N. 14 - Maggio 2007

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Massimo Angeli

L'autorappresentazione delle Brigate rosse: dal collettivo alla memoria individuale




 











La violenza politica è un fenomeno che ha segnato la vita del nostro paese per lunghi anni. Modalità, caratterizzazioni ideologiche e dinamiche degli eventi furono varie e complesse, costituendo un arcipelago di situazioni difficile da fronteggiare per gli storici tramite l'uso di categorie interpretative generali. A questa prima difficoltà se ne devono poi aggiungere altre: la prima è costituita dalla relativa vicinanza temporale degli eventi, caratteristica che spesso ha reso ardua la possibilità di un approccio storiografico che non fosse condizionato da soggetti sociali e politici ancora attivi nella società e dunque in grado di intervenire nel dibattito; la seconda è invece da ritrovarsi nella dimensione criminale di questa storia, aspetto che sicuramente ha contribuito a rendere enormemente più faticosa l'acquisizione di notizie certe e di riscontri oggettivi alle ipotesi costruite. Non va dimenticato, a questo proposito, che anche il settore giudiziario ha dovuto confrontarsi con gravi resistenze, dovendo spesso dichiarare la propria impossibilità ad individuare autori e trame dei molti episodi di violenza che hanno costellato il percorso repubblicano del nostro paese.


Probabilmente per questi motivi la storiografia non ha ancora dato vita, se non in maniera sporadica, a studi approfonditi sull'argomento, lasciando campo aperto all'uso politico della storia del terrorismo e alle inevitabili strumentalizzazioni che ne possono derivare. Si tratta di difficoltà che chi si avvicina alla materia non può fare a meno di affrontare; è nostra convinzione, tuttavia, che sia possibile quanto meno iniziare a delineare alcuni ambiti di ricerca o a circoscrivere alcune questioni che, seppur parziali, potrebbero svolgere un ruolo significativo in future prospettive di studio. È questo il caso dell'autorappresentazione delle Brigate rosse, aspetto particolare di una storia che per molti versi è ancora da indagare.


Nel caso di questo gruppo armato una serie di interrogativi e dubbi mai risolti riguardo alcuni episodi, in particolare il sequestro e l'assassinio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, ha alimentato sospetti ed ipotesi di vario tipo, arrivando a mettere in discussione la natura stessa dell'organizzazione. Anche le poche opere storiografiche sull'argomento non si sono potute sottrarre al confronto con queste difficoltà, arrivando a conclusioni anche opposte tra loro (Biscione 2003, Satta 2003, Galli 2004). L'oggetto del nostro studio e l'impostazione adottata hanno caratteristiche che evitano, però, di doversi misurare direttamente con questo tipo di problemi. Per quanto non sia pensabile ignorare completamente i lati più ambigui della vicenda crediamo che porsi come oggetto di studio la percezione che le Br dimostravano di avere di se stesse sia un campo di ricerca in cui è oggi possibile ottenere dei risultati apprezzabili.


 



Metodologia d'analisi



Per indagare una storia dell'autorappresentazione dei militanti delle Brigate rosse ci è parso opportuno basarsi su un criterio temporale. Così facendo ci si è posti l'obiettivo di seguire una ricostruzione storica (nascita, fasi di sviluppo e fine dell'esperienza) che sia di supporto al tema centrale: il modo di intendersi e descriversi, dell'immagine, cioè, che si cercava di proiettare di se stessi.


Ragionando in questi termini emerge quasi subito un problema di scelta metodologica: molte delle informazioni sul mondo interno alle Brigate Rosse ci provengono da racconti e discussioni ex post, prodotte cioè dai suoi membri in seguito all'abbandono della militanza attiva. Questo perché una delle prime norme ad essere stabilita dall'organizzazione fu quella di fornire, in ogni occasione caratterizzata da un pubblico, un'immagine volutamente collettiva, in grado di coprire le singole individualità e le rispettive personalità. La concezione che il gruppo aveva di se stesso, pur modificandosi nel tempo, rimaneva fortemente vincolata al ruolo di organizzazione politico-militare di estrema sinistra (con tutto il background storico e teorico che ciò comportava), ponendo il singolo militante in posizione volutamente subordinata rispetto alla collettività. Se ne trova ampia dimostrazione negli scritti caratterizzanti la fase iniziale della parabola brigatista:



I militanti devono perdere la brutta abitudine, contratta nei partiti revisionisti, del ?far politica? e cominciare a pensare e ad agire nei termini di ?rivoluzione?. E questo vuol dire che vita privata e vita pubblica, dimensione interiore e dimensione esteriore del proprio essere sociale devono essere ricuciti e riarmonizzati. La rivoluzione non si può fare part time e per i militanti non c'è neppure la settimana corta. E vuol dire ancora che il militante si responsabilizza in prima persona rispetto ai suoi atteggiamenti e ai suoi comportamenti, e rende conto al Cpm [Collettivo politico metropolitano, embrione delle Br] delle scelte che ha ritenuto più opportune (Tessandori, 2000, 40).


