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Andrea Ragusa
Organicismo e libertà. Continuità ed innovazione nella strategia del “compromesso storico”

Organicismo e alleanze sociali.

Il progetto di estensione del regime liberal-democratico attraverso il rafforzamento della democrazia di base era la proiezione di una visione organicistica dello Stato e della società. Cristallizzata, negli anni Settanta, da quel filone “di centro” che è sembrato a molti acquisire la veste di una vera e propria ortodossia del berlinguerismo – il “rodanismo” – essa aveva alle spalle, come è stato sostenuto in particolare dall’orientamento socialista di Giuliano Amato, l’idea, già elaborata da Gramsci e da Togliatti, di una congenita tendenza anarchico-corporativa, tale da sfociare in svolte autoritarie, della democrazia di massa. Democrazia organizzata, pertanto, contro lo spontaneismo antistatuale dei movimentisti alla Althusser, ma anche contro l’accettazione senza riserve della democrazia rappresentativa, dei liberal-democratici alla Bobbio[20].

L’antistituzionalismo del movimento studentesco aveva giocato, in particolare, un ruolo tutt’altro che trascurabile imponendo all’attenzione dei partiti il rifiuto della delega a favore dell’assemblearismo. La soggettività politica del sindacato si era affermata attraverso inedite forme organizzative (i Comitati Unitari di Base) e nuovi modelli di contrattazione (articolata a livello aziendale), in contrasto con la tradizionale centralizzazione. Il ruolo di attore omogeneo dei processi di trasformazione sociale assegnato alla classe operaia aveva trovato un riflesso nello sforzo unitario delle tre centrali confederali, accompagnato dal loro progressivo autonomizzarsi dai partiti: l’incompatibilità tra cariche politiche e sindacali, decisa col VII Congresso della CGIL del giugno 1969 e poi adottata anche da CISL e UIL; la pur effimera esperienza della Federazione CGIL - CISL - UIL, varata nel luglio 1972, ne erano stati due tra gli episodi più significativi.

Alla crisi organizzativa che lo aveva investito tra il 1968 ed il 1969 (anno nel quale aveva toccato il punto più basso nel numero degli iscritti, e la Federazione Giovanile aveva addirittura subito un dimezzamento dei tesserati), il PCI aveva reagito con una linea di ferma cautela, ribadendo la fiducia nella direzione centralistica, nel lavoro di base applicato alle “pieghe” della società, nella bontà della linea elaborata al vertice.

La condanna della rivista “Manifesto”, legata certo soprattutto al contrasto di posizioni sull’interpretazione della linea rivoluzionaria, dietro il quale si intravedeva il pericolo di frazionismo maturato con l’avvicinamento di settori non marginali del gruppo dirigente a simpatie maoiste e “cinesi”, aveva però rappresentato anche l’episodio più significativo di questa azione di difesa del “partito nuovo” come arma di lotta. Nel Comitato Centrale del 30-31 luglio 1969, che aveva rinviato alla Commissione organizzativa l’esame del problema, aprendo di fatto quel processo che si sarebbe concluso con l’espulsione del gruppo Pintor-Rossanda nell’ottobre dello stesso anno, Alessandro Natta aveva non a caso riaffermato come un aperto, franco, perfino duro confronto di posizioni, dovesse comunque svolgersi nel partito, e che la concezione della democrazia vigente al suo interno non comportava il regime “assembleare”, né consentiva la trasformazione di organi di stampa in “libere tribune”[21]. L’assorbimento dell’assemblearismo nella cultura del partito avrebbe semmai acquisito – come si è detto – i connotati di un lavoro di rafforzamento dei corpi rappresentativi intermedi, e quindi delle assemblee elettive come organi di decentramento. Il che avrebbe anche favorito – si noti – l’ascesa nel gruppo dirigente nazionale, più frequente che in passato, di un nucleo di personalità maturato nell’esperienza amministrativa e di Governo locale[22].

Quello cui l’organicismo, che faceva da sfondo alla proposta del compromesso, intese dar risposta fu comunque soprattutto il nodo delle alleanze, anch’esso di radice gramsciano-togliattiana, ma del quale la disgregazione degli interessi e dei blocchi sociali messa in moto dal movimento del ‘68-’69 imponeva una rimodulazione.

Vi fu inizialmente una fiducia entusiastica nelle possibilità rivoluzionarie dell’alleanza operai-studenti, come segnalava, tra gli altri, proprio l’allora segretario della FGCI Gianfranco Borghini, salutando, nell’editoriale scritto per “Rinascita” il 12 dicembre 1969, la classe operaia come grande protagonista dell’autunno caldo, accanto alla quale, però, affermava esser necessaria la convergenza nella lotta degli studenti, ed anche di “altri strati ed altre forze sociali”[23]. Ed ancora nel gennaio 1970, descrivendo l’esito delle lotte operaie a Torino, Adalberto Minucci esaltava la funzione-pilota esercitata dalla classe operaia nei confronti di “altri strati decisivi della popolazione lavoratrice”:

“dai tecnici dell’industria ai braccianti – affermava in questo senso il dirigente piemontese – dagli insegnanti a vari settori del pubblico impiego, dagli studenti al personale della ricerca scientifica, dai contadini ai ceti medi urbani, numerose categorie sociali sono state spinte dall’esempio della classe operaia a scendere in lotta e ad alzare il tiro delle proprie richieste non in senso corporativo, ma – al contrario – nel senso di stabilire un più consapevole collegamento tra i proprî interessi di categoria e le esigenze di sviluppo della democrazia, tra le rivendicazioni immediate e la necessità di trasformazioni strutturali che investano tutta la società”[24].

