N. 16 - Marzo 2008


ISSN 1720-190X





Amedeo Lepore

L'inizio della globalizzazione

Un quadro storico potrebbe essere opportuno […] per dimostrare che la globalizzazione non è particolarmente nuova né, in generale, una follia. Per migliaia di anni, viaggi migrazioni, scambi di merci o di conoscenze acquisite hanno rappresentato una forma di globalizzazione, che ha contribuito al progresso dell'umanità. E fermarla avrebbe arrecato un danno irreparabile. Ancora, nonostante oggi la globalizzazione sia considerata da molti un correlato del predominio Occidentale, l'esame storico può aiutarci a concepire la possibilità che il processo si svolga nel verso contrario (Sen 2002, 15).

 

Il concetto di “globalizzazione”, così come conosciuto e ampiamente divulgato oggi, è legato solo all'attualità immediata o può essere, per così dire, retrodatato e verificato alla luce di eventi storici di primaria importanza, accaduti nel corso di varie fasi, perlomeno, dell'epoca moderna e contemporanea dell'umanità? Dalla risposta a questa domanda, che a prima vista potrebbe apparire impropria o banale, dipende il punto di vista dal quale ci si colloca nell'affrontare un tema, e un termine, continuamente ricorrente e, al tempo stesso, fortemente controverso. Il metodo utilizzato, il tipo di approccio al problema e gli strumenti per approfondirne i contenuti mai come in questo caso sono stati tanto decisivi per caricare di significato e rendere scientificamente interessante questo impegno di analisi, al di fuori di ogni moda, impeto od abbaglio contingente.

A proposito dei secoli più remoti, Amartya Sen (2002, 15-16) ha ricordato che: “Attorno all'anno Mille la diffusione globale della scienza, della tecnologia e della matematica stava cambiando la natura del vecchio mondo, ma la disseminazione seguiva, in larga misura, una direzione opposta a quella attuale. Ad esempio, alte tecnologie dell'anno Mille quali carta e stampa, sestante e polvere da sparo, orologio e ponte sospeso a catene di ferro, aquilone e bussola magnetica, carro su ruote e ventola erano note e ampiamente utilizzate in Cina, ma quasi sconosciute altrove. La globalizzazione le ha diffuse nel mondo, Europa compresa. La stessa cosa avvenne per la matematica. Il sistema decimale nacque e fu sviluppato in India tra il secondo e il sesto secolo e, poco più tardi, venne impiegato anche dagli arabi. Queste innovazioni matematiche raggiunsero l'Europa perlopiù negli ultimi decenni del decimo secolo e cominciarono ad avere un impatto consistente all'inizio dello scorso millennio. Successivamente avrebbero avuto una parte di primo piano nella rivoluzione scientifica che ha favorito la trasformazione dell'Europa. In effetti, l'Europa sarebbe molto più povera – dal punto di vista economico, scientifico e culturale – se avesse opposto resistenza alla globalizzazione della matematica, della scienza e della tecnologia di quel tempo”.

