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Gianluca
Gualducci Capitan America, il nuovo maestro del dubbio La schiacciante maggioranza della produzione
contemporanea di fumetti americani viene classificata come estremamente
violenta e cupa tanto nelle forme del disegno quanto nella sostanza
dei racconti: i nuovi nati (come il Corvo e Preacher)
sono spesso creature sanguinarie e piene di vizi;
i sopravvissuti hanno abbandonato molte regole della loro
condotta esemplare e così facendo hanno perso la loro aureola
di purezza. Non sono più supereroi, sono diventati superuomini.
Il compito essenziale di un eroe (sia esso realmente esistito o
piuttosto fittizio) è quello di rappresentare e possibilmente
inverare una ideologia: la sua lotta contro oppositori delle più
svariate specie raffigura il passaggio di una civiltà da
un "vecchio" stato di cose ad uno "nuovo", da un equilibrio politico
e culturale ad un altro. Se si modificano gli atteggiamenti, i modi
di agire, i tabù di un eroe significa che l'ideologia di
cui si fa portabandiera è cambiata anch'essa, e proprio in
questo senso acquista importanza un monitoraggio della produzione
culturale fumettistica: prestare attenzione ai mutamenti di questi
miti significa in realtà essere disposti ad ascoltare i sintomi
spontanei di fenomeni di ben più vasta portata.
Il campo del mutamento degli eroi dei fumetti
è già stato oggetto di analisi da parte di più
studiosi del settore, in particolare per quel che riguarda i casi
di Watchmen, e di Batman ne Il Cavaliere Oscuro di Frank
Miller quindi appare ridondante tornare su queste pubblicazioni
che pure hanno suscitato scalpore per la loro carica innovativa
e in qualche modo destabilizzante.
Il Corvo
La creatura più celebre del disegnatore James
O'Barr, immortalata da una trilogia cinematografica di successo. Tra le
ombre di una megalopoli gotica e decadente, infestata da una criminalità
selvaggia, il corvo-psicopompo richiama dalla morte un giovane barbaramente
trucidato. Questo singolare "nosferatu" ha infatti una crudele
vendetta da consumare.
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The Preacher
Sullo sfondo di un Texas che sembra uscito dalla fantasia
caustica dello scrittore Joe Lansdale, il prete senza fede Jesse Custer
va alla ricerca di Gesù Cristo in persona. Lo accompagnano demoni
e vampiri, in una giravolta di situazioni grottesche e inquietanti. Preacher
sfiora – o colpisce con forza – i dubbi e le oscurità della religione
cristiana, un fumetto decisamente "adulto". Garth Ennis e Warren
Ellis sono i suoi creatori.
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Bisogna però evidenziare un aspetto di
tali fenomeni passato per lo più in sordina: i "nuovi eroi",
stanchi, laceri e dubbiosi, erano i protagonisti di albi autoconclusivi
o di pubblicazioni a lunghezza predeterminata e limitata, quindi
non potevano arrivare a modificare in toto la percezione di un personaggio
da parte del pubblico, ma rappresentavano solo l'interpretazione
data da un particolare autore della figura di un eroe dei fumetti.
Infatti ancora oggi esiste una pubblicazione "ufficiale" di Batman
che ricalca le orme del personaggio originale, assolutamente puro
e votato al bene, come ignorando la grande trasformazione psicologica
e il raffinato lavoro di cesello di Miller nel Cavaliere oscuro
e in Killing Joke.
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Watchmen
Creato da Alan Moore e Dave Gibbons, Watchmen prende
vita e forma dalla linfa della fantascienza. Siamo in un universo possibile
alternativo al nostro, in cui la storia che conosciamo è stata
modificata dai poteri del mutante "Doc Manhattan", Gli Watchmen
– i Guardiani – sono uomini comuni che cercano di arginare la follia di
una civiltà cinica, crudele e violenta.
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Frank Miller
Nato il 27 Gennaio 1957 a Olsey, nel Maryland, il disegnatore
Frank Miller è uno dei protagonisti del fumetto americano. La sua
carriera inizia sotto gli stendardi della casa editrice Marvel – per cui
realizza numeri dell'Uomo Ragno e di Devil – ma ben presto il suo nome
si imporrà come un "marchio" autonomo. Tra le sue opere
principali ricordiamo Sin City e Il ritorno del cavaliere oscuro; è
anche autore delle sceneggiature fantascientifiche di Robocop II e III.
