N. 15 - Novembre 2007


ISSN 1720-190X





Dino Mengozzi

Un corpo grande come l'Italia
La moltiplicazione del corpo di Garibaldi e le reliquie di cenere



 

La storiografia recente ha iniziato a studiare il funzionamento del sistema immaginario che ruota intorno al Garibaldi 1. Con una ripresa degli approcci culturali, gli studi si sono incentrati sul tema della fama come problema (Lucy Riall 2007) e sull'offerta di sé come dato formativo della politica nazionalista, che cerca la propria sacralizzazione – come ha chiarito Alberto Mario Banti (2007) – con il richiamo al modello scritturale del martirio e del sacrificio. Questa via nuova, che ripercorre l'intreccio fra politica e religione da un lato e tra popolarità e aspettative pubbliche, dall'altro, pone ulteriori domande in merito al sistema delle relazioni di Garibaldi. Luigi Mascilli Migliorini (2007, 129) ha posto l'accento sul tema dell'autorappresentazione di Garibaldi, che gli assicura la durevolezza del mito e la partecipazione a una “battaglia politica che egli immagina, e non del tutto a torto, ancora aperta e imprevedibile nei risultati durante il primo ventennio unitario”. Angelo Varni (2007, 144-149) ha colto il riferimento a Cristo e alle leggende popolari, in cui Garibaldi appare trasfigurato in figura mitica, confermata dai riferimenti retorici che mettono in atto le celebrazioni che si susseguono fitte fra Otto e Novecento.

In questo quadro il sistema delle relazioni garibaldine pare a noi che s'incentri intorno a un sistema relazionale, arcaico e moderno allo stesso tempo, mantenuto vivo attraverso lo scambio di reliquie. Molte le facce del fenomeno, naturalmente. E saremo costretti a semplificare drasticamente. In primo luogo, le reliquie garibaldine partecipano d'un sistema simbolico e linguistico para religioso e politico religioso, in concorrenza con quello in vigore, alimentato soprattutto dalla Chiesa cattolica. La quale era tornata con forza all'uso delle reliquie, a partire almeno dagli anni '30 del XIX secolo, per risacralizzare la società, dopo la dissacrazione compiuta dalla Rivoluzione francese (Boesch Gaiano 1999; Verucci 1999). In questa economia l'uso delle reliquie si ampliava. Esse invadevano anche la vita privata, come “reliquie sentimentali”, e la pedagogia politica del governo – a fine secolo – con la costituzione dei musei del Risorgimento (Baioni 1994). In secondo luogo, le reliquie accompagnano e caratterizzano il mito garibaldino fin dal rientro in Europa dell'Eroe e gl'impongono – quasi automaticamente – un principio relazionale essenziale: l'economia del dono. Le reliquie, infatti, non si comprano, ma si regalano, almeno fino a quando non si mutano in cimeli e souvenir.

Reliquie laiche ed economia del dono

Garibaldi è stato un abile fabbricatore di reliquie. Ha usato le reliquie per moltiplicare il proprio corpo, lasciando in dono il mantello, gli stivali, il berretto, il sigaro, la spada, ciocche di capelli, e altro ancora, in segno di gratitudine o su richiesta. Raccontava l'ultima figlia che la madre conservava di lui anche i ritagli delle unghie. Le sue lettere manoscritte bastavano a ripagare i donatori dei regali inviati a Caprera. Le fotografie firmate finivano spesso in cornice ad ornare le case degli amici e soprattutto sui muri delle sedi delle associazioni che gli avevano inviato omaggi. Tanto attaccamento conferma che anche per i laici le reliquie esprimono forme di culto. In certi casi, sono servite a sdrammatizzare il proprio viaggio nell'aldilà, come lascia credere il gesto del garibaldino dottor Timoteo Riboli, che alla sua morte, per suo desiderio, venne vestito con la camicia rossa, e gli fu collocata sul petto una piccola urna di cristallo contenente le fotografie di Garibaldi, Mazzini, Avezzana e Molbitz (“L'Illustrazione italiana” 1895). In altri casi sono state spedite a consolare le famiglie dei caduti delle imprese garibaldine. In una bella stampa genovese del 1871, con le reliquie (il sangue) dei martiri delle sue battaglie, un Garibaldi-Battista battezzava il Cristo-popolo italiano Più in generale, le reliquie garibaldine hanno testimoniato prese di posizione, specie fra i non letterati, disegnato parentele politiche e sacralizzato luoghi.

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1. Stampa a colori in “La Maga, giornale politico-satirico-infernale con caricature”, Genova, 24 giugno 1871, in Fondo Piancastelli, Biblioteca comunale di Forlì.

Al sistema delle reliquie è connessa l'economia del dono. Questo sistema relazionale attraversa anche la storia del Novecento, come testimonia il caso dell'occupazione di Fiume da parte di D'Annunzio e, in seguito, la vita di diverse comunità anarchiche (Salaris 2003, 133-135, 150-151). L'economia del dono, come viene definita dagli antropologi, è fondata sul valore simbolico delle merci, e scarta dal valore economico, per valorizzare la socialità. In questo senso non sbagliava il campione del self-help italiano, Michele Lessona (1869, 415; Lanaro 1988), a inserire Garibaldi tra i suoi esempi di uomini eccellenti, ma non per le fortune economiche, bensì per essersi elevato “dall'umile stato in cui nacque” a “sublime altezza”, trascurando ogni relazione con l'economia monetaria. La politica del dono, tuttavia, non è gratuita, ma risponde a una logica di inclusione ed esclusione. Garibaldi è selettivo: accetta solo certi doni, quelli stimati come ricevibili moralmente, che non intaccano la sua reputazione. Sa che l'accettazione di un dono è anche una forma di legittimazione del donatore. Non accetta doni dal re e dai governi dell'Italia unita sotto forma di prebende e pensioni, il che lo riconferma all'opposizione prima e nella strategia di delegittimazione degli avversari politici poi.