Due esempi della nuova e impetuosa fase dell'attuale globalizzazione sono rappresentati dall'affermazione di un mercato mondiale e dalla realizzazione della cosiddetta “rivoluzione telematica”, da un lato, e dall'accelerazione del processo di integrazione europea, dall'altro. Il primo fenomeno, quello che a pieno titolo viene riconosciuto come la testimonianza più evidente della globalizzazione, dipende dall'intreccio tra l'evoluzione del settore delle Information and Communications Technology ( ICT ) e l'organizzazione dell'economia, che ha portato alla nascita della Net-Economy 1, ossia di un sistema nel quale la disponibilità di informazioni in tempo reale e la capacità di diffusione delle comunicazioni, e degli scambi, senza limiti geografici e/o spaziali sono le basi per il successo di qualunque iniziativa economica, specialmente di tipo privato. C'è chi sottolinea, a questo scopo, il carattere “imperiale” del nuovo sistema economico: una sorta di aggiornamento nella continuità del sistema capitalistico, di fronte alla crisi degli strumenti tradizionali di formazione e di controllo dei processi di accumulazione. C'è, altresì, chi mette in evidenza un cambiamento di paradigma tra il precedente sistema economico, basato sull'obiettivo del conseguimento di livelli sempre più elevati di profitto, e la nuova, più complessa configurazione, in cui assume assoluta rilevanza il possesso di conoscenze, o meglio, la capacità di comprendere l'andamento del sapere ( know how ) sociale. Come è stato osservato (da Empoli 2002, 11): “Sullo sfondo, vedremo emergere il profilo ambiguo delle nuove élites culturali; non più contraddistinte dal possesso di un complesso organico di saperi, ma solo dalla capacità di intercettare prima degli altri le tendenze e le novità del momento”. Lo stesso movimento che si è sviluppato parallelamente al procedere della globalizzazione non ha un carattere univoco: contro indiscriminatamente – l'aspetto no global – o a favore di un processo “governato” a partire dal basso – l'aspetto new global –? O, ancora, più semplicemente, il mero utilizzo, l'appropriazione degli strumenti della globalizzazione per frenare il processo stesso? Viene allora da chiedersi se “il movimento è veramente contro la globalizzazione, come la sua retorica sembrerebbe suggerire”, visto che “le stesse proteste antiglobalizzazione sono di fatto uno degli eventi più globalizzati del mondo contemporaneo” (Sen 2002, 14-15) 2. Tuttavia, la risposta a tali quesiti non cambia il quadro di riferimento del fenomeno, né la valutazione approfondita e in progress , che occorre effettuare per comprenderne i vincoli e le opportunità, la reale consistenza in una prospettiva storica e non solo la virtuale esistenza.

Il secondo fenomeno, quello che ha comportato un risoluto passo in avanti nel processo di integrazione economica dell'Unione europea, ha nell'adozione dell'euro il suo simbolo più rappresentativo. Il sistema economico (e politico) sorto e consolidatosi per effetto degli accordi di Bretton Woods era incentrato sulla prevalenza di un solo paese – gli Usa – e di una sola moneta – il dollaro – sullo scenario internazionale. Questa scelta aveva definitivamente scalzato l'organizzazione precedente, fondata sull'alternanza (o sulla compresenza) di alcune tra le nazioni più sviluppate al posto chiave di guida del sistema economico e finanziario internazionale. Nel corso della seconda metà del ventesimo secolo, a fronte di un progressivo rafforzamento dell'area del dollaro, si erano verificati fenomeni contrastanti, come l'organizzazione del mercato comune dei paesi dell'Europa orientale ( Comecon ), l'ascesa dell'economia giapponese e dello yen, fino alla crescita dell'unione monetaria europea e alla nascita dell'euro. La scelta di una moneta unica per una parte ampia del Vecchio Continente ha rappresentato il più evidente punto di arrivo delle teorie di tipo “funzionalista” – che fondavano il processo di integrazione europea su una visione gradualista, fatta di accordi settoriali e di un'inclinazione per i temi economici –, ma soprattutto la concreta dimostrazione di una volontà di crescita che ha portato al definitivo superamento delle vecchie barriere interne e degli ostacoli agli scambi intraeuropei, oltre che alla ripresa di intense relazioni tra l'Europa e il resto del mondo. Insomma, l'euro ha assunto il significato di un simbolo di unificazione e di autonomia, di estensione della scala competitiva e di affermazione del ruolo di “potenza” europea, sia pure in prospettiva. In quest'ultima fase, in particolare, il consistente apprezzamento della moneta europea nei confronti del dollaro sembra abbia mostrato una nuova possibilità di evoluzione del sistema e, in particolare, l'opportunità di far assumere all'euro il valore di un bene di rifugio di particolare importanza, come è avvenuto già da lungo tempo per l'oro. Questa assoluta e, per certi versi, imprevista novità – al di là di ogni spropositato e improprio ottimismo – sembra prefigurare l'apertura di una nuova fase dei rapporti internazionali, all'interno dei quali potrebbe venir meno un equilibrio consolidato e si comincerebbe ad affermare una nuova dinamica delle economie europee, che già nel corso degli anni Ottanta avevano conquistato la centralità della scena. In poche parole, al quadro di lunga e incontrastata egemonia del dollaro si è aggiunto un nuovo contesto di graduale abitudine al sistema della moneta unica europea e un ruolo sempre più diversificato dell'euro, che ha cominciato ad essere impiegato come valuta di riserva in alcune grandi economie (Mazzanti 2006) – a cominciare dalla Cina – al pari del dollaro. Tuttavia, un bilancio definitivo sui vantaggi, ma anche sui problemi, causati dalla forza (e dall'apprezzamento) dell'euro potrà essere tracciato solo tra qualche tempo. Intanto, vale la pena di sottolineare che, se nel mondo delle monete ormai vi è un dominio tendenzialmente paritario tra euro e dollaro, nel mondo “reale” l'Europa deve continuare a costruire un'economia all'altezza della sua moneta. Su questo terreno, oggi ancora favorevole agli Usa, o tendenzialmente propizio ai paesi cosiddetti “emergenti” (Cina, India e Brasile), si giocherà la partita decisiva per ogni futuro ruolo di leadership globale.

