N. 8 - Novembre 2005

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Luca Gorgolini

Bambini e adolescenti nella Grande guerra

Se la bibliografia sulla prima guerra mondiale prodotta in Italia si presenta sterminata e appare in continua espansione, le rassegne critiche di tale produzione storiografica sono, come sottolineano Mario Isnenghi e Giorgio Rochat nella prima edizione (2000) del loro corposo volume dedicato alla storia della prima guerra di massa, poche e quasi tutte non facilmente reperibili (p.536) e, aggiungiamo noi, fatta eccezione proprio per il loro lavoro (ultima edizione aggiornata nel 2004) e per qualche altro contributo, attento a specifici segmenti della storiografia nazionale, oramai piuttosto datate (Pieri 1965; Monticone 1969; Alatri 1972; Rochat 1976; Gandini 1982; Rochat 1985; D'Orsi 1990; Bianchi 1991; Flores, Gallerano 1995, Del Negro 1997, Isnenghi, Rochat 2000 (2004)). Ciò è tanto più vero se si tiene conto degli studi prodotti negli ultimi anni che non hanno solo proposto storie di sintesi, nuove o aggiornate, della Grande Guerra, ma hanno fornito indagini su aspetti in precedenza trascurati: si pensi in tal senso all'analisi dell'impatto che la guerra ebbe sulla popolazione civile e al ruolo che quest'ultima, sotto la spinta di una mobilitazione di massa da cui nessuno poté sottrarsi, venne ad assumere all'interno degli ingranaggi della macchina bellica.


A lungo rimosso dalla storiografia nazionale, il rapporto tra popolazione civile e Grande guerra è stato oggetto negli ultimi quindici anni di numerosi studi che hanno prodotto molteplici approfondimenti tematici: oltre che sulla condizione delle donne, la cui presenza si affermò nella sfera produttiva e pubblica proprio nel corso della guerra, più recentemente l'attenzione degli storici si è soffermata sui bambini e gli adolescenti. La guerra conferì a questi ultimi, analogamente a quanto accadde per le donne, una visibilità sociale prima sconosciuta. La ?chiamata alle armi? che fu per la prima volta totalitaria, non risparmiò nessuno, neppure i bambini e le bambine, gli adolescenti e le adolescenti: in tutti i sensi l'evento bellico ?tendeva a violare i confini, gli schermi protettivi e i compartimenti della società tradizionale, a rimodellare i rapporti tra pubblico e privato, tra sfera della famiglia e sfera della politica, a ridefinire ruoli, a mobilitare energie fino a quel momento solo potenziali e latenti, accentuando le spinte già in atto verso la società di massa? (Gibelli 2005, p. 40). Bambini e adolescenti furono, loro malgrado, coinvolti nella guerra a vario titolo e in vario modo, in qualità di vittime e testimoni, ma anche di attori, come figli/figlie e fratelli/sorelle degli uomini inviati al fronte, come membri di aggregati domestici i cui equilibri, e le cui gerarchie erano stati repentinamente modificati, in qualche caso capovolti, come lavoratori sulle cui spalle pesavano ora responsabilità e fatiche in passato delegate agli adulti, come consumatori o ancora come destinatari e, al tempo stesso, veicoli dei messaggi propagandistici indirizzati alle famiglie.


Nel corso dell'ultimo decennio, questi aspetti sono stati al centro della ricerca di alcuni studiosi (Bianchi 1995 e 2000, Ermacora 2000, 2004 e 2005, Urli 2003, Pavan 2004, Gibelli 2005), i quali, attraverso l'analisi di documenti e fondi in passato trascurati, il recupero di numerose testimonianze, l'inserimento dell'oggetto di indagine all'interno di una prospettiva storica più ampia, hanno ricostruito i tratti di fondo dell'esperienza bellica vissuta e subita dai bambini e dagli adolescenti presenti allora nel paese, puntualizzando l'apporto quantitativo e qualitativo che essi diedero alla macchina bellica, in un momento in cui, è bene ricordarlo per comprendere le implicazioni che tale politica determinò, di fronte alla ?prova suprema?, nessuno appariva troppo piccolo di età, troppo basso di statura o insufficiente di torace, nessuno sembrava troppo stupido, maldestro o inetto per non essere utile alla patria in un modo o nell'altro. Sono così riemerse le vicende di adolescenti ? operai nelle industrie ausiliarie e nei cantieri a ridosso del fronte, emigranti e profughi, testimoni involontari della violenza e delle sofferenze generate dalla guerra, soggetti destinatari di una ampia serie di politiche statali finalizzate al controllo e alla gestione dell'opinione pubblica ?, che hanno consentito di aggiungere altri tasselli al mosaico delle conoscenze sull'esperienza bellica vissuta dalla popolazione civile. Nelle note che seguono si intende dare conto, sommariamente, dei risultati fin qui emersi da tali studi, rispettando la scansione temporale e l'articolazione tematica degli stessi, al fine di seguire la traiettoria seguita dal dibattito storiografico ed evidenziare il punto di approdo, transitorio, a cui si è giunti.