Solo negli ultimi anni si piegherà ad accogliere l'assegno governativo, nel 1876 con la Sinistra al governo, ma lo farà a malincuore. Il ministro degli Interni Nicotera e i famigliari – scriverà il biografo garibaldino Guerzoni (1882, 595) – gli rapirono la “gloria del morir povero”. Già le prime narrazioni agiografiche mostravano il drammatico contrasto fra lo stato di povertà in cui l'eroe era costretto a vivere, con la famiglia, in Sudamerica, e lo sdegnoso rifiuto delle generose offerte in denaro fattegli dal generale Rosas (Sacerdote 1933, 9; Scirocco 2004). Va da sé che anche in Italia, nel bilancio fra il dare e l'avere, il mito garibaldino colloca l'eroe sempre dalla parte di quest'ultimo, a partire dall'episodio maggiore. Fatto al re Vittorio Emanuele il dono più grande (un regno), Garibaldi se ne ripartiva da Napoli rifiutando ogni compenso. Il copione si ripeterà troppe volte per essere frutto del caso. Nella campagna dei Vosgi, dopo aver messo a disposizione della Francia “quel che resta” del suo corpo, ancora Garibaldi ripartiva senza accettare nulla per sé e per i suoi. Di fatto, un dono rifiutato segna una distanza. E il gesto sembra cercato per rimarcare l'irriducibilità di Garibaldi e lo spazio della sua indipendenza. Ma il rifiuto è senz'altro funzionale a porre sulla bilancia l'altro piatto del mito garibaldino: il rapporto fra gratitudine e ingratitudine. Non occorre insistere su questo tasto. Si sa quanto la polemica antimoderata dei radicali abbia fatto perno sulla mancata gratitudine. S'incaricherà di tenerla a mente la canzone, forse la più nota, “Garibaldi fu ferito”, paradigma di un fantasma non pacificato e di lunga durata (Isnenghi 2007).

Che l'economia del dono appartenga, per molti versi, anche a Garibaldi, non deve sorprendere. Benché egli fosse propugnatore della proprietà privata, al punto di dissociarsi su questo tema dai dettati dell'Internazionale, alla quale aveva dato la sua adesione, Garibaldi sembra privilegiare, tuttavia, un sistema di relazioni non monetizzate, che fa del dono il centro d'una comunità di “devoti”. Come le reliquie, infatti, il dono affratella.

La stessa economia di Caprera è retta in gran parte sul sistema del dono. Se Garibaldi aveva acquistato la prima metà dell'isola, grazie all'eredità lasciatagli dal fratello, la seconda metà gli era stata regalata, con il concorso di ammiratrici e ammiratori, dalla ricca e colta ereditiera inglese, Emma Roberts, fidanzata di un breve periodo, nel 1854. E un fiume di doni raggiunse in breve Caprera. Sono semi e pianticelle di fiori, di cui sono prodighe le molte ammiratrici. Sono macchine moderne per l'agricoltura, per il mulino, per l'acqua dolce, una carrozza e una barca. Perfino la casa di ferro, prefabbricata, è un omaggio. Ma che dire del monte di lavoro di cui beneficia il Cincinnato e che farà dello scoglio arido una fattoria modello? Sono garibaldini di ogni dove, che per stare vicini al loro idolo, si fanno agricoltori, pastori, cacciatori, agronomi, medici. Un dato numerico potrebbe dare la dimensione della corsa a Caprera. Nell'inventario post mortem di Garibaldi figurano ben sessanta strumenti fra zappe, mazze e arnesi per l'agricoltura (Ans 1882).

Corpo reliquia

Alle reliquie usate da Garibaldi, il suo corpo ha prestato sacralità. Da quel corpo deriva non solo il fascino estetico-erotico di cui si è parlato (Riall 2007, 411-412; Hughes-Hallet 2004, 341), bensì l'aspettativa del miracolo, della guarigione, della protezione e perfino l'invulnerabilità. La ferita di Aspromonte, però, la lunga convalescenza, l'invalidità permanente all'uso del piede, e la sconfitta di Mentana nel 1867 mettevano l'eroe di fronte al limite fisico del suo proprio corpo. Garibaldi iniziava, così, una serie di metamorfosi, che possiamo solo accennare. Dapprima egli lo trasformava in “corpo di carta”, facendone il protagonista del romanzo dell'epopea garibaldina, portatore di contenuti sempre più critici verso le istituzioni nazionali, la monarchia, il governo e la Chiesa. Nel contempo Garibaldi lo esibiva come martirizzato, attraverso una serie di viaggi, da Milano a Palermo, già quasi postumo a se stesso (Riall 2007, 448). Infine dettava una speciale regia per fare di quel corpo un “corpo di cenere”, per l'ultima dipartita. E intorno a quest'ultimo gesto dovremo soffermarci e privilegiare un approccio attento alla cronologia, per cogliere le intenzioni, anche implicite contenute nei testamenti, sperando che possano raccontarci qualcosa su “quale Garibaldi” egli pensava di consegnare ai posteri e come. La fonte principale è costituita da almeno quattro testamenti più una manciata di lettere ad amici e famigliari, che Garibaldi stese a partire dal ritorno dall'avventura francese, nel 1871, fino a pochi mesi dalla morte.

Testamenti e trattamento del corpo

La costante di fondo dei testamenti di Garibaldi è senz'altro il nesso fra lascito politico e trattamento del corpo, dove il corpo sembra l'esempio che deve dare “verità” delle affermazioni politiche. Tocca al corpo, insomma, fungere da valore esemplare di sincerità, autenticità, specie in materia di polemica antireligiosa e anticlericale. Garibaldi ha mal accolto il principio cavourriano di libera Chiesa in libero Stato e dopo la presa di Roma ha finito col rigettare la legge della guarentigie (Riall 2007, 448). Con i Mille proclamava l'abolizione dell'articolo 1 dello Statuto Albertino, che faceva del cattolicesimo la religione dello Stato. Nei testamenti, come per altro esemplificava nel romanzo Clelia, Garibaldi si preoccupa di espellere la Chiesa e i sacerdoti dalla pratica dei sacramenti, nel matrimonio, nell'agonia e il funerale. La parabola delle sue convinzioni religiose aveva accompagnato il progressivo inasprirsi del suo anticlericalismo politico (Grévy 2001, 293-302). Se per un lungo tratto l'anticlericalismo era andato di conserva con la ricerca del “vero messaggio” cristiano, al di fuori del clero e del papa, nell'ultimo periodo della sua vita Garibaldi piegava sempre più a forme di scetticismo panteista, nelle quali l'idea di Dio si confondeva con quella di spazio e di infinito, accarezzando forme di materialismo o “naturismo”.