A questo fattore vanno aggiunte le necessità contingenti di un gruppo armato illegale, che quindi seguiva delle regole di compartimentazione, cioè di riservatezza anche tra gli stessi membri, piuttosto rigide e che comunque aveva tutto l'interesse a rendere accessibile il minor numero di informazioni possibile riguardo gli individui che vi appartenevano. Entrambe queste condizioni fecero si che, negli anni dell'attività brigatista, la vita interna al gruppo rimanesse quasi del tutto oscura agli occhi dell'opinione pubblica. Le uniche voci ?ufficiali? delle Brigate rosse erano rappresentate dai documenti e dai volantini di rivendicazione o dalle dichiarazioni pubbliche rese nei processi. In una situazione del genere diversi aspetti della vita in clandestinità, sensazioni e considerazioni, politiche ma anche umane, che venivano provate e rielaborate dai singoli militanti, non avevano nessuna possibilità di emergere.


La situazione cambiò radicalmente alla fine della militanza, quando nessun vincolo associativo rimase a bloccare un potenziale dialogo con i media e la società in generale. Ciò non vuol dire che si potesse automaticamente creare un dialogo tra due soggetti: gli ex appartenenti al partito armato da una parte e la società civile dall'altra; ogni protagonista, al contrario, diede valutazioni ed ebbe reazioni differenti rispetto al proprio passato, quasi sempre doloroso e portatore di scelte esistenziali estreme, spesso indissolubilmente legato al ricordo delle vittime di quegli anni. Da questo punto di vista, inoltre, i lunghi anni di carcerazione a cui quasi tutti i brigatisti furono sottoposti giocarono probabilmente un ruolo fondamentale: fu nelle carceri speciali che, accanto ad atteggiamenti di ?irriducibilismo?, presero piede i fenomeni del ?pentitismo? e della ?dissociazione? e nacque l'iniziativa della ?Campagna di libertà?. L'adesione dei singoli militanti a variegate e molteplici forme di ?uscita? dall'esperienza della lotta armata, spesso riconosciute da status giuridico, fu un elemento centrale nella frammentazione del gruppo sociale che costituiva le Br. La presa d'atto dell'inutilità della lotta armata fu una conclusione a cui si arrivò con tempistiche e modalità differenti, impedendo, di fatto, una chiusura concordata e collettiva. Questo dato, oltre a permettere periodiche riedizioni del marchio ?Brigate rosse?, ha probabilmente reso impossibile l'esistenza di una memoria collettiva dell'esperienza brigatista tra i suoi stessi membri. Svincolati dalle rigide normative del gruppo i singoli riacquisivano la propria individualità, mentre l'atto stesso di cessazione della militanza attiva costituiva il primo passo di diversificazione dei percorsi biografici. Si trattava, nella maggior parte dei casi, di eventi traumatici, che segnavano un fallimento personale prima che politico, e che spesso comportavano la cessazione di rapporti umani di lungo periodo. La necessità di preservare l'identità individuale si mostrava anche attraverso la rivendicazione di coerenza nel proprio percorso e di cui l'uscita dalle Br costituiva senza dubbio un nodo centrale. Se dunque una parte significativa degli ex militanti si rese disponibile a raccontare la propria esperienza attraverso libri o interviste, non va dimenticato che essi lo fecero in veste di singoli ?ex militanti? e che quindi le proprie visioni del passato non potevano che essere influenzate dalle condizioni del presente e da ciò che essi erano diventati dopo aver abbandonato le Brigate rosse. Studi sociologici di impianto halbwachsiano, anche attraverso i recenti lavori di Jedlowski (1994; 2002), sembrano confermare la correttezza di queste ipotesi.


Coloro che si calarono in questo ruolo furono soprattutto i nomi più noti, Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti, Valerio Morucci, Patrizio Peci, Enrico Fenzi, che si erano già resi tristemente famosi nel momento dello scontro più feroce come ?ideologi? o capi più carismatici dell'organizzazione. A queste persone si chiesero le ragioni di certe scelte, gli indirizzi politici e militari che le Brigate Rosse assunsero a loro progetto nel corso degli ?anni di piombo?, ma anche le sensazioni vissute, i ricordi, i contrasti e i rapporti con gli altri militanti. La risposte che vennero fornite resero per la prima volta accessibile una dimensione che fino a quel momento era stata conoscibile solo a chi aveva scelto di vivere in prima persona quell'esperienza, permettendo di ampliare notevolmente la mole di materiale a disposizione riguardo la storia e le dinamiche dell'organizzazione. Utilizzare questa vasta mole di informazioni per guardare ?dall'interno? il mondo brigatista negli anni della sua piena e tragicamente distruttiva attività ci è sembrato però scorretto. Porsi come obiettivo una storia dell'autorappresentazione ha richiesto, a nostro modo di vedere, un utilizzo ragionato delle informazioni disponibili. Ci si è dunque limitati ad esaminare quello che le Brigate Rosse, negli anni in cui operarono, destinarono all'opinione pubblica nell'intento di coinvolgerla, di spiegare le proprie mosse e, ovviamente, di guadagnarne il consenso di alcuni settori. Ricostruzioni, ricordi, rielaborazioni, per quanto affascinanti o convincenti possano parere, ci sono parsi inevitabilmente legati al presente e al percorso attraversato dai singoli, finendo per essere influenzate da fattori che potrebbero modificare potenziali conclusioni. A tal proposito è illuminante una considerazione di uno degli esponenti di spicco delle Br, Mario Moretti, interpellato da due giornaliste sul significato di alcuni comunicati scritti dalle Brigate rosse durante il sequestro Moro, in particolare sul concetto di ?processo proletario?, a cui il presidente della Dc sarebbe stato sottoposto:



Ma no, non è stato un processo, anche se scrivevamo così nei comunicati. Già allora quel linguaggio mi appariva tremendo? [?] Ti ripeto, processo è una terminologia povera, forzata, una scimmiottatura del tribunale borghese. Non siamo mai stati capaci di fare un processo (Moretti, Mosca, Rossanda 1995, 141).



