N. 12 - Novembre 2006


ISSN 1720-190X





Stefano Santoro

Relazioni italo-rumene fra le due guerre mondiali:
i documenti di Bucarest


Questo saggio si propone di fare alcune considerazioni sui principali nodi relativi ai rapporti instauratisi fra Italia e Romania nel periodo interbellico, attraverso l'analisi delle fonti d'archivio rumene, depositate sia presso gli Archivi nazionali, sia presso gli Archivi del ministero degli Esteri di Bucarest. L'intenzione di chi scrive è quindi di indagare in che modo la diplomazia rumena guardò all'Italia durante il fascismo, che aspettative aveva e che strategie vennero effettivamente messe in atto da entrambe le parti nella prospettiva di realizzare una collaborazione fra i due paesi. Si tratterà ovviamente – visto lo spazio disponibile – di uno studio volutamente sintetico, che si limiterà soltanto alla messa a fuoco di alcuni dei momenti che caratterizzarono i rapporti italo-rumeni.

Le relazioni fra Italia e Romania costituiscono un tema sul quale l'attenzione degli specialisti e dei non specialisti si è concentrata fin dal Risorgimento, che si è realizzato – con evidenti parallelismi – attraverso progressive estensioni dei rispettivi territori nazionali fino alla liberazione dallo “straniero”, identificato in modo particolare con l'Impero austro-ungarico, nel corso della prima guerra mondiale. I rapporti fra i due paesi, a livello diplomatico – quindi con l'istituzione di due Legazioni, rispettivamente a Roma e Bucarest –, furono stabiliti ufficialmente il 5 dicembre 1879, quando l'Italia riconobbe l'indipendenza della Romania dall'Impero ottomano (Dinu, Bulei 2001). L'indipendenza della Transilvania, la grande regione nord-occidentale che continuava a restare sotto sovranità asburgica, venne a rappresentare l'obiettivo dell'irredentismo rumeno, che puntava alla creazione della cosiddetta Grande Romania, realizzata poi a seguito della partecipazione rumena alla prima guerra mondiale a fianco dell'Intesa (la Romania aveva fra l'altro occupato nel 1918 la Bessarabia, rivendicata poi dall'Urss). Anche l'Italia riuscì a realizzare l'unificazione del suo territorio nazionale con la prima guerra mondiale, essendosi schierata dalla parte dell'Intesa e annettendosi quindi il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, l'Istria, Fiume (dal 1924) e Zara.

La situazione che si era creata fra i due paesi continuava per certi versi a fornire nuovi spunti per la retorica del parallelismo fra i due popoli e i due patriottismi: fra l'altro – e questo naturalmente la retorica si guardava dal ricordarlo – entrambi i paesi avevano incluso all'interno dei propri confini delle consistenti “minoranze” etniche. L'Italia doveva fare i conti con i tedeschi dell'Alto Adige e gli sloveni e i croati delle terre orientali, mentre la Romania si trovava di fronte all'ancora più spinoso problema degli ungheresi della Transilvania. I due paesi assunsero tuttavia, poco dopo la fine della guerra, una posizione diversa nei confronti della situazione creatasi, sancita dai trattati di pace di Parigi, che costituì l'ostacolo oggettivo principale ad ogni tentativo di avvicinamento durevole fra Roma e Bucarest fra le due guerre mondiali. Infatti, se la Romania si riteneva soddisfatta della sistemazione territoriale raggiunta, in Italia iniziò a diffondersi la leggenda, prima nazionalista poi fascista, della “vittoria mutilata”, riferendosi alla mancata annessione della Dalmazia – prevista dal patto di Londra del 1915 –, che era stata invece assegnata alla Jugoslavia.

Se l'obiettivo della diplomazia rumena fu quindi costantemente finalizzato alla preservazione del cosiddetto status quo , quello della diplomazia italiana, in particolare dalla fine degli anni Venti, fu, al contrario, di mutare gli equilibri territoriali al confine orientale.

Tuttavia, la politica estera del fascismo nei primi anni del dopoguerra si pose su una linea di sostanziale continuità con quella prefascista, anche per influenza del segretario generale del ministero Salvatore Contarini, che aveva precedentemente lavorato con il ministro degli Esteri Sforza ad una politica di collaborazione con i paesi eredi dell'Impero austro-ungarico (Carocci 1969; Cassels 1970).

La storia delle relazioni italo-rumene, da questo punto in poi, ha avuto un numero abbastanza ristretto di studiosi, che hanno a volte affrontato l'argomento in un quadro più generale dei rapporti fra Italia ed Europa orientale e più raramente in un quadro più definito di relazioni italo-rumene. Causa principale di ciò – in base ai giudizi più diffusi degli studiosi del settore – è che le relazioni fra i due paesi non hanno mai rivestito un'importanza centrale nella politica estera di Roma o Bucarest nel periodo in esame e che, in ogni caso, molto di quanto si è detto è stato in gran parte propaganda (il “mito” della latinità). Ora, se è vero che, dal punto di vista delle realizzazioni pratiche, la diplomazia ufficiale concretizzò ben poco (un trattato di amicizia non rinnovato, accordi commerciali e una convenzione culturale ormai in piena guerra), la Romania costituisce un fenomeno interessante proprio come “occasione mancata” da una parte e luogo ideale “mitico” in quanto – nelle parole della retorica dal Risorgimento fino, in certi ambienti, ai tempi nostri – baluardo della “latinità” nell'Est europeo prevalentemente slavo e quindi “barbaro”.

