N. 8 - Novembre 2005


ISSN 1720-190X






Eva Cecchinato

Garibaldini e garibaldinismo.
I volontari italiani dall'Unità alla prima guerra mondiale (1861-1915)


Oggetto della mia ricerca è lo studio del volontariato militare italiano in Italia e all'estero dall'Unità alla prima guerra mondiale, analizzato essenzialmente dal punto di vista politico ed ideologico e con particolare attenzione alle formazioni cosiddette “irregolari” e quindi alla tradizione garibaldina; quest'ultima scelta è suggerita innanzi tutto dalla centralità della figura di Garibaldi e dei gruppi di cui egli era il referente nel problema in questione – sia in epoca risorgimentale sia nelle manifestazioni successive del fenomeno – ma anche dalla capacità dell'eredità garibaldina di affermarsi come paradigma con cui confrontarsi e porsi in relazione, sollecitando distinguo, filiazioni e distacchi. L'interesse del tema risiede anche nelle contraddizioni e nelle ambiguità del fenomeno, che accompagna tutta la storia dell'Italia liberale, in parte facendo da contrappunto alla politica ufficiale, specie all'indomani dell'Unità, in parte costituendo, per lo Stato italiano, da un lato una risorsa cui attingere, dall'altro un ambiguo patrimonio sociale da gestire. La ricostruzione delle vicende più significative di arruolamenti volontari di italiani in Italia ed in Europa costituirà quindi la trama entro la quale sviluppare una ricerca che intenda indagare le varie articolazioni e implicazioni del fenomeno. In relazione a queste ultime il mio intento è quello di superare un punto di vista esterno ed esteriore, adottando – pur con il dovuto distacco critico – uno sguardo per quel che è possibile interno alla tradizione e alla storia del volontariato nonché all'ideologia e alla sensibilità politica che ne è presupposto.

Analizzando le contraddizioni e la dialettica interna al fenomeno emerge chiaramente come uno dei nodi fondamentali da affrontare – e quindi uno dei motivi di interesse della ricerca – sia il problema della fedeltà allo Stato. Se da un lato il concetto e la figura stessa di volontario è contigua a quella di rivoluzionario, dal punto di vista storico ed ideologico, dall'altro proprio storicamente la questione si intreccia al problema degli eventi fondativi – che sono anche e conseguentemente miti fondativi – degli stati nazionali, specie nella loro declinazione tendenzialmente “democratica” e popolare. Non a caso tra le eredità della Rivoluzione francese c'è anche la diffusione del mito dei volontari come garanti e propagatori della causa della nazione rivoluzionaria. Del resto lo Stato sovrano concepito dalla Rivoluzione francese è tale e degno di lealtà non in senso assoluto, ma dal momento che e fintanto che è l'espressione della sovranità popolare; allo stesso modo i vincoli collettivi cui si rivendica la propria appartenenza, in linea teorica, non trovano in legami pregressi di tipo “etnico” o tradizionale il proprio fattore di legittimazione decisivo, bensì nella comune identificazione in un insieme di valori politici e culturali e in alcun paradigmi che dettano le regole della convivenza civile. Quindi in relazione al nodo del rapporto con lo Stato, è proprio una sorta di relativizzazione delle forme di lealtà uno degli elementi distintivi della figura del volontario, visto che la sua lealtà implica un genere di consenso che si rivolge tendenzialmente ad un contenuto, ad un modello complessivo di società, più che rigidamente ad una forma istituzionale o ad un referente esterno. Il ruolo centrale che il volontarismo attribuisce all'adesione del singolo alla causa per cui combatte o, in termini più generali, agisce, rende in linea di principio non definitivo e non assoluto proprio il suo consenso, in una particolarissima ed estrema declinazione dell'atteggiamento che Renan, discutendo di nazionalità, definiva come “plebiscito d'ogni giorno”. Il punto centrale è che il volontarismo porta con sé la rivendicazione del diritto di autolegittimare le proprie scelte, dando seppur implicitamente un valore contingente e relativo alle forme di lealtà codificate e formalizzate. Si tratta di questioni di livello generale che ovviamente non potranno entrare direttamente nella ricerca, ma che, oltre a rappresentare uno degli stimoli originari alla scelta di questo tema, rimarranno comunque costantemente sullo sfondo dell'analisi e offriranno sollecitazioni alla riflessione e alla problematizzazione.