Dichiarazioni del genere, al di là dei motivi che le possano indurre, esprimono valutazioni continue sul proprio passato e devono essere utilizzate con estrema cautela.


È bene sottolineare, comunque, che l'esclusione di queste informazioni riguarda solo un primo settore del lavoro. In una fase successiva, quando si è andati ad analizzare il periodo posteriore alla fine della militanza armata (che, generalmente, è collocabile nella seconda metà degli anni ottanta), quei ricordi e quelle ricostruzioni hanno occupato il centro dello studio. Si è dovuto, in questo caso, prestare attenzione ai singoli, per vedere una linea di continuità nel loro modo di intendersi e di intendere il proprio passato. Nel fare ciò i punti di vista sull'esperienza che si trovarono a vivere sono stati indubbiamente fondamentali.


 



La produzione ufficiale



Ci sembra di poter dire che finché le Br furono un gruppo in attività il modello di autorappresentazione, pur non privo di modifiche subite in corsa, rimase fondamentalmente fedele alle costanti ideate originariamente; in particolare, argomento già citato, costituì un punto fermo la dimensione collettiva che stava alla base di ogni percezione brigatista. La presenza di modificazioni, avvenute secondo noi in parallelo agli sviluppi politico-militari, ci sembra comunque certa: la documentazione ufficiale delle Brigate Rosse, volantini, risoluzioni strategiche, non rimane uniforme durante le fasi di attività, né per quanto riguarda la concezione che si ha di se stessi, né per i linguaggi utilizzati. Cercheremo quindi di evidenziare gli sviluppi dell'autorappresentazione brigatista alla luce delle dinamiche politiche e militari che attraversarono il gruppo.


L'esperienza delle Br venne influenzata da specifici riferimenti culturali e politici, anche se ciò non avvenne in maniera esclusiva dal momento che questi giocarono un ruolo importante anche nella formazione di altri gruppi della sinistra extraparlamentare:



I nostri punti di riferimento sono il marxismo-leninismo, la rivoluzione culturale cinese e l'esperienza in atto dei movimenti guerriglieri metropolitani; in una parola la tradizione scientifica del movimento operaio e rivoluzionario internazionale. Questo vuol dire anche che non accettiamo in blocco gli schemi che hanno guidato i partiti comunisti europei nella fase rivoluzionaria della loro storia soprattutto per quanto riguarda la questione del rapporto tra organizzazione politica e organizzazione militare (Auto intervista Br 1971 1).



Come si può notare, dunque, i punti di contatto con molta altra parte del movimento di protesta erano evidenti. Anche l'inserimento di alcune istanze proprie della storia della sinistra italiana, si pensi all'antifascismo militante o alla critica al Pci per la sua conversione ?democratica?, era un'operazione condivisa con gran parte della componente extraparlamentare.


L'elemento di novità, capace di caratterizzare in maniera originale la natura del gruppo, fu l'operatività militare; gli stessi brigatisti ne sembravano consapevoli dal momento che concentravano su questo punto, ?la questione del rapporto tra organizzazione politica e organizzazione militare?, le ragioni della loro diversità rispetto alla tradizione dei partiti comunisti rivoluzionari dell'area europea. Se anche alcuni dei movimenti in attività in quegli anni svilupparono un dibattito interno riguardo la legittimità dell'uso della violenza per scopi politici, basti pensare al caso di Potere operaio, nessuno di essi nacque, come le Br, dalla certezza di questa legittimità.


Furono dunque due le chiavi di comprensione del fenomeno brigatista, almeno agli inizi: una linea politica spesso simile a quella di altri movimenti di contestazione e comunque generalmente catalogabile come di sinistra extraparlamentare; un lato militare che si inspirava a movimenti armati comunisti quali i Tupamaros in Uruguay o quello di Marighela in Brasile. Anche la guerriglia castrista a Cuba e l'esperienza della guerra civile cinese tra Kuomitang e Partito Comunista vennero spesso citate dai militanti Br, nonostante le situazioni fossero più difficilmente comparabili. Il movimento Tupamaros in Uruguay, attivo fino ai primi anni settanta, fu probabilmente l'esperienza da cui fu possibile attingere di più: esso operava nelle città, particolarmente in una metropoli come Montevideo, e si basava su una struttura clandestina divisa in colonne. L'emblema del gruppo era una stella, così come sarebbe poi stato per le Brigate Rosse.


Per quanto riguardava la storia nazionale l'esempio della guerra partigiana si accordava male con le necessità pratiche di un'organizzazione che operava principalmente in città; lo schema resistenziale veniva probabilmente utilizzato più per il suo richiamo a livello sentimentale che operativo.