Le raccomandazioni sugli ultimi istanti riflettevano la volontà di Garibaldi di farsi leader di un laicismo acceso riecheggiando le polemiche sostenute soprattutto dal movimento del Libero pensiero, a proposito delle violazioni perpetrate dai preti durante l'agonia (Degl'Innocenti 1983, 85, 99-101) 2. La scena del capezzale era difatti cruciale per l'impenitenza finale (Mengozzi 2000, 185-226). Testimonianza ultima della saldezza della propria fede politica o pentimento: questa l'alternativa, che allarmava laici e clericali. Questi ultimi, mobilitati dalle gerarchie clericali per confermare la “grazia visibile”, cioè la confessione e l'assoluzione, gli altri, gli impenitenti a fare muro intorno al moribondo, per vigilare contro possibili, improvvidi “pentimenti”, che poi avrebbero compromesso il funerale pubblico senza preti. Per premunirsi, i laici avevano elaborato una loro versione dell'agonia, caratterizzata dalla debolezza del corpo e dello spirito, di cui avrebbe profittato il prete. La versione serviva sia a rinforzare la polemica anticlericale, perché il prete profittatore avrebbe anche carpito beni materiali, sia a rinforzare una soglia piuttosto indifesa. Non solo perché i laici non disponevano di un apparato rituale paragonabile a quello della Chiesa (visita, paramenti, olio santo, preghiere, confessione e assoluzione), ma perché erano spesso insidiati dalle spinte conformiste provenienti dalle famiglie, cui premeva spesso un atto di riconciliazione comunitaria. Senza dire che in questo sistema di rappresentazioni, morire da impenitente, specie per la galassia radicale, alludeva a una morte virile, da coraggiosi, che non si lasciavano intimidire dal memento mori. Non era stato del tutto all'altezza Mazzini, con le ultime invocazioni a Dio, e meno lo sarà il re Vittorio Emanuele chiedendo la visita di un chierico (Mack Smith 1993, 316; Levra 1992, 3-35).

“Siccome – si premuniva Garibaldi con il testamento del 1872 – negli ultimi momenti della creatura umana – il prete profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo; e della confusione che sovente vi succede – s'inoltra, e mettendo in opera ogni turpe stratagemma – propaga coll'impostura in cui è maestro che il defunto compì – pentendosi delle sue credenze passate – ai doveri di cattolico – In conseguenza io dichiaro: che trovandomi in piena ragione oggi – non voglio accettare in nessun tempo, il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d'un prete – che considero atroce nemico del genere umano e dell'Italia in particolare” (Garibaldi 1998a). Ma la premessa-petizione non si arrestava alla rivendicazione della libertà di coscienza, ma rivendicava del pari la proprietà del proprio corpo e la libertà di disporne: “e credo d'aver il diritto di poterne disporre – scriveva –, avendo propugnato tutta la vita il diritto dell'uomo”. E questa petizione non poteva che essere indirizzata allo Stato-nazione e alle possibili pretese che avesse potuto avanzare sul corpo dell'eroe. Dunque, una doppia rivendicazione liberale domina la mente di Garibaldi quando pensa alla sua ultima scena. Vuole essere libero da possibili intromissioni della Chiesa o dello Stato, per compiere un gesto “esemplare”: essere arso sul rogo.

Rogo non cremazione

La cremazione, a quel tempo, era illegale in Italia e tale resterà fin oltre la morte di Garibaldi, nel 1888. Sostenuta da un vario e composito schieramento radicale, che comprendeva seguaci del movimento del Libero pensiero, massoni, materialisti, igienisti, utilitaristi, propugnatori dell'idea di morte uguagliatrice, la cremazione non ebbe, com'è noto, molto seguito in Italia. Ostavano alla sua espansione diversi fattori, dal timore della cancellazione di prove legali per le indagini penali all'opposizione recisa della Chiesa cattolica, che – in certe ali – paventava la scomparsa dei cimiteri e la caduta della credenza nella risurrezione dei corpi (Luzzatto 2001, 123; Novarino, Prestia 2006; Conti, Isastia, Tarozzi 1998). Non sarà molto frequentata neppure dai partiti laici alla fine del secolo, repubblicani, radicali e socialisti, per i quali la presenza del corpo del defunto era essenziale per richiamare le masse ai funerali politici e anticlericali. Benché non amata dagli stessi laici, tuttavia, la cremazione restava un soggetto di grande efficacia polemica, per designare schematicamente la modernità e il progresso contro la conservazione e il tradizionalismo. Per quanto i cremazionisti abbiano finito col metterlo sulle loro insegne, a scopo propagandistico, in realtà neppure Garibaldi amava quella soluzione. “Voglio essere bruciato: bruciato e non cremato capite bene. In quei forni che si chiamano Crematoi non ci voglio andare. Voglio esser bruciato come Pompeo, all'aria aperta”, così scriveva all'amico dottor Fazzari ai primi degli anni '70 e non cambierà idea neppure in seguito (Guerzoni 1882, 614). Non cremazione, dunque, ma rogo.

Che per Garibaldi rappresentava, come s'è visto, la ripresa di tradizioni più antiche di quelle della Chiesa, così da soddisfare il suo anticlericalismo, con un rituale già riportato in auge dalla sensiblerie romantica. Nel 1822 Byron aveva arso sulla pira le spoglie dell'amico Shelley, in riva al mare nella Baia di Lerici, con l'aggiunta di profumi, incenso, olio, sale, vino, seppellendo poi le ceneri a Roma, presso le mura Onoriane. Non era un precedente di poco conto, se lo ricordava la garibaldina e intima del generale Jessie White Mario, confermando la persistenza di simili referenze nell'immaginario della sua cerchia di amici (White Mario 1986, 588). Ma – chiese il dottor Prandina a Garibaldi – “E se per disgrazia moriste sul continente, lontano dalla vostra Isola?”. “Non importa – fece il Generale – mi caricherete sopra una barca, mi condurrete alla Caprera, e mi brucerete come v'ho detto” (Guerzoni 1882, 615).

Caprera tempio

Caprera, dunque, ovvero lo spazio della santità del grand'uomo. Isola selvaggia, solitaria, scoglio di granito, pelata: le definizioni che ne danno i visitatori negli anni '50 e i primi del '60, esaltano il contrasto fra il luogo impossibile e l'opera di bonifica condotta da Garibaldi, che esce così ingigantita dal tentativo di piegare la natura. Per altro il confronto con la natura selvaggia, da parte dell'eremita, è quanto sacralizza il suo corpo, che in un luogo di penitenza ricerca la propria perfezione. Nelle agiografie dei santi si parla – in proposito – di “martirio incruento”, quale canone di santificazione (Boesch Gajano 1999, 56-57). E come uno di loro, secondo molti resoconti di visitatori tornati sul continente estasiati, Garibaldi fa zampillare acqua dolce, sposta massi e frantuma pietre, fa crescere alberi da frutto e grano sui nuovi campi, raccoglie e addomestica bestiame. “Questi lentischi, questi ginepri, questi alberi da frutto, ospiti di Caprera e fin questi macigni hanno un'anima. Sarà rudimentale, ma è un'anima”: così Garibaldi si confidava con l'amico Curatolo, aggiungendo un tocco di spiritualità animista (Curatolo 1930) 3. E ancora in Clelia tracciava le caratteristiche ideologiche e religiose della sua isola utopica: “L'assenza dei preti è la maggior benedizione dell'isola. Dio vi si adora come si deve, col culto dell'anima, senza sfarzo, nel grandioso tempio della natura che ha il cielo per volta e gli astri per luminari” (Garibaldi 2006, 162).

