N. 10 - Febbraio 2006

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Gianni Silei

Per una storia della paura in età contemporanea
Brevi note attorno ad alcuni recenti contributi


Una letteratura ormai consolidata ha da alcuni anni individuato tra i tratti caratterizzanti delle società post-moderne il rischio e l'incertezza. La Risikogesellschaft e la ?società dell'incertezza? (Bauman 1999; Beck 2000) sono in larga parte figlie della paura dell' Armageddon nucleare, del disastro di Černobyl, delle riflessioni seguite al crollo del muro di Berlino e alla fine del mondo bipolare. Gli avvenimenti dell'11 settembre 2001 hanno ulteriormente accentuato il senso di smarrimento, inducendo a parlare di ?società sotto assedio? (Bauman 2005) o spingendo a chiedersi il tratto distintivo del nuovo secolo non sia proprio quello della perenne insicurezza collettiva (Menotti 2003). Al di là del ruolo che i principali mezzi di comunicazione di massa hanno svolto e svolgono quotidianamente nell'amplificare queste inquietudini, la sicurezza è divenuta una delle esigenze primarie delle società globalizzate, in primis di quelle occidentali, assillate dall'incubo del terrorismo (Lyon 2005 1).


È dunque possibile studiare la paura, oltre che sul piano psicologico o antropologico, anche sotto il profilo storico? Nonostante la paura rappresenti una costante nell'evoluzione umana, questo tema è stato oggetto di un numero relativamente limitato di studi a carattere storiografico. È stata la scuola francese delle Annales , con il lavoro di Georges Lefebvre sulla Grande paura del 1789 e con un saggio di Lucien Febvre dedicato al senso di insicurezza e alla paura, pubblicato nel 1956, a sollevare questo tema (pp. 244-247). La maggioranza degli studi ha tuttavia generalmente privilegiato il periodo preindustriale ( Guidi, Pelizzari, Valenzi 1992) . Uno studio sistematico della Paura in occidente dalla metà del XIV secolo fino alla metà dei Seicento è stato ad esempio realizzato da Jean Delumeau (1979), che ha riletto questo tema ponendo al centro della sua analisi il tema della ?crisi della coscienza europea? in questi secoli e l'impianto morale e teologico della religione cristiana. In particolare, Delumeau (1987) ha sottolineato l'importanza della presenza, accanto ?al ?timore' allo ?sbigottimento', al ?terrore', e allo ?spavento', che erano suscitati dai pericoli esterni di qualsiasi specie? di elementi quali ?l'?orrore' del peccato e la ?ossessione della dannazione'?. Evidenziando elementi comuni e differenze tra le paure dei cattolici e quelle dei protestanti, l'impostazione di Delumeau tende quindi ad incanalare la paura nell'ambito più ampio di una ?storia culturale del peccato?. La ?religione dell'ansia? (Arapura 1975) di cui l'Occidente cattolico e protestante si fecero portatori, è tuttavia insufficiente a spiegare molte delle nuove paure del mondo occidentale seguite alla nascita delle società industriali. L'avvento del progresso e le scoperte tecnologiche anziché fugare il senso di paura hanno semmai moltiplicato i timori e le insicurezze (Ricossa 1990). Il ?disagio della civiltà?, come lo definì Freud in un suo saggio del 1929, non si attenuato con la modernità ma è semmai cresciuto (Freud 1978).


Particolarmente sensibile a queste tematiche, non a caso proprio dopo i fatti delle Torri gemelle, è stata la letteratura anglosassone. Agli iniziali contributi di taglio sociologico si stanno progressivamente affiancando i primi lavori di impronta storiografica, che tendono ad analizzare, sul piano della storia della cultura, il sentimento della paura. Rientra in questo filone un recente studio di Joanna Bourke (2005) che si propone di analizzare da questa prospettiva alcune delle paure e delle inquietudini di ?centinaia di uomini donne e bambini inglesi e statunitensi?. Ne scaturisce un quadro d'insieme che conferma come la paura sia una delle emozioni umane più importanti e potenti e come questo sentimento condizioni ed influenzi l'umanità, ne sia insieme elemento inscindibile della sua stessa natura e strumento di progresso delle società.