Così come per la Francia, anche per l'Italia contemporanea la figura del volontario ha un ruolo centrale nei propri eventi e nei propri miti fondativi. In Italia il volontario è innanzi tutto il combattente del Risorgimento, per il quale valgono gran parte delle contraddizioni appena esposte: prima fra tutte l'ambiguo rapporto con il nuovo Stato, che il volontari hanno contribuito ad edificare e nel quale tuttavia le culture e i settori politici cui essi fanno in gran parte riferimento si identificavano solo in parte, ricevendone del resto un riconoscimento con molte riserve.

Un ulteriore nodo problematico si può sintetizzare nel binomio guerra e politica in cui si riassume la figura del volontario. Ma il tipo di guerra in questione esige un sovrappiù di senso e da questo punto di vista è necessario introdurre la categoria di “guerra giusta”, e non tanto nelle implicazioni etiche del concetto: essa si legittima essenzialmente per il fatto di corrispondere, rispetto a chi vi aderisce, alle proprie convinzioni e prospettive politiche in senso lato. Ricostruire l'evoluzione delle “cause” per cui i volontari italiani, ad Unità compiuta, continuano a spendersi a livello europeo, significa seguire le trasformazioni e le permanenze nella categoria di “guerra giusta”, soprattutto in relazione ad una cultura politica per la quale la prospettiva internazionalista continua in gran parte a tradursi nella solidarietà nei confronti di chi, altrove, persegue le stesse finalità per cui già ci si era battuti in Italia. Del resto gli obiettivi a cui i volontari offrono la propria adesione determinano anche la diversa spendibilità, a livello di opinione pubblica diffusa e di rappresentazione ufficiale, della tradizione e della funzione storica del volontariato, dal momento che molte lotte si insinuano nei solchi delle stesse divisioni politiche interne alla nazione, infrangendo il tabù della concordia patriottica. Nella sostanza ci sono obiettivi in relazione ai quali la componente del volontariato di matrice politica, cioè di parte, è palesemente prevalente rispetto all'imperativo della difesa dei diritti della nazione o delle nazioni di per se stesse. Mi riferisco per esempio agli arruolamenti volontari in Francia nel 1870, fortemente connotati in senso repubblicano, ma anche nel 1914; in quest'ultimo caso, al di là delle ambiguità e delle indubbie contiguità con settori interventisti più marcatamente bellicisti, rimane vero che le vicende delle Argonne sono pur sempre espressione di una cultura politica e di una tradizione assai diverse dalla sensibilità dominante nei settori interventisti in Italia, caratterizzati in gran parte dalla ricerca della guerra come valore in sé.

Il binomio guerra a politica è funzionale soprattutto per l'analisi di quei picchi isolati che in un certo senso possono essere considerate le contingenze degli arruolamenti volontari e delle varie spedizioni, che rappresentano certamente il filo rosso che unisce generazioni e alimenta una tradizione, ma che non possono certamente esaurire la vita, le vicende e l'identità dei gruppi che questa tradizione alimentano. A questo proposito è necessario affrontare il problema della gestione delle forze volontarie in tempo di pace, che costituirà una delle preoccupazioni della classe dirigente del Regno d'Italia. Del resto il ruolo d'eccezione che in qualche modo il volontario e i settori a cui fa riferimento si attribuiscono nei confronti della nazione rende interessante indagare i percorsi seguiti, innanzi tutto in epoca immediatamente postunitaria, per ritagliarsi anche nella vita civile uno spazio di rilievo e in un certo senso d'avanguardia, tenendo conto, fra l'altro, della continuità ideale e sociale che legava questi combattenti in gran parte irregolari con gruppi organizzati e settori d'opinione pienamente inseriti nella lotta politica, seppur anche in sede extra istituzionale. Gli aspetti della sociabilità e dei rapporti tra associazionismo patriottico e democratico sono fondamentali per indagare questi questioni. Ciò significa anche affrontare il problema della dialettica ideologica che si instaura tra la democrazia risorgimentale e le crescenti urgenze della cosiddetta “questione sociale”, così come le dinamiche di definizione e di ridefinizione della propria identità sollecitate dalla crescita di forze politiche antagonistiche organizzate, che si presentano come nuove avanguardie dello sviluppo storico a livello nazionale ed internazionale.

Ma è altrettanto interessante seguire alcuni itinerari personali postunitari particolarmente emblematici di protagonisti del processo risorgimentale, che, seppur solo schematicamente, possono essere fatti rientrare in due fondamentali tipologie: da una lato gli uomini per cui l'originaria spinta volontaristica verso la costruzione dell'Italia si traduce in un'assolutizzazione dello Stato unitario, della sua struttura istituzionale e degli equilibri sociali consolidati; dall'altro chi interpreta il Risorgimento come processo perennemente in fieri , perlomeno dal punto di vista della vitalità delle sue eredità ideali.