La partenza per il fronte di circa sei milioni di uomini (su sette milioni di maschi in età militare), impose un continuo riadattamento degli equilibri sui quali si reggevano le convivenze all'interno di gran parte dei nuclei familiari. Sia negli ambienti urbani, sia negli ambienti rurali, l'evento bellico mutò profondamente le relazioni tra uomini e donne, tra genitori e figli; in particolare, le relazioni di dipendenza vennero ad alterarsi, finendo con il ridefinire responsabilità e ruoli per il soddisfacimento di nuovi bisogni: il venir meno delle braccia e dei salari di coloro che erano stati chiamati alle armi, dovette essere necessariamente compensato dalle energie lavorative di donne, anziani, ragazzi, ma anche, non di rado, di bambini e adolescenti. La guerra irruppe così nelle vite dei più giovani, pretendendo da loro, come già ricordato, fatiche e mansioni delegate in precedenza agli adulti. Il mercato del lavoro, fortemente condizionato dalle necessità belliche, dalla loro urgenza e temporaneità, aprì nuove opportunità occupazionali, imponendo a migliaia adolescenti di anticipare il loro ingresso nel mondo del lavoro (l'erogazione del sussidio familiare riconosciuto ai figli degli uomini chiamati a combattere veniva a cessare al compimento del loro dodicesimo anno di età). Molti furono costretti ad assumere il ruolo di capifamiglia: in numerosi casi, il salario guadagnato dai più giovani non rappresentò più una semplice integrazione del reddito complessivo prodotto dal nucleo familiare, ma divenne una risorsa economica indispensabile alla sopravvivenza della famiglia stessa.


Attingendo da un corpus di fonti decisamente articolato, che si compone di numerosi documenti prodotti dall'allora Ministero delle Armi e delle Munizioni, dal Comitato centrale per la mobilitazione industriale (e da diversi comitati regionali), fino ai fondi conservati presso gli archivi di stato e presso gli archivi di alcuni tribunali dell'Italia centro-settentrionale, Bruna Bianchi ha ricostruito la geografia delle mansioni svolte dai più giovani, o per meglio dire, dei più piccoli, all'interno del mercato del lavoro, con particolare attenzione a quanto accadde nel settore industriale, facendo emergere ruoli, aspettative, rivendicazioni e allarmismi che tale processo suscitò.