Dal punto di vista dei riferimenti militari, comunque, l'organizzazione mostrò sempre attenzione verso esperienze che potevano avere tratti in comune; nel caso della Rote armee fraktion tedesca sembra che si fossero stabiliti dei veri e propri contatti operativi, anche se l'identità delle due formazioni rimase sempre fortemente distinta.


Come abbiamo detto, entrambe queste caratterizzazioni della natura dell'organizzazione, ossia quella politica e quella militare, ebbero riflessi importanti sulle prime forme di rappresentazione brigatista.


Dal punto di vista dell'influenza della politica ,dunque, va considerato che il progetto di cui i brigatisti si facevano portatori all'atto di nascita consisteva in un'organizzazione che fosse un'espressione di un movimento di protesta di massa; si incitava il proletariato all'uso della violenza, mentre appartenere al gruppo armato non era particolarmente discriminante. La fase della ?propaganda armata? prevedeva quindi un dialogo costante con tutti i settori della società che si dimostravano disponibili ad una prospettiva armata, in particolare nell'ambito operaio. Coscienti di questa scelta i militanti delle Br utilizzavano un linguaggio semplice, a volte rozzo, ma sempre perfettamente comprensibile per chiunque:



Compagni, con la crisi di governo e con il ricatto di nuove elezioni politiche, la dittatura borghese cerca di frenare lo sviluppo delle lotte proletarie. Ora vuole ottenere la pace sociale, non più attraverso un progetto riformista, ma con il progetto armato della ?destra nazionale?.


In parlamento, con l'unione delle forze che hanno determinato l'elezione fascista di Leone. Nei tribunali, con i magistrati che liberano i fascisti e condannano i compagni. Nei quartieri, con la polizia e con i fascisti che collaborano sempre più strettamente per stroncare il Movimento di resistenza popolare. Nelle fabbriche, con i padroni che ci licenziano e ci denunziano; con i capi sempre più trasformati in spie e poliziotti; con la polizia e i fascisti armati che attaccano i picchetti; con il rilancio della Cisnal per rompere la nostra unità. Compagni, di fronte a questo progetto, che ha come base la repressione armata, la nostra risposta non può essere solo il voto. Compagni, nostro compito fondamentale è ora organizzarsi e armarsi per schiacciare tutti i nemici del popolo (Volantino Br 1972 2)



Ciò non solo permetteva loro di comunicare con ambienti più vasti, fornendo nuove possibilità di arruolamenti, ma era anche un mezzo per presentare le Br come organizzazione realmente interna al movimento. Questa operazione riuscì egregiamente: oltre ad un notevole afflusso di militanti, che garantirono la sopravvivenza anche in periodi di forte repressione, il gruppo ottenne un'immagine, già definita ?cavalleresca?, che le permetteva di mantenere vivo un dialogo con diverse aree della protesta e vasti settori della base del Pci, nonostante la posizione del partito fosse di forte condanna. I dirigenti, e con loro buona parte della stampa di sinistra, continuarono per anni a presentare i brigatisti come ?provocatori?, confermando comunque implicitamente la loro familiarità con il patrimonio ideologico e culturale della sinistra. Così ne parla Piero Fassino:



Per decenni vi fu una polemica ideologica, culturale e politica tra le organizzazioni della sinistra e chi teorizzava la pratica del terrorismo. Si accettava con difficoltà l'idea che vi potesse essere a sinistra chi considerava il terrorismo uno strumento politico. La consapevolezza del fatto che esisteva invece un terrorismo rosso, che come un cancro si era inserito nel corpo della sinistra e del movimento operaio, andò maturando e fu acquisita dal 1975-76. Quando quell'offensiva si fece via via più dura, le prime inchieste dimostrarono che non si era in presenza di un fenomeno di destra mascherato di rosso, ma di un fenomeno, corposo e non marginale, che affondava le sue radici in una concezione impazzita, dogmatica, esasperatamente ideologica della rivoluzione e della politica (Zavoli 1992, 75).



Il fatto che per molti anni una delle definizioni più frequenti per i brigatisti fosse ?compagni che sbagliano? è un ulteriore sintomo, a nostro parere, del successo ottenuto nel propagandare la propria rappresentazione.


Il dato militare ebbe invece modo di incidere sull'autorappresentazione proiettando nell'immagine del gruppo i tratti più tipici di un'organizzazione clandestina in lotta contro gli apparati di sicurezza di uno stato: scegliere di apparire solo collettivamente, nascondendo le identità dei singoli, non era solo un tentativo di preservare la libertà dei militanti ma anche un mezzo per far percepire le Br come un esercito di soldati severi, incorruttibili, pronti a tutto per la causa e soprattutto sempre sostituibili. Anche questo disegno ci sembra essere stato realizzato con successo, soprattutto valutando gli effetti prodotti sulla considerazione che di loro aveva l'opinione pubblica; solo il fenomeno del ?pentitismo? fu capace di creare delle crepe nell'impianto propagandistico delle Brigate rosse, mettendo in luce le personalità dei singoli, le loro contraddizioni, le loro debolezze. Nonostante ciò, comunque, ci sembra corretto affermare che la percezione di una formazione ancora estremamente forte e in grado di mettere in difficoltà le istituzioni fu capace di resistere per diversi mesi, coprendo tutti i quesiti politico-ideologici irrisolti che i brigatisti stavano tentando di fronteggiare.


