Andrea Ragusa
Donatella Chiapponi
La lingua nei lager nazisti
Carocci, Roma, 2004 Comunicare l'orrore.
Note sul linguaggio dei campi di concetramento
Nella sua precisione la lingua tedesca conosce ben tre vocaboli per classificare le diverse tipologie del Lager: espressione diretta, ancorché mostruosa, del sistema nazista, esso poté assumere le sembianze del Konzentrationslager (campo di concentramento), dello Zwangsarbeitlager (campo di lavoro forzato), o del Vernichtungslager (campo di sterminio). Ognuna di queste tipologie definiva una realtà, descritta con lessico altrettanto preciso nei suoi tratti comuni alle altre e nelle sue specifiche particolarità.
È forse innanzitutto il carattere dell'oggetto scelto ? l'esempio probabilmente più alto dell'organizzazione del terrore e della violenza nella storia contemporanea ? a consentirne un'indagine formale come quella che Donatella Chiapponi propone in un breve ma incisivo studio pubblicato da Carocci con l'autorevole prefazione di Brunello Mantelli (Donatella Chiapponi: La lingua nei lager nazisti , Roma, Carocci, 2004, pp. 140). Ove forma equivale e coincide con organizzazione: ne sintetizza in categorie linguistiche la struttura, ne diventa perciò stesso il contenuto. Ogni fase della giornata, per fare solo un primo esempio, era codificata da un ordine ? otto ne individua l'autrice nel primo capitolo ? che indicava un'azione ma anche una condizione fisica e morale tesa all'annientamento del prigioniero, alla sua riduzione ad untermeschen ? sotto-uomo o, come meglio dovrebbe dirsi, e come infatti viene spesso usato nelle testimonianze di ex-deportati riccamente utilizzate ? animale. Dal bettenbauen (rifare il letto) al bettruhe o lagerruhe (ordine di riposo nel giaciglio), ogni momento veniva organizzato e regolato in ordini: l' Abort (o Lagerlatrine o Scheiâhaus ) ovvero quella finzione di ritirata che era in realtà una struttura all'aperto assai simile ad una stalla, piena oltretutto di cadaveri; l' Appell ( antreten zum Appell : allinearsi per l'appello) due volte al giorno, l' Arbeitskommando formieren (formare la squadra di lavoro) il Mittagsruhe (la pausa intorno a mezzogiorno), infine il Blocksperre (chiusura del blocco).
Da questo punto di vista quello della Chiapponi ? giovane cultrice di Germanistica all'Università di Genova ? si propone come uno dei primi studi che con una certa sistematicità tentino di applicare ad un fenomeno storico paradigmi interpretativi afferenti alle scienze del linguaggio. Come tale esso rappresenta uno sforzo meritorio di studiare il linguaggio in una prospettiva diacronica, ma soprattutto di innovare una storiografia che nel nostro paese, più che in altri, appare ancora lontana dall'aver sviluppato dimestichezza e consuetudine con approcci disciplinari distanti come quelli della sociologia e della linguistica. Lontano da pionieristiche ma ormai datate analisi compiute addirittura da psicologi ? come quella pubblicata da Andrea Devoto nel 1961 sulla rivista degli Istituti storici della Resistenza ?Movimento di Liberazione in Italia? ? il volume si sorregge non a caso su di una bibliografia di provenienza prevalentemente tedesca e polacca. È l'?Auschwitz-Worterbuch?, pubblicato dal 1987 a cura della rivista medica di Cracovia (?Przeglad Lekarski?) a dettarne le linee orientative conducendo l'autrice ad osservare il linguaggio come specchio della realtà che lo produsse a due livelli.
Dal punto di vista scientifico come
effettivo modo di intendersi di una comunità multilingue in un inferno creato artificialmente [...] lingua sottoposta ad un mutamento continuo perché fu assunta da una comunità concentrazionaria multilingue, il che, tuttavia, non si svolse in modo uniforme.
Dal punto di vista normativo come decadenza linguistica,
prodotto patologico, che constava soprattutto di un tedesco e di un polacco sconnessi, in mezzo ad una massa di persone che picchiava ed era picchiata, dove veniva premiato il male e si imponeva una subcultura della più bassa provenienza, dove predominava su tutto una battaglia spietata per sopravvivere almeno il giorno seguente (p. 49).
