Francesco Silvestri
Martin Van Creveld
La spada e l'ulivo. Storia dell'esercito israeliano
Roma, Carocci, 2004 Sono rari i casi in cui le forze armate hanno incarnato lo spirito di una società e di un paese come è avvenuto con le Forze israeliane di difesa (Fid): la preponderanza assoluta al loro interno di coscritti e riservisti rispetto ai militari di professione, lo stato di allerta permanente della popolazione, la provenienza dalle gerarchie dell'esercito e dai gruppi para-militari antecedenti alla formazione delle Fid della quasi totalità dei principali uomini di governo e leader politici israeliani (da Ben Gurion e Dayan a Rabin, da Sharon a Barak), rendono le Fid lo strumento privilegiato attraverso cui esaminare la progressiva trasformazione ed i cambiamenti intervenuti nella comunità ebraica dal primo dopoguerra ai giorni nostri.
In un paese in costruzione, dove la maggioranza degli immigrati si caratterizza per la giovane età ed il basso profilo culturale, le Fid diventano l'istituzione più riconoscibile ed amata, perpetuazione della tradizione guerriera israelitica (il mito del re David combattente, l'epica resistenza alle legioni romane a Masada) da contrapporre alla imbelle “generazione della diaspora”, talmente priva di spirito marziale da non reagire nemmeno di fronte all'Olocausto. In questo periodo, essere esonerati per qualsivoglia motivo dalla vita militare significa guadagnarsi l'ostracismo della comunità. Una situazione completamente diversa dai tempi attuali – a testimonianza dell'evoluzione intervenuta nella percezione popolare delle forze armate – in cui le manifestazioni contro la brutalità dell'esercito nei territori occupati e gli episodi di renitenza alla leva sono sempre più diffusi.
Nel suo complesso quanto piacevole saggio, Martin Van Creveld realizza uno sforzo notevole, reso ancora più difficile dalla scarsità di dati ufficiali, stante il segreto di Stato ancora in vigore su archivi e documenti delle forze armate, fondendo i temi tipici dei testi di Storia militare (le tattiche di guerra, l'organizzazione logistica, l'ordine di battaglia delle truppe) con considerazioni politiche e sociali sulla comunità ebraica e sul suo rapporto con la popolazione araba. Il risultato finale è un affresco di grande forza, che tocca tutti i punti fondamentali della questione mediorientale e gli avvenimenti salienti che hanno condotto alla crisi attuale.
Prima della istituzione delle Fid, che avverrà all'indomani della “guerra d'indipendenza” del 1948, la difesa della comunità ebraica è affidata a bande irregolari (Bar Giora, Ha-shomer) e milizie popolari (Hagana), che con l'avvento del Mandato britannico in Palestina si trasformano in gruppi semi-terroristici di resistenza (Etsel, Lechi, Palmach). L'origine popolare e lo status operativo di questi gruppi militari, entrerà nel Dna delle Fid, caratterizzandone molti aspetti di organizzazione e struttura: la loro immediata apertura alla militanza femminile, anche se va sfatato il mito della presunta parità di compiti tra uomini e donne all'interno delle Fid; la commistione tra truppa e ufficiali, foriera sì di vantaggi in termini di creazione dello spirito di corpo e di comprensione delle esigenze dei sottoposti, ma anche fonte a lungo insanabile di una certa tendenza all'indisciplina e di gravi lacune nella catena di comando; una visione comunitaria e laica della vita sociale, che – salvo alcuni casi – emarginerà dall'esercito fino agli inizi degli anni Novanta i rappresentanti dell'ortodossia religiosa e dell'estremismo politico delle destre nazionali; infine, l'abitudine ad operare nei gruppi ristretti e flessibili tipici della guerriglia e la capacità tattica di avvantaggiarsi delle debolezze del nemico, che saranno alla base delle vittorie delle Fid almeno fino alla guerra di Suez.
Sfavorito da una dimensione demografica non paragonabile a quella dei vicini arabi, Israele imposta le forze armate sulla mobilitazione dell'intero potenziale bellico della comunità. Un simile sforzo non può essere sostenuto a lungo, cosicché la dottrina militare israeliana – complice la difficoltà di difendere estesi confini su tre fronti – si basa su profonde avanzate in territorio nemico, ricerca dello scontro diretto e messa in fuga degli eserciti rivali, in modo da trovarsi nella posizione di massimo vantaggio al momento di entrata in vigore dell'immancabile “cessate il fuoco” da parte dell'Onu. È questa una strategia che ha il suo apogeo nella guerra dei Sei giorni, che nel giugno del 1967 vede le Fid sconfiggere rapidamente gli eserciti di Egitto, Siria e Transgiordania ed occupare penisola del Sinai e Striscia di Gaza, alture del Golan, Gerusalemme e Cisgiordania; con l'eccezione del Sinai, restituito all'Egitto nel 1976 nel quadro degli accordi di Camp David, l'occupazione dura ancora oggi e rappresenta un insostenibile focolaio di instabilità e distruzione in Medio Oriente.