Gli anni successivi videro una serie di mutamenti non sottovalutabili. Progressivamente con la crescita dello scontro, sempre più cadenzato e cruento, possiamo assistere ad un certo irrigidimento nello stile di produzione documentaria. La prospettiva politica che prevedeva un'organizzazione clandestina ?diluita? nel movimento venne superata da una realtà costituita da un gruppo meno attento che in passato alle istanze della protesta collettiva, dovendo riservare le attenzioni maggiori alla propria operatività e alle proprie strategie. L'isolamento dell'organizzazione aumentò probabilmente anche per l'inizio dell'?attacco al cuore dello Stato?: cominciando a perseguire una linea strategica particolarmente ambiziosa, che prevedibilmente avrebbe creato una crescita della violenza e conseguentemente della repressione, essa ridusse il numero di potenziali simpatizzanti.


Non ci sembra improbabile che di fronte a questa progressiva perdita di contatto con gli altri attori dello scenario sociale i brigatisti abbiano reagito serrando i propri ranghi, cioè aumentando fortemente il peso dell' appartenenza all'organizzazione. In questo senso essere o non essere membro alle Brigate rosse diveniva sempre più un elemento discriminante, in quanto il convincimento di operare nella giusta direzione aumentava l'importanza dell'operato delle Br, secondo la loro visione uniche a procedere realmente verso una rivoluzione, e diminuiva la considerazione delle masse, sempre più difficili da mobilitare verso una lotta violenta nonostante gli sforzi ripetuti del gruppo. L'isolamento che si andava profilando fu comunque sempre strenuamente combattuto: essendo un elemento fondamentale per alimentare progetti rivoluzionari, il coinvolgimento delle masse fu costantemente al centro della riflessione teorica brigatista e sicuramente anche una delle cause principali delle scissioni che attraversarono gli ultimi anni delle Br; il consenso che il partito guerriglia di Senzani riscosse tra i militanti fondatori era in gran parte dovuto al tentato dialogo con nuovi potenziali soggetti rivoluzionari, il ?proletariato extralegale delle metropoli meridionali?.


Sotto questa luce ci pare all'ora possibile spiegare perché il modo di rappresentarsi dell'organizzazione subisca, a nostro parere, delle modifiche: la progressiva militarizzazione dello scontro comportò una crescita di autoreferenzialità, la demarcazione più netta dei confini del gruppo e, sul piano degli scritti, ad un aumento di ufficialità nei toni e all'adozione di un linguaggio progressivamente più complesso e connotato da un alto tenore terminologico. Dopo aver conquistato l'attenzione dell'opinione pubblica a livello nazionale, l'immagine che le Brigate rosse riescono a diffondere è quella di una formazione determinata, spietatamente efficiente, il cui linguaggio appare freddo, burocratico, impersonale e molto ?politico?. In alcuni casi si parlò di ?brigatese? per descrivere lo stile di volantini e rivendicazione:



Compagni la crisi irreversibile che l'imperialismo sta attraversando mentre accelera la disgregazione del suo potere e del suo dominio, innesca nello stesso tempo i meccanismi di una profonda ristrutturazione che dovrebbe ricondurre il nostro paese sotto il controllo totale delle centrali del capitale multinazionale e soggiogare definitivamente il proletariato. La trasformazione nell'area europea degli Stati-nazione di stampo liberale in Stati imperialisti delle multinazionali (Sim) è un processo in pieno svolgimento anche nel nostro paese. Il Sim, ristrutturandosi, si predispone a svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione degli interessi economico-strategici globali dell'imperialismo, e allo stesso tempo ad essere organizzazione della contro rivoluzione preventiva rivolta ad annichilire ogni ?velleità? rivoluzionaria del proletariato (Comunicato Br 1978 3).



Nella candidatura dell'organizzazione a guida del Partito comunista combattente ci sembra evidente rilevare una maggiore centralità del ruolo brigatista ai fini del processo rivoluzionario:



Per trasformare il processo di guerra civile strisciante, ancora disperso e disorganizzato, in una offensiva generale, diretta da un disegno unitario, è necessario sviluppare e unificare il Movimento di resistenza proletario offensivo costruendo il Partito comunista combattente. Movimento e partito non vanno però confusi. Tra essi opera una relazione dialettica, non un rapporto di identità. Ciò vuol dire che è dalla classe che provengono le spinte, gli impulsi, le indicazioni, gli stimoli, i bisogni che l'avanguardia comunista deve raccogliere, centralizzare, sintetizzare, rendere teoria e Organizzazione stabile e infine, riportare nella classe sotto forma di linea strategica di combattimento, programma, strutture di massa del potere proletario. Agire da partito vuol dire collocare la propria iniziativa politico militare all'interno e al punto più alto dell'offensiva proletaria, cioè sulla contraddizione principale e sul suo aspetto dominante in ogni congiuntura, ad essere, così, di fatto, il punto di unificazione del Mpro, la sua prospettiva di potere (Comunicato Br 1978 4).