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In questo modo la percezione dell'eroe da parte
del pubblico poteva anche modificarsi (e verosimilmente questo è
accaduto) ma rimaneva sempre una via, molto semplice, per tornare
ai rassicuranti tratti della tradizione: i cambiamenti potevano
passare come accidenti legati alla sensibilità particolare
di un autore invece che incarnare una esigenza dettata dal tessuto
sociale e culturale di cui quelle pubblicazioni erano e sono dei
prodotti. Ben diverso invece sarebbe il caso del cambiamento profondo
del protagonista di una pubblicazione mensile, ovverosia del prodotto
"di riferimento": in quelle condizioni si potrebbe affermare che
il passo compiuto dal supereroe non sarebbe cancellabile poiché
non sarebbe più imputabile alla fantasia e alla volontà
di un solo sceneggiatore. Si tratterebbe piuttosto di una ricostruzione
ufficiale della figura del personaggio, realizzata e confezionata
dai "depositari" della tradizione, gli unici in grado di tracciare
una linea di demarcazione invalicabile tra il prima e l'adesso.
Tornare indietro sarebbe impossibile, non solo per obblighi di continuità
narrativa ma anche se non soprattutto perché un cambiamento
importante a quel livello sarebbe l'effetto risultante da uno stimolo
non più sopprimibile o limitabile.
Antieroi di carta tra Italia e Stati Uniti
Nella vastissima produzione fumettistica degli ultimi
decenni la figura dell'antieroe, dell'eroe negativo, del rinnegato ovvero
del senza patria, conquista una crescente popolarità. L'eroe che
"si perde", che rinuncia alla solidità di un profilo etico garantito
e condiviso per esplorare le marginalità umane e le ombre di sentimenti
dubbiosi, l'eroe che incontra la propria nemesi nell'esercizio del male,
l'eroe che incarna ed esorcizza la furia della vendetta? Sono figure che
il fumetto ha ereditato dal romanticismo gotico, dal noir, dagli scenari
della fantascienza, e più in generale dal sentimento di crisi
che permea il ventesimo secolo. Ma in questa nuova veste, "il guerriero"
può talvolta ricostruire la propria positività in un cosmo
etico governato dal valore fondativo del dubbio; l'eroe scopre l'imperfezione
e l'incertezza e le fa proprie dominandole con l'ironia. Diventa più
umano.
Ecco di seguito alcuni casi esemplari.
Hellboy
Comparso recentemente sulla ribalta fumettistica, il
demone Hellboy è un vero paradosso vivente. La sua origine è
– come il suo nome testimonia – tanto infernale quanto oscura. Evocato
nel 1944 da un gruppo di esoteristi hitleriani, egli rivelerà tuttavia
una natura orientata al "bene"; deciderà di convivere e collaborare
con gli umani nelle vesti di investigatore dell'occulto.
Il giudice Dredd
Creato nel 1978 dallo scrittore inglese John Wagner,
Judge Dredd è un tutore della legalità decisamente sui generis.
Il suo compito è quello di mantenere l'ordine nelle strade di Megacity
– terrificante super metropoli del futuro prossimo – ed è un incarico
che assolve meticolosamente, somministrando una consistente dose di violenza
ai malcapitati criminali.
Il Punitore
L'ex marine Frank Castle assumerà questo eloquente
nome dopo aver assistito allo sterminio della propria famiglia ad opera
di alcuni sicari mafiosi. Creato dall'americano Gerry Conway, il punitore
è un "giustiziere della notte" formato corazzata, uno spietato
vendicatore pronto a punire il crimine con la morte, senza troppe lungaggini
burocratiche.
Lo Sconosciuto
Una delle più riuscite creature del grande disegnatore
Magnus, alias Roberto Raviola, scomparso nel 1997. Unknow (senza la "n"
finale) è la quintessenza dell'antieroe; ex membro della legione
straniera e veterano del Viet Nam, mercenario in perenne ricerca di denaro
– viaggia di avventura in avventura sospeso tra ironia e malinconia, guarda
il mondo con distacco, come uno che "ne ha già viste troppe".
Diabolik
Un vero pioniere dell'antieroismo, creato nel 1965
dalle sorelle Anna e Angela Giussani, si conferma da decenni come una
delle testate più longeve nella storia del fumetto. Il ladro in
calzamaglia nera, attrezzato con tecnologie sofisticate e auto superveloci,
non è certo un capolavoro di bontà, al contrario. Eppure
la sua popolarità è indiscutibile e inossidabile.