Stando ai dati disponibili, l'afflusso della manodopera minorile nel lavoro di fabbrica fu decisamente massiccio: decine di migliaia di giovani minorenni non ancora sottoposti a chiamata di leva, furono impiegati nelle industrie ausiliarie, ossia lavoranti per l'esercito . Proveniente dall'agricoltura, da settori industriali (carta, ceramiche, vetro ecc.) la cui produzione era stata drasticamente ridotta o riconvertita con l'ingresso in guerra, o ancora da settori non industriali, la gran parte di questa manodopera minorile venne utilizzata, soprattutto in principio, all'interno dei piccoli e medi stabilimenti industriali, adibiti alle lavorazioni secondarie del munizionamento, alle casse di legno per il trasporto dei proiettili, alla produzione di olio di solfuro, per sostituire la mano d'opera maschile adulta, mobilitata o che aveva preferito occuparsi nelle grandi industrie nella speranza che tale scelta desse qualche possibilità in più di scampare alla chiamata alle armi. D'altro canto, le aziende di piccole dimensioni non avevano capitale per introdurre nuovi metodi di lavorazione e mettersi così in concorrenza con le industrie più moderne: la loro sopravvivenza finì con il basarsi proprio sullo sfruttamento di una manodopera, non qualificata e sottoposta a lunghe giornate di estenuante lavoro. La Grande guerra, in tal modo, determinò, come è già stato osservato altrove (Dogliani 2003, pp. 171-172), un risultato contraddittorio: da un lato fece lievitare la manodopera industriale non qualificata: si calcola che nel solo 1918 l'insieme delle industrie ausiliarie occupassero oltre 70 000 ragazzi fino ai 16 anni (Bianchi 1995, p. 60); dall'altro lato vennero introdotte forme di apprendistato moderno e una nuova classe operaia in alcune industrie di punta, come stava avvenendo in altri paesi: all'Ansaldo di Genova gli apprendisti tornitori passarono dal 4,6% del 1915 al 36,6% dell'ultimo anno di guerra; il 46% degli operai alla fabbrica di armi di Terni e il 27% di quelli presenti all'Alfa Romeo nel 1918 avevano meno di 20 anni (Bianchi 1995, p. 62). In ogni regione, una delle occasioni più importanti di lavoro per le donne e ragazze era costituito dal confezionamento di divise e scarpe militari, nei laboratori organizzati dai comitati di assistenza civile o a domicilio: secondo alcune stime, i laboratori di maglia e cucito durante il conflitto coinvolsero circa 600 000 tra donne e ragazze (un numero assai superiore a quello della manodopera femminile utilizzata nelle industrie ausiliarie) (Bianchi 1995, p. 87).


All'interno delle industrie, gli adolescenti erano costretti ad occuparsi di mansioni faticose e insalubri: con la sospensione della legislazione protettiva e dell'attività dell'Ispettorato del lavoro, si riproposero lunghi orari (si ricorse al lavoro festivo e notturno), cottimi, ritmi serrati all'interno di una condizione aggravata da una rigida disciplina militare. Non stupisce che l'impiego minorile si caratterizzasse per alti tassi di ricambio, per fughe e abbandoni volontari sempre più numerosi, indice di stanchezza e insofferenza: alla fabbrica d'armi di Terni, il 65% dei licenziamenti volontari riguardò ragazzi con meno di 20 anni (Bianchi 1995, p. 68). Tra coloro che sceglievano di non abbandonare volontariamente il posto di lavoro, aumentarono invece le dimostrazioni di insofferenza e gli atti di ribellione; nonostante le misure repressive messe in atto dagli organismi di sorveglianza, quali il licenziamento per punizione, le multe e la minaccia di deferimento al tribunale militare, la partecipazione dei più giovani alle assemblee, si fece vivace e decisa, la loro voce e la loro protesta fu sempre meno facilmente contenibile dalla manodopera adulta e dai rappresentanti sindacali. Tuttavia, nonostante le grandi difficoltà affrontate, i ragazzi, in quanto parte rilevante della nuova classe operaia che si stava formando, assunsero un ruolo autonomo e al contempo centrale nel quadro sociale ed economico della società in guerra; essi riuscirono a conquistarsi una maggiore visibilità e una dimensione sociale che sfuggiva al controllo familiare, motivo per il quale la figura del giovane operaio, suscitò forti timori nell'opinione pubblica:



Le manifestazioni di opposizione alla guerra, i segni di disagio dei giovani operai degli stabilimenti ausiliari, l'assenteismo, i frequenti cambiamenti di lavoro, i piccoli furti, vennero interpretati come manifestazioni di devianza e di criminalità dovute all'assenza di una forte presenza maschile nella famiglia, ai salari eccessivamente elevati, alla promiscuità con gli operai adulti, alla tendenza della madri a concedere eccessiva libertà ai figli. Si guardava con sospetto a un giovane lavoratore precocemente autonomo, svincolato dai rapporti di autorità (Bianchi 1995, p. 103).


All'interno delle classi medie urbane, gli antichi pregiudizi sulla moralità della classe operaia, trovarono nuovo alimento nei comportamenti di questi giovani fino a promuovere un'intensa campagna di stampa volta a sollecitare l'intervento delle autorità pubbliche. Benché le statistiche sugli atti criminosi commessi dai ragazzi non fossero particolarmente preoccupanti, all'interno di un quadro complessivo sulla criminalità aggravato dalle difficili condizioni di vita causate dal perdurare della guerra, i rapporti prefettizi mostrano un progressivo innalzamento del controllo sociale nei confronti dei giovani operai, atteggiamento questo in linea con il pesante clima di repressione, di limitazione delle libertà personali e di espressione che aveva avvolto il paese all'indomani dell'ingresso in guerra.