Un corpo di carta

Nel “tempio” della sua Caprera, dunque, doveva svolgersi il rogo della spoglia. Però, se l'idea del rogo aveva preso forma ai primi degli anni '70, come si è visto, era solo fra il 1876 e il 1877 che la pira figurava al centro di una scena definita in ogni dettaglio 4. Garibaldi ne scriveva la regia con un nuovo testamento, un testo destinato a rimanere inedito fino al 1998. Varrà la pena di rileggere l'intero passo che c'interessa. “Il mio cadavere sarà cremato in un angolo di quest'isola alla distanza di circa 150 metri da questa casa, a sinistra della strada che mena alla marina verso tramontana – su quattro piccoli pilastri – sarà collocato un piccolo lettino di ferro – quello che passa per la porta della mia stanza – formando in tutto l'altezza di circa un metro e mezzo – da potervi formare al disotto una catasta competente di legna di Caprera – tutta aromatica – sopra il lettino di ferro la bara, non coperta – poiché: “l'occhio dell'uom cerca morendo il sole / E fatti l'ultimo sospiro mandano i petti alla fuggente luce”. Ben cremato il corpo – si raccoglierà un pizzico di cenere – poco importa sia essa mischiata colla cenere di legna – giacché tutta l'importanza della cerimonia consiste nell'immaginazione. E cotesto pizzico di cenere sarà collocato in un foro praticato nell'urna della tomba delle mie bambine – e quindi chiuso” (Garibaldi 1998b) 5. La stesura è definitiva. Garibaldi interverrà ancora sul copione, negli anni, con piccole aggiunte e pentimenti, ma senza modificarne la struttura portante.

Il testamento del 1876-77 segna senz'altro un'accentuazione radicale sotto il profilo religioso e politico. La confusione delle ceneri sue con quelle dei legni di Caprera, la negazione della tomba individuale, il tempio della natura, erano tutti elementi che isolavano sempre più Garibaldi nella sua esemplarità. Le volontà politiche non erano da meno, come si vedrà, e portavano a un'estrema tensione lo stesso foscolismo, di cui pure si diceva seguace fervente. Colpa di un corpo ormai immobilizzato dall'artrite? Per certi versi i destini si ripetevano. Foscolo aveva subito la delusione della normalizzazione melziana. Con i Sepolcri, pubblicati nel 1807, il poeta aveva offerto la via di un'accettazione della recente sconfitta della rivoluzione mediante una poesia che portasse al futuro, alle nuove generazioni, l'età dell'epica e delle grandi speranze (Cerutti 1992, XVI-XVII). Garibaldi, però, per quanto deluso dalla politica parlamentare, non era un poeta né scriveva per formare un'epica distaccata dall'azione. Un'epica garibaldina sì, delineava con i suoi romanzi, ma che fosse efficace nel presente. Un “corpo di carta”, s'è detto, ma da spendere come un partito politico. Ha mostrato Lucy Riall quanto egli abbia inciso, dopo il 1870. Con i suoi compagni radicali, Garibaldi affermava di rappresentare il Risorgimento. “Essi parlavano in nome della “vera” Italia che era stata tradita ed esclusa da un governo debole e disonesto”. Il quale era colpevole anche di aver rinunciato a combattere il clericalismo, lasciando libera la Chiesa di corrompere il popolo italiano (Riall 2007, 468-469).

Riprendere la rivoluzione, allora? Garibaldi spiegava nel testamento del 1876 che essa era il suo lascito, perché – scriveva – “senza la rivoluzione è impossibile rimediare ai mali dell'Italia”, ma non nell'immediato.

Se la rivoluzione sarebbe follia oggi, scriveva, “essendo il Dispotismo europeo fortissimo”, le monarchie però sono “suscettibili d'imprevedute rovine” e la rivoluzione “è latente nel seno degli stessi colossali imperi”. Nell'immediato essa sarebbe fuori tempo anche in Italia e rischierebbe di compromettere la “quasi Unità patria”. “Dunque rivoluzione – ma aspettare un'occasione propizia per attuarla”, concludeva al punto 25 del testamento. In quest'ambito, Garibaldi si ritagliava il ruolo di cantore dell'eroismo, riproponendo le sue “egregie cose”, allo scopo di mantenere attivo il “partito” garibaldino. E ai suoi eroi, morti e vivi, il Generale dispensava l'immortalità, mediante una minuziosa rievocazione di nomi e luoghi. Anzi, ne faceva occasione di critica dei governanti, che li avevano dimenticati o non avevano reso loro adeguata sepoltura. Seduto sull'altare del “giudizio”, Garibaldi parlava al presente ma in nome della posterità, che sentiva dalla sua parte, futura giustiziera. Processava su questo metro il passato nazionale, sia per le occasioni perse sia per il molto di più che avrebbe potuto dare, se solo si fosse dato maggiore confidenza a lui. Il gioco si spostava nel futuro. Al presente il corpo dell'eroe era immobilizzato dall'artrite. Mantenere fresche le memorie, come intatte reliquie, poteva costituire un'assicurazione. “Sol chi non lascia eredità d'affetti / Poca gioia ha dell'urna”, ripeteva alla figlia Clelia. E in quegli “affetti” senz'altro metteva tutto il suo mito.

Un corpo di cenere

Ma se i romanzi di Garibaldi chiedevano riguardo e omaggi per i garibaldini caduti, quale destino riservare al corpo dell'eroe, dopo che la morte sia venuta a prenderselo? I testamenti non permettono una risposta chiara. Garibaldi è incerto su questo punto. La vista dell'“immortale Pantheon” a Roma lo aveva punto d'emozione in Clelia (Garibaldi 2006, 121). Però nessuna disposizione ha lasciato in merito, neppure in confidenza agli intimi. Nel Carme alla morte, coevo a Clelia, aveva accarezzato anche l'idea di essere sepolto a fianco dei suoi garibaldini. In altri versi del Carme prefigurava un masso di Caprera che ricopra le sue spoglie. Nel primo testamento (1872) aveva disposto che “un po' delle mie ceneri”, raccolte in una “bottiglia di cristallo”, fossero collocate a Caprera “sotto il mio ginepro (di Fenicia) favorito – a sinistra della strada che scende al lavatoio” (Garibaldi 1998a). Nel 1876-77 un “pizzico di cenere sarà collocato in un foro praticato nell'urna della tomba delle mie bambine – e quindi chiuso” (Garibaldi 1998b). Dimenticava del tutto il destino delle ceneri nell'appendice al testamento del 1881, correggendosi poi dopo un paio di mesi, con una lettera alla moglie, nella quale Garibaldi diceva che le ceneri sue e quelle di lei sarebbero state messe insieme in “una piccola urna di granito”, da collocare vicino al sarcofago delle loro bambine (Garibaldi 1998c, 1998d).