Analizzando i documenti d'archivio risulta evidente come la diplomazia dei due paesi tentò – a fasi alterne e in modo diverso – un avvicinamento e un accordo: la diversa collocazione internazionale e l'opposta valutazione della posizione da tenere verso il “revisionismo” (la possibilità cioè di rivedere la sistemazione territoriale del dopoguerra) rese impossibile tale accordo. Ciò non toglie che i tentatativi ci furono: soprattutto la Romania guardò all'Italia come a una possibile mediatrice nella questione della Transilvania, fra Bucarest e Budapest, vista la relazione privilegiata che si era stabilita dagli anni Venti fra Italia e Ungheria. All'interno di questo quadro si mosse la cosiddetta “diplomazia parallela” della cultura e della propaganda, che utilizzò, da entrambe le parti, la categoria mitica della latinità, capace di collegare idealmente italiani e rumeni nel nome di Traiano e delle comuni radici spirituali e culturali (Santoro 2005).

Tutto ciò, a parere di chi scrive, merita quindi senz'altro di essere studiato, in quanto può permettere di illuminare alcuni aspetti della politica estera del fascismo a torto considerati marginali: non bisogna dimenticare, a tale proposito, che l'Europa centrale e sud-orientale venne considerata dal regime fascista come un'area di espansione politico-economica, in competizione con la Germania nazista. Il fatto che anche questo progetto si rivelasse poi velleitario, nulla toglie alla rilevanza del disegno egemonico fascista nell'area, così com'era stato concepito.

Esistono ad oggi due soli studi dedicati ai rapporti italo-rumeni, abbraccianti tutto il periodo che qui ci interessa: uno di Giuliano Caroli, incentrato sulla storia militare, l'altro, rumeno, di Valeriu Florin Dobrinescu, Ion Patroiu e Gheorghe Nicolescu, relativo alle relazioni politico-diplomatiche e militari (Caroli 2000; Dobrinescu, Patroiu, Nicolescu 1999). Esistono poi diversi saggi di storia diplomatica, come quelli di Giuliano Caroli, tesi ad illuminare alcuni momenti caratterizzanti dei rapporti fra i due paesi (Caroli 1978; 1982; 1983; 1989; 1991; 1997; 1999).

Sono inoltre apparsi degli studi relativi alle relazioni culturali fra Romania e Italia: alcune riflessioni di carattere bibliografico sono state sviluppate da Pasquale Buonincontro, mentre alcuni spunti si segnalano in una collettanea di carattere anche prettamente linguistico a cura di Teresa Ferro (Buonincontro 1988; Ferro 2003).

Infine, vi è chi ha tentato di focalizzare maggiormente l'attenzione sull'intreccio fra diplomazia e cultura e quindi sul ruolo della cosiddetta “diplomazia culturale” nelle relazioni fra i due paesi (Santoro 2004). Alcuni studi, di diverso livello, sono stati pubblicati dall'“Annuario” dell'Istituto Romeno di cultura e ricerca umanistica, che ha sede a Venezia (Basciani 2003).

Dall'analisi dei documenti d'archivio, risulta subito evidente che la diplomazia rumena oscillò inizialmente fra neutralità ed ammirazione nei suoi giudizi sul regime fascista. Fino al 1925, l'incaricato d'affari di Romania a Roma, Vlãdãianu, inviò a Bucarest dei rapporti abbastanza neutri sulle riforme autoritarie, sulla spoliazione delle prerogative del parlamento e sulle misure repressive di pubblica sicurezza che il fascismo stava mettendo in atto 1. Il ministro di Romania a Roma Lahovary ebbe invece una posizione marcatamente filofascista. Il discorso di Mussolini alla Camera sulla legge Rocco, con cui si abolivano la massoneria, le società segrete e tutti i partiti politici “antinazionali”, fu giudicato favorevolmente da Lahovary:

Le parole del Signor Mussolini non mancheranno di essere commentate con passione in Italia e fuori dai suoi confini. Esse contengono molta giustizia e corrispondono a delle necessità attuali di fronte al pericolo sempre più evidente di cospirazioni e di trame criminali organizzate dall'Internazionale di Mosca con la tolleranza e l'aiuto del Governo Sovietico 2.

Alexandru Em. Lahovary era considerato “il decano del corpo diplomatico rumeno e una delle figure più ragguardevoli” della diplomazia rumena. Come tutti i giovani esponenti della borghesia rumena, anche Lahovary si era formato a Parigi, prima al Liceo Condorcet a fianco di futuri uomini politici come Raymond Poincaré, poi conseguendo il dottorato in Diritto con lode. Infine, era entrato molto giovane nella carriera diplomatica, “tenendosi sempre lontano dalle mene della politica interna”: fu ministro a Roma nel 1893, all'età di 38 anni, poi a Costantinopoli, Vienna e Parigi, dove aveva lavorato alla stipulazione dell'alleanza con la Francia nel 1916, poi ancora una seconda volta a Roma dove si era conclusa la sua carriera (Bossy 1993, 55-56).

Più neutro e apparentemente non molto entusiasta nei confronti del fascismo continuava a sembrare Vlãdãianu, ad esempio nei suoi rapporti relativi al cosiddetto patto di palazzo Vidoni, firmato a Roma il 2 ottobre 1925 dai rappresentanti della Confederazione delle corporazioni fasciste e da quelli della Confindustria, in seguito al quale si ebbe lo scioglimento di tutti i sindacati tranne che di quelli fascisti, contestualmente alla creazione della magistratura del lavoro 3.