Se l'ingresso di manodopera minorile nel lavoro di fabbrica fu massiccio, altrettanto può dirsi per l'afflusso di minori nelle retrovie del fronte, attratti dalla forte domanda di lavoro nei settori della logistica e delle fortificazioni. Alcune stime (Ermacora 2004, pp. 4, 20) calcolano (per difetto) che furono almeno 60000 gli adolescenti tra i 12 e i 19 anni impegnati nei pericolosi cantieri militari impiantati a ridosso della linea del fronte: un numero pari al 42% della manodopera impiegata complessivamente nei lavori militari (in alcuni casi, come nei cantieri sull'Alto Isonzo, i ragazzi rappresentavano quasi il 50% degli operai impiegati nei lavori di trinceramento) (Ermacora 2004, p. 20).


Ridotti gli sbocchi verso l'estero, le esigenze della nuova ?economia di guerra? e la necessità di un salario di sussistenza ebbero come conseguenza l'emergere di un forte rimescolamento sociale: la penisola fu percorsa da considerevoli flussi migratori interni a breve e lungo raggio diretti da una parte verso il cosiddetto triangolo industriale (Genova, Torino e Milano) e dall'altra verso le retrovie del fronte dove si sviluppò rapidamente una vera e propria economia legata ai servizi logistici dell'esercito che coinvolse oltre agli uomini non chiamati ad indossare la divisa, anche migliaia di adolescenti. Si trattava di decine di migliaia di ?operai-borghesi? addetti ai lavori per la costruzione di trinceramenti, fortificazioni, strade, mulattiere, magazzini e baraccamenti collocati nelle retrovie del fronte, costruiti per ospitare milioni di soldati, il cui reclutamento veniva organizzato (a partire dal 1916) attraverso il Segretariato generale per gli Affari civili. A tale ufficio, i comandi dell'esercito avevano demandato il compito di gestire a livello nazionale la migrazione degli operai verso il fronte, disciplinandone il reclutamento, le condizioni di ingaggio e di trattamento. Se nei primi giorni di guerra, le disposizioni emanate dai prefetti prevedevano l'arruolamento dei giovani a partire dai 18 anni di età, già durante l'estate del 1915, venne predisposta una prima deroga che consentiva la presenza in ciascuna squadra (composta generalmente da un caposquadra e da una trentina di operai) di una quota, pari al 10%, di giovani tra i 16 e i 18 anni. Successivamente, con l'aumento della richiesta di manodopera necessaria a far fronte alla costruzione di numerose infrastrutture, indispensabili a consentire l'afflusso dei materiali verso le linee di combattimento, l'ingresso delle giovani maestranze venne ulteriormente facilitato, arrivando a prevedere dapprima l'assunzione di adolescenti di età compresa tra i 15 e i 17 anni, purché accompagnati da un parente adulto (prescrizione che spesso non venne rispettata), per arrivare poi, alla fine del 1916, a consentire l'arruolamento di fanciulli tra i 13 e i 15 anni.


Relativamente la provenienza geografica di questi giovanissimi operai militarizzati, l'analisi di un campione di oltre 1600 ragazzi impegnati a ridosso del fronte (Ermacora 2004, pp. 12-13), mostra che per il 40% si trattava di ragazzi friulani e veneti, favoriti dunque dalla contiguità con le zone di combattimento; la metà della quota restante era invece costituita da individui provenienti da alcune regioni meridionali, Puglia, Abruzzi, Calabria e Campania, dove la crisi del settore agricolo che aveva reso i salari dei braccianti del tutto insufficienti, unitamente all'assenza di industrie interessate alla produzione bellica in grado di assorbire l'accresciuta richiesta di lavoro, avevano determinato una vera e propria corsa verso il fronte che coinvolse, come denunciava una nota del Ministero degli Interni inviata ai prefetti delle province meridionali, anche ragazzini e fanciulli ?di gracile costituzione, con documenti alterati, età diverse da quelle indicate? (Ermacora 2004, p. 13). A testimonianza dell'ampiezza del fenomeno, vi è la documentazione proveniente dall'Ufficio di sosta e di sorveglianza presente allora presso la stazione ferroviaria di Udine, in si segnalata una crescita continua dei fermi di minorenni reclutati irregolarmente: nel giugno del 1917 presso la stazione friulana viene controllata una squadra di 36 persone individui, dei quali ben 19 risultano essere bambini di età compresa tra i 12 e i 14 anni, non accompagnati e ?assolutamente inadatti al lavoro cui erano destinati? (Ermacora 2004, p. 19). In questo quadro, è facile comprendere come anche gruppi di adolescenti non in cerca di lavoro ma di avventura e di un protagonismo potessero superare tutti i controlli e giungere nei territori a ridosso del fronte spesso inosservati.