Analizzare i rapporti di continuità reali o più o meno legittimamente rivendicati tra le varie vicende del volontariato italiano è anche indagare i rapporti politici, ideologici e psicologici tra le varie “ondate” e le varie generazioni di volontari, nonché tra le culture politiche che si collegarono e si richiamarono al fenomeno.

Il problema della violenza, del modello di società, della guerra giusta e dell'evoluzione delle cause per cui ci si spende, rimanda ovviamente ad un'ottica interna al mondo dei volontari; quindi è necessario utilizzare fonti che si possono individuare essenzialmente nella memorialistica, ma anche nella letteratura d'occasione prodotta per esempio per alcuni anniversari controversi come quelli di Aspromonte o Mentana da associazioni reducistiche più o meno politicizzate. Chiaramente, per quanto riguarda, in particolare, la memorialistica sarà ovviamente necessario esercitare una preventiva critica delle fonti, che si proponga innanzi tutto di chiarire – specie per i soggetti meno noti e non immediatamente associabili ad un itinerario politico – le occasioni e le sollecitazioni del ricordo e della scrittura, nonché di contestualizzare e di mettere in relazione ad essi il passaggio successivo e non sempre automatico e coincidente della pubblicazione: l'attenzione verso questi aspetti risulta del resto fondamentale in un'indagine che intenda muoversi proprio tra il piano della “fattualità” e quello delle autorappresentazioni, dando conto dello scarto e delle tensioni che si sviluppano tra un'esperienza storica e personale e la necessità di gestirla ed interpretarla politicamente.

 

La struttura della tesi dovrebbe prevedere una divisione in tre parti, la prima e l'ultima delle quali caratterizzate da un preponderante andamento cronologico: si esordirà ovviamente con la trattazione del primo decennio postunitario, durante il quale la definizione, all'epoca utilizzata, di “partito garibaldino” conserva una sua plausibilità. Sarà soprattutto la presa di Roma a trasformare significativamente il panorama e a sancire la fine di questa fase postrisorgimentale con un evento dall'enorme carica simbolica, gestito in modo esclusivo dalle forze dell'esercito regolare: l'estromissione della componente volontaristica e garibaldina dall'azione sfociata nella breccia di Porta Pia avrà come contraltare il pressoché contemporaneo rilancio del carattere sovranazionale di quella tradizione, che dirotterà energie e uomini verso la Francia repubblicana. La parte centrale della tesi si potrebbe soffermare da un lato su alcune tipologie di ex volontari della fase risorgimentale, su una sorta di casistica degli itinerari personali e collettivi, che tenga anche conto, per esempio, dell'inserimento dei garibaldini nell'esercito o dell'entità della loro presenza nei ranghi parlamentari e nei ruoli di governo; dall'altro lato la memorialistica e alcune fonti relative all'associazionismo reducistico serviranno a riflettere sulle dinamiche della rappresentazione e dell'autorappresentazione. L'ultima parte si spingerà fino alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia e seguirà gli episodi di volontariato guidati dai figli e nipoti di Giuseppe Garibaldi, analizzandone anche i rapporti e le contiguità con un certo sovversivismo e, avvicinandosi al primo conflitto mondiale, gli ambigui intrecci con il nazionalismo.

Il collante e il filo conduttore di questa ampia struttura sarà rappresentato dagli interrogativi originari da cui è scaturita la ricerca, vale a dire dall'analisi di quali imperativi e quali nuove priorità impone il farsi Stato di una rivoluzione, da una riflessione di lungo periodo sullo spazio, il ruolo e l'autonomia che possono legittimamente e realisticamente essere concessi e conservati ad iniziative e prospettive legate al modello volontaristico, sulla capacità di rinnovarsi e di riproporsi a distanza di decenni di una tradizione come quella del garibaldinismo.

 

Le fonti che si stanno utilizzando sono di molteplice natura: vanno dagli Atti parlamentari alla memorialistica e alla diaristica, dai carteggi editi ed inediti alla stampa, fino alla documentazione prodotta dalle autorità civili e militari (rapporti periodici sull'ordine pubblico, fascicoli personali di individui schedati, procedimenti giudiziari), in un dialogo tra centro e periferia. I principale luoghi di ricerca sono stati l'Archivio centrale dello Stato, il Museo centrale del Risorgimento di Roma, l'Archivio dell'Ufficio storico dello Stato maggiore dell'esercito.






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Autore Cecchinato Eva
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