Ma qual era la situazione interna in Romania? Il paese, la “Grande Romania”, notevolmente ingrandito in seguito alla prima guerra mondiale, era preda di profonde contraddizioni interne. Da un lato, la classe dirigente rumena, ruotante attorno al re Ferdinando I e a Ion Bratianu, capo del Partito nazional liberale, basava il proprio potere su una burocrazia centralizzatrice, su un sostegno alla nascente industria nazionale, su un vago populismo e su un nazionalismo xenofobo verso magiari della Transilvania ed ebrei della Bessarabia, che si appaiava, in quest'ultimo caso, con la continua riproposizione del pericolo comunista (la Bessarabia era rivendicata dall'Urss). Erano, queste, caratteristiche di lunga durata della monarchia costituzionale rumena che, tuttavia, dal gennaio 1922 al marzo 1926 furono incarnate da Bratianu (Hitchins 2003, 445-447).

Il cosiddetto “periodo liberale”, che si estende grossomodo dal 1923 al 1928 e coincide in buona parte con l'era Bratianu, fu caratterizzato quindi da luci e ombre. Da un lato, egli fece promulgare nel 1923 una nuova costituzione, che garantiva uguaglianza di diritti a tutti gli abitanti della Romania, indipendentemente dalla loro appartenenza nazionale, sociale, religiosa. D'altra parte, in pratica, le leggi varate dal suo stesso governo spesso accrebbero le disuguaglianze che la costituzione formalmente puntava ad eliminare. In realtà, operai e contadini venivano sostanzialmente emarginati dalla vita politica, le riforme sociali venivano evitate, in quanto identificate con il bolscevismo, mentre i liberali governavano a vantaggio della borghesia, dell'alta burocrazia e della stessa classe dirigente governativa. La messa fuori legge nel 1924 del partito comunista, la falsificazione sistematica dei risultati elettorali, l'adozione di una legge elettorale sul modello di quella Acerbo del fascismo italiano, che assicurava al partito di governo un saldo predominio sul parlamento, furono successive tappe del “periodo liberale”. È vero tuttavia che gli anni dei liberali furono anche caratterizzati da sviluppo economico e da una relativa prosperità (Fischer-Galaþi 1970, 38-39).

Nei primi anni Venti, buona parte dei rapporti diplomatici italo-rumeni furono condizionati dalla questione relativa all'annessione della Bessarabia da parte della Romania. La Bessarabia, occupata dalle truppe di Bucarest alla fine della guerra, era rivendicata dall'Urss, ma già nell'ottobre 1920 Italia, Francia e Gran Bretagna avevano riconosciuto de jure l'annessione; riconoscimento che doveva essere ratificato per diventare effettivo. Mentre Francia e Gran Bretagna avevano provveduto in tempi brevi, l'Italia ritardava, da un lato per timore di guastarsi i rapporti con l'Urss, da cui acquistava ingenti quantità di derrate alimentari, dall'altro nel tentativo di mercanteggiare con Bucarest per ottenere agevolazioni per lo sfruttamento dei nuovi giacimenti petroliferi rumeni e un trattamento preferenziale per i detentori italiani di buoni del tesoro rumeni, recentemente consolidati (Pizzigallo 1981, 159-198).

Bratianu aveva tentato fin dal febbraio 1923 di coinvolgere Mussolini in un fronte antisovietico: aveva infatti scritto al ministro Lahovary che “le développement de la question d'Orient nous oblige d'envisager la possibilité d'une offensive bolchévique contre nous” 4. Mussolini si era anche detto disponibile a fornire alla Romania materiale bellico, ma prima di tutto puntava a risolvere le pendenze di carattere economico-finanziario, in particolare la questione dei buoni del tesoro rumeni e quella dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi: alla soluzione di tali problemi subordinava addirittura l'autorizzazione alla visita dei reali rumeni in Italia 5.

Mussolini continuava inoltre ad insistere perché tutte queste materie fossero incluse in un accordo commerciale fra i due paesi; in cambio, aveva spiegato Contarini a Lahovary, l'Italia avrebbe ratificato l'annessione della Bessarabia. A parere di Mussolini sarebbe stato preferibile un preventivo accordo con Mosca, cosa tuttavia ritenuta improbabile. Il contenzioso restava quindi aperto e Lahovary si rendeva pienamente conto che Mussolini voleva contrattare, in base al suo detto preferito “niente per niente” 6.

Il susseguirsi di contatti fra le diplomazie italiana e rumena provocava dunque inquietudine sia presso il governo sovietico che presso quello ungherese. Le conversazioni svoltesi fra il sottosegretario al Tesoro rumeno Manoilescu e il governo italiano avevano suscitato diffidenza negli ambienti sovietici, i quali temevano che “derrière les négotiations économiques, le Ministre de Roumanie et le Président du Conseil italien traiteraient aussi une entente d'ordre essentiellement politique, qui devrait être sanctionnée par un traité d'amitié” 7.

A seguito del trattato di amicizia franco-rumeno del giugno 1926, che fra l'altro costituiva implicitamente una riconferma da parte francese del riconoscimento de jure dell'annessione bessarabica, Mussolini si decise a stringere i tempi per un simile trattato da parte italiana, temendo di vedere danneggiati gli interessi italiani in Romania. Il patto di amicizia e collaborazione cordiale, firmato il 16 settembre 1926 a Roma da Mussolini e dal nuovo presidente del consiglio rumeno, il filoitaliano Averescu, sembrò essere quindi il segnale di una disponibilità italiana alla definitiva soluzione della questione della Bessarabia, che fu poi effettivamente chiusa il 7 marzo 1927, con la ratifica del riconoscimento dell'annessione 8.