Alla luce di questi avvenimenti, proprio per comprenderne meglio la portata, occorre una valutazione di fondo, di carattere retrospettivo: vale a dire, è necessario domandarsi se, al di là di queste ultime vicende, vi siano state o meno altre fasi di estensione dello spazio di azione e di iniziativa dell'uomo, di intensa accelerazione dei ritmi delle attività economiche e produttive, di crescita inusitata delle relazioni e di integrazione degli scambi internazionali, di diffusione reticolare delle comunicazioni, analoghe a quella attuale. Se, in poche parole, la globalizzazione sia un fenomeno piuttosto recente o, al contrario, si sia già presentato, sotto forme e dimensioni diverse, in altre epoche della storia. Dal punto di vista teorico, oltre alla novità assoluta sul piano generale rappresentata – durante il secolo scorso – dalla scuola delle “Annales” (Burke 1992) 3, va evidenziato specificamente il contributo di Immanuel Wallerstein (1978 – 1995), che ripensava la storia in un contesto molto generale, dando sostanza al termine coniato da Fernand Braudel (1981) per definire il Mediterraneo del sedicesimo secolo, nella sua estensione più vasta: l' économie-monde 4. A questo proposito, Braudel (1981, 78) osservava che: “per Immanuel Wallerstein non esiste altra economia-mondo al di fuori di quella europea, che si è formata solo a partire dal XVI secolo, mentre per me il mondo era già diviso in zone economiche, più o meno centralizzate, più o meno coerenti, cioè in parecchie economie-mondo coesistenti fin dal Medioevo e persino dall'antichità, cioè molto prima che l'uomo europeo possedesse una conoscenza esatta della totalità dell'estensione terrestre”. Tuttavia, questa valutazione non impediva a Braudel (1978-1995), nell'introduzione al volume dello stesso Wallerstein, di convenire sul fatto che: “Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio. Ma gli spazi si incastrano gli uni dentro gli altri, si saldano fra loro, sono legati da rapporti di dipendenza. Se si vuol trovare uno spazio autonomo, coerente nella sua sola estensione, si è condotti necessariamente o verso l'infinitamente piccolo, a condizione che ci sia una strada pressoché autonoma, o verso lo spazio più vasto coerente, in ragione dei suoi scambi e delle sue concordanze, ma separato da altri spazi della stessa vastità, che costituisce un universo a sé nel quale le economie, le società e gli spazi sono connessi gli uni con gli altri e si differenziano dal resto del mondo”.

Si tratta, dunque, di una definizione che apre nettamente le porte a quella di globalizzazione (o “mondializzazione”, nel significato francofono), intesa come una “evidente perdita di confini dell'agire quotidiano nelle diverse dimensioni dell'economia, dell'informazione, dell'ecologia, della tecnica, dei conflitti transculturali e della società civile, cioè, in fondo qualcosa di familiare e nello stesso tempo inconcepibile, difficile da afferrare, ma che trasforma radicalmente la vita quotidiana, con una forza ben percepibile, costringendo tutti ad adeguarsi, a trovare risposte” (Beck 1999, 39). Quest'ultima indicazione fa riferimento ad un fenomeno di carattere generale: la libera circolazione delle idee, delle merci e delle persone in uno spazio sempre più “universale”, che tende a coincidere con l'intero pianeta. In questa accezione, la globalizzazione coinvolge l'esperienza umana nel suo complesso e va ben oltre una classificazione di mero stampo economicistico, riguardando le attività e le relazioni dell'umanità in tutti i loro aspetti, la cosiddetta “società globale”: gli stessi rischi connessi con il processo di globalizzazione possono – visti come opportunità – dare impulso ad una “seconda modernità”, fondata sui valori di uguaglianza, libertà, conoscenza e capacità di informazione.