Un contributo che a partire da un terreno circoscritto, anzi, può dirsi, recintato e perimetrato come quello di un lager, offre dunque delle suggestioni importanti al più generale livello metodologico dell'analisi storico-linguistica, settore disciplinare la cui evoluzione è avanzata, negli ultimi trenta quarant'anni, verso modelli interpretativi sempre più sofisticati.
Il linguaggio come strumento di organizzazione del potere ? paradigma codificato dallo strutturalismo e dal marxismo francofortese ? è stato in questo senso uno spartiacque decisivo, pur se elaborato a partire dall'analisi dei rapporti di classe. Ne ha dimostrato infatti la natura asimmetrica ed ineguale: come veicolo di asservimento degli individui, che spinge ad accettare come naturale un determinato assetto in realtà oppressivo (nel Marcuse dell' Uomo ad una dimensione , 1964), come riflesso di una costellazione di interessi esistenti che schematizzerebbero l'antagonismo tra le classi (Rossi-Landi 1972). Il caso del lager si presenta, rispetto a tali presupposti, come una specificazione ma anche come una rottura piuttosto netta, ed è proprio per questo apprezzabile, nel volume di Donatella Chiapponi, l'aver cercato di sollecitare un'attenzione maggiore all'aspetto linguistico della realtà concentrazionaria, ancora sottovalutato, o messo in rilievo di recente nella forma pur importante ? ma non priva forse di un qualche genericismo ? del dizionario (Lustig 1996; Aa.Vv. 2002). Della codificazione dei rapporti, il linguaggio dei lager recepisce ed accentua fino all'estremo, infatti, l'asimmetria. Violenza ed intimidazione, mortificazione ed offesa, terrore, sono le categorie cui la terminologia esaminata può essere ricondotta, articolandosi ? da un punto .di vista di connotazione qualitativa del contenuto ? tra la secchezza del verbo usato come unica parola (ad intimare) e la volgarità, l'offesa, la bestemmia, all'indirizzo del destinatario. Dalle prime parole che i deportati udivano al momento del loro arrivo al campo ? schnell! (veloce), Los!Los! (su!via!avanti!), Alle raus! (tutti fuori!) ? agli ordini impartiti durante il giorno, il linguaggio dei campi sembra unicamente concentrato alla distruzione dell'uomo ed alla sua perdita completa di dignità. Un tedesco ?scheletrico, urlato, costellato di oscenità e di imprecisioni?, lo definisce non a caso l'autrice utilizzando le parole di Primo Levi in apertura del capitolo dedicato a La lingua dei dominatori (p. 59). Lingua rimasta nella memoria dei deportati soprattutto per le urla, la violenza, le botte, gli insulti, essa disegnava un rapporto da uomini ad animali , o, ancor meglio, da cose a proprietari . Stück ? pezzo ? era il termine con cui il prigioniero era appellato ? Wieviel stücke? ? quanti pezzi? ? la domanda rivolta dal comandante di campo all'arrivo dei nuovi carichi. Scompariva immediatamente, così, perfino la dimensione di Häftling ? prigioniero ? che conservava perlomeno una traccia di rispetto, mentre la persona veniva trasportata in un linguaggio che aveva a che fare piuttosto con l'attività commerciale. Era l' Akkusativierung , termine che non esiste nel vocabolario della lingua tedesca ? ma che viene usato in questa sede per indicare il processo di accusativizzazione del soggetto, ovvero di sua riduzione ad un accusativo servile mediante l'uso di verbi adoperati abitualmente per designare cose. Di questi, come dei vocaboli utilizzati al complemento oggetto, l'autrice fornisce una sistematica, dettagliata quanto agghiacciante elencazione: tra i verbi indicando abbuchen (defalcare, depennare), che designava la cancellazione dei detenuti morti, abladen (scaricare), verladen (caricare), verschiecken (spedire), verlegen (spostare), aus lenhen (prestare); tra i vocaboli soprattutto Menschenmaterial (materiale umano), e Schrott (rottami, robaccia) (pp. 63-64).