Il patto del settembre 1926 non differiva di molto dai patti di amicizia firmati in quegli anni fra i paesi europei: si richiamava infatti alla Società delle Nazioni e al trattato di Locarno, prefiggendosi la conservazione della pace in Europa. In particolare, l'articolo tre affermava che “nel caso in cui la sicurezza e gli interessi” di una delle due parti fossero minacciati “da incursioni violente provenienti dall'esterno”, l'altra parte si sarebbe impegnata a prestare “il proprio appoggio politico e diplomatico, con l'obiettivo di contribuire a fare sparire la causa esteriore di queste minacce”. Infine, il trattato avrebbe avuto la durata di cinque anni e avrebbe potuto essere denunciato o rinnovato un anno prima della sua scadenza 9.

A voler rinsaldare ulteriormente il rapporto fra Italia e Romania, il maresciallo Badoglio si recò a Chiºinau nel novembre 1926 e nel dicembre 1927, rassicurando i rumeni sulla protezione italiana di fronte ai sovietici. Così riferiva la diplomazia rumena a proposito del discorso tenuto da Badoglio durante l'incontro con il sindaco della città:

Affermando che il Dnestr costituisce la frontiera fra il mondo civilizzato e un'altra specie ostile a questa civilizzazione, qualsiasi forma abbia in un tale momento, il Maresciallo è tornato con ulteriore energia sull'unica sua preoccupazione: quella di metterci in guardia sul pericolo della Russia, che – zarista o bolscevica – non ha smesso per un attimo di essere imperialista, che non ha rinunciato e non rinuncerà ad aspirare alle province che ha dominato un tempo e che – senza potere precisare al momento alcun obiettivo che sceglierà – approfitterà della prima occasione per attaccare il punto che considererà più vulnerabile al suo confine occidentale.

Nel suo fervore anticomunista, Badoglio rinnovò le garanzie che l'Italia avrebbe mantenuto tutti gli impegni riguardanti il materiale bellico necessario alla difesa della frontiera rumeno-sovietica sul Dnestr, nel caso di un attacco bolscevico 10. Il discorso della latinità, comune matrice di italiani e rumeni, impegnati inoltre entrambi nella lotta contro il bolscevismo, era evidentemente enfatizzato in questo periodo da entrambe le parti. Incontrando il 15 febbraio 1928 il nuovo ministro di Romania in Italia, Ghika, che lo stesso giorno aveva presentato le proprie credenziali al Quirinale, Mussolini affermò che la Romania “rappresenta una forza latina allontanata e circondata da forze slave” 11.

La verità era che le relazioni italo-rumene, nonostante le apparenze, erano destinate ad incontrare numerosi e crescenti ostacoli. Il 5 aprile 1927 era stato infatti firmato da Mussolini e dal primo ministro ungherese István Bethlen un patto di amicizia, conciliazione ed arbitrato. La firma di un tale patto, il primo stipulato dall'Ungheria con una delle potenze vincitrici della guerra mondiale, aveva un preciso significato nella strategia mussoliniana: significava imboccare la via del “revisionismo”, appoggiando le istanze in primo luogo ungheresi, ma anche austriache e bulgare, dirette ad una modifica territoriale rispetto a quanto stabilito nei trattati di Versailles, del Trianon e di Neuilly. Capovolgendo quindi il disegno che era stato impostato dalla diplomazia liberale dell'immediato dopoguerra, Mussolini intendeva porsi alla testa di uno schieramento che sarebbe stato necessariamente antijugoslavo e antifrancese e che avrebbe posto come prioritaria nella propria azione la distruzione o comunque il disarticolamento della Piccola intesa, la coalizione antirevisionista dei paesi premiati dai trattati di pace, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania, postasi sotto la protezione di Parigi (Burgwyn 1979; Breccia 1980).

Ciò non significa che l'opzione filorumena venisse per questo abbandonata. La diplomazia italiana tentò infatti fino alla fine degli anni Trenta e oltre, di mantenere rapporti cordiali con Bucarest, pur instaurando un canale privilegiato con Budapest. I rumeni, da parte loro, preferirono ovviamente guardare a Parigi, ai loro occhi senz'altro più credibile, non rinunciando tuttavia ad interloquire con Roma, credendo possibile utilizzare la mediazione italiana con l'Ungheria per quanto riguardava i territori contesi della Transilvania.

Ricevendo il nuovo ministro di Romania a Roma Ghika nel febbraio 1928, Grandi – allora sottosegretario agli Esteri – oscillò fra atteggiamenti amichevoli e repentini irrigidimenti: dichiarò “di non essere disposto ad appoggiarsi in modo cieco e con una sentimentalità sbagliata su identità di razza per gli indirizzi di politica estera”, aggiungendo tuttavia al contempo che fra Italia e Romania esisteva “una legge di gravitazione evidente”. Ghika si lamentò però del fatto che “l'amicizia italo-magiara […] offende il sentimento del popolo rumeno e sembra poco compatibile con l'alleanza italo-rumena” 12.

Incontrando a palazzo Chigi Ghika, Mussolini usò toni rassicuranti, affermando che “la politica ungherese dell'Italia esclude ogni modificazione di frontiera in danno della Romania”, in quanto essa era “paese latino, amico e alleato”, “isolato” nel “blocco slavo”. Ma, precisava poi, “allo stesso modo” dell'Ungheria. In tale fase, il ministro di Romania sembrava dare ancora credito alle parole del duce: riferendo al suo ministro degli Esteri scriveva: “Credo che la sincerità del Capo del Governo italiano non può essere messa in dubbio e che egli immagina che la politica che lo guida in Europa centrale e orientale è logica, prudente e realizzabile” 13.