Il linguaggio utilizzato, oltre ad essere più complesso che in passato, si connotava di termini ed elementi provenienti dalla cultura comunista. Anche alcune delle analisi sviluppate vennero a volte ricondotte alla tradizione marxista, come nel caso di un editoriale de ?Il Manifesto?, scritto nel periodo del sequestro Moro da Rossana Rossanda:



Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l'album di famiglia: ci sono tutti gli elementi che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo ?imparavamo all'ora ? è diviso in due. Da una parte l'imperialismo, dall'altra il socialismo. L'imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale (allora non si diceva ?multinazionali?). Gli Stati erano il ?comitato d'affari? locale dell'imperialismo internazionale. In Italia il partito di fiducia ?l'espressione è di Togliatti ? ne era la Dc. In questo quadro, appena meno rozzo e fortunatamente riequilibrato dalla ?doppiezza?, cioè dall'intuizione del partito nuovo, dalla lettura di Gramsci, da una pratica di massa diversa, crebbe il militarismo comunista degli anni Cinquanta. Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa Ibm ( N.d.R. : la macchina da scrivere con cui le Br scrivevano i loro comunicati), il suo schema è veterocomunismo puro [?] (?Il Manifesto?, 28 marzo 1978).



Queste parole suscitarono polemiche, in particolare nel mondo politico; ?L'Unità?, quotidiano del Partito comunista, rispose pochi giorni dopo a firma di Emanuele Macaluso:



La nostra visione e concezione dello sviluppo della democrazia italiana non è certo una novità. Essa affonda le radici nella tradizione comunista così come si è espressa in questi trenta anni nel nostro paese. Rossana Rossanda, leggendo il comunicato numero due delle Brigate rosse, ha scritto che le sembrava di sfogliare un album di famiglia, l'album di quando militava nel Pci. Io non so quale album conservi Rossana Rossanda: è certo che in esso non c'è la fotografia di Togliatti; né ci sono le immagini di milioni di lavoratori e di comunisti che hanno vissuto le lotte, i travagli e anche le contraddizioni di questi anni. Non a caso, della stessa opinione della Rossanda sono quei fogli conservatori come ?il Giornale? di Montanelli che si è affrettato a pubblicare questa sua ?testimonianza?, ma anche alcuni esponenti della Dc e redattori de ?il Popolo?. Che dire della petulante quanto insulsa campagna di stampa sullo ?stalinismo? in cui si distinguono ?Lotta Continua? e ?il Popolo?, ma anche ? purtroppo ? del furbesco discorso chiaramente elettorale dell'on. Galloni, il quale anch'egli cerca di far discendere da certe impostazioni ?staliniane? del Pci le azioni del terrorismo e della violenza? Una tale confusione e distorsione delle nostre posizioni da parte degli anticomunisti di destra e di sinistra è veramente impressionante. (?L'Unità?, 1 aprile 1978).



Quello che in tali circostanze ci interessa rilevare fu l'uso politico che si fece della questione del partito armato. Rilevare una certa continuità tra il linguaggio delle Br e l'esperienza del Pci poteva essere un tentativo di comprensione, ovviamente criticabile, del fenomeno. Prevalse invece un utilizzo strumentale delle affermazioni, che si limitò ad alimentare, da una parte e dall'altra degli schieramenti politici, la quotidiana battaglia dei partiti. Questa tendenza, sicuramente più giustificabile in passato rispetto ad anni più recenti, sopravvisse di molto alle Brigate rosse, finendo per divenire uno degli ostacoli più difficilmente aggirabili per un'analisi storica e storiografica degli ?anni di piombo?.


Negli ultimi anni settanta, dunque, il momento in cui il conflitto fu più aspro e sanguinoso, alcuni degli equilibri che avevano retto sino ad allora il gruppo sembrarono vacillare. Ci sembra corretto ipotizzare che l'aspetto militare del conflitto stesse prendendo il sopravvento sulle istanze politiche, marcando la propria superiorità anche sul piano dell'autorappresentazione.


Questa inclinazione si confermò poi anche nelle fasi finali della parabola brigatista. L'insuccesso nel trovare soluzioni all'isolamento crescente finì per aumentare in maniera esasperata i tratti militari del gruppo, sempre più simile ad un piccolo esercito intento a combattere una guerra privata, lasciando sullo sfondo tutti i movimenti di contestazione di massa; le caratteristiche che avevano permesso alle prime Brigate rosse di ottenere un minimo insediamento sociale sparivano nel contesto dello ?scontro militare per la sopravvivenza dell'organizzazione?.


Gli ultimi mesi di attività, quando già si erano verificate le scissioni interne, vennero contraddistinti da una produzione documentaria ancora più complessa e criptica:



Salto in seno alle masse per la guerriglia metropolitana vorrebbe dire estensione quantitativa del modello e della pratica della lotta armata per il comunismo, perché consentirebbe di affondare la progettualità del programma e delle pratiche del potere proletario armato nel cuore pulsante della classe. L'arma della critica e la critica dell'arma non sono solo i termini essenziali di una pratica sociale unitaria ma sono, dal partito, riunificate in tutte le determinazioni del sistema del potere proletario armato. Il partito irradia la consapevolezza, la conformità degli scopi,la progettualità del programma lungo tutto l'arco delle contraddizioni di classe all'interno di tutte le figure della composizione di classe e in tutte le determinazioni del potere proletario.


Il tutto in maniera pedagogica, ma dirigendo sempre più estese e profonde pratiche di potere e trasformazione sociale che la classe si renderebbe sempre più consapevole della sua missione storica e della immane opera di rivoluzione globale cui deve attendere.


