N. 14 - Maggio 2007


ISSN 1720-190X





Andrea Rossi

Jack Greene, Alessandro Massignani
Il Principe nero

Milano, Mondadori, 2007

 

La biografia che Jack Greene e Alessandro Massignani dedicano a Junio Valerio Borghese è la prima ricerca scientifica su questo controverso personaggio; negli ultimi vent'anni sono stati infatti pubblicati sull'argomento lavori di tipo nostalgico ed una monumentale agiografia redatta dall'ex ufficiale della X Mas Sergio Nesi (2004, Junio Valerio Borghese , Bologna, Lo scarabeo).

Dopo una introduzione dedicata ad un approfondimento della materia (il ruolo dei mezzi d'assalto della marina, specie quelli subacquei, durante e dopo il primo conflitto mondiale), la vicenda di Borghese all'interno della regia marina viene descritta a partire dagli anni '30.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, il principe romano fu assegnato al supporto della 1° flottiglia Mas, un reparto scelto della marina dotato di mezzi di assalto subacquei e di superficie. Di questo periodo gli autori ricordano gli innegabili successi (gli attacchi alla flotta inglese ad Alessandria d'Egitto e a Gibilterra) senza dimenticare i numerosi fallimenti (su tutti l'azione contro il porto di Malta), dovuti non tanto allo scarso addestramento del personale, quanto alle croniche inefficienze nei materiali: avarie ai mezzi, mediocre qualità degli equipaggiamenti, scarsa evoluzione tecnica delle armi.

Decorato di medaglia d'oro e assegnato al comando della X flottiglia Mas (evoluzione della già citata 1° flottiglia), Borghese continuò a prodigarsi per migliorare le caratteristiche offensive del proprio reparto, senza risolverne le tare congenite, che quasi sempre trasformavano le azioni di guerra in attacchi suicidi. La mitologia funerea della “bella morte”, il combattentismo sterile, il patriottismo denso di fumosi richiami dannunziani, come ben descrive Alessandro Massignani, entrarono a far parte del Dna della X assai prima dell'8 settembre, e furono l'elemento conduttore delle scelte post armistiziali di Borghese e dei suoi.

Su questo momento cruciale, gli autori si attengono a quanto è reperibile ormai da un cinquantennio sull'argomento, aggiungendo purtroppo pochi elementi di novità. Non viene chiarito se effettivamente il principe fu “lasciato senza ordini” dai suoi superiori (cosa che appare incredibile), non si fa cenno al destino degli ufficiali che si rifiutarono di seguirlo sulla strada dell'ammutinamento (si sostiene che “furono lasciati liberi di andarsene”, ma alcuni testimoni al processo Borghese affermarono di essere stati consegnati ai tedeschi), non si indaga sui contatti, che pure ci furono, fra Valerio Borghese e l'Abwehr, i servizi segreti tedeschi, dopo il 25 luglio 1943.

Anche sul periodo di Salò poco viene aggiunto, anzi, Massignani e Greene prendono per buone alcune ben conosciute descrizioni nostalgiche. Il fatto che un corpo armato fosse passato armi e bagagli ai tedeschi in contrapposizione al proprio governo legittimo, non trasformò Borghese in un “capitano di ventura rinascimentale”, ma più prosaicamente lo mise nella folta lista dei patriotic traditors (efficace definizione di David Littlejohn) che in tutta Europa avevano scelto di battersi al fianco di Hitler.

La fola della presunta “indipendenza” dalla X Mas riemerge qua e là in questa parte del volume, con scarsa considerazione del fatto che il garante di questa autonomia era un nazista “doc”, il capo delle Ss in Italia Karl Wolff. Questi disponeva per i propri fini operativi di ogni singolo battaglione della X Mas, indipendentemente dalla volontà di Borghese, la quale, comunque, coincideva spesso in pieno con quella dello stesso Wolff. Da qui l'impiego prevalente contro i partigiani dal Piemonte al Friuli, da qui le torture, le fucilazioni e le impiccagioni. Al fronte i “decimini” ci andarono con il contagocce, e solo incorporati all'interno di grandi unità tedesche.

Scadente appare la ricostruzione dei reparti di terra della X; la “divisione X Mas” più volte citata nel testo, esisteva solo negli organigrammi cartacei di Rodolfo Graziani, e non fu mai un reparto organico, ma una disomogenea congrega di battaglioni autonomi; questi potevano essere militarmente di buon livello, come i “nuotatori paracadutisti” (NP), il cui nucleo era composto dai reparti d'assalto dell'aviazione e della marina pre-armistizio, o autentiche bande di grassatori come i “ Mai Morti ” (poi battaglione “Sagittario”) di Beniamino Fumai – di cui non si parla ne poco né punto nel testo – oppure la compagnia “operativa” di Umberto Bertozzi, di cui c'è solo un fugace accenno. Non si rinviene infine in alcuna parte l'esemplare vicenda del battaglione “Lupo”, che fu sì inviato al fronte presso Alfonsine, ma agli ordini della infame 16° divisione Ss, protagonista delle stragi di Sant'Anna di Stazzema e di Marzabotto.

Più attenzione poteva essere dedicata alla vicenda dei rapporti fra la marina del regno del Sud e quella della Rsi; si fa infatti cenno alle rischiose missioni che il capitano di vascello Giorgio Zanardi svolse oltre le linee nel 1944-45 utilizzando fonti secondarie e non le dettagliate memorie che lo stesso Zanardi ha reso pubbliche ormai da qualche anno (1999, Un soldato, un italiano , Ferrara, Corbo).

Su buoni livelli è la parte relativa alla conclusione delle ostilità, al “salvataggio” di Borghese da parte dei servizi segreti americani, culminato con un processo farsa e con il riciclo dello stesso e di numerosi dei suoi sottoposti nel complesso sistema Stay Behind . Apprezzabile la descrizione stringata e priva di cascami retorici dei fatti in questione, a differenza di altri studi di recente pubblicazione tanto documentati quanto pervasi da una dose letale – almeno secondo chi scrive – di schematismo ideologico. Buoni anche i capitoli dedicati alla stagione dell'attività eversiva di Borghese, che culminò con l'abortito golpe dell'8 dicembre 1970. Anche in questo caso appare apprezzabile che gli autori risparmino al lettore la sequela dei “si dice”, attenendosi alle certezze, comunque sufficienti a far comprendere come questo evento fu di gran lunga il più serio attacco alle istituzioni del nostro paese dal termine della seconda guerra mondiale. Criticabile comunque l'uso come fonte principale di riferimento di uno studio (inedito e piuttosto datato) di uno sconosciuto studioso statunitense.

Melanconica e grottesca la conclusione, con Borghese in fuga nella Spagna di Francisco Franco, dove nel 1974 l'ex comandante della X trova la “bella morte” da lui predicata per tanti anni: lo coglie infatti uno scompenso cardiaco mentre si trova fra le braccia di una entraineuse.

In conclusione si tratta di uno studio d'insieme utile e serio per chi si voglia avvicinare senza pregiudizi alla controversa figura del “principe nero”, ferme restando alcune riserve per i frequenti alti e bassi nel livello generale del volume; paradigmatica la pagina conclusiva, dove si legge che Junio Valerio Borghese è sepolto nella basilica di Santa Maria Maggiore, che gli autori, con una incredibile sciattezza, collocano “all'interno del Vaticano” e non nelle vicinanze della stazione Termini di Roma.

 




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