Alla svolta degli anni Trenta la tensione fra Ungheria e Romania stava salendo, in particolare per la cosiddetta questione degli optanti, cioè i proprietari terrieri di Transilvania che avevano scelto la cittadinanza ungherese alla fine della guerra ed avevano perciò perso i diritti sulle loro terre in Romania. La stampa italiana aveva in quel torno di tempo evidenziato una precisa scelta di campo, abbracciando senza riserve le tesi magiare: secondo la diplomazia rumena si era in definitiva di fronte ad un'“infelice situazione”, alimentata dal “tono immorale” dei giornali italiani 14.

Fu in questo periodo che il governo rumeno decise di inaugurare, il 2 aprile 1930, l'Istituto storico artistico romeno di Venezia, detto anche “Casa romena”: un centro di studi umanistici – creato grazie in particolare agli sforzi del celebre storico Nicolae Iorga –, che è attivo tuttora e si trova nel palazzo Correr in Campo Santa Fosca. In tale occasione, alla presenza di diverse personalità, Iorga fece “un'allusione molto discreta ma capita da tutti, su certa propaganda priva di tatto e offensiva fatta in Italia contro di noi”. Il ministro di Romania Ghika, scrivendo al ministro degli Esteri e presidente del Consiglio Mironescu, si mostrava comunque fiducioso del fatto che la Casa romena sarebbe stata “sicuramente, un mezzo efficace di avvicinamento sul terreno culturale fra entrambe le nazioni” 15. La Casa romena di Venezia si affiancava ad una preesistente Scuola romena, attiva dal 1° novembre 1922 a Roma e diretta da Vasile Pârvan, storico e archeologo allievo di Iorga (Burcea, Bulei 2003; Zub 1969). Da parte italiana, esisteva già dal 1923 a Bucarest un Istituto di cultura italiana, fondato da Ramiro Ortiz, docente di lingua e letteratura italiana nell'ateneo della capitale rumena (Burcea 2004, 57-66).

Nonostante queste iniziative di “diplomazia culturale”, la diplomazia tradizionale oggettivamente non operava a favore di un consolidamento delle relazioni fra i due paesi, che si ponevano in modo sempre più netto nei due opposti campi del “revisionismo” e dell'“antirevisionismo”. Fu in particolare il ministro degli Esteri rumeno Titulescu a voler imprimere una svolta all'organizzazione della Piccola intesa, che venne potenziata con una convenzione firmata a Ginevra il 16 febbraio 1933 da Romania, Cecoslovacchia e Jugoslavia. Successivamente, nella sessione del settembre 1933 del consiglio permanente della Piccola intesa, riunitosi a Sinaia (Romania), Titulescu propose un'estensione del sistema delle convenzioni difensive nella zona danubiano-balcanica, a tutela dello status quo. Si arrivò così alla firma dell'Intesa balcanica (Atene, 9 febbraio 1934), fra Grecia, Romania, Turchia e Jugoslavia, che si ispirava nelle sue grandi linee alla Piccola intesa (Iordache 1977, 161-204).

Tutti questi movimenti da parte rumena suscitarono l'aperta ostilità del governo italiano, che aveva già identificato nel ministro degli Esteri rumeno la sua bête noire. L'intransigente posizione antirevisionista di Titulescu impediva infatti per Mussolini un vero accordo fra i due paesi (Titulescu 1996, 195-218). Una violenta campagna di stampa da parte italiana aveva quindi colpito in quel torno di tempo Titulescu; nonostante ciò, il ministro Ghika continuava a non disperare: ammettendo che l'Italia stava guardando “senza piacere” alla nuova forma di organizzazione della Piccola intesa, Ghika si consolava sostenendo che a Roma si continuava a preferire la Romania alla Jugoslavia e alla Cecoslovacchia 16. Il nuovo ministro di Romania, Lugoºianu, si mostrava comunque ottimista circa la possibilità di riavvicinare l'Italia alla Piccola intesa, per mezzo della proroga del patto di amicizia italo-rumeno, così come sperava lo stesso Titulescu: il 17 luglio 1933 esso venne effettivamente prolungato, ma di poco, fino cioè al 18 gennaio 1934, con uno scambio di note a palazzo Chigi 17. Furono inoltre prorogati di tre mesi il trattato di commercio e navigazione e la convenzione di clearing italo-rumena: la scadenza venne spostata dal 1° settembre al 30 novembre del 1933 18. Infine, il 5 gennaio 1934 fu firmato a Roma, da Lugoºianu e Mussolini, il trattato di commercio e navigazione fra la Romania e l'Italia 19.

La Romania puntava tuttavia alla proroga del patto di amicizia, ormai in scadenza. In particolare, di fronte agli ormai chiari progetti di espansionismo economico e politico della Germania di Hitler verso il sud-est europeo, la Romania sperava di riuscire a non guastarsi i rapporti con l'Italia, in modo da potere controbilanciare la pressione nazista. Mussolini però era su un'altra lunghezza d'onda.