Infine, salto in seno alle masse significherebbe dar corso, attuazione e sviluppo a questa immane opera di rivoluzione globale nel divenire delle contraddizioni di classe; col dischiudersi di così luminosi orizzonti, il soggettivismo, il militarismo e l'organizzativismo sarebbero definitivamente spiazzati. Concludendo, è possibile aggiungere che le cosiddette organizzazioni combattenti comuniste hanno anche la preoccupazione di far richiamo alla vigilanza e alla lotta contro quelle che definiscono le penetrazioni dell'ideologia borghese e piccolo-borghese in seno al partito in costruzione (Auto intervista Br 1981 5).



Contemporaneamente analisi e prospettive politiche si facevano sempre più ideologiche, dimostrando una spiccata distanza dalla realtà del paese:



La battaglia politica sarebbe uno status fisiologico della vita del partito che ne fa lievitare la crescita. È questo un patrimonio incancellabile della lotta di classe e della storia delle organizzazioni rivoluzionarie. Viene affermato che lo sviluppo della lotta di classe ha storicamente affinato e perfezionato la teoria-prassi e la metodologia politico-organizzativa di costruzione di quel partito. Questa teoria-prassi e questa metodologia si sono conquistate, con quella che definiscono la grande rivoluziona culturale proletaria, un caposaldo da cui secondo loro non è possibile prescindere. Si riferiscono ai principi strategici unità-crisi-unità e lotta-critica-trasformazione. La battaglia politica chiarirebbe in termini di unità-crisi-unità e di lotta-critica-trasformazione la linea corretta e quella sbagliata. Isola la linea errata e la sconfigge e dunque recupera, riunifica e assesta tutta l'organizzazione sulla linea corretta. La battaglia politica serve a determinare nuove unità a un livello superiore, dentro sintesi generali che rideterminano, congiuntura dopo congiuntura, il programma strategico dell'Organizzazione (Auto intervista Br 1981 6).



La perdita di punti di contatto con l'iniziativa politica dei movimenti di contestazione, che stavano a loro volta vivendo una stagione di crisi, si fece estremamente evidente; ulteriore conferma ci sembra essere la progettazione di ?campagne? dettate solo da esigenze interne, come nel caso di quella contro i ?pentiti?:



le Br affermano che i delatori sono nemici di classe e come tali vanno trattati; anzi, affermano che la lotta armata per il comunismo nonostante i pentiti stia conoscendo un grandioso slancio in tutto il paese: dopo che a Torino i compagni non hanno consentito che con la guerriglia si processassero dieci anni di lotta armata per il potere processando loro lo stato imperialista e delle multinazionali e schiacciando politicamente il Peci; dopo che Roberto Peci, da loro definito il più squallido dei rappresentanti della schiera degli infami, si trova nelle mani delle forze rivoluzionarie, che cosa resta della borghesia imperialista e della controguerriglia psicologica? (Auto intervista Br 1981 7).



Furono questi gli anni che, ancora più dei precedenti, fecero parlare di ?pazzia? o di ?gesti folli? in riguardo alle ultime azioni brigatiste. Ci sembra ovvio constatare che le tesi sostenute da Rossanda nel 1978 sarebbero più difficilmente ipotizzabili per i documenti dell'ultima fase. La stessa giornalista racconta:



Il giorno dopo qualcuno lasciò per me al giornale un opuscolo con la copertina rossa che conteneva i documenti di una divisione interna ? due posizioni più una, forse di uno solo. Per quanto abituata al linguaggio criptico dei materiali politici, mi perdetti in quel fiume di parole nelle quali mi parve che soltanto i destinatari potessero scorgere amare differenze (Moretti, Mosca, Rossanda 1995).



Le Brigate rosse, in tutte le loro sotto-formazioni, erano oramai divenute poco più che una setta clandestina; non avevano più nessun insediamento sociale e i simpatizzanti erano ridotti sull'ordine delle poche decine. Esse parlavano un loro linguaggio e si rivolgevano a se stesse, incuranti dell'incomprensione che generavano nell'opinione pubblica e in tutta la società.


Con la distruzione militare del gruppo il confronto teorico sui motivi della crisi e sulle prospettive del partito armato si spostò nella dimensione carceraria, dove la stragrande maggioranza dei brigatisti era stato recluso in attesa che lo stato istituisse la stagione dei processi, tentativo di chiusura di un periodo che aveva segnato per anni, probabilmente per sempre, il nostro paese.


 



La memorialistica


La situazione fin qui delineata mostra, a nostro parere, un alto grado di irreversibilità. La sparizione del gruppo sociale Brigate rosse e della sua memoria collettiva, intendendo con essa un sistema di valori, simboli, rituali e linguaggi condivisi non è stata sostituita con un nuovo circolo che potesse essere in grado di accomunare coloro che erano stati militanti. I percorsi personali di uscita dalla lotta armata hanno quindi assunto un'importanza preponderante, diversificando in maniera definitiva le situazioni dei singoli e finendo per influenzare in maniera netta i loro ricordi. Da questo punto di vista non crediamo si possa giungere a conclusioni differenti da una registrazione dell'incompatibilità di molte delle visioni che ex membri del gruppo hanno fornito (e magari continueranno a fornire) dei loro trascorsi e dell'organizzazione in cui avevano militato. Le polemiche, anche recenti, nate tra alcuni di essi ci sembrano un'ulteriore conferma di quanto appena sostenuto. Ciò, ci sembra bene sottolinearlo ancora una volta, non vuol dire che quanto prodotto non sia materiale utilizzabile. Proprio perché in grado di mettere in luce questioni particolari e dinamiche che altrimenti non avrebbero mai avuto la possibilità di emergere ci pare che la conoscenza generale dell'argomento non possa esimersi dal confronto con esso; piuttosto crediamo necessaria la consapevolezza della sua parzialità.


