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Andrea Ragusa
Organicismo e libertà. Continuità ed innovazione nella strategia del “compromesso storico”

Un partito europeo, per la difesa e il rinnovamento della democrazia!

Un riflesso della polemica si ebbe all’avvicinarsi delle elezioni del 20 giugno 1976, che avrebbero decretato quella sorta di “bipolarismo imperfetto” tra una DC sostanzialmente stabile (38,7%), ed un PCI balzato al 34,4%, ai danni di tutti i partiti minori ma soprattutto di un PSI inchiodato ad un residuale 9,6%.

La “Rivista di storia contemporanea”, diretta dallo stesso Quazza, propose, in un articolo non firmato pubblicato sul numero di aprile, una analisi tesa a dimostrare come tra la tradizione teorico-politica del PCI delle origini e quella sottesa alla proposta berlingueriana vi fosse un mutamento qualitativo e non un rapporto evolutivo: le due posizioni rappresentavano, in altri termini, la proiezione di due diverse concezioni del mutamento sociale. Il “compromesso storico”, secondo la rivista, rappresentava non una tappa intermedia della rivoluzione, quanto piuttosto una netta contrapposizione ad essa: per la rinuncia all’iniziativa autonoma ed autosufficiente delle masse verso la presa del potere, e quindi la sostanziale accettazione del sistema parlamentare in una logica di alternanza tra maggioranza ed opposizione; per l’accettazione, sul piano economico-sociale, del sistema capitalistico, da cui derivava l’idea di una alleanza produttivistica tra classi interessate alla modernizzazione del sistema ed alla lotta ai ceti improduttivi; per la presa di distanza, sul fronte internazionale, dal modello sovietico, e la scelta di lavorare in favore di una posizione di “neutralità attiva” tra i due blocchi, dell’Italia e dell’Europa[10].

Una breve lettera di Rosario Villari, pubblicata nell’ottobre dello stesso anno, dopo il varo del terzo Governo Andreotti, monocolore democristiano sorretto dall’astensione, alla Camera, dei deputati comunisti, fu la secca risposta. Rispetto alla critica indirizzata all’estensione delle alleanze “fino al grande capitale privato interessato a combattere parassitismo ed inefficienza”, Villari sottolineava come il PCI non considerasse affatto rendita e parassitismo sganciati dal grande capitale privato, ma come già combattere questi aspetti più evidenti fosse cosa non da poco. Ribadiva anche la convinzione che la DC non si identificasse del tutto con la rendita ed il clientelismo; respingendo infine l’accusa mossa al PCI di aver creduto al “buongoverno democristiano” ed alla linea di Agnelli. Per quanto riguardava la scelta del regime parlamentare, Villari indicava in essa non un mutamento teorico rispetto all’idea della dittatura del proletariato, ma al contrario il punto d’arrivo di una linea lungo la quale il PCI aveva contribuito a costruire e rafforzare gli istituti democratici[11].

Ciò che l’analisi del periodico di Quazza non coglieva nella sua pienezza, in una lettura del compromesso come strategia attiva della rivoluzione, era comunque il carattere difensivo che, perlomeno nella prima fase, esso assunse. Evidenziato da un’ampia storiografia anche di parte cattolica[12], tale carattere rappresentava il risultato di una analisi della situazione interna ed internazionale connotata da una forte instabilità politica e di Governo; da una crescente mobilitazione sociale; dal maturare di fenomeni che alteravano sensibilmente i modelli tradizionali dell’agire politico. Da essa scaturiva per tutti i paesi la necessità, come ha notato Franco De Felice (1996) approfondendo in modo efficace l’analisi dei riflessi del nesso nazionale/internazionale nella situazione italiana, di misurarsi con domande analoghe: come governare la crisi e recuperare stabilità e consenso sociale; come conservare e migliorare le posizioni acquisite nella divisione internazionale del lavoro e della produzione; come ridefinire i rapporti con l’URSS ed il Terzomondo alla luce delle modificazioni intervenute nel “polo forte” (USA).