Il 9 gennaio 1934, Lugoºianu ebbe un “lungo colloquio” con Mussolini, in cui vennero affrontati, in modo globale, i principali problemi concernenti le relazioni fra i due paesi. Lugoºianu tentò di rievocare i tempi della collaborazione fra i paesi appartenuti all'Impero asburgico dei primi anni Venti, seguendo un'impostazione cara allo stesso Titulescu: l'Italia aveva degli interessi in comune con la Piccola intesa, essendo anch'essa, in parte, erede dell'Impero asburgico. Il ministro di Romania spiegò che “all'origine di questo patto di alleanza [la Piccola intesa] non c'è stata alcuna idea di ostilità contro l'Italia”, ma che, al contempo, i tre paesi firmatari restavano fermi sul punto dell'“intangibilità delle clasusole territoriali”: di conseguenza, era fuori discussione il fatto che “una revisione pacifica non è possibile”. Lugoºianu tentò di dirottare l'attenzione del duce sul pericolo tedesco: “Il più grande problema sia per noi che per l'Italia è il problema del futuro dell'espansione politica ed economica della Germania verso oriente”, cioè “il vecchio ‘drang nach Osten'”, che si ripresentava nella sostanza identico, anche se “sotto un'altra forma”. Tale discorso non faceva tuttavia breccia nel ragionamento di Mussolini: la sua scelta revisionista gli impediva infatti qualunque accordo con un'alleanza antirevisionista quale la Piccola intesa. Non vi erano quindi secondo il duce le condizioni per prorogare il vecchio patto di amicizia, né per sottoscriverne uno nuovo: “gli uomini di Stato della Piccola Intesa hanno avuto negli ultimi mesi un'attitudine anti-italiana” e “dove c'è ostilità, non si può parlare di amicizia”. Infine, riconoscendo il fatto che esisteva una spinta tedesca verso l'area danubiano-balcanica e quindi un potenziale pericolo determinato dalla penetrazione del nazismo presso le minoranze tedesche dell'Europa centro-orientale, Mussolini si affrettò a precisare:

La Germania è circondata oggi da tutte le parti. La sua sola possibilità di comunicazione con il resto del mondo è rimasta l'Italia. Questa si trova “nella situazione paradossale” di sostenere tuttavia la Germania, trovando che non possa esistere la pace in Europa, fino a che non saranno soddisfatte precisamente le richieste della Germania, che è una potente realtà in Centro Europa.

D'altronde, aggiungeva Mussolini, della Piccola intesa non si fidava: quando l'Italia aveva dovuto fronteggiare la Germania nel luglio 1934 in seguito all'assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss ad opera di un gruppo di nazisti, era stata lasciata sola; inoltre, il ministro degli Esteri cecoslovacco Beneš avrebbe continuato a rifiutare ogni proposta di collaborazione italiana 20.

Ad ogni modo, fu la guerra d'Etiopia a segnare una precisa svolta nella collocazione internazionale dell'Italia fascista: da quel momento in poi, l'alleanza con il Terzo Reich sarebbe stata considerata da Mussolini un'opzione irrinunciabile e la scelta di campo a favore del revisionismo, per altro già fatta da anni, avrebbe costituito una condicio sine qua non della politica estera fascista. Di conseguenza, la rottura con la Romania non avrebbe tardato a venire.

La Romania degli anni Trenta era un paese in crisi economica e politica. La depressione economica, diretta conseguenza del crollo americano del '29, aveva colpito con particolare violenza le deboli economie a base prevalentemente agricola dell'Europa orientale e sud-orientale. Ciò aveva provocato una crescente miseria nelle masse contadine e uno sviluppo di movimenti di ispirazione fascista e antisemita nelle città, il più importante dei quali era la Guardia di ferro di Corneliu Zelea Codreanu. Da parte sua, re Carol II, appoggiato dalla destra, cercò in modo deciso di orientare le istituzioni della Romania da un sistema parlamentare a un sistema di tipo monarchico-autoritario (Seton-Watson 1992, 248-258). Nonostante questi fattori, che avrebbero potuto costituire delle basi d'intesa con l'Italia fascista, le ragioni di politica internazionale prevalsero. In seguito all'aggressione italiana all'Etiopia, il governo rumeno aderì alle sanzioni contro l'Italia stabilite dalla Società delle Nazioni: il 19 ottobre 1935 re Carol II firmò un decreto che bloccava tutte le transazioni finanziarie con l'Italia 21. Suvich, allora sottosegretario agli Esteri, incontrando Lugoºianu nel novembre, spiegò che l'Italia non avrebbe preso misure di rappresaglia verso i paesi sanzionisti, ma, piuttosto, avrebbe messo in atto delle misure di difesa, continuando ad acquistare merci in base alle sue necessità. Da parte sua, Lugoºianu riconobbe che le importazioni di petrolio dalla Romania non sarebbero potute cessare, anche perché l'Italia aveva nei pressi di Ploieºti una società, controllata dall'Agip, che produceva 600.000 tonnellate annue di petrolio 22.

Il 1° luglio 1936 avvenne un fatto sostanzialmente simbolico che però contribuì a guastare i già tesi rapporti italo-rumeni. Quel giorno, al momento in cui il negus d'Etiopia ormai in esilio, Hailé Selassié, stava prendendo la parola presso l'assemblea della Società delle Nazioni a Ginevra, dai posti occupati dal corpo diplomatico e dai giornalisti italiani cominciarono a partire dei fischi. Di fronte all'incertezza dell'assemblea e del presidente Van Zeeland, Titulescu chiese risolutamente di intervenire e di fare cessare tale provocazione. La propaganda fascista montò su questo fatto una canea, affermando che Titulescu aveva esclamato “fuori i selvaggi italiani”, cosa da lui negata (Titulescu 1996, 210-212). Come riferiva il ministro di Romania a Roma Lugoºianu, “la tendenza generale […] è di porre l'incidente sul terreno politico dei rapporti con la Romania” 23.