Per altro Caprera non disponeva di un cimitero. Quando Garibaldi s'interessò per costruirne uno, nel 1858, gli fu risposto negativamente da Rattazzi, che gli ricordò che avrebbe potuto servirsi di quello dell'attigua isola della Maddalena (Sacerdote 1993, 548). Al solito, Garibaldi agirà per conto suo. L'occasione venne al generale dalla morte della piccola figlia Rosa nel 1870. Al ritorno dalla campagna dei Vosgi rifiutava di consegnare il corpo al cimitero maddalenino collocandolo in un “sepolcreto”, sotto l'albero d'acacia da lui piantato anni addietro nei pressi della casa. Il luogo era poi definitivamente confermato con l'aggiunta, quattro anni più tardi, del corpo di Anita, la figlia giovinetta affidata improvvidamente alle cure di Speranza von Schwartz.

Caprera si conferma nell'immaginario garibaldino come entità unica, fattoria e sepolcro per gli uomini e gli animali. Sulla tomba della cavalla Marsala Garibaldi collocherà una lapide e con gli stessi marmi avanzati dalla costruzione del sepolcro dell'animale costruirà i sepolcri per le figlie, Rosa e Anna. Anche l'episodio delle due capinere, che gli fanno visita sul davanzale della camera, negli ultimi momenti di vita, e che lui interpreta come anime delle sue bambine venute a prenderlo, conferma questo quadro di sensibilità.

Sorta di esito “francescano” del foscolismo, dovuto a un'idea di morte egualitaria, che Garibaldi ha tracciato a partire dal Carme e dai romanzi. Il foscolismo di Garibaldi spiritualizza e semplifica il sepolcro, in polemica con lo sfarzo e l'idea di una morte “barocca”, che stava prendendo piede fra i ceti benestanti nell'Italia unita. È dall'unificazione, non si dimentichi, che inizia la costruzione dei cimiteri comunali. I quali divengono, in breve, per l'opinione radicale, luoghi di ostentazione delle nuove gerarchie sociali della ricchezza piuttosto che dei meriti patriottici. Garibaldi, dunque, si proponeva di dare ancora l'esempio: in primo luogo ribadendo il criterio della semplicità del suo sepolcro: prima una “bottiglia di cristallo” poi “un'urna qualunque”, come scriverà tornandovi sopra. In secondo luogo con la richiesta di un sepolcro semplice “segno” d'individualità: “Un sasso! / Che distingua le mie dall'infinite / Ossa che in terra e in mar semina morte”, secondo l'epigrafe foscoliana messa al capitolo La sepoltura, del romanzo Clelia (Garibaldi 2006, 229) 6. E questo “segno” egli vuole posto nel tempio della natura, di cui Caprera è una virtuosa manifestazione e ancor più virtuosa perché rispondente alla volontà fecondatrice del suo Cincinnato. Non a caso il ginepro di Fenicia, sotto il quale collocare le ceneri della pira, si trovava sulla strada del “lavatoio”, che conduce alla Fontanaccia ovvero la zona preferita delle occupazioni agricole di Garibaldi, fra i suoi campi e le piante da frutto.

Là aveva previsto la pira per sé e finirà col costruirla con l'aiuto della governante.

Un corpo reliquia

Due concetti di corpo reliquia si scontrarono intorno al corpo morto di Garibaldi, a partire da quel fatale 2 giugno 1882, l'uno “concretista” e l'altro spiritualizzante. Garibaldi disegnando il suo “corpo di cenere” aveva inseguito un'ascesi panteista, dove il fuoco di legni aromatici richiamava l'incenso di una messa laica in Caprera, tempio della natura. Tanto più che la cenere, come vedremo, gli avrebbe permesso una maggiore libertà di manipolazione del proprio corpo, anche al di là della morte. I seguaci, invece, “concretisti”, non seppero andare oltre il corpo-reliquia, imbalsamato, per il quale intravidero forse vantaggi di “partito” derivanti dal culto, che ne sarebbe seguito. Anche nell'ipotesi della cremazione, che pure fece la sua timida comparsa subito dopo il 2 giugno, essa sarebbe stata quanto meno parziale. A dire di Crispi, numerosi sindaci e “cittadini, desolati al pensiero della cremazione, invocarono che fosse almeno conservato il cuore di Garibaldi. Altri domandavano il cuore e la testa; altri la destra e la testa” (Crispi 1882a, 303) 7.

Comunque sia, si sa come le cose andarono. Radunatosi in Caprera una specie di consiglio di famiglia, al quale erano presenti, oltre la moglie e i figli, Francesco Crispi, Alberto Mario e i medici Enrico Albanese e Achille Fazzari, non si tenne conto delle volontà del defunto e a maggioranza si decise d'imbalsamarne il corpo e di seppellirlo provvisoriamente a Caprera, “lasciando al Parlamento di decidere quale ultima dimora gli dovesse essere destinata” (Guerzoni 1882, 616). Naturalmente il provvisorio divenne definitivo, benché al seguito di infinite polemiche. Il sepolcro di Caprera verrà poi confermato da un voto del Parlamento nel 1905. Interveniva allora il presidente del Consiglio, on. Fortis, che con piglio deciso ribadiva: “Dopo tanti anni trascorsi dalla morte del Generale si domanda: le sue ceneri possono essere rimosse dal luogo ove si trovano per altra destinazione? Io rispondo che il Governo non lo consentirà” (Fortis 1993, 311; Malfitano 2000) 8.

Nell'immediato fu soprattutto Crispi a essere preso di mira. Massone in vista, fra i primi a mettere piede sull'isola, venne ritenuto inviato del governo, per eludere le ultime volontà di Garibaldi. In effetti, ebbe un ruolo di primo piano per far prevalere la tesi dell'imbalsamazione. Non perché inviato del governo, ma perché aveva guadagnato uno speciale ascendente sulla famiglia Garibaldi in ragione di un evento privato. Egli era stato uno dei principali artefici, due anni prima, dello scioglimento del matrimonio fra Garibaldi e la marchesa Raimondi, permettendo così all'Armosino di regolarizzare la sua situazione. Era lo stesso Crispi a svelare questi particolari nel necrologio consegnato alla “Nuova Antologia”, dove – a conferma – pubblicava anche una lettera inedita di ringraziamenti speditagli dallo stesso Garibaldi (Crispi 1882b) 9. “Quando fui a Caprera pei funerali del compianto Eroe – scriveva Crispi – la vedova mi volle nella sua camera per dirmi, che egli le aveva raccomandato più volte di ringraziare gli amici di quello che avevano fatto per la sua famiglia” (Crispi 1882b). Dunque, non s'inventa nulla se si ritiene il ruolo di Crispi fondamentale nel fare pendere la bilancia verso l'imbalsamazione, come per altro avevano intuito i partigiani del rogo.