Proprio la guerra dei Sei giorni si rivela un importante spartiacque per lo Stato ebraico e per le sue forze armate. Con la conclusione delle ostilità, nella logica malata della guerra Fredda, Israele si trova catapultato quasi involontariamente tra i paesi allineati all'Occidente: le relazioni con l'Unione Sovietica, fino a prima della guerra corrette e quasi amichevoli – Israele si considerava ancora uno Stato di ispirazione comunitaria e socialista, con gran parte dei suoi cittadini nati nei paesi dell'Europa Orientale – si deteriorarono, fino alla rottura dei rapporti diplomatici con tutti i paesi del blocco comunista, mentre prende il via in quegli stessi anni l'imponente flusso di armamenti e prestiti finanziari dagli Stati Uniti.
Ma soprattutto, Israele si convince della necessità di creare e presidiare una serie di zone-cuscinetto tra i propri confini e le postazioni degli eserciti nemici; facendo ricorso a insediamenti nei nuovi territori e trasformando le Fid in una forza di occupazione permanente, i responsabili della difesa nazionale sperano di evitare futuri attacchi a sorpresa, ma finiscono per segnare con le proprie mani il sentiero della futura crisi: il territorio da controllare quadruplica, la coscrizione è elevata a tre anni, le spese per armamenti esplodono.
Dal punto di vista strettamente militare, l'occupazione dei territori dà il via ad una guerra di logoramento che sfocia dopo tre anni nell'attacco dello Yom Kippur (ottobre 1973) e che dà la stura negli anni Ottanta, dopo il fallimento dell'avventura in Libano, all'Intifada palestinese. Da questo momento, i successi ed il prestigio delle Fid conoscono un declino parallelo. Se la guerra del 1973 si conclude con una vittoria limitata (sebbene propagandata, anche in virtù della rigida censura sui media nazionali, come l'ennesima formidabile affermazione di Israele) e con l'iniziale sgomento del paese, che per la prima volta dal '48 temette per la propria sopravvivenza, la disastrosa operazione “pace in Galilea”, che porta le Fid ad invadere il Libano nel 1982 al fine di stanare i guerriglieri dell'OLP, mette in mostra per la prima volta l'impotenza di quello che era considerato uno dei più potenti eserciti al mondo.
Il balzano tentativo di fronteggiare la guerriglia con le colonne corazzate e con il doppio delle forze che nel '73 erano sul fronte del Sinai, l'usuale sovrapposizione di gerarchie militari e civili a dettare la strategia, questa volta aggravati da una insufficiente pianificazione, finiscono per generare il caos più totale. Dopo episodi inaccettabili quali la complicità nelle stragi nei campi profughi di Sabra e Shatila, quando diviene evidente che le Fid non potranno mai venire a capo della situazione, l'allora premier Shimon Peres avvia la ritirata, che si completerà solo nel 2000. Il “nulla di fatto” per Israele equivale a una dura sconfitta, mentre sul fronte dei gruppi di guerriglieri l'Olp, di orientamento laico-socialista e ispirazione combattente, è sostituita da nuove formazioni di ideologia islamica e più aduse ai metodi del terrorismo (Hamas, Jihad, Hezbollah).
Dopo il 1985, le Fid sono soggette a dinamiche contraddittorie. Da un lato, l'ammodernamento le porta ad essere una forza di grande capacità tecnologica, agile e flessibile; dall'altro, ai limiti di un'organizzazione sovrabbondante e con inflazione di gradi superiori, si aggiunge una nuova quanto preoccupante spaccatura ideologica tra truppa e comandanti. Questi ultimi, infatti, provengono con sempre maggiore frequenza da scuole talmudiche, ceti ortodossi e forze politiche di destra.
Dopo anni di vittorie militari che non si sono tuttavia tradotti in stabili successi politici, oggi Israele è in ginocchio. L'Intifada sta mettendo a dura prova la capacità di resistenza economica del paese, mentre la popolazione palestinese cresce a tasso ben superiore a quella ebraica (gli arabi che vivono ad ovest del Giordano sono già oggi 4,8 milioni, contro i 5,1 milioni di ebrei), cosicché l'unica possibilità di sopravvivenza per Israele è il definitivo l'abbandono dei territori occupati nel '67 e l'appoggio alla nascita di uno Stato palestinese. Con questa chiosa – nota di speranza che trova riscontro negli ultimi avvenimenti della Striscia di Gaza, ma nel contempo constatazione del fallimento di una politica che è stata per sessant' anni la prosecuzione della guerra con altri mezzi – si chiude il formidabile volume di Van Creveld.