La tensione si ripercosse anche sulle relazioni economiche fra i due paesi: nello stesso mese il governo italiano decise di imporre all'Agip di restringere le importazioni di prodotti petroliferi dalla Romania fino ad eliminarle totalmente. Questo era un duro colpo per l'economia rumena, costituendo il petrolio la principale esportazione di quel paese in Italia; inoltre, i rumeni temevano che analoghe misure avrebbero potuto essere applicate anche ad altre merci. Lugoºianu quindi si mosse con determinazione per scongiurare una tale evenienza, facendo innanzitutto affidamento sulle pressioni che le società importatrici, fra cui l'Agip, avrebbero esercitato sul governo italiano 24.

Da parte sua, Ciano affermò che tale misura aveva “un carattere strettamente provvisorio”; tuttavia non nascose il fatto che la Romania era stata colpita per prima, nel contesto di una revisione generale dei rapporti commerciali con diversi paesi, a causa della “violenta tensione degli ultimi tempi”. Però Ciano lasciò aperto uno spiraglio, aggiungendo che “l'Italia ha bisogno del petrolio rumeno e continuerà a comprarne in futuro” 25.

Il 29 agosto 1936 Titulescu venne dimissionato da ministro degli Esteri per volontà di re Carol II e di Gheorghe Tãtãrescu, primo ministro e leader del Partito nazional liberale, per venire sostituito da Victor Antonescu. L'uscita di scena di Titulescu dalla politica estera della Romania era stata accolta con grande soddisfazione sia dai circoli governativi che dall'opinione pubblica italiana. Si sosteneva infatti in Italia che la politica “massonica” e “russofila” di Titulescu stava giungendo al termine. Molti giornali avevano del resto dato ad intendere che l'allontanamento di Titulescu sarebbe stato da imputarsi alle sue attitudini “anti-italiane” degli ultimi tempi e in particolare “alle sue infelici uscite contro i giornalisti italiani a Ginevra” 26.

La guerra civile spagnola aveva contribuito in modo decisivo a polarizzare gli equilibri politici anche in Romania: da un lato, la destra filofascista della Guardia di ferro aveva ricevuto sovvenzioni dal Terzo Reich per combattere contro il “giudeo-comunismo” in Spagna, dall'altro i comunisti rumeni erano stati sostenuti per uno scopo opposto dall'Unione Sovietica. Essendo l'asse politico rumeno spostato a destra già da diversi anni, fu la Guardia di ferro, che concorreva alle elezioni con il nome di partito Totul pentru Þara (tutto per la patria), a influire in modo decisivo sulla formazione dei nuovi governi. Le elezioni del dicembre 1937 portarono alla sconfitta del partito governativo sostenuto dalla monarchia, quello Nazional liberale, e, constatato lo spostamento a destra del voto, fecero decidere il re a incaricare della formazione di un nuovo governo una coalizione di destra capeggiata da Octavian Goga e dal professor A.C. Cuza, massimo esponente dell'antisemita Lega di difesa nazional-cristiana. In realtà, Carol II temeva la Guardia di ferro, estremista e difficilmente controllabile: tentava quindi di tenere in vita un governo antisemita di destra, allo scopo di soddisfare gli umori crescenti nel paese, in particolare nelle campagne, nella burocrazia urbana e nell' intelligencija , emarginando politicamente allo stesso tempo il partito Totul pentru Þara (Fischer-Galaþi 1970, 51-58).

Da parte sua, il fascismo italiano ufficialmente manteneva i suoi contatti con la destra governativa rumena, mentre parallelamente sondava in modo cauto, tramite alcuni canali di “diplomazia parallela”, l'effettiva consistenza del movimento di Codreanu, che tuttavia, visto il suo fanatico antisemitismo, era fatalmente destinato a guardare con maggiore attenzione al nazismo tedesco (Armon 1972).

Nel gennaio 1938, l'incaricato d'affari rumeno a Roma, Constantinidi, inviava al ministro degli Esteri, Istrati Micescu, un lungo rapporto. In esso si rilevava come le reazioni all'insediamento del nuovo ministero Goga fossero state entusiaste nella stampa italiana, dove si sosteneva che con Goga si era introdotta in Romania “una specie di regime fascista” e che il paese avrebbe abbandonato le vecchie alleanze, ponendosi a fianco dell'Italia e dell'Asse Roma-Berlino. Le pronte smentite a riguardo del governo rumeno, in cui si ribadiva che il nuovo dicastero si considerava costituzionale e che il paese sarebbe rimasto fedele ai suoi tradizionali alleati (Francia e Piccola intesa), erano state dapprima passate sotto silenzio, poi avevano suscitato una evidente delusione 27.

Dopo l'irrigidimento dei rapporti fra l'Italia e i paesi della Piccola intesa nel corso della guerra d'Etiopia, la diplomazia fascista, guidata dallo spregiudicato Galeazzo Ciano, era riuscita ad aprire un piccolo varco all'interno del blocco “antirevisionista” balcanico-danubiano. Profittando dell'ascesa al potere in Jugoslavia del nazionalista Milan Stojadinoviæ, Ciano puntò a riavvicinare i due paesi e ottenne la stipulazione di un trattato di amicizia, concluso il 25 marzo 1937, integrato poi da un accordo culturale (Bucarelli 2000).

Conversando con il ministro di Romania a Roma, in riferimento al trattato italo-jugoslavo, Ciano aveva affermato che la Romania avrebbe potuto rappresentare una seconda tappa per l'Italia, a condizione che avesse rinunciato alla politica di mutua assistenza con l'Urss e che avesse trovato un modus vivendi con l'Ungheria per la questione della Transilvania. Su questo punto dirimente, tuttavia, la posizione del governo italiano – che era considerato dai rumeni come mediatore privilegiato fra i due paesi – continuava ad essere ambigua: da un lato si spingeva per risolvere la questione transilvana e quindi legare a sé la Romania, dall'altro si affermava irrealisticamente che “un cambiamento delle frontiere è escluso” e che l'intesa fra i due paesi avrebbe piuttosto dovuto essere cercata “nel campo delle minoranze e in quello economico” 28.