Pur con le difficoltà messe in luce dal convegno CESPE-Istituto Gramsci del gennaio 1970, le ripercussioni del “conflitto economico mondiale” sull’economia italiana erano state colte con consapevolezza crescente. La reazione al ciclo rivendicativo del ‘68-’69 aveva d’altra parte comportato uno spostamento verso destra del consenso politico (di cui il clamoroso successo del MSI nelle regionali del 1971 era stato il segnale più preoccupante) e del radicalismo sociale: nei sempre più frequenti episodi di violenza protestataria (la rivolta di Reggio Calabria del luglio 1970 aveva coinciso con le dimissioni del Governo Rumor sotto la minaccia di uno sciopero generale per le riforme), come nell’aprirsi della drammatica fase dello stragismo e dell’eversione “nera” con le bombe di Piazza Fontana del dicembre 1969.

La campagna per le elezioni politiche del maggio 1972 assunse toni “da crociata”, e fu affrontata dal PCI lungo le linee dettate da Berlinguer nella relazione conclusiva del XIII Congresso: sul piano internazionale, pur nella ribadita solidarietà internazionalista, un rilievo particolare dato all’Europa; sul piano interno la volontà di presentare il PCI come portatore di una “proposta politica chiara”, “sola alternativa realistica” alla crisi che attanagliava il Paese[13]. Davanti alla folla raccoltasi a piazza Navona il 7 aprile, lo stesso Berlinguer “sfidò” la Democrazia Cristiana su sette questioni tra cui risaltavano soprattutto quelle relative alla fedeltà al patto costituzionale antifascista; alla salvaguardia del carattere parlamentare della Repubblica; alla libertà di sciopero[14]. Il Governo Andreotti, varato il 26 giugno, fu giudicato in contrasto con le esigenze di rinnovamento espresse dalla società italiana e tale addirittura da rappresentare una sfida contro il movimento dei lavoratori e le forze di sinistra, sia laiche che cattoliche. Nell’editoriale del 28 giugno, Luca Pavolini indicò nella nomina del liberale Giovanni Malagodi al Tesoro, e del democristiano di destra Oscar Luigi Scalfaro alla Pubblica Istruzione, le prove di un’“operazione reazionaria”[15].

Nei primi mesi del 1973, infine, l’uscita dell’Italia dal “serpente monetario” e l’adozione del doppio sistema di cambi determinò, in reazione alla crisi inflattiva, una stretta creditizia che avviò una pesante recessione, evidenziando tra l’altro la “riduzione delle possibilità dello Stato-nazione” rispetto ai vincoli dell’interdipendenza economica. Per il PCI fu la conferma di una analisi su cui incideva la lezione del primo dopoguerra e della crisi del ’29, cioè il timore che la crisi economica potesse accelerare fenomeni disgregativi e la formazione di un blocco d’ordine. La risposta elaborata dal gruppo dirigente comunista si incardinava sul doppio binario della risoluzione, a livello internazionale, del contrasto tra paesi industrializzati sciogliendo il nodo atlantismo/europeismo in favore di una organica politica europea; dello spostamento dell’azione, a livello interno, sul nodo della governabilità politica (De Felice, 1996).

L’approfondimento della questione europea, sotto il primo rispetto, si pose in una linea di continuità con precedenti aperture intervenute, già nel 1957, pur dopo il voto contrario alla ratifica dei trattati di Roma istitutivi della CEE[16]. Il convegno promosso dal Centro Studi di Politica Economica e dai gruppi parlamentari del PCI, e svoltosi a Roma dal 23 al 25 novembre 1971, fu forse il momento più significativo di tale approfondimento, nel quale rifluì senza dubbio anche l’avanzamento critico nei riguardi del rapporto tra democrazia e socialismo in URSS seguito al “grave dissenso” espresso nei riguardi dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia nel 1968. Commentandone gli esiti sulle pagine di “Politica ed Economia”, rinata nel 1970 come bimestrale del CESPE sotto la direzione di Eugenio Peggio, Giorgio Amendola fissò non a caso l’attenzione innanzitutto sul significato della costruzione di un’entità politica continentale a partire dalla divisione storica tra Europa socialista e paesi a regime liberal-democratico, solo a partire dalla quale la costruzione europea si sarebbe potuta realizzare: tenendo presenti i problemi di “più avanzati sviluppi democratici” che si ponevano nei paesi socialisti, certo; ma non dimenticando la funzione che l’ URSS aveva avuto in Europa e nel mondo con la Rivoluzione d’ottobre, con la guerra antinazista, con la difesa della pace nel secondo dopoguerra.