Analoga era quella che lo stesso Paul Joseph Goebbels ? ministro della Propaganda del Reich ? definì nel 1939, in una pagina di diario, bestializzazione : non solo nell'uso, ad esempio, dei verbi fressen (dare nutrimento agli animali) al posto di essen (mangiare), abschlachten (cancellare), umlegen (uccidere, tratto dal linguaggio venatorio); ma ancor più in alcune espressioni particolarmente offensive che andavano da Hausenluppen (la caccia dei cani ai detenuti sul piazzale), ad Hasenjagd (?caccia alla lepre? contro i detenuti evasi), Kaninchen (conigli, per designare i detenuti sottoposti ad esperimenti chimici), ad Hackfleisch (carne tritata) per indicare i maltrattamenti più gravi (p. 65). Per non parlare, infine, dell'aggettivazione con cui le SS si rivolgevano ai prigionieri: chiamandoli Dreck (sterco), Scheiâe (merda), Hund (cane), Schwein (porco), Bloder (stupido), Pinsel (testa di rapa), ed operando delle distinzioni a seconda che si trattasse di gruppi ? Saustall (porcile), faule Bande (gentaglia pigra), dummes Volk (stupido popolo), Verfluchte Bande (maledetta gentaglia) ? di donne ? alte Quatschdose (vecchia pettegola), alte Hure (vecchia puttana), dumme Gans (stupida oca) ? o di vecchi, di cui si attaccava l'età o la debolezza fisica già prefigurandone la fine in espressioni come Menschgeschopf (misero essere), o Krematoriumsfleisch (carne da crematorio) (pp. 64-66).
La visuale strutturalista che nella Francia degli anni Settanta produceva la grande riflessione sulla repressione ed il controllo modernamente organizzato, offre invece al caso dei Lager problemi diversi circa la difficoltà di applicarne i principali parametri di lettura. Fu nel 1970 ? nella prolusione accademica al College de France ? che Michel Foucault propose l'idea secondo cui in ogni società la produzione del discorso risulterebbe ?controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure che avrebbero la funzione di scongiurare i poteri ed i pericoli, di padroneggiarne l'evento aleatorio, di schiacciarne la pesante, temibile, materialità? (Foucault 2004, p. 5). Ciò significava individuare nella parola e nella composizione del linguaggio un veicolo di definizione dei confini di ogni realtà sociale: Foucault ? studioso che partiva dalla considerazione di come lo Stato moderno istituzionalizzasse il proprio predominio chiudendo e nascondendo la devianza sociale ? lo decodificava all'interno degli spazi tipici della violenza legalizzata: si trattasse del carcere per il criminale, del manicomio per il folle. Quanto tuttavia questa linea risulti applicabile al campo di concentramento ? istituzione repressiva per eccellenza ? è interrogativo di non lieve momento ed ancor meno di facile risoluzione, ancorché il grande interesse ne avrebbe forse reso meritevole perlomeno una introduzione problematica, che risulta invece del tutto assente nel saggio.