Qualunque fossero le provenienze geografiche e le motivazioni che li avevano spinti a lasciare il luogo d'origine, una volta giunti nei cantieri, i giovani migranti si trovavano davanti ai loro occhi una realtà di segno profondamente diverso rispetto a quella loro prospettata o che loro stessi si erano immaginati. Inizialmente garzoni e aiutanti, la loro condizione mutò progressivamente nel corso del conflitto, fino a diventare operai a tutti gli effetti, impegnati per 10-12 ore giornaliere nei lavori più faticosi, quali le costruzioni stradali, l'estrazione di materiali nelle cave o il taglio del legname; in qualche caso venivano utilizzati in mansioni pericolose, come portatori, che li spingevano a ridosso delle prime linee:



Io sono stato con la truppa ? racconta Giobatta Piticco ? [?] Nel sedici io ho iniziato. Avevo tredici, quattordici anni. S. Giovanni di Manzano, Dolegnano, poi siamo andati fino a Mossa, Lucinico, poi hanno preso il Podgora, Gorizia. Noi andavamo sempre dietro a loro. Eravamo avanti anche noi. Vicino al fronte. Sentivamo tutto, di notte come di giorno. Eravamo al lavoro con loro. Portare su materiale. La notte. Ci davano i bidoni. Ci davano cassette di munizione. Fino alla ritirata di Caporetto. Lì abbiamo dovuto scappare a casa tutti (Urli 2003, p. 44).


In questa condizione di fatica e di pericolo, i ragazzi finivano così per sentirsi quasi dei soldati loro stessi, sperimentando personalmente la crudeltà e la violenza della guerra; a prevalere nei loro ricordi sono le sensazioni uditive, come le fucilate, i bombardamenti, le urla dei combattenti o altri elementi tipici della guerra di trincea, quali le pessime condizioni igieniche, la precarietà degli alloggiamenti e le difficili condizioni climatiche che spesso tornano nelle testimonianze autobiografiche degli stessi soldati. D'altro canto, all'interno dei cantieri, il lavoro si caratterizzava per la fatica fisica dovuta ai lunghi orari di lavoro, alle asperità dei luoghi in cui si trovava ad operare, ai continui spostamenti e per uno stato di prostrazione psicologica derivato dal diffuso disprezzo con cui gli ufficiali impiegavano i lavoratori militarizzati senza risparmio. A farne le spese erano soprattutto i più giovani, in particolare gli adolescenti privi di un accompagnatore in grado di offrire loro una qualche tutela. I comunicati medici inviati al Segretariato generale per gli Affari civili offrono un panorama che, benché parziale, si rivela in tutta la sua desolazione: su un campione di circa 2000 operai ricoverati tra il 1916 e il 1917, 730 (42%) sono giovani, in massima parte provenienti dal settore montano del fronte (Ermacora 2004, p. 30). Qui i cantieri del Trentino e del Cadore si rivelavano luoghi di lavoro estremamente disagiati: tracciare le strade nelle roccia, scavare gallerie e trinceramenti, esponeva frequentemente i ragazzi a gravi infortuni; le eccezionali condizioni ambientali durante i mesi invernali inoltre, determinarono un gran numero di affezioni polmonari che con le fratture costituivano le cause più frequenti di ricoveri e di decessi all'interno dell'insieme complessivo degli operai condotti negli ospedali.