L’obiettivo a cui si tendeva, secondo le parole di Amendola, era quello di un superamento della cristallizzazione e del congelamento dei blocchi, verso una realtà, cioè, che potesse svolgere una funzione veramente attiva nel mondo portando a tutti i popoli in lotta per la libertà il proprio patrimonio di ideali democratici e socialisti. La partecipazione italiana al processo di integrazione, perciò, non era affatto negata; piuttosto il PCI non avrebbe inteso “subirla passivamente”, scegliendo al contrario di lavorare ad una prospettiva di revisione democratizzante delle sue istituzioni, a partire dai principi fissati nel Trattato di Roma.

Si individuava in ciò, del resto, anche la base di un’azione unitaria tra le forze comuniste, e addirittura tra tutte le forze di sinistra in Europa, compresi i partiti socialdemocratici nei confronti dei quali si avviò in questi anni una politica di attenzione e di dialogo affidata all’abile regia di Sergio Segre, vero e proprio responsabile per i rapporti con l’Europa. Lo sforzo di democratizzazione delle istituzioni comunitarie riproponeva tuttavia, in una formula ancora abbastanza nebulosa, lo schema di una lotta al controllo monopolistico sovranazionale, per lo sviluppo di centri diffusi di potere che consentissero invece un maggiore controllo della classe operaia.

Il tema della governabilità politica ebbe invece il proprio ubi consistam nella “centralità” del Parlamento: sede naturale di riaffermazione della politica nei confronti della frammentazione degli interessi; espressione della perdurante vitalità del patto ciellenistico di fronte alle emergenze economica, politica, sociale; istanza ultima di un tessuto democratico diffuso, costruito, dalla base al vertice dello Stato, sul cardine dell’assemblea elettiva[17].

A partire da questi presupposti il tema della “riforma dello Stato”, del suo modo di essere e di funzionare, acquisì durante gli anni Settanta una centralità indicativa di un tendenziale superamento della conventio ad excludendum, sancito dall’avvicinamento del PCI all’“area decisionale”, di cui l’insediamento di giunte a guida comunista in molti Comuni e Regioni tra il 1975 ed il 1976, ancor più che il grande successo nelle politiche del 1976, avrebbe rappresentato la prova più efficace.

Esso diede anche la stura ad un dibattito che consentì l’emergere di una feconda radice riformista espressa soprattutto nell’esperienza del Centro per la Riforma dello Stato (CRS), nato, nel 1972, sulla base delle indicazioni di un convegno promosso dall’Istituto Gramsci nel gennaio 1968, e nutrito delle spinte alla democratizzazione della società messe in moto dal biennio di lotte studentesche ed operaie. Fu in questa esperienza, tra l’altro, che si evidenziò, forse meglio che in altre sedi o rispetto ad altre questioni dibattute in quel torno di tempo, l’intrecciarsi di aspetti difensivi e di rinnovamento nella strategia del “compromesso storico”.

Nel primo triennio di attività del CRS, sotto la presidenza di Umberto Terracini, l’attenzione si concentrò sugli apparati di sicurezza, sui corpi militari, sulle carceri, secondo una visione del tema che Giuseppe Cotturri (1999) – protagonista egli stesso di quel percorso – definisce “tradizionale”; attribuendo ad Ingrao, divenuto presidente nel 1975, il merito di aver allargato l’ottica della riflessione investendo terreni nuovi, ma soprattutto dispiegando un nuovo modello di riformismo politico,

“né tecnotratico né velleitario […] (ma) basato su una circolarità ‘virtuosa’ tra innovazione legislativa e processo di crescita politico-sociale” (p. 6).