Varie le ragioni addotte da Crispi a favore della conservazione del corpo dell'eroe: la mancanza sull'isola della necessaria attrezzatura, il ribrezzo per l' “arrostimento” e il troppo tempo che avrebbe richiesto, la profanazione derivante dalla miscela delle ceneri dell'eroe con quelle della legna. Poi sulle pagine del suo giornale “La Riforma” si spingeva anche oltre contrapponendo alla cremazione, eguagliata alla distruzione della spoglia, un uso religiosamente laico e patriottico, per le “masse impressionabili”, del sepolcro di Garibaldi. Come ha ben visto Sergio Luzzatto, l'imbalsamazione di Garibaldi, nelle intenzioni dell'ex garibaldino, avrebbe fatto dell'isola di Caprera una fascinosa meta di pellegrinaggio, che si sarebbe aggiunta allo Staglieno di Mazzini e al Pantheon di Vittorio Emanuele II per completare la triade nazionale dei luoghi sacri: “questi, i templi a cui dobbiamo – concludeva Crispi –, con solennità sincere e dignitose, dirigere d'ora innanzi le popolazioni italiane” (Luzzatto 2001, 129).

I fautori del rogo erano pochi e divisi al loro interno, e destinati a perdere di mordente man mano che il tempo s'incaricava di compiere, lentamente, ma l'argomentazione era speciosa, l'opera del fuoco. Essi incolparono i “politicanti”, ma per molti, come lo stesso Guerzoni, il sostegno al rogo era, in verità, soltanto di principio e si basava sulla contestazione che le spoglie di Garibaldi fossero sottratte alla sua sovranità per essere avocate alla nazione (Guerzoni 1882, 615; Mack Smith 1993, 246). Di fatto i democratici, i radicali, per amore della reliquia, si lasciarono sequestrare il corpo dell'eroe. Nel “consiglio di famiglia”, come s'è visto, aveva votato per la conservazione del corpo anche un leader dei democratici come Alberto Mario. Sepolto sotto un masso di quattro tonnellate verso la fine di giugno del 1882 e costantemente vigilato da militari, il corpo dell'eroe divenne nell'immediato oggetto di una “guerriglia” fra i prefetti e i “rossi”. Pressoché a ogni pellegrinaggio il ministero dell'Interno paventava la marcia degli estremisti, che si sarebbero impossessati della reliquia per compiere le ultime volontà di Garibaldi dandola alle fiamme. Per reazione il masso sul sepolcro fu saldato al sarcofago con chiavi di ferro e lo stesso luogo della pira venne nascosto, anzi falsificato.

Invenzione di un sito: il pino

Chi sfogli le cartoline storiche del museo di Caprera ne troverà almeno un paio aventi per didascalia Pino e luogo prescelto da Garibaldi per la sua cremazione

 

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2. Cartolina postale, Caprera, dal timbro 1905 ca. Pino e luogo prescelto da Garibaldi per la sua cremazione .

3. Cartolina postale, Caprera, 1925-1930 ca. Pino sotto il quale Garibaldi voleva essere cremato .

 

Confermava Clelia, l'ultima figlia di Garibaldi, che ha abitato la casa del genitore fino alla morte nel 1959, che il genitore aveva scelto di essere cremato, vicino a casa e sotto un pino. “A questo scopo – scrive Clelia – scelse un posto poco distante da casa, dove vi è un grande pino e, dietro, un muricciolo a secco di granito. Egli fece infiggere in questo muricciolo due grosse sbarre di ferro sulle quali pose una grande lamiera pure di ferro e sopra di essa un piccolo lettino. Fece fissare il tutto alle sbarre con delle catene e sotto fece preparare una catasta di legna resinosa in quantità sufficiente ad incenerire il suo cadavere” (Garibaldi C. 1948, 149). In verità, Clelia sta confondendo le carte, mescolando particolari veri a indicazioni vaghe sulla località. Eppure quindicenne all'epoca del decesso, avrebbe potuto essere più precisa. Il che lascia credere che l'invenzione del luogo con il pino potrebbe essere opera della madre.

Anche Gustavo Sacerdote, frequentatore di casa Garibaldi per la sua notevole biografia pubblicata nel 1933, prestò fede a Clelia, tanto più che il luogo assumerà negli anni Trenta, durante l'esaltazione fascista di certo garibaldinismo, una qualche solennità. Sacerdote, infatti, pubblicava una foto dell'ammiraglio De Feo, oratore a Caprera, presa sul luogo inventato. L'ammiraglio, in piedi, tiene il suo discorso avendo per quinta, alle spalle, il complesso delle rocce via via arricchite con l'incisione di frasi, prese dagli scritti di Garibaldi in lode di Caprera. La leggenda del pino e del rogo era funzionale alla sacralizzazione di un luogo cerimoniale. Stando alle cartoline, la prima delle quali sembra datata 1905, la leggenda inizia ai primi del secolo, ma prende forma stabile durante il fascismo, che utilizza il luogo per cerimonie solenni. Il luogo si prestava: facile da raggiungere, all'apparenza credibile, con massi che offrivano uno scenario suggestivo a una folla in vena d'emozioni.

Peccato, però, che in nessun testamento di Garibaldi figuri il pino. Né quello indicato dalle cartoline poteva pretendere tanto, visto che all'epoca della morte del generale, doveva essere ancora una pianticella inconsistente, se appare ancora molto giovane verso il 1905 (foto 2). Un campagnolo, poi, avrebbe potuto sospettare dell'imprudenza di appiccare il fuoco a una pira “sotto” un pino (foto 3). E questo non era il caso di Garibaldi. I testamenti, invece, trattano della parte opposta della casa, quella dal lato Nord, verso Fontanaccia, come vedremo. Il pino delle cartoline, invece, si trova nel lato Sud. Perché il falso? Ebbene, si dirà, un luogo ci doveva essere, per soddisfare la curiosità dei visitatori intorno alla pira, ma un luogo che fosse allo tempo stesso facilmente controllabile. E la località del pino indicato, di fronte alla postazione di guardia del museo e a fianco della piazzetta di raccolta dei turisti, era senz'altro ideale. Così le cartoline e anche una targa sulla pianta, s'incaricheranno di ufficializzarlo. In seguito sarà il disinteresse a mettere tutti d'accordo.