In ogni caso, questa riflessione, in tutta la sua complessità, porta ad affermare, parafrasando un'espressione di Wallerstein (2002), che la “mondializzazione” non è affatto una novità. Se si vuole semplificare il ragionamento, seguendo una schematizzazione molto elementare, si possono individuare almeno altri due periodi – oltre l'attuale –, in cui i termini di tempo e spazio hanno mutato profondamente il loro carattere, si sono “accorciati” considerevolmente: l'epoca della scoperta del Nuovo mondo e la fase della cosiddetta “rivoluzione industriale” 5. L'inizio dell'Età moderna e, in particolare, le due date del 1492 – l'anno della scoperta dell'America – e del 1519 – l'anno di inizio della prima circumnavigazione del globo terrestre – rappresentano lo spartiacque per lo spostamento del baricentro dei traffici dal Mediterraneo all'Atlantico (quindi, per il primo importante ampliamento dell'economia mondiale) e segnano l'apertura di una fase di mondializzazione dell'economia, mediante il commercio “triangolare” tra la madrepatria, le colonie e il mercato europeo. C'è da dire che la scoperta dell'America e il prolungamento dei suoi effetti durante tutto l'arco di tempo dell'Età moderna avevano contribuito a far assumere un valore del tutto inedito – presente solo per alcuni aspetti nella volontà espansionistica delle crociate e delle vie delle spezie nel Medioevo – alla ricerca di nuovi spazi e di nuove relazioni sul globo terraqueo. Come ha osservato Dupront (1993, 103), con parole di grande efficacia immaginifica: “La scoperta del mondo, che si realizza lentamente nella coscienza dell'Occidente moderno, consente, fin dai primi sviluppi del suo impatto, di cogliere quasi fisicamente i piani dell'uomo moderno. Sentimento dell'illimitatezza dello spazio, volontà di possesso e atteggiamento di solitudine sono le forze che in essa s'intrecciano”.

Tuttavia, la nuova frontiera dell'economia mondiale, las Indias , ha per lungo tempo rappresentato non solo il momento di arrivo dell'iniziativa avventurosa dei viaggi di esplorazione, delle innovazioni tecniche ad essi collegate e delle scoperte geografiche, ma anche la base di partenza per la “conquista” di vastissimi territori e per la prevalenza di una stringente logica di predominio economico, secondo i canoni generali del mercantilismo. Sebbene il modello dell'economia atlantica avesse molti caratteri in comune con quello dei commerci e della navigazione mediterranei – tanto da far parlare dell'Atlantico come di una “estroflessione” del più antico Mediterraneo –, non si può sminuire l'importanza della novità, che si fondava sull'espansione degli scambi come grande leva per la connessione tra mondi tanto diversi, per la diffusione di un potente meccanismo di arricchimento. In particolare, lo schema della conquista prevedeva una crescita della prosperità a senso unico: i metalli preziosi – e, poi, le materie prime – importati dai territori d'oltreoceano in cambio di prodotti europei di scarso valore e bassa qualità, eccetto in rari casi, si indirizzavano inesorabilmente verso i paesi più fiorenti del vecchio continente, sostando solo nella penisola iberica, che fungeva da grande centro di intermediazione delle ricchezze europee.

Il mercantilismo, una dottrina priva di grandi e raffinate basi teoriche ma dotata di una solida concretezza e sostenuta da un successo indiscutibile nella pratica, riuscì ad imporsi come elemento connettivo di una lunga epoca storica, durata fino alle soglie della rivoluzione industriale. Nel corso di questo lungo periodo, l'economia si legò sempre di più al ruolo degli Stati, alla loro autorità assoluta e unilateralità di comando, alla loro capacità di commerciare i prodotti all'esterno dei confini nazionali, al protezionismo interno e alla propensione ad accumulare metalli preziosi. Tuttavia, in questo contesto generale, in cui ebbero origine e si consolidarono le politiche di potenza, con condizioni squilibrate ed estremamente propizie di guadagno, non scomparve il ruolo del fattore umano, che, anzi, venne esaltato dai traffici su larga scala e dall'attività di negoziazione tipica del commercio, anche quello delle grandi compagnie. Il mercante (che era anche banchiere, assicuratore, armatore, proprietario immobiliare e, spesso, imprenditore industriale o agricolo) non si limitò a sviluppare la sua abilità e competenza sul piano organizzativo, ma diventò un conoscitore delle tecniche e dei contenuti profondi della propria attività e delle altre in cui man mano si avventurava, alla ricerca di un ampliamento del proprio raggio d'azione, di una diversificazione dei settori d'iniziativa e di nuove possibilità di profitto. Dagli sforzi e dai risultati di questi uomini attenti, operosi e innovatori dipesero spesso le fortune di intere nazioni, la capacità di successo di una moltitudine di iniziative economiche, soprattutto di carattere privato. In una parola, l'affermazione del capitalismo commerciale.