Ad un primo livello, considerare il Lager come struttura di dominio, reclusione, controllo, richiede infatti di collocarlo nel più ampio processo di acquisizione del monopolio della violenza che caratterizza ? secondo le note indicazioni di Max Weber ? la società contemporanea. Il campo di concentramento, così, appare una realtà ben precedente al decollo del regime nazista, o, prima, del diretto corrispondente sovietico. I primi campi di concentramento furono infatti creati dal governo spagnolo a Cuba, per reprimere la rivolta in corso nel 1896. Furono poi seguiti dall'esperimento americano nelle Filippine nel 1900 ? contro l'insurrezione di Emilio Aguinaldo ? ed infine portati ad un primo livello di eccellenza dai britannici in SudAfrica, ove vennero concentrati i familiari dei boeri passati, dopo essere stati sconfitti in guerra, alla guerriglia. Diverse furono però le ragioni, i tempi, i modi, dei campi nazionalsocialisti: creati in periodo di pace all'interno del territorio nazionale, al fine di rinchiudervi gli avversari politici. Condivisibile sembra in proposito l'osservazione fatta da Andreij Kaminski ? storico che fu deportato a lungo tra Gros Roâen e Flossenburg ? secondo cui il fatto che fossero gli inglesi ad essere additati come modelli di organizzazione dei campi ? anche durante il processo di Norimberga ? dipendesse soprattutto dalla necessità di distogliere l'attenzione dal vero modello, quello dei campi sovietici (Kaminski 1997, p. 42). In generale, tuttavia, un inquadramento comparativo sembrerebbe addirittura demistificare, entro certi limiti, la connotazione terrificante dei Lager tedeschi, riconducendola ad una dimensione per più aspetti diffusa in senso geografico e storico; e senz'altro auspicabile appare uno studio che allarghi in questo senso la prospettiva dell'analisi linguistica verificando analogie e differenze tra i vari casi. È esistito, insomma, un linguaggio universale del terrore? E quali gradazioni e sfumature esso ha assunto? O non si può fare invece a meno di considerare il linguaggio della violenza nel Lager nazista (ma anche in quello sovietico? E, ancora una volta, con quali analogie e differenze?) un esempio di degradazione ed imbarbarimento estremi ed irripetibili?
Lo stesso Kaminski (1997, p. 63), peraltro, ci offre un altro prezioso spunto di riflessione laddove osserva ? con una certa intenzione provocatoria ? che paradossalmente ?la struttura esteriore, tecnica, del campo di concentramento, è di per sé più umana di una prigione. Non esistono muri e sbarre; anziché stare in una minuscola cella mal aerata e poco illuminata dal sole il detenuto del campo di concentramento vive all'aperto e spesso dietro il filo spinato vede del verde?. Eppure ? ci sembra opportuno sottolineare ? questo apparente progresso in senso moderno ed umanizzato dell'istituzione reclusoria, risulta sepolto sotto la realtà ? immediatamente sottolineata da Kaminski, peraltro ? di condizioni disumane, trattamenti vessatori, assenza di riposo e quiete, fame, freddo e condizioni malsane dell'ambiente (anche se l'autore attribuisce questo elemento soprattutto ai campi sovietici). Ed il linguaggio ? soprattutto quello delle vittime, come ben emerge dall'analisi della Chiapponi ? ha infatti sedimentato e metabolizzato soltanto i vocaboli del terrore, della paura, della violenza, e, appunto, del freddo. Vi è solo un punto in cui una testimonianza sembrerebbe far trasparire un certo abbandono alla quiete, goduta di notte sulle latrine del campo di Auschwitz. Ma subito si soggiunge, con macabra ironia, ? certo l'ambiente non è ideale, ma siamo in un Lager e non c'è scelta? (p. 17).
La brutalità e l'orrore sofferto impedirono del resto per molto tempo, ai deportati, di raccontare e scrivere la loro storia, e giustamente ? in apertura del terzo capitolo dedicato a La lingua dei Lager ? si sottolinea come ciò derivasse non soltanto da una difficoltà a riesumare ricordi così duri, ma anche dal timore, rivelatosi da subito fondato, di non essere creduti.
Sono rimasta chiusa in un silenzio particolare per molti e molti anni ? è un passaggio della testimonianza, pubblicata in appendice, di Marta Ascoli, internata ad Auschwitz dal marzo 1944 all'aprile 1945 ? pensavo anche che la gente non potesse capire. Stavo male. Quello che in fondo ci è stato fatto è l'umiliarci al massimo. Essi hanno rivolto il loro sadismo contro di noi, ferendoci in modo tale che ci si sentiva effettivamente numeri, non persone, per cui avevamo anche paura di essere capiti [sic!]. Per questo tantissima gente non ha più parlato di ciò che ha dovuto subire ed ancora oggi non ne vuole parlare.
Tanti non capivano, non potevano nemmeno immaginarsi ? è quanto dice Antonio Temporini ? perché noi vedevamo gente morire continuamente, tutti i giorni, ed i crematori fumavano tutti i giorni con cinquecento, seicento, settecento persone [...]. Raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non era creduto. Allora ho evitato di raccontare: ?son stato prigioniero? e bon (pp. 46-47).