 

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4. Fotografia, Caprera, 2007. Il pino com'è oggi.

Alla ricerca della pira

In verità, Garibaldi aveva dato una mappa precisa nella lettera all'amico dottor Prandina, nel 1877. Garibaldi lo incaricava della cremazione del proprio cadavere e gli spiegava dove. “Sulla strada – scriveva – che da questa casa conduce verso tramontana alla marina, alla distanza di trecento passi a sinistra, vi è una depressione di terreno limitata da un muro. In quel canto si formerà una catasta di legna di due metri” (Garibaldi 1882b; 1998e). E su quel luogo non muterà più parere. L'indirizzo è piuttosto preciso. Indica il cuore rurale dell'isola, la zona di Fontanaccia. Là dove aveva portato in visita, con orgoglio, i suoi ospiti e là dove i visitatori curiosi lo avevano spesso sorpreso intento ai lavori campestri. Anche la casa aveva un nesso speciale con questa zona. Racconta Clelia, che la moglie aveva fatto costruire all'infermo una stanza, prolungando la casa dalla parte della camera da pranzo verso tramontana, con tre grandi finestre ai lati, e un'uscita verso ponente (Garibaldi C. 1948, 150). In questa stanza, che diventerà la stanza funebre, lo incontrava anche il dottor Federici, di Palermo, che avrà modo di testimoniare. Garibaldi passa gran parte delle sue giornate – dirà il medico – “guardando il mare, spiando il tempo, e cercando con l'occhio quella parte dell'isola, Fontanaccia, a cui ha dedicato le sue cure e dove soleva passare molta parte del giorno” (Federici) 10.

Ne sappiamo abbastanza. Forti di questi elementi, un gruppo di Garibaldi-boy, al secolo Serena e Alberto Malfitano, Giuseppe Zichi e il sottoscritto, aiutati da un amico di Caprera, che desidera mantenere l'anonimato, la mattina del 2 giugno 2007, si sono messi alla ricerca del luogo della pira. Il sito non è agevole. La vegetazione, i cinghiali, gli agenti atmosferici hanno di molto rimaneggiato il territorio. La fontana che dava il nome al sito, i pozzi d'acqua dolce, il lavatoio del grano, tutto è in rovina.

 

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5. Fotografia, Caprera, 2007, in località Fontanaccia, uno dei pozzi di acqua dolce di Garibaldi.

 

Oltre il recinto della casa museo, infatti, il territorio si è rinselvatichito. Solo qualche pianta estranea alla vegetazione spontanea, testimonia ancora degl'innesti praticati da Garibaldi. L'escursione, però, ha successo e convince il gruppo di avere individuato, con un buon margine di certezza, il luogo della pira. Al bordo della strada, sulla sinistra, scendendo dalla casa verso Cala Garibaldi, si trova una piccola area pianeggiante, occupata al centro da una bacinella di pietrisco cementato, circolare, avente un diametro di circa sei metri, con un orlo pure di pietrisco alto una quindicina di centimetri. L'area è delimitata dal lato opposto alla strada da un muro a secco, al quale si accosta perpendicolarmente una roccia larga circa quattro metri e alta due. La bacinella sembra appositamente costruita per isolare il fuoco, perché non si propaghi alla vegetazione. Certamente poteva accogliere una catasta di legna di due metri d'altezza e trattenere le ceneri dalla dispersione.

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6. Sito del rogo, Caprera, fotografia 2007, elaborata al computer (è stata tolta la vegetazione).

7. Pianta del sito del rogo, Caprera, 2007, in scala 1/150, ma le misure sono da ritenere indicative.

 

Il pietrisco pare della stessa natura di quello impiegato nella costruzione della vasca per lavare il grano. Attualmente, manca alla bacinella il marchingegno cui faceva riferimento Garibaldi, per reggere il lettino di ferro con le spoglie, ma forse sarebbe chiedere troppo. La collocazione risponde senz'altro alle indicazioni leggibili sul testamento: a un trecento passi dalla Casa scendendo verso la marina, a tramontana.

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7bis. Carte-de-visite, Caprera dopo il 1855. Fotografia di Chardon Jeune, Paris, editore. Conservata presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena.

Una fotografia trattata, di poco posteriore al 1855, mostra che dalla parte Sud della casa aveva inizio la colonizzazione dell'isola. Mentre un'incisione, riprodotta dalla rivista “The Illustrated London News” del 17 giugno 1882, conferma l'esistenza della strada. Dal luogo della pira, nonostante la vegetazione divenuta, nel tempo, proprietaria dell'orto, dei campi di grano e dell'uliveto, s'intravede ancora oggi la sommità del mulino che sta a fianco del busto di Garibaldi scolpito da Leonardo Bistolfi. Il monumento è stato eretto a pochi passi dalla stanza dove l'eroe è deceduto. Il viso di pietra guarda dall'alto il porto lontano ma anche in direzione della pira, e forse non a caso.

 

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8. Fotografia, Caprera, 2007, dal sito del rogo verso Sud. Sulla linea dell'orizzonte, in direzione della roccia, ma nascosta dalla vegetazione, la Casa bianca di Garibaldi.

9. Fotografia, Caprera, 2007, dal sito del rogo verso nord. Parte del bordo della bacinella, il mare di Cala Garibaldi e località Fontanaccia sulla destra.

Moltiplicazione del corpo

Di fronte alla vasta bacinella di pietrisco, può trovare spiegazione un passo ripetuto nei testamenti, che non ha ricevuto attenzione dagli studi. Forse perché, a prima vita, giudicato una stranezza. Dal testo del 1876-77 e in seguito, Garibaldi verrà ripetendo che la notizia della sua morte dovrà essere data solo a cadavere cremato. Nell'ultima lettera alla moglie del 17 settembre 1881, l'incaricava dell'esecuzione delle sue volontà, ripetendo: “pria di dar avviso a chicchessia della mia morte” (Sacerdote 1933, 944). Le dimensioni della pira, in parallelo, passavano da un metro e mezzo a due metri, fra il 1876 e il 1877, e ancora nel 1881 raccomandava “Molta legna per il rogo”. C'è da rimanere stupiti, fra la richiesta di un “pizzico” di cenere per la sepoltura e la molta che avrebbe prodotto la pira. E non può essere solo un problema di tempo o di volume di fuoco. Anche quando era stato incerto sulla destinazione delle sue ceneri, come si è visto, fra quel “po' delle mie ceneri” o la dimenticanza sul destino delle stesse nell'appendice al testamento del 1881, un filo teneva sempre insieme l'argomentazione: la piccola quantità di cenere da usare per il suo sepolcro.