La questione delle alleanze, inserita nel più ampio discorso dottrinale-strategico sul blocco storico, con cui Longo aveva risposto all’estremismo movimentista, si scontrò presto, tuttavia, con lo spostamento a destra che investì il paese fino al 1971-’72: riflesso, da un lato, proprio di un fenomeno di mobilitazione corporativa dei ceti medi che si era voluto esorcizzare nel trionfalismo di certe formule; dall’altro di una più ampia dilacerazione tra Nord e Sud del paese, dove la violenza reazionaria sembrava dilagare. In questo quadro, essa non solo perse molta della sua forza propositiva, acquisendo carattere di immediatezza difensiva, ma non riuscì mai, soprattutto, ad assumere i contorni di una definizione elaborativa precisa.

Prova ne sarebbe stata, come ha efficacemente illustrato Luciano Cafagna (Amato, Cafagna, 1982), il liquefarsi, di fronte alle critiche di genericismo rivolte da economisti di impostazione riformista come Luigi Spaventa, della proposta di alleanza produttivistica antiparassitaria, mirante a colpire la rendita attraverso una razionalizzazione della spesa pubblica, ed a sviluppare una domanda traente imperniata su di una modificazione dei consumi verso beni e servizi di utilità sociale. Una proposta sollecitata dall’analisi della struttura di classe della società italiana svolta nel 1972 da un “onesto riformista” (Paolo Sylos Labini), nata dal “laboratorio politico” della “Rivista Trimestrale” di Rodano, e destinata a rappresentare una sorta di “cartina di tornasole” dei limiti nei quali proprio la radice riformista, pur largamente presente nel gruppo dirigente del partito, sarebbe stata costretta da un recinto ideologico ancora assai riconoscibile[25].

La proposta di un “nuovo grande compromesso storico” tra le forze democratiche avrebbe raccolto così anche e soprattutto la domanda che alla storia italiana aveva formulato, ben prima del 1973, Palmiro Togliatti: quale potesse essere, cioè, l’interlocutore in grado di consentire alla classe operaia l’acquisizione di una forza di massa in un sistema capitalistico avanzato. Di essa avrebbe tradotto la difficoltà insormontabile nei termini di una alleanza meramente politica con il partito che nella sua natura interclassista sembrava già configurare una “complessità sociale organizzata”: cercando uno spostamento a sinistra del suo asse strategico, favorendone uno sbilanciamento della rappresentatività a favore della componente popolare, investendo di un ruolo progressivo i ceti medi contro gli elementi più conservatori presenti al suo interno.

Avrebbe però anche rinviato di nuovo la risoluzione di quell’antico nodo tra spinta massimalista e razionalità riformista che aveva attraversato dalle origini la vicenda della sinistra italiana, contribuendo ad acuire la debolezza del ruolo che la classe operaia, e tutto il movimento dei lavoratori, avevano svolto nella storia nazionale; e che la sapienza ed il realismo di Togliatti aveva modellato e dosato nella genesi di un Partito Comunista “nuovo”: asciugandone i velleitarismi, smussandone gli estremi, mantenendone la vitalità.

Proprio in ragione di questi limiti, non a caso, il PCI avrebbe già segnalato indebolimento ed incertezza nel 1974, quando il referendum sul divorzio avrebbe rilanciato la forza, per molti aspetti dirompente in un sistema politico comunque ancora piuttosto statico, di un progetto come quello del movimento radicale, che lungo tutto il decennio avrebbe incarnato la “tensione libertaria ed antagonista” rispetto alla “prospettiva della società organica” (Ignazi, 1999, p. 147).

Le elezioni del 1975 e del 1976 avrebbero cristallizzato le attese efficientistico-modernizzatrici nutrite nei confronti di un partito verso il quale l’attenzione ed il rispetto erano ormai diffusi nei più diversi settori anche dell’opinione pubblica moderata. Eppure da quel 20 giugno 1976 di cui i titoli dei quotidiani avrebbero fotografato lo stallo tra i “due vincitori”, sarebbe cominciato quel tormentato viaggio nell’area del potere, sospeso “a metà del guado” fino al definitivo ritorno all’opposizione nel 1979.

Sarebbe stata la “questione socialista”, da allora in avanti, a solcare il dibattito con i tempi ed i toni di “audacia corsara” impressi all’azione del PSI dal nuovo segretario Bettino Craxi. Scegliendo, in campo ideologico, la denuncia di una sclerotizzazione, a sinistra, nei limiti dell’ortodossia marxista-leninista (contro la quale si fissava in Proudhon, Russell, Carlo Rosselli, Daniel Cohn-Bendit, Bobbio, la genealogia di un nuovo socialismo libertario). Giocando sul rilancio di questioni che la vivace stagione della cultura socialista negli anni Settanta avrebbe continuato a dibattere sulle pagine di “Mondoperaio”, vero e proprio contraltare di innovazione e freschezza alle riviste del PCI, coperte da una coltre ormai polverosa di riferimenti: così per il rapporto tra libertà d’impresa ed intervento statale in campo economico, così per l’“efficienza” e la “stabilità” dell’esecutivo in campo istituzionale, così per la ricerca di un nuovo protagonismo dell’Italia in campo internazionale. Gestendo con indubbia sagacia tattica i ritmi di un “duello a sinistra” che si sarebbe concluso, significativamente, con l’insediamento al Governo del leader socialista nell’agosto del 1983; con la sconfitta del PCI nel referendum sulla scala mobile, nel giugno 1985, ad un anno esatto da quella gigantesca manifestazione commossa che aveva accompagnato i funerali di Berlinguer, preludio all’effimero ed illusorio sorpasso delle elezioni europee.



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