Percepita come possibilità estrema di vittoria dalle SS, l'impossibilità di raccontare, o veicolare il racconto, di una realtà come il Lager, penetrò anche nella resistenza opposta dagli editori a pubblicare diari e memorie, e persino nello sforzo di ?ripulire? ? edulcorare ? il testo da quelle espressioni che sembrassero troppo crude o rozze (p. 48).
Acquisita in questa forma deteriore, la lingua tedesca rimase infatti come traccia dell'esperienza personale dei deportati, ed interessante è vedere come il Lagerjargon ? questo peculiare gergo del Lager suddiviso in sottogerghi specifici di ogni Lager ed imparentato con il tedesco delle caserme prussiane ? disegnasse una sorta di recinto all'interno o all'esterno del quale stava o meno la sopravvivenza. Il Lagerjargon ? da taluni indicato come Lagersprache o Lageresperanto ? fu il linguaggio internazionalizzato dei Lager, nato dallo stratificarsi di idiomi dei più diversi paesi, ed incardinato su alcuni concetti ed espressioni specifiche. L'autrice ne elenca numerose soffermandosi su quelle che maggiormente ricorrono nella memoria degli ex-deportati, evidenziando anche una sorta di gerarchia nelle lingue usate. Prevalenza assoluta ebbe per esempio il polacco, in ragione dell'altissimo numero di prigionieri provenienti da quella regione, o da regioni dell'Europa comunque vicine e di lingua affine. Blockowa (capo-blocco), Kolonkowa (capo-colonna), Stubowa (capo-reparto); espressioni come gorne gniadzo (nido di montagna ? il quarto posto nei letti a castello), grzeda (posatoio del pollaio ? la fila di posti a sedere sulle latrine), fino all'espressione ingiuriosa cholera : tutto un mondo di suoni segnava la realtà della vittima consentendone o meno la sopravvivenza; e poi via via varianti gergali del greco, del russo, del francese (l'unica lingua che sembrava riuscire a mantenere una parvenza di eleganza), fino all'italiano, dalla quale peraltro vennero mutuate pochissime parole ? avanti! , valuta per indicare il tabacco ? e per lo più offensive, a significare il disprezzo per degli alleati traditori: taliena , faschist , makaroni , Badoglio (pp. 89-92).
Quella italiana fu del resto ? tra tutte le nazionalità di deportati ? quella più penalizzata anche per la scarsissima conoscenza del tedesco, vero e proprio veicolo di prima e più immediata sopravvivenza, spartiacque ? secondo le parole di Primo Levi ? tra ?i sommersi e i salvati? (p. 37). Non conoscere il tedesco, non comprendere e quindi non rispondere agli ordini (a partire dall'appello al numero di matricola) significava infatti l'emarginazione da parte dei compagni di prigionia e soprattutto le botte dai sorveglianti. Se l'interprete svolgeva una funzione fondamentale, e riusciva così ad acquisire il privilegio perlomeno dell'esonero dai lavori forzati o più duri, il primo e più diretto interprete era il manganello o comunque il percuotere con qualsiasi mezzo: pugni, calci, schiaffi, ed è molto significativa l'equazione instaurata da Oschlies che definisce l'interprete (il Dolmetscher ) ?manganello di gomma o altro strumento contundente che le SS utilizzavano con i detenuti che non parlavano tedesco, quando si manifestavano difficoltà di comprensione? (p. 60). La lingua tedesca rappresentava dunque il confine tra la sopravvivenza e la morte pressoché certa, e lo studio di Donatella Chiapponi mostra con ricchezza di dettagli come fosse innanzitutto questo l'elemento che disegnava gli spazi, i tempi, i rapporti gerarchici nel campo. In questo senso, esso si distanzia molto dalle elaborazione che più hanno impegnato rapporti e parametri quantitativi sulla base delle proposte avanzate a partire dagli anni Quaranta dalla politologia e sociolinguistica americana. Ciò risulta del resto abbastanza comprensibile anche alla luce della scarsa fortuna che i pionieristici lavori di Harold Lasswell ? che inaugurarono nel 1949 la semantica quantitativa ? hanno avuto in Italia. La denuncia del rischio di una ?deriva quantofrenica?, fatta da Gianni Statera introducendo l'edizione italiana di quell'opera, sembra aver sortito effetti decisivi (Lasswell, Leites 1979, p. 25). Sulla base di una formazione prevalentemente filologica, invece, l'autrice va a cercare il significato profondo delle parole, ricavandone indicazioni preziose per le implicazioni simboliche cui esse danno la stura. Il Wortschatz fu il ?piccolo tesoro di parole? che permise a Primo Levi di capire un po' di quel tedesco che gli veniva frustato addosso, ed assai opportunamente si sceglie di significare l'importanza di una conoscenza anche elementare proprio attraverso le parole dello scrittore:
a chi non ti parla, e ti si indirizza con urli che ti sembrano inarticolati, non osi rivolgere la parola. Se hai la fortuna di trovare accanto a te qualcuno con cui hai una lingua comune, buon per te, potrai scambiare le tue impressioni, consigliarti con lui, sfogarti; se non trovi nessuno, la lingua ti si secca in pochi giorni e con la lingua il pensiero. Inoltre, sul piano dell'immediato, non capisci gli ordini ed i divieti, non decifri le prescrizioni, alcune futili e derisorie, altre fondamentali. Ti trovi insomma nel vuoto e comprendi a tue spese che la comunicazione genera l'informazione e che senza informazione non si vive (p. 92).
È così soprattutto alla strutturazione simbolica del discorso che l'autrice fa riferimento e perlomeno in un duplice senso, che corrisponde alle due coordinate metodologiche che sembrano sorreggere il libro. Ad un primo livello il linguaggio è il veicolo di costruzione di rapporti gerarchici, ed è infatti a questo tema che si fa più volte riferimento esaminando ad esempio il grado dei sorveglianti e soprattutto il ruolo dei Prominenten : quel gruppo di prigionieri cui i tedeschi affidavano posti di responsabilità trasformandoli nell'aristocrazia del campo. Ancorché selezionati tra i delinquenti comuni, legittimati ed anzi richiesti di una particolare ferocia per sopravvivere essi stessi, i Kapos rappresentavano tuttavia una embrionale struttura di mediazione tra il potere tedesco ed i prigionieri, ed in questo senso il problema di una assoluta assenza di interscambio comunicativo nelle situazioni di violenza ? sulla base delle suggestioni avanzate da Georg Simmel negli studi sul dominio ? avrebbe forse meritato un approfondimento maggiore rispetto agli spunti pur presenti in queste pagine. Persino nel vestiario e nei colori, del resto, si disegnava una piramide articolata che andava dai Grüne (verdi), che erano i Berufsverbrecher (criminali comuni); ai Rote (rossi) ? gli Schutzhäftlinge o prigionieri politici; gli Schwarze (neri) ? gli Asoziale, con la particolarità dell'uso del rosa per gli omosessuali, i Violetten (viola) ? i Bibelforscher, testimoni di geova; fino agli ebrei, cui veniva cucita addosso la stella gialla di Davide a sei punte (pp. 33-34). Mützen ab! Mützen auf! (togli il cappello/metti il cappello) era invece l'ordine continuo che toccava il prigioniero nei suoi indumenti: la G'streifte o Zebra (il pigiama a righe) e le Holzpantinen o Holzschule , zoccoli di legno per camminare capaci di produrre ferite assai profonde (p. 23).
Ad un secondo e generale livello infine, il linguaggio espresse l'innovatività della situazione in cui chi lo costruì e lo usò fu collocato. Taluni vocaboli come doccia, salire, gioielli (le donne ridotte in condizione di sfinimento fisico) rappresentarono la realtà mostruosa che solcò l'Europa sotto l'insegna sinistra della svastica. Altre furono il vocabolario di una nuova situazione di mobilitazione sociale ? per adottare il ben noto modello sociologico proposto da Gino Germani ? cui i prigionieri si trovarono paradossalmente a dover far fronte. E, sotto la patina della dissimulazione e dell'eufemismo, furono il vocabolario di una nuova resistenza.