Quest'uso parziale delle ceneri, così insistito, e senza una ragione esplicita lascia perplessi. Secondo gli antropologi, il momento della morte della persona eccezionale è il punto di incontro di due destini contrari: da una parte egli è comunque destinato alla disgregazione fisica, dall'altra egli accede nella partizione delle reliquie a una integrità nuova in ciascuna delle parti. Attorno a questi resti si viene ad attuare una “finzione di corporeità” (Sbardella 2007, 148; Favole 2003, 95). Nel caso di Garibaldi, il fuoco risponde senz'altro al desiderio di evitare la putrefazione, suo vecchio fantasma, ma trasformando il suo corpo in cenere, cioè in reliquie, la pira finiva per moltiplicarlo, se è vero che in ogni parte la reliquia – come sappiamo – contiene l'intero corpo nella sua integrità (Sbardella 2007, 148). Anche per i laici miscredenti, come conferma il trattamento delle reliquie garibaldine, vale che in ogni frammento del corpo resta l'intera potenza del grand'uomo.

Sicché quell'ulteriore tocco di regia, voluto da Garibaldi, di dare la notizia della morte solo a cenere fredda, potrebbe celare una volontà inconfessata, quasi certamente per evitare accuse di vanità. La spiegazione è senz'altro contenuta in quanto avvenne, e Garibaldi non può avere stentato a prevederlo. Rivediamo la scena con gli occhi di un testimone. Nel giorno del funerale, ha raccontato il professor Pier Enea Guarnerio: “Si raccolsero i fiori silvestri, cresciuti tra i crepacci e screpolature delle roccie; si tagliarono i rami di pino, di ginepro, nel cimitero, nei campi, dovunque. Un vero saccheggio venne dato alla catasta della legna preparata per il rogo; non so chi non ne abbia portato via un bastone, o almeno una scheggia” (Guarnerio 1882, 14).

Non è difficile, a questo punto, immaginare quel che sarebbe accaduto a Caprera, se i garibaldini accorsi al funerale avessero trovato le ceneri del loro idolo nella grande bacinella. Molta cenere, perché “molta legna per il rogo” aveva chiesto il generale.

“L'illustrazione italiana” del 18 giugno 1882 confermava il nostro testimone: “quella gran massa di nuovi pellegrini, che avea potuto sbarcare sull'isola sacra, dopo aver visto il cadavere del Grande, si spargeva per i dintorni, e chi andava al cimitero, chi al sito ove Garibaldi, prima di morire, avea preparato il rogo su cui voleva essere cremato. Ognuno ne ritornava con un ricordo, chi con una pietra, chi con un ramoscello, chi con un fiore. Nessuno fu quel giorno a Caprera senza portarne via una qualche cosa” (1882) 11.

Va da sé che se le ceneri, moltiplicate dalla pira, fossero state presenti, sarebbero state prese dai garibaldini e conservate ovunque, in giro per l'Italia intera, in “sacri” sepolcri. E il corpo dell'eroe avrebbe finito col coincidere con l'intero suolo nazionale. Ciò avrebbe garantito a Garibaldi un vantaggio cerimoniale enorme su ogni altro concorrente alla gloria nazionale, se è vero con Agulhon (1988, 308) che la presenza del corpo conferisce carattere sacro a un luogo.

C'era anche dell'altro. Garibaldi aveva voluto rappresentare, con le sue imprese, una nazione che s'era fatta da sé, cacciando lo straniero dal suolo patrio. La presenza di Garibaldi, il “qui passò” Garibaldi, la sua ubiquità (Isnenghi) erano segni distintivi di un territorio divenuto italiano. A ragione Jérôme Grévy (2001, 324) ha ricordato che l'Italia nazione, come Francia e Germania, ha inteso definirsi come territorio. Ebbene, le ceneri di Garibaldi, le sue multiple sepolture, avrebbero con incomparabile impatto preceduto quella garibaldinizzazione dello spazio che realizzeranno, ma più freddamente, i monumenti a lui dedicati fra gli anni Ottanta e la Grande guerra.

La scelta inconfessata di Garibaldi rappresentava anche una risposta a Mazzini e al re Vittorio Emanuele, ma soprattutto al primo. Le Case di Mazzini, come ha raccontato Luzzatto, erano diventate depositi di reliquie che alimentavano il culto del leader, tanto che si è parlato di una sua notorietà da morto maggiore di quanto fosse vivo. Anche il suo sepolcro a Staglieno, divenuto dal 1874 luogo di appuntamenti rituali, calamitava la memoria risorgimentale e perfino dei Mille. Si era costituito, infatti, nei pressi del sepolcro, il Boschetto dei Mille, dove si affollavano i resti di molti dei protagonisti di quella stagione (Luzzatto 2001, 131). Garibaldi, come poteva reagire? Restando solitario sull'isola di Caprera? Cercando qualche marmo a Roma? Ma se la sola Caprera poteva essere troppo poco, con Casa Savoia i rapporti erano stati compromessi dalle dichiarazioni repubblicane e dall'adesione al socialismo. Né i rapporti erano migliori con il governo, nonostante il ruolo assunto da ex garibaldini.

Solo la manipolazione del suo “corpo di cenere” poteva forse apparirgli come la quadratura del cerchio: rispondere a Mazzini, sposando la “via bassa”, dell'umiltà, in alternativa al suo monumento funebre, simile al Santo Sepolcro; richiamare l'idea di una morte umile, uguagliatrice, foscoliana: un semplice segno. E a differenza di Mazzini, dove i “martiri” avevano finito con l'andare da lui, Garibaldi con le proprie ceneri andava verso i suoi. Gesto di umiltà, al quale era associata la divinizzazione romantica del sé: come non vedere risonanze religiose, cristologiche, nel suo ultimo gesto, quel darsi come corpo ai seguaci, cenere spiritualizzata dagli aromi dei legni di Caprera. Di riposare accanto ai suoi garibaldini aveva già accarezzato l'idea nel Carme alla morte, dove aveva rievocato in versi, prima di farlo anche in prosa, i compagni: “Vissuti e morti! Il mio cadaver lascia / Che posi accanto a quei miei cari il vespro / Della final battaglia” (Garibaldi 1911).

Per amore della reliquia, invece, o meglio per un modo di rapportarsi al sacro piuttosto arcaico, i suoi garibaldini, compresi i famigliari, si lasciarono sequestrare il corpo del generale. Ridotto a corpo rigido, Garibaldi era preda delle autorità romane, che lo condannavano a un funerale convenzionale prima e a stretta sorveglianza poi. Sia per Garibaldi, come per Mazzini, i seguaci si mostrarono inferiori ai maestri.

 




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