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Tra i vari casi che si potrebbero portare ad
esempio di cambiamenti di questa portata, appare particolarmente
fecondo quello di Capitan America, soprattutto in forza della esplicita
carica ideologica che tale personaggio possiede come retaggio della
propria nascita. Infatti questa figura venne creata appositamente
durante la Seconda Guerra Mondiale, in un momento in cui il governo
USA doveva decidere se intervenire o meno nel conflitto che stava
insanguinando l'Europa; le caratteristiche del personaggio (creato
da Jack Kirby e Joe Simon) erano smaccatamente propagandistiche,
determinate dalle necessità di fornire spinte morali ai giovani
americani che attraversavano l'Atlantico e di creare un sentimento
comune che affievolisse i dissidi interni provocati dalla decisione
dell'intervento in guerra. In quel momento gli Stati Uniti avevano
cominciato ad assaporare un benessere che da noi sarebbe giunto
solo negli anni Sessanta e i supereroi furono ritenuti utili per
propagandare le motivazioni ideali nel cuore della classe media.
Tutto in Capitan America, a partire dal nome per arrivare al celebre
costume, ha da sempre urlato a viva voce: "io rappresento l'essenza
dell'America, io SONO gli Stati Uniti d'America, e qualsiasi mia
azione è espressione della volontà più alta,
quella del popolo americano". Ma a partire dagli ultimi anni anche
Capitan America è cambiato, indizio questo di una modificazione
nel senso della percezione di sé dei cittadini statunitensi,
rappresentati dai lettori di questo fumetto.
Dal mese di novembre del 1996 è iniziata
negli Stati Uniti la diffusione di una nuova serie di fumetti denominata
La rinascita degli eroi, in cui il contesto in cui prende
vita l'azione è ben diverso da quello a cui i lettori sono
abituati, pur mantenendone tutte le sembianze: in questo nuovo mondo
non esistono supereroi, e lo stesso Capitan America è poco
più di una leggenda, appena una figura sbiadita dell'immaginario
bellico risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Qui Steve Rogers,
il nome da civile del protagonista, è un operaio trentenne
felicemente sposato, la cui unica preoccupazione è uno strano
sogno ricorrente in cui si vede vestito con un costume bianco-rosso-blu
e intento a lottare in trincea contro quanti sembrano soldati tedeschi.
Scoprirà però che si tratta di una montatura ai suoi
danni e dovrà nuovamente indossare i panni che furono suoi
cinquant'anni prima per tornare a difendere il suo Paese. Stavolta
però non lo difenderà dai pericoli esterni del nazismo
o del comunismo: stavolta dovrà difendere sè e gli
Stati Uniti dagli stessi Stati Uniti.
Il mondo raffigurato in questa nuova serie è
in tutto e per tutto quello nostro contemporaneo, senza sconti per
nessuna bruttura: c'è la droga, c'è la violenza dei
rigurgiti neofascisti, c'è l'anomia. E in questo nuovo Capitan
America c'è il dubbio. Continuo, profondo, insistente. La
limpidezza delle decisioni "dolorose ma giuste" di una volta non
esiste più, è stata oscurata dagli interrogativi che
accompagnano qualsiasi scelta, trasformandola in una sorta di salto
nel buio. Il sole che prima rischiarava la strada da battere ora
non esiste più, ha lasciato il posto ad una luce molto più
fioca, quella del giudizio personale, del ragionamento, della speranza.
Una luce -e questo è il grande fattore di cambiamento- che
viene essenzialmente dall'interno.
Oggi ci troviamo davanti a due rappresentazioni
molto distanti dello stesso personaggio: da un lato abbiamo il Capitan
America della tradizione, forte di una continuità lunga cinquant'anni
e di una identificazione stretta con i valori della storia degli
Stati Uniti; dall'altro lato c'è invece il Capitan America
degli ultimi tempi, che si caratterizza proprio per questo senso
di distacco dal passato. Il nuovo eroe infatti rinasce proprio come
antieroe, come una persona qualunque che delle proprie radici ha
un sentore vago ed approssimativo. Cioè come uno che ha dimenticato
il proprio punto d'origine, e che per questo trova difficoltà
nel dirigere la propria rotta.
Si tratta, inequivocabilmente, di una forte denuncia
nei confronti della mancanza di coscienza della società moderna,
che vive NEL presente e PER il presente, e per la quale il passato
è oggetto di trasmissioni televisive e mai di riflessione.
Il nuovo Steve Rogers non solo è incosciente, ma viene tenuto
in questo stato di mancata consapevolezza dalla stessa società
che lui, nei panni di Capitan America, ha costruito e difeso: solo
il caso e la tenacia di un uomo riescono a squarciare la cortina
di nebbia in cui i "padroni del vapore" lo hanno avvolto, ma la
mancanza anche solo di uno di questi due fattori avrebbe fatto di
Steve Rogers l'ennesimo automa cieco convinto di essere un uomo
libero.