Il commercio atlantico non è stato sempre uguale a sé stesso. Basti vedere il passaggio progressivo da una prevalenza assoluta dell'oro e dell'argento su ogni altra importazione, alla loro progressiva sostituzione con i prodotti e i materiali necessari per la produzione manifatturiera e, poi, industriale dei paesi europei. In questo modo fu messo in discussione il vecchio modello del pacto colonial , che prevedeva un meccanismo del tutto ineguale di scambio tra merci con divergente valore – anche per effetto della carenza di un'economia monetaria nei territori coloniali –, fino ad arrivare nel diciannovesimo secolo al suo definitivo superamento, perlomeno nelle forme più smodatamente oppressive. Nel corso dei secoli tra la scoperta dell'America e la rivoluzione industriale, lo spazio economico dell'Atlantico, il “mar delle Tenebre” 6, rappresentò – a cominciare dalla formazione della Carrera de las Indias – un grande strumento di integrazione tra culture diversificate e mondi distanti. Insomma, la scoperta di nuovi, immensi spazi geografici ha comportato, ben al di là degli effetti rovinosi della “conquista” e delle iniquità del sistema coloniale, un ampliamento inusitato delle relazioni sociali e del campo di attività umano, aumentando le opportunità di affermazione individuale e di crescita economica anche nei territori d'oltreoceano. Un processo di globalizzazione sicuramente controverso, ma talmente complesso da riuscire ad offrire un ambito del tutto nuovo ad ognuna delle forze in campo ai due lati dell'Atlantico.

La serie concatenata di eventi che ha portato alla realizzazione di quella che viene comunemente definita “rivoluzione industriale”, a seconda dell'orientamento interpretativo, può essere considerata come un fatto che inizialmente ha riguardato la sola Gran Bretagna o un insieme territoriale più esteso a livello europeo. Infatti, gli esponenti della new economic history , rivedendo la storiografia precedente, hanno proposto un quadro ampio – molto più sfumato –, sia in termini spaziali che cronologici, del passaggio dai periodi dell'espansione dei traffici commerciali, della “protoindustrializzazione”, delle trasformazioni agrarie, a quello dell'avvento dell'industrializzazione vera e propria. La “nuova storia economica” ha sostenuto l'idea di un processo graduale di industrializzazione, che non è stato limitato ad un unico paese, ma che ha fin dall'inizio interessato uno spazio geografico vasto, un sistema-mondo esteso e articolato. Quando Sidney Pollard (1984) ha evidenziato una netta distinzione tra l'Europa interna e quella periferica, individuando la prima come il luogo principale dell'avvio della trasformazione industriale, ha inteso delineare proprio questa originaria apertura ad una profonda innovazione economica da parte di un arco non limitato di paesi e di forze produttive.

Anche se si dovesse considerare un inizio più concentrato nello spazio e nel tempo, l'incedere del fenomeno dell'industrializzazione farebbe risaltare, in ogni caso, l'ampliamento delle opportunità economiche e del mercato, l'allargamento inusitato dell'orizzonte produttivo e territoriale entro cui si trovava ad operare una larga parte dell'umanità, perlomeno – in una prima fase – all'interno del continente europeo. La produzione su scala industriale, infatti, ha comportato diverse conseguenze, più o meno ravvicinate. Innanzitutto, la ricerca di mercati più vasti, una volta saturato quello interno dei paesi industrializzati; ma anche il passaggio dalle economie protette al libero scambio; la formazione e l'allargamento del capitale industriale, attraverso il processo di accumulazione; l'intensificazione massiccia delle attività di distribuzione collegate ai prodotti industriali, anche mediante nuove forme di subordinazione dei paesi meno sviluppati; fino all'insorgere delle prime crisi di sovrapproduzione, come segno folgorante del cambiamento di un'epoca 7. In una parola, l'affermazione e lo svolgimento del capitalismo industriale.