In questo stato di cose in cui le condizioni di lavoro andavano via via peggiorando senza peraltro che a ciò seguisse un adeguamento dei livelli salariali, che li vedeva nettamente penalizzati rispetto alla manodopera adulta, tra i più giovani (verrebbe da dire tra i più piccoli), coloro che mal sopportavano le fatiche e le privazioni, analogamente ai loro coetanei impiegati nell'industria bellica, si resero protagonisti a più riprese di fughe, episodi di ribellione nei confronti del personale militare e degli operai adulti. Benché duramente colpite attraverso l'espulsione dai cantieri, il rimpatrio forzato e il divieto di rientro nella ?zona di operazioni?, misura quest'ultima che precludeva la possibilità di una nuova occupazione nei cantieri e determinava la perdita di un prezioso salario, forme di resistenza attiva, come il ?rifiuto di lavorare? o la ?pessima condotta? si manifestarono con una certa frequenza: numerosi episodi indicano la presenza di ?bande? di giovani lavoratori che cacciati dal cantiere a cui erano stati assegnati vagano per le retrovie, sfidando i controlli e confidando nella continua ricerca di manodopera da parte dei comandi del genio militare.


Se adolescenti e ragazzi si resero protagonisti di migrazioni a lungo raggio, dall'interno del paese verso il fronte, la manodopera femminile impiegata dai comandi militari venne in massima parte reclutata nei comuni vicini alle linee di combattimento. Sin dai primi mesi del conflitto, numerosi gruppi di adolescenti e di bambine tra gli 11 e i 13 anni al seguito delle madri e delle sorelle maggiori, vennero impiegate nello sgombero delle nevi dalle strade, nei lavori di manutenzione stradali e nel trasporto di materiali verso le posizioni ad alta quota. Lungo il fronte carnico, il peso dei rifornimenti ai soldati fu, almeno inizialmente, sostenuto quasi per intero dalle maestranze femminili. Successivamente, con la costruzione delle strade e delle teleferiche militari, avvenuta nella primavera del 1916, la manodopera femminile venne impiegata soprattutto per il trasporto di ghiaia e di pietrisco utilizzati dagli operai per rendere le strade percorribili dai pezzi dell'artiglieria. Si calcola che nel 1917, le donne e le ragazze impiegate sul fronte, furono circa 8000 (Ermacora 2004, p. 45). Ma il salto di qualità si ebbe all'indomani della rotta di Caporetto: circa ?20 000 operaie (molto spesso giovanissime)? (Ermacora 2004, p. 53), perlopiù profughe venete e friulane, separate dalle proprie famiglie, cercarono di garantirsi un reddito di sussistenza, partecipando ai lavori di scavo di trincee e canali, occupandosi nei laboratori per la preparazione dei mascheramenti o adibiti alla cernita e al ripristino del materiale militare. Nel corso dell'ultimo anno di guerra ?ogni casa colonica nelle retrovie della pianura veneta si trasformò in una sorta di laboratorio militare dove giovani ragazze, bambini e donne preparavano le spolette di filo spinato, assemblavano graticci e mascheramenti; nella pianura ragazzi e adolescenti vennero invece impiegati nei grandi lavori di canalizzazione e di derivazione della acque per permettere ai convogli di rifornire via acqua la popolazione della provincia di Venezia e le truppe schierate sul basso Piave? (Ermacora 2004, p. 53).



Peggiori furono però le condizioni di vita per gli adolescenti e i giovanissimi che si trovarono nei territori invasi dalle truppe austriache e tedesche all'indomani di Caporetto. I bisogni della popolazione finirono infatti in secondo piano rispetto alle priorità dell'esercito occupante: i generi alimentari destinati ai civili vennero drasticamente razionati; la produzione dei settori più attivi dell'economia veneto-friulana (sericoltura e viticoltura), venne requisita e si procedette allo smantellamento di ciò che rimaneva dell'apparato produttivo; foraggi, animali, derrate alimentari e persino suppellettili domestiche e biancheria dovettero essere consegnate. Nel marzo del 1918 i comandi degli eserciti occupanti imposero alle autorità comunali di compilare una lista di tutte le donne e gli uomini tra i 15 e i 60 presenti affinché individuati, venissero reclutati come manodopera nei lavori più urgenti lungo le retrovie austro-tedesche. Con il manifestarsi di una resistenza crescente da parte della popolazione civile, i reclutamenti divennero delle vere e proprie ?cacce? alle donne, ragazzi e fanciulli, ?raccolti dalla gendarmeria, che entrava di sorpresa nelle case o stendeva cordoni sulle strade? (Calò 2003, p. 116). Una politica di ?reclutamento coatto? che naturalmente colpì soprattutto la popolazione femminile, gli anziani e gli adolescenti, poiché gli uomini validi erano tutti mobilitati (oppure fuggiti o evacuati) e riguardò circa 72 000 persone, con una media di 129 giornate di lavoro a testa (Ermacora 2004, p. 55).