Accanto a paure ataviche (la morte, il dolore, le malattie) o permanenti (la guerra, la fame, la povertà e le carestie), ciascuna epoca e ciascuna cultura mostra di aver sviluppato proprie specifiche paure. L'analisi della Bourke parte proprio dalle paure ancestrali, dunque da quella della morte. In un mondo come quello ottocentesco e primo novecentesco in cui la morte rappresentava comunque una presenza costante, ad ogni età e per ogni condizione sociale, più che della morte in sé, l'autrice si sofferma su alcuni aspetti ad essa legati. Ad esempio, l'ossessione, di una profanazione del corpo inanimato. Ne costituisce una dimostrazione il vero e proprio terrore, tipico dell'Inghilterra del XIX secolo, di una morte nella miseria e dunque del rischio di uno smembramento del corpo (i cadaveri dei poveri venivano spesso usati per le dissezioni anatomiche degli studenti di medicina) o di una sua inumazione in una fossa comune. Sarà anche questa paura, sostiene l'autrice, a spingere in direzione di provvedimenti di sostegno, sia pur minimo, per i poveri e a favorire una sorta di ?commercializzazione della morte? volta in primo luogo ad evitare che lo scomparso venga dimenticato e che il suo corpo si perda in mezzo a quello di altri senza l'omaggio dei cari. Questa paura, frutto della morale borghese ormai prevalente, degenererà anche in delle vere e proprie fobìe, come quella del sepolto vivo, talmente viva nell'immaginario ottocentesco da costituire argomento ricorrente della letteratura fantastica e popolare. Sempre con una attenzione ai risvolti psicologici, l'autrice affronta le paure individuali legate alla guerra: dal terrore provato dai combattenti durante gli assalti a quello delle popolazioni civili progressivamente coinvolte nei moderni conflitti di massa. Spostando la sua attenzione dalle paure individuali a quelle collettive, l'autrice conferma l'esistenza di meccanismi che portano la paura a generarne altre. Si tratta di quelle che sono state definite un ?corteo di paure?, paure che, in una sorta di spirale perversa, concorrono a loro volta ad alimentare ulteriore disagio e insicurezza 2. Paura ed insicurezze individuali in talune occasioni assumono dunque il carattere di massa, si fanno ?sociali? o addirittura ?globali?. Esse possono essere diverse da epoca storica a epoca storica come nel caso dei timori dei disastri tipici dell'Ottocento (gli incendi, i naufragi) a quelli successivi (la morte sotto i bombardamenti per i civili durante la guerra, l'incubo atomico). Ma tali paure collettive possono anche avere dei tratti comuni sebbene emergano in epoche diverse, come, ad esempio, nel caso delle paure delle epidemie (la febbre spagnola del primo Novecento o il cancro piuttosto che il contagio del virus dell'Aids a partire dagli anni Ottanta). In alcuni casi, esse assumono il carattere di movimenti di opinione o di vere e proprie isterie collettive in grado di influenzare le scelte di politica interna o internazionale degli Stati (Bibó 1996).


Immaginario collettivo, paura e senso di insicurezza hanno dunque un ruolo tutt'altro che marginale nelle vicende storiche, non solo nelle società preindustriali ma anche e soprattutto, alla luce delle considerazioni su rischio ed incertezza a cui si è appena accennato, in quelle industriali e post-moderne. La convivenza con la paura è una costante della stessa natura umana e, di riflesso, delle società di ogni tempo. Nel momento in cui il momento irrazionale della percezione della paura viene superato, subentra l'esigenza di fronteggiarla. Si pone quindi il problema di come ?controllare il rischio?, ?governare l'insicurezza?. Fronteggiare determinate paure significa nella maggior parte dei casi compiere delle scelte, prendere delle decisioni che possono essere individuali, collettive o istituzionali che si traducono in provvedimenti concreti, che si istituzionalizzano. Si pensi al ruolo assunto dal self-help , dall'associazionismo o dalle varie forme di assicurazione nel caso di paure come l'infermità, la vecchiaia, la malattia o ai vari provvedimenti legislativi e al crescente ruolo svolto dallo Stato in questo come in altri ambiti. Un ulteriore modo di studiare le paure è dunque quello di analizzare le risposte che la società elabora in risposta ad esse. Il che implica anche il tenere conto della questione dello ?sfruttamento? della paura e dell'insicurezze. Utilizzazione delle paure da parte dei media ma anche dello Stato ? dalla propaganda alla ?guerra psicologica? ? ai fini del mantenimento dell'ordine e della pace sociale. La paura può in effetti addirittura costituire un fattore forzatamente unificante di molte società (si pensi alle dittature del Novecento) o generare reazioni anche violente nel momento in cui queste società si sentano minacciate dall'esterno, si pensi alle ondate xenofobe nei riguardi degli immigrati, dei marginali e dei ?diversi?, o alla ?caccia alle streghe? nei riguardi di oppositori o presunti fiancheggiatori di nemici esterni.


Le implicazioni politiche della paura, che il lavoro di Joanna Bourke si limita - per una dichiarata scelta metodologica ? soltanto ad accennare delineare, sono dunque egualmente rilevanti, soprattutto in particolari momenti storici. Uno studio del 2004 di Corey Robin, recentemente tradotto in italiano, dopo aver ricostruito la genesi della paura come idea politica propone ad esempio proprio questo sentimento quale chiave interpretativa, anzi, vero e proprio elemento caratterizzante e fondante della società americana contemporanea. Al di là dei suoi intenti volutamente provocatori, la paura come vero e proprio ? american style ? rappresenta un indiretto richiamo a dedicare maggiore attenzione al ruolo che essa continua a svolgere nelle società avanzate. Le suggestioni avanzate in questi contributi pongono una serie di interrogativi di fondo. La ?società dell'incertezza? rappresenta davvero una novità, un tratto tipico della post-modernità? O piuttosto più che dall'aumento dei rischi, il senso di insicurezza deriva dalla percezione che i soggetti sociali hanno di questi stessi rischi? E in che misura questa percezione determina manifestazioni di isteria sociale, individuali, collettive tali, in talune circostanze, di influenzare le scelte delle stesse classi dirigenti? Occorrono perciò ulteriori elementi conoscitivi per la comprensione dei meccanismi attraverso cui si determina la ?nascita sociale? di un pericolo (Beck 2003, p. 11) ma anche dei modi con cui questi pericoli, e le paure che dietro di essi si celano, vengono fronteggiati. Si tratta di questioni che valgono per l'oggi ma che impongono una riflessione più ampia sul piano dei contenuti e della periodizzazione a cui proprio una analisi di taglio storico può fornire utili elementi conoscitivi. Riprendendo le parole di Lucien Febvre (1956, pp. 244-247), rispondere a queste domande significa anche ?restituire alla paura il suo legittimo posto nella storia?.





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