Il carattere espansivo dell'industrializzazione è apparso ancora più chiaro nel caso dello sviluppo successivo degli Usa, con il collegamento stretto tra questo fenomeno e il mito della “frontiera”, della conquista alle attività produttive di nuovi spazi – quasi illimitati – da parte dell'uomo. Del resto, il carattere globale di quest'ultima trasformazione è stato mostrato con estrema nitidezza dal passaggio di testimone nel ruolo di “paese guida” tra l'Inghilterra e gli Usa, come atto emblematico dell'affermazione di una nuova fase dell'economia mondiale e della tendenza ad una sempre maggiore interconnessione tra i diversi sistemi produttivi e commerciali. Infatti, quella che viene comunemente chiamata la “prima globalizzazione” (Fumian 2003), ovvero lo straordinario incremento del commercio mondiale della seconda metà del diciannovesimo secolo (O'Rourke, Williamson 2005), ha rappresentato l'effetto, al contempo, dell'avvento di una “seconda rivoluzione industriale” e della formazione di nuove potenze economiche mondiali, come la Germania e gli Usa, che contrastavano efficacemente il predominio britannico. Inoltre, la storia della seconda metà del ventesimo secolo – erede dei precedenti mutamenti, come di inestricabili conflitti –, seppure espressione di contrapposizioni e squilibri di fondo, ha presentato il carattere distintivo di una crescita integrata e di un'estensione continua delle relazioni economiche internazionali.

In conclusione, la globalizzazione, se corrispondono al vero le osservazioni fin qui effettuate, non è affatto una novità assoluta, ma può essere fatta risalire, sotto altre forme e dimensioni, anche a periodi molto lontani nel tempo. Inoltre, una più attenta valutazione del fenomeno sotto il profilo storico può rendere chiaramente intelligibile, oltre che la sua stessa evoluzione (Osterhammel, Petersson 2005), il quadro dei rischi e delle opportunità ad esso collegati. Il processo di integrazione e di globalizzazione non è di per sé un bene o un male. È il “luddismo” contemporaneo, sintomo non solo di un malessere di tipo conservatore, ma anche di un rifiuto ideologico e massimalista, a confondere l'orizzonte del futuro. È l'ottimismo esagerato e irrazionale dei navigatori del nulla, degli “ipertecnologi” e degli speculatori privi di ogni regola, a determinare un giudizio negativo sui processi di profonda trasformazione in atto. Tuttavia, ad un analista non sfornito di capacità di approfondimento e di spirito critico appare del tutto plausibile che il mondo autoritario e illiberale di Orwell (1950) resti confinato a lungo in un bellissimo romanzo 8. Per di più, se la “nuova economia” e – parafrasando Huxley (1933) – il “mondo nuovo” che ne deriva dovessero essere contraddistinti più dallo sviluppo delle conoscenze che da quello dei meri profitti, il paradigma innovativo sarebbe del tutto inequivocabile. Tuttavia, siccome sono state proposte semplicemente alcune considerazioni sull'evoluzione del processo di globalizzazione, possiamo limitarci a considerarlo come un esito non isolato della storia complessa dell'umanità, avendone esaminato la natura generale e la diversità dei caratteri in distinte epoche, senza esprimere alcun giudizio definitivo di valore. Un'analisi di questo tipo potrebbe già servire a chi ne ha interesse, i più giovani soprattutto, per esprimere una valutazione maggiormente ponderata del fenomeno – rispetto a quelle correnti – e a intraprendere un autonomo sforzo di analisi e di riflessione. In ogni caso, si può partire da queste considerazioni, per costruire una visione un po' meno angusta della realtà odierna, delle contraddizioni, ma anche delle occasioni, di cui siamo partecipi nella nostra epoca: infatti, solo attraverso la ricerca di una larga prospettiva è possibile una comprensione della storia à part entière . E tutti sappiamo quanto sia importante, ad esempio, disporre di strumenti per collocare le vicende del nostro paese, del Mezzogiorno in particolare, in uno scenario che non può più essere racchiuso neppure nella nuova Europa, ma richiede una moderna capacità di pensare e operare in termini globali. Da cittadini a pieno titolo di questo sempre più ampio e complicato mondo.





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Autore Lepore Amedeo
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