linea con valutazioni espresse in tempi più e meno recenti, Ruffolo non esita a denunciare, in modo talvolta impietoso, i limiti di varia natura che hanno compromesso il successo di quell'esperienza, dalla scarsezza di mezzi e uomini (“eravamo veramente quattro gatti”), all'insipienza dei vertici del Psi all'opposizione convergente di dorotei, pubblica amministrazione, grande industria privata, sindacati e Pci. Di alcuni dei protagonisti di quella eroica stagione, l'autore offre brevi e vivaci ritratti: Fuà, Sylos Labini, Saraceno, Giolitti, La Malfa. E , soprattutto, Riccardo Lombardi, “uno strano tipo di riformista rivoluzionario” cui Ruffolo rimprovera il velleitario proposito di utilizzare la programmazione per scardinare il sistema capitalistico e attuare così il passaggio al socialismo; tentativo prontamente rintuzzato dalle “dure repliche della storia” di hegeliana memoria. Questo giudizio sostanzialmente svalutativo della strategia lombardiana non fa peraltro che ripetere quanto già espresso dall'autore, in forma ancor più caustica, in un'intrvista rilasciata nel 2000 a “Il Ponte”. Tuttavia, nonostante i limiti e gli errori, il bilancio sul decennio del centro-sinistra e della programmazione non può essere considerato fallimentare, contenendo in sé elementi sia positivi che negativi: “grandi speranze, nobili protagonisti, più di un clown, idee generose, pratiche deprimenti, riforme coraggiose e utili, insabbiamenti ed errori [...]”.

Quando prende il via l'esperimento della programmazione economica, l'impegno politico di Ruffolo è gia cominciato da tempo. L'iniziazione, come rievoca il capitolo quinto del libro dei sogni, risale infatti al 1946, allorchè l'autore, per un periodo in bilico tra socialismo ed azionismo, si iscrive infine alla Federazione giovanile dell'allora Psiup, guidata da Matteo Matteotti e Livio Maitan ed attestata su posizioni paratrockjiste ed antistaliniste, nettamente in contrasto con gli orientamenti del gruppo dirigente del partito facente capo a Nenni, Basso e Morandi. L'adesione di Ruffolo al socialismo è dettata da motivazioni di carattere più sentimentale che ideologico, dal desiderio di reagire “all'iniquità e alla prepotenza che si riscontravano in politica così come nella società”; influisce inoltre su tale scelta il “laicismo critico” tipico del socialismo italiano, così diverso dal rigido conformismo imperante nel Pci. Nel gennaio 1947 la Federazione giovanile, organizzatasi nella corrente di “Iniziativa socialista”, è artefice, assieme a Saragat, della scissione di Palazzo Barberini e della fondazione del Psli; la militanza nella nuova formazione termina però repentinemente, non appena si rivelano i reali orientamenti, filogovernativi ed atlantisti, della politica saragattiana. Ruffolo ed altri, tra i quali Maitan e Rino Formica, danno così vita ad un piccolo gruppo trockijsta collegato alla Quarta Internazionle; collocazione insolita per un futuro manager di Stato e uomo di governo. Insolita e transitoria: nel 1956, tornato il Psi su posizioni autonomiste, Ruffolo rientra infatti prontamente nel partito dal quale era uscito quasi dieci anni prima. Il rapporto si mantiene però complicato, incrinandosi irreparabilmente dopo la definitiva affermazione della leadership di Bettino Craxi al Congresso di Verona del 1984. All'analisi della figura di Craxi Ruffolo dedica diverse pagine del libro, forse le più interessanti; ne risulta, alla fine, un affascinante ritratto in chiaroscuro, alieno sia alla demonizzazione che all'agiografia, tendenze che solitamente contraddistinguono le valutazioni sul segretario (con una netta prevalenza, in questi ultimi tempi, della seconda). Ruffolo critica senza reticenze le degenerazioni conosciute dal PSI negli anni del craxismo, dalla corruzione al cinismo spregiudicato alle derive plebiscitarie, mali da lui stesso denunciati in tempo reale nelle assise di partito e dalle colonne di “Micromega” e “ La Repubblica ” (la sua collaborazione a quest'ultima testata, ci informa Ruffolo, era particolarmente invisa a Bettino). Riconosce però a Craxi il merito di aver saputo imprimere nuovo slancio al partito, anche sul piano culturale, come testimoniato dall'intensa attività del gruppo di “Mondoperaio” a cavallo tra anni Settanta ed Ottanta; e, sopratutto, quello di aver realizzato, e non solo predicato, una politica di reale autonomia nei confronti del Pci, premessa per condurre la sinistra alla guida del governo. Proprio però quando questo traguardo sembrava a portata di mano – dopo la caduta del muro ed il cambiamento di nome del Pci – Craxi tradì il suo stesso disegno politico confermando l'alleanza governativa con la Dc di Forlani ed Andreotti ed imboccando così la parabola discendente della propria carriera. Condivisibile il giudizio sulle cause della caduta di Craxi: “per permettersi un immoralismo scoperto e spavaldo, bisogna prima aver raggiunto un potere consolidato che lo rende invulnerabile. Egli, col suo comportamento, aveva suscitato nemici più di quanti potesse permettersene. Aveva ferito le forze che aveva sfidato, senza però annichilirle”. Meno condivisibile il riferimento a presunte “parzialità persecutorie” che avrebbero caratterizzato l'operato della magistratura, pur nel quadro di un'azione “fondamentalmente sacrosanta”.

Tra i frutti migliori della stagione craxiana, l'autore annovera la crerazione nel 1986 del ministero dell'Ambiente, di cui assume da subito la guida. Già nel lontano 1968 Ruffolo era stato tra gli estensori del cosiddetto “Progetto 80” , per la realizzazione di una programmazione ambientale che consentisse una razionale selezione dei grandi investimenti infrastrutturali. Nemmeno questa esprienza si rivela priva di complicazioni, trovandosi il ministro a gestire emergenze ambientali (dalle cosiddette “navi dei veleni” alla Farmoplant) e il delicato passaggio del referendum sul nucleare. Chiusa l'esperienza da ministro nel 1992, scomparso dalla scena poco dopo il Partito socialista, l'ultimo incarico politico ricoperto da Ruffolo è quello di parlamentare europeo dal 1994 al 1999, eletto come indipendente nelle liste del Pds (lo stesso ruolo aveva ricoperto per il Psi nel 1979-1984).

Non vi è nessun accenno, nel libro, alla fugace partecipazione di Ruffolo al comitato dei “saggi” incaricato di redigere lo statuto del neonato Partito democratico. Non una gran perdita, dal momento che si può agevolmente ricostruire il suo pensiero (critico) sull'argomento leggendone i non rari interventi giornalistici.

Il libro si chiude con un'orgogliosa riaffermazione di appartenenza al campo della sinistra, a quei valori che nell'immediato dopoguerra spinsero il giovane intellettuale ad abbracciare la causa del socialismo: “Il mondo è fatto in due stanze: in una si spreca e nell'altra si crepa. Stare a sinistra significa non accettarlo”.




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