Comunque così non accade e Capitan America
risorge dalle sue stesse ceneri, risorge da un passato che è
suo e che gli era stato sottratto per renderlo inoffensivo, più
facilmente governabile. E' un nuovo eroe, questo, un eroe che non
può più permettersi il lusso della fiducia negli altri,
nelle istituzioni, negli Stati Uniti d'America. E' un eroe ricostruito
e che vuole ricostruire; in questo si differenzia in maniera profonda
dal suo se stesso precedente, che invece era totalmente teso al
conservare. I distintivi degli agenti di polizia americani recano
il motto "per servire e per proteggere": il vecchio Capitan America
era sostanzialmente il "grande poliziotto" degli USA, capace di
prendersi cura dei pericoli esterni come di quelli interni quando
l'esercito, l'FBI o la CIA non ne erano in grado.
Il nuovo Capitan America invece è, alla
prova dei fatti, il simbolo di una nazione che sta scoprendo di
essersi addormentata all'ombra dei grandi ideali e di essersi lasciata
cullare dagli echi delle battaglie giuste (vinte) senza avere la
forza o il coraggio di riaprire gli occhi. E' il figlio di un popolo
che grida allo scandalo per "casi" montati artificiosamente a dismisura
ma che accetta ormai senza più reagire l'idea della corruzione
dilagante nelle alte sfere dirigenziali del Paese. Questo Capitan
America è un figlio ribelle, che non riesce ad accettare
il conformismo alle regole perché intravede quanto queste
regole siamo costruite ormai sul niente: il nuovo eroe crede nell'America,
ma non nell'America di oggi.
E' un eroe che soffre nel vedere come i suoi
sogni siano andati decadendo, e soffre ancora di più al pensiero
di avere, involontariamente, contribuito a incoraggiare tale processo:
da sempre Capitan America, quale perfetto soldato, ha obbedito agli
ordini, convinto di agire per il bene dei giusti. Anche quando si
è trovato in disaccordo con i suoi superiori non ha mai agito
di propria iniziativa: ha smesso il costume a stelle e strisce per
vestire quello di Nomad, "l'uomo senza patria". Mai prima d'ora
Capitan America aveva mosso la sua guerra, "giusta" per definizione,
contro gli stessi Stati Uniti. Per il nuovo eroe non è sufficiente
essere americano per diritto di nascita, è necessario invece
riaffermare la propria appartenenza alla nazione, alla società,
con una dimostrazione di volontà, con un atto di cittadinanza
consapevole. Non è più sufficiente sapersi cittadini,
sentirsi cittadini: ora bisogna dimostrarsi tali. E' questo un forte
messaggio che dalle pagine di un fumetto tenta di arrivare alle
orecchie dei lettori, e l'apprezzamento di questi ultimi nei confronti
della nuova versione di Capitan America è indice di una consonanza
di atteggiamenti tra i cittadini della carta patinata e quelli reali.
Il Capitan America "vecchia maniera" era il paladino
che "da sempre" difendeva i valori sacri della nazione americana,
ricollegando la società in cui operava con quella che aveva
saputo affrontare le grandi prove della guerra. Il Capitan America
del nuovo corso invece è l'araldo del risveglio di questa
società dal suo torpore, il portavoce di quanti sono stanchi
di tenere gli occhi bassi perché alzare lo sguardo potrebbe
voler dire scoprirsi più poveri e più deboli di quanto
si desidererebbe.
E' un eroe stanco, questo; sfiduciato, ormai
privo di quella fede assoluta che in passato lo ha sempre sorretto.
Ora nel suo animo coltiva solo la speranza di rendere concreti i
suoi grandi ideali, ma ha abbandonato le inossidabili certezze di
un tempo, quando al suo sguardo tutto appariva immediatamente chiaro
e distinto. Poteva esserci pietà per chi manteneva condotte
malvagie, ma mai dubbi sul da farsi. Invece oggi è sopraggiunta
la stanchezza, quella sorta di spossatezza che viene dall'avere
scoperto trame e imbrogli orditi alle proprie spalle contro quei
valori che egli riteneva di stare difendendo.