Come nelle zone a ridosso del fronte, nei territori occupati, l'esperienza del conflitto fu, anche per i minori, più cruda e diretta: qui ?i bambini e le bambine conoscono anche la paura e la fame, la prepotenza degli uomini in armi, il precoce contatto con la violenza e con la morte? (Gibelli 2005, p. 149). Nelle loro memorie e nelle loro testimonianze, raccolte da Urli sul finire degli anni Ottanta, da Pavan nel corso del decennio successivo e pubblicate recentemente (Urli 2003, Pavan 2004), i bambini di allora ricordano il loro impatto, caratterizzato da un sentimento di paura misto a curiosità, con gli invasori, fino a quel momento sconosciuti, emerge l'alternanza tra la condanna per le loro prepotenze e la pietà per i loro patimenti, e ancora le sofferenze per la fame, la mancanza della figura maschile adulta in precedenza punto di riferimento e lo spavento per lo spettacolo improvviso di un cadavere. Come i soldati in trincea e i giovanissimi ?portatori? di cui si è detto sopra, anche i bambini dei territori occupati incappano spesso nei cadaveri dei soldati:



Si sentiva sparare per qui, per là, e ricordo ? a parlare è Elisa Saccomano, all'epoca dei fatti aveva 14 anni ? che noi eravamo tutti scappati, non lontano, ma ognuno per suo conto. Io sono andata a nascondermi sotto l'acquaio. Sentivo gli spari e spaventata sono rimasta lì sotto. Di quel giorno o l'indomani ricordo anche che ho visto uno, appoggiato, così, ad una vite, vicino al cimitero. Era morto (Urli, p. 74).


Talvolta ai ragazzi, come racconta Giobatta Pitticco, classe 1903, spettava anche il compito di collaborare alla raccolta e alla sepoltura dei cadaveri:



Di fronte, qui, andando a Sclaunicco, c'era un gran fosso, profondo. C'erano sette morti, lì. Li ho sepolti anch'io [?] Si andava con un carro. Mettevamo una coperta, due, sotto. Prendere i soldati. Metterli giù. E dopo la ghiaia sopra. Senza assi e senza niente (Urli, p. 66).


Benché si tratti, nel caso del lavoro di Urli, di testimonianze che si riferiscono ad un'area circoscritta, filtrate dalla mediazione della memoria adulta e naturalmente esposte all'erosione del tempo trascorso, i ricordi di questi testimoni risultano comunque capaci di restituire con immediatezza, non solo i caratteri dell'esperienza dell'occupazione, ma più in generale, i caratteri dell'intera esperienza bellica in quei territori: l'arrivo delle truppe italiane nei paesi, la vita sul fronte prima di Caporetto, la disastrosa ritirata, l'occupazione militare austro-tedesca, la situazione sulla linea del Piave, la liberazione, che cosa accadde all'indomani del conflitto.



Dopo aver anticipato alcune considerazioni sulla ?guerra dei bambini? all'interno del volume La Grande guerra degli italiani 1915-1918 , pubblicato nel 1998 (pp. 227-239), Gibelli è tornato recentemente ( Il popolo bambino , 2005) sul tema, inserendolo in una ricostruzione storica più ampia che copre la prima metà del secolo scorso, dalla prima guerra mondiale per l'appunto al momento della Liberazione. Intendendo l'infanzia non come categoria biologica né sociologica, ma come una categoria ?eminentemente? politica, ?una costruzione simbolica e retorica artificiale legata alle politiche di massa del XX secolo?, pone al centro della sua attenzione non un insieme di individui accomunati da un dato anagrafico, ma un percorso evolutivo, ?una specie di progressione continua dalla prima infanzia all'età di imbracciare le armi, durante la quale le nuove leve vengono interpellate, mobilitate, inquadrate, conquistate, utilizzate e così accompagnate a saldarsi, potente collante e leva moltiplicatrice delle energie nella nazione?. Nell'ideologia nazionalista, il ?bambino? non costituisce più una parte del popolo, ma diventa ?prototipo del popolo?, il quale viene considerato come un minore e come tale, va educato, sedotto, plasmato affinché da elemento di debolezza diventi punto di forza della nazione in costante competizione e conflitto. In tal senso, le azioni politiche e culturali messe in atto dallo stato per la conquista dell'infanzia e dell'adolescenza, possono essere considerate, e dunque analizzate, come un modello di pratiche attivate per la manipolazione delle masse stesse. Ora, la nazionalizzazione dell'infanzia come premessa alla nazionalizzazione delle masse, si concretizza proprio nel corso della Grande guerra, ?assimilando i bambini al popolo delle trincee e viceversa, sino a farne una specie di equazione? (Gibelli 2005, pp. 3-4). Le pratiche messe in atto e gli strumenti utilizzati per giungere a tale ?equazione?, vengono prese in esame da Gibelli nella prima, Chiamata alle armi , delle tre parti attraverso cui si articola il volume.