In realtà, diversi incontri italo-rumeni e italo-magiari avvenuti nel corso del 1937 decretarono il fallimento di questo tentativo. Da parte italiana, infatti, si temeva di scontentare il governo ungherese e quindi si subordinava la conclusione del trattato italo-rumeno al raggiungimento di un accordo fra i due paesi danubiani. Un tale accordo tuttavia era palesemente irrealizzabile, visto che i due governi di Budapest e Bucarest non intendevano recedere dalle rispettive posizioni. In ogni modo, l'ascesa del governo Goga permise, se non la stipulazione del trattato di amicizia, per lo meno la firma di un accordo commerciale, che venne concluso il 14 luglio 1938. In base ad esso, la Romania avrebbe dovuto ridurre l'esportazione di petrolio a 40 milioni di lire l'anno; per quanto riguardava le altre merci, vi erano semplicemente degli aggiustamenti, nel quadro dei precedenti accordi clearing 29.

Nel frattempo, la situazione internazionale era in rapida evoluzione. Gli accordi di Monaco fra le quattro potenze occidentali (Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia), firmati il 30 settembre 1938, che sancirono l'accettazione delle pretese di Hitler e l'inizio dello smembramento della Cecoslovacchia, definitivamente occupata nel marzo dell'anno seguente, segnarono anche la dissoluzione de facto della Piccola intesa, che nulla poté per difendere l'integrità territoriale del paese. La Jugoslavia di Stojadinoviæ che, da parte sua, aveva risolto con gli accordi di Bled le sue vertenze di confine con l'Ungheria, non si era mossa per difendere gli interessi cecoslovacchi quando Germania e Italia avevano firmato a Vienna il 2 novembre 1938 l'arbitrato per cui un'ulteriore porzione di territorio cecoslovacco era stata ceduta ai magiari. Sulla Romania si intensificarono quindi le pressioni affinché il suo governo si rassegnasse a sua volta a collaborare con l'Asse (Iordache 1977, 232-327).

Dopo il settembre 1939, l'invasione tedesca della Polonia e più ancora di fronte alle sconfitte francesi della primavera 1940, re Carol II – che nel febbraio 1938 aveva instaurato una “dittatura regia” – si persuase che il destino dell'Europa sarebbe stato nelle mani dell'Asse e in particolare del Terzo Reich. Il suo obiettivo fu quindi di assicurarsi un appoggio tedesco, per tentare di salvaguardare l'integrità territoriale della Romania di fronte alle pretese ungheresi per la Transilvania e sovietiche per la Bessarabia. Il governo Tãtãrescu si rassegnò così a concludere con la Germania un accordo in base a cui la Romania si obbligava a fornire una quantità fissa di petrolio in cambio di materiale militare. Queste misure non bastarono tuttavia a salvare la Bessarabia, in quanto il Terzo Reich non aveva ancora alcuna intenzione di opporsi all'Urss, con cui del resto aveva firmato il 23 agosto 1939 il patto di non aggressione. Così, il 28 giugno 1940 le truppe sovietiche occuparono la Bessarabia e la Bucovina settentrionale. Questo fatto fece moltiplicare gli sforzi di re Carol per blandire il Terzo Reich: il 1° luglio il governo rumeno rinunciò alle garanzie che la Gran Bretagna aveva dato il 1° aprile 1939 e il 4 luglio venne nominato un nuovo governo filotedesco, con la partecipazione di uomini provenienti dal vecchio Partito nazional-cristiano di Goga e Cuza, che aveva come ministro degli Esteri il teorico del corporativismo rumeno Mihail Manoilescu e fra i suoi ministri tre membri della Guardia di ferro. Tale governo dovette accettare, su pressione dell'Asse, la cessione della Dobrugia meridionale alla Bulgaria e della Transilvania settentrionale all'Ungheria. Il successivo colpo di stato del 4 settembre 1940, l'abdicazione del re e la presa del potere da parte di Ion Antonescu e della Guardia di ferro, restano fuori dai limiti cronologici che ci si era prefissati per questo lavoro (Hitchins 2003, 508-521).

Nel periodo precedente il secondo arbitrato di Vienna dell'agosto 1940, con cui Italia e Germania sancirono la cessione della Transilvania all'Ungheria, da parte del governo rumeno si guardò con attenzione all'Italia e a Ciano nella speranza di poter realizzare una mediazione che potesse almeno parzialmente tutelare l'integrità territoriale rumena. Sia Mussolini che Ciano non ritennero tuttavia conveniente e realizzabile una tale presa di posizione da parte italiana, considerando evidentemente prioritaria la volontà tedesca e magiara di risolvere la questione a favore di Budapest.

La storia dei rapporti diplomatici italo-rumeni fra le due guerre mondiali si può quindi con qualche ragione definire quella di “un'intesa mancata” 30. Da parte rumena, infatti, si cercò più volte di giungere ad una collaborazione con l'Italia, allo scopo di arginare la sempre più temibile espansione economico-politica nazista in direzione del Mar Nero. Da parte italiana, tuttavia, non ci fu la volontà di fare uscire tali trattative da una situazione di stallo, in considerazione dell'irrinunciabile opzione revisionistica dell'Ungheria e della scelta in favore del revisionismo che Mussolini aveva fatto fin dagli anni Venti (Caroli 1989; Madar 2003-2004).




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Autore Santoro Stefano
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