Se non di una vera e propria “doppia fase”, è senza dubbio da vedere nell’attività del CRS un sovrapporsi di filoni di ricerca, che perlomeno a livello tematico avrebbe contribuito al consolidarsi di posizioni organiche tanto su quei problemi più strettamente legati alla difesa dell’ordinamento democratico dello Stato, alla sicurezza, alla tutela dell’ordine pubblico e del territorio nazionale, che pure avevano senza dubbio subito una forte accentuazione nel periodo di più evidente e minaccioso spostamento a destra del paese; quanto di quelli più legati alla tradizione democratica della sinistra italiana.

Una particolare importanza acquisì, per quel che riguarda il primo aspetto, la tessitura di una rete di relazioni con organizzazioni di rappresentanza e sindacati delle forze dell’ordine in collegamento con le associazioni partigiane, attività che ebbe tra i principali protagonisti proprio l’ex comandante partigiano piemontese Ugo Pecchioli, nel quadro di una complessiva proposta di riforma e democratizzazione degli apparati militari e di controllo degli organi istituzionali sui servizi segreti, attuativa della Costituzione e protesa all’avvicinamento tra corpi dello Stato e cittadini[18]. Parallelo fu l’infittirsi del dialogo con esponenti del potere giudiziario, sia dalle pagine di una rivista come “Democrazia e Diritto”, organo dell’Associazione giuristi democratici, diretta negli anni Settanta da Luigi Berlinguer; sia in numerosi convegni in cui dominanti furono gli interrogativi inerenti l’efficienza e l’agilità del sistema giudiziario, lo snellimento dell’amministrazione della giustizia; la ricerca di sistemi alternativi di pena, tesi al recupero e reinserimento del soggetto nella società; ma soprattutto il rafforzamento delle garanzie di separatezza ed autonomia del magistrato, e di sua sottoposizione esclusiva alla legge dello Stato.

La difesa ed il rafforzamento dell’assemblearismo divenne d’altro lato il veicolo di una legittimazione politica della dialettica di classe e del confronto politico, ma soprattutto lo strumento di ricomposizione dei contrastanti interessi della realtà sociale e di collegamento tra questa stessa realtà e gli organi del potere statale. Lo avrebbe ricordato proprio Ingrao, intervenendo al convegno su Assemblee elettive e organismi pubblici di intervento nell’economia, promosso dal CRS nell’aprile del 1976, a poca distanza da quelle elezioni che lo avrebbero portato a divenire, primo comunista nella storia italiana, presidente della Camera dei Deputati.

“Noi pensiamo – avrebbe affermato Ingrao concludendo un bilancio dell’esperienza politica dei primi anni Settanta, e guardando soprattutto all’importanza dell’affermazione comunista negli enti locali e nelle Regioni – a momenti di democrazia di base, che non siano cancellati e vadano oltre ristretti fatti corporativi, e che consentano un potere reale di controllo e di contrattazione. Ma al fine di dare forza e spazio e fecondità a questo potere dal basso è importante allora che sia aperto e conoscibile il modo con cui si forma la volontà politica generale. Allora la dimensione assembleare – nel senso detto prima – vuol dire esplicitare questa formazione, il confronto che la sottende, l’articolazione e lo sviluppo delle posizioni politiche. Se la vita e il ruolo delle assemblee diventano i luoghi effettivi di formazione di tale volontà politica, allora i partiti si espongono alla conoscenza, al controllo, ad un’influenza reale dei poteri e movimenti di base. Si crea una trasparenza. Si dà un colpo alla delega. Si combatte il pericolo di gabbie oligarchiche di vertice. La stessa vita interna dei partiti è sottoposta a vaglio”[19].



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