Se la condizione dei bambini nel periodo di guerra mutava in relazione alla loro appartenenza sociale, è comunque possibile rilevare alcuni elementi che accomunavano le esperienze dei più piccoli. A partire dalla diffusione dell'ideologia della parsimonia e dei sacrifici che divenne un imperativo economico e morale che riguardava tutti i cittadini, indistintamente, inclusi i più piccoli. Nei giornalini a loro destinati, nelle cartoline illustrate, nei manifesti murali, i bambini diventavano destinatari di ammonimenti precisi: non consumare troppo le scarpe saltando alla corda, non sprecare carta facendo macchie sui fogli, consumare solo lo stretto necessario per l'alimentazione, magari rinunciando allo zucchero che scarseggiava. In occasione della capillare campagna lanciata in favore della sottoscrizione dei prestiti nazionali, i più piccoli, evidentemente non in grado di comprendere il contenuto di tale propaganda, vennero tirati in ballo non più come destinatari diretti dei messaggi, bensì come veicoli di un messaggio ?emotivamente ricattatorio? rivolto alle famiglie. Esemplare in questo senso, appare una delle numerose cartoline illustrate distribuite all'epoca, nella quale due bambini con aria affranta si rivolgono all'osservatore con queste parole: ?Nostro padre ha dato la Vita, voi non negherete il denaro. Sottoscrivete!?.


Con lo scoppio della guerra l'operazione pedagogica, avviata in precedenza, volta ad incrementare lo spirito patriottico dei bambini, si fece più stringente attraverso il ricorso di alcuni strumenti. Un ruolo importante in tale direzione venne ricoperto dai giornali a loro dedicati (il più diffuso era il ?Corriere dei piccoli?, nato nel 1909); come nel caso dei giornali di trincea (per i quali lavorarono diversi illustratori e vignettisti provenienti dalla stampa per bambini), destinati ad individui semianalfabeti, questi erano pieni di figure, di vignette, di storie animate più che di parole. Come ai soldati al fronte, ai bambini non si chiedeva altro che obbedienza, senza la pretesa di sapere i perché e i percome della guerra. Questo viene chiesto esplicitamente all'interno di una poesia apparsa sul ?Corriere dei Piccoli? del 10 gennaio 1915: ?Non si può mica essere tutti soldati, / specie quando si è piccoli, / né marciar, di fucile e spada armati / [?] Ma possiam tutti quanti essere davvero / soldati nello spirito, / utili e prodi con fervor sincero, / e ubbidir, come fanno i militari / senza i ?perché?? né i ?come?? ai nostri cari?. Un'atmosfera che permeò anche la vita quotidiana della scuola. La necessità di avvicinare la scuola e la trincea coinvolse tutte le materia di insegnamento: per la lingua italiana erano previste letture ?di giornali e periodici narranti episodi della guerra?, nonché l'esame e la descrizione di ?vignette, quadri, cartoline illustrate rappresentanti notevoli momenti ed episodi di guerra e specialmente atti d eroismo del nostro esercito?; per la geografia si proponevano tra l'altro, la configurazione del Carso e l'elenco dei comuni conquistati.


In conclusione, all'interno del processo di coinvolgimento patriottico e nazionale dell'opinione pubblica attivato dallo scoppio della guerra, l'infanzia, realtà fino a quel momento largamente sommersa e generalmente opaca, acquistò una visibilità sociale prima sconosciuta. In particolare, l'assunzione dei bambini come patrimonio della nazione, la loro nazionalizzazione dunque, costituì per molti versi la premessa all'opera di statalizzazione dell'infanzia condotta successivamente dal fascismo.


 


 



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Autore Gorgolini Luca
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