Paolo Sorcinelli
La guerra dentro i manicomi
Psichiatria e cartelle cliniche (1940-1952)Sul terreno delle relazioni fra il conflitto del 1914-18 e la scienza psichiatrica esiste una discreta produzione in cui la storiografia ha affrontato il tema delle psiconevrosi, delle simulazioni e del trattamento terapeutico riservato ai militari ricoverati presso le apposite strutture ( Gibelli 1991). Da qui il tentativo di indagare le stesse problematiche nel contesto italiano del secondo conflitto mondiale. Impresa non facile e possibile solo dopo pazienti e lunghe trattative con le aziende sanitarie di competenza per accedere agli archivi degli istituti psichiatrici (di fatto chiusi dalla legge 180 del 1978). In linea di massima ci si è trovati di fronte a difficoltà di ordine pratico (archivi inaccessibili e smembrati) e di ordine burocratico (le cartelle cliniche non ancora “storicizzate” sono considerati dei “documenti sensibili” ai fini del rispetto della privacy ). Alla fine l'accesso agli archivi e la visione della documentazione non ha potuto attenersi a nessun criterio di “campionatura”, ma sono dipesi da fattori contingenti legati ai molti dinieghi ricevuti e ai pochi permessi accordati. Dalla lettura dei risultati si potrà poi notare che alla base del pensiero psichiatrico degli anni presi in esame ci sono pozioni teoriche ondivaghe e anche contraddittorie fra loro. Caratteristica che in generale riflette l'intero percorso della psichiatria novecentesca, ma che il lavoro sul campo archivistico – concentrato su un periodo di grande incertezza ideologica, di precarie condizioni ambientali, di deterioramento dei parametri sanitari e di scarsa circolazione scientifica –, piuttosto che attenuare, ha accentuato. Questa ricerca si propone dunque come un primo approccio ad una tematica e a delle fonti ancora del tutto inusuali nel panorama storiografico italiano e in questo senso i risultati a cui si perviene appaiono interlocutori e (perché no?) provocatori di ulteriori piste su altre realtà territoriali e da altre angolazioni interpretative. Del resto se è vero che tutte le ricerche storiche sono provvisorie, in questo caso la ricerca rimane ad un livello fortemente sperimentale in attesa di altri riscontri. Fatta questa doverosa premessa, è necessario ricordare che il gruppo di lavoro che ho coordinato ha potuto lavorare, fra il 1989 e il 2002 1, soltanto sui materiali conservati nelle seguenti strutture psichiatrice: Sacchi di Mantova, S. Lazzaro di Reggio Emilia e S. Benedetto di Pesaro (più qualche sporadica e frammentaria incursione al Roncalli di Bologna), selezionando, attraverso lo spoglio sistematico dei fascicoli personali degli internati del periodo 1940-1952, 431 casi di ricoveri riconducibili a cause di guerra. Relativamente pochi rispetto alle migliaia di pazienti passati nei manicomi in quegli stessi anni, ma va tenuto presente che molti malati mentali, che avrebbero potuto rientrare in questo nostro computo, a) riuscirono a nascondere i loro disturbi; b) si curarono privatamente; c) non vennero segnalati come “matti di guerra” dalle istituzioni psichiatriche. Ma di questo aspetto tratterò più avanti. Ora mi preme sottolineare che in questo caso, a differenza della Grande guerra, non si trattava esclusivamente di militari (quelli che Emilio Lussu in Un anno sull'altipiano descrive in preda ad “ondate di follia” con la “paura di diventare pazzi”), ma anche (e soprattutto) di civili e di “elementi di tutte le età, di tutti i ceti” (Mari 1948, p. 17), soggetti a “reazioni a catena da un punto di vista psicologico ben più ampie e inquietanti delle pur tragiche forme di nevrosi di guerra sperimentate