Alcune riflessioni sugli effetti che questa situazione ha finito per produrre ci paiono comunque possibili, in particolar modo sulle conseguenze che una tale diversificazione ha potuto provocare nell'opinione pubblica e nella società in generale.


Riteniamo che le vicende del partito armato, delle Brigate rosse in particolare, non siano ancora diventate ?storia?. Le ragioni di ciò sono da ritrovare, almeno a nostro parere, nelle ambiguità e nelle ?zone d'ombra? che ancora caratterizzano molti degli episodi e dei personaggi di quegli anni, caratteristiche che hanno reso sempre problematico l'approccio della storiografia al tema.


Tra i pochi tentativi di studio generale del fenomeno vanno ricordati i lavori di Giorgio Galli, che per la sua ipotesi di connivenza tra Br e settori dello stato è stato a volte vittima di attacchi politici: così si esprimeva un giornale di partito in riguardo alle sue interpretazioni: ?Un disegno volto a eccitare l'ostilità di massa contro i partiti democratici e criminalizzare i vertici dei partiti di maggioranza? (?La discussione?, 10 dicembre 1984).


Proprio quello politico è stato uno dei pochi campi in cui l'esperienza brigatista ha trovato spazio, anche se, particolare non secondario, dovendosi sottoporre alle inevitabili distorsioni che la battaglia partitica porta spesso con sé. È ragionevole attendersi che in tali condizioni venissero a costituirsi, all'interno della società, memorie controverse nei riguardi di un gruppo armato che ha a suo modo segnato la storia del nostro paese. Particolarmente indicativo ci sembra un passo di Anna Lisa Tota, capace di spiegare anche le intromissioni della politica nel campo storiografico:



Nel Novecento i casi controversi, i passati scomodi da commemorare sono assai numerosi. Per questo appunto le memorie sono particolarmente contese. Accade sempre più spesso che differenti rappresentazioni sociali del passato si trovino a competere tra loro nell'arena dei mercati culturali e politici, al fine di fissare e legittimare socialmente una data versione di un certo evento. Tale competizione si fa tanto più accesa quanto più si tratta di passati controversi, incompiuti, difficili da ricostruire e da legittimare. Si tratta di forme di negoziazione degli immaginari sociali [?] che nella contemporaneità passano sempre più attraverso la ricomposizione di memorie in conflitto, di versioni ufficiali in competizione con altre più o meno accreditata, di ricostruzioni ufficiose tutte da legittimare (Tota 2001, 17).




È nostra ipotesi, dunque, che anche la vicenda delle Brigate rosse si possa considerare un ?caso controverso?, di cui l'opinione pubblica non mantiene una visione condivisa. Ne potrebbe essere ulteriore dimostrazione anche la scarsa conoscenza che le generazioni più giovani dimostrano di avere a riguardo 8. È sempre Anna Lisa Tota a definire i contorni di questo aspetto:



La memoria di questa strage [piazza Fontana], così come quella di molti altri eventi che hanno segnato gli ultimi tre decenni della nostra storia, sembra sospesa in un limbo spaziale e temporale che inceppa i tradizionali meccanismi di trasmissione della memoria alle nuove generazioni. Come si raccontano memorie così controverse da non essere ancora confluite in una qualche forma di storia, grazie anche al fatto che le vicende giudiziarie si sono protratte senza successo per decenni e in alcuni casi sono ancora aperte? (Tota 2001, 24).




Questa serie di considerazioni potrebbero aprire nuove ed importanti questioni che non ci pare possibile trattare in questa sede. Ci è sembrato però utile, a conclusione di questo lavoro, porsi un interrogativo che è in qualche maniera legato alla questione dell'autorappresentazione brigatista nel periodo successivo alla conclusione dell'attività eversiva. Esso consiste nel chiedersi sino a che punto la diversificazione delle memorie degli ex militanti abbia potuto contribuire a creare la caratterizzazione di passato controverso nei confronti delle vicende della lotta armata in Italia, trasmettendo all'opinione pubblica e alla società una serie di immagini ed interpretazioni non collimanti. I processi di costituzione di memoria e storie condivise si basano su dinamiche complesse e sull'interazione di vari attori sociali; non è nostra intenzione tentare di ridurre la questione alla formulazione di una rielaborazione collettiva da parte degli ex brigatisti. Ci pare però ragionevole, a questo proposito, ipotizzare che parte delle cause generatrici della situazione attuale si possano ricondurre alla mancanza di una parola comune sul proprio passato da parte di chi, tra gli anni settanta ed ottanta, sostenne e supportò i progetti di rivoluzione sociale concepiti dalle Brigate rosse.


 










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Autore Angeli Massimo
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