La tragedia dell'eroe moderno sta nell'avere
scoperto che la storia della nazione a cui appartiene, ma più
in generale la storia della società occidentale, è
andata sviluppandosi secondo una traiettoria differente da quanto
indicato da un passato che possiamo definire, se non "glorioso",
almeno "puro", "pulito"; in qualche momento nella storia, ma probabilmente
in più momenti successivi, si è verificato un distacco
tra la vita reale e la vita-modello, espressione dei grandi valori,
e tutto questo è accaduto all'insaputa della maggior parte
della popolazione. Il passato è stato trascurato, "pastorizzato"
per nasconderne i lati più amari e inghiottito in maniera
passiva, acritica, fino a diventare poco più di una favola
da sentirsi raccontare nelle aule dagli insegnanti o nei salotti
dalla televisione "grande affabulatrice"; e allora il passato ritorna,
come i mostri biblici che escono dal profondo per punire i peccatori.
E il peccato qui è proprio l'aver voluto dimenticare.
Ecco che nel mondo del nuovo Capitan America
tornano i campi di sterminio, il nazismo, le politiche e gli atteggiamenti
"anti-", che non si definiscono per i propri scopi ma per i propri
avversari. Se è vero che "il sonno della ragione genera mostri",
alla luce di quanto si può leggere in La rinascita degli
eroi sarebbe il caso di aggiungere che il sonno della coscienza
i mostri li rigenera. E purtroppo non si tratta solo delle previsioni
catastrofiche di un prodotto della fantasia; non c'è nemmeno
bisogno di citare esempi specifici tanto queste brutture, queste
atrocità sono tornate a proliferare ultimamente. Il nuovo
eroe, l'eroe consapevole, si rifiuta di assistere passivamente al
ritorno del passato e tenta di spezzare la spirale in cui la sua
società, ignara, sta venendo intrappolata. Quella di essere
costretti a rompere il continuum temporale per permettere al futuro
di continuare ad esistere è il paradosso in cui si imbatte
il superuomo odierno: la concezione occidentale del tempo è
rappresentabile mediante una linea retta; se ad un certo momento
il presente si ripega sul passato, per tornare a sperare nel futuro
è d'obbligo un'azione di forza che riporti in vita la forza
motrice positiva che un tempo esisteva e che è stata soffocata.
Questo è il compito di cui si fa carico Capitan America,
pur sapendo che un'azione simile lo pone a rischio di profondo straniamento:
in pratica è costretto a cancellare quello che per tutti
è un presente appena trascorso, ricco e felice, per riportare
a galla un passato di maggiore disagio e fatica. Ma quel che è
peggio è che proprio lui, Capitan America, è stato
nell'iconografia tradizionale una figura simbolo del periodo che
ora vuole sconfessare.
L'autocritica del nuovo Capitan America è
dura ed estremamente dolorosa, particolarmente perché sa
di essere stato usato come esca per attirare verso condotte simili
anche tutti quanti in lui vedevano il simbolo dell'America più
pura e più vera. E ora il nuovo eroe si ribella alla sua
condizione di mito, irraggiungibile e nei fatti inimitabile: non
vuole essere una icona da adorare ma un esempio da seguire, ognuno
secondo le proprie possibilità ed inclinazioni. Dice a questo
proposito lo stesso Capitan America: "In passato ho affermato
che rappresentavo il sogno americano, lo stile americano. Ma quei
termini sono divenuti sempre più difficili da definire ogni
giorno che passa. Questo Paese non sa più che cos'è.
Ci stiamo tutti chiedendo quale sia il nostro suolo all'alba del
nuovo millennio, quindi lasciate che ridimensioni il mio una volta
per tutte. Capitan America non è qui per guidare il paese,
sono qui per servirlo. Se sono un capitano sono un soldato. Di nessun
corpo militare ma del popolo americano. Anni fa, in tempi più
semplici, il mio costume e il mio scudo furono creati come un simbolo
che contribuisse a fare dell'America il paese che deve essere, per
aiutarlo a realizzare il suo destino. Rimbalzare da un duello con
un supercriminale all'altro non è sempre un gesto al servizio
di questo obiettivo. C'è differenza fra combattere contro
il male e combattere per il bene comune."
Il supereroe lascia posto al superuomo, cioè
all'uomo che ha saputo superare gli ostacoli che gli impedivano
di raggiungere una piena coscienza di sé e delle cose a lui
circostanti. La nuova ottica del suo impegno è profondamente
diversa dalla precedente: non si tratta più di occuparsi
di un solo settore, seppure importante, del vivere civile, quale
quello della sicurezza della nazione, attenendosi agli ordini ricevuti
dall'alto. Si tratta invece di essere parte piena ed attiva del
corpo sociale, agendo in base alle proprie considerazioni e di conseguenza
ragionando sempre in termini di alternative "preferibili", non rigidamente
"giuste". Il dubbio esiste, è un compagno di viaggio angosciante
ma importante, necessario, e il Capitan America dell'ultima generazione
nasce proprio per mostrarci questa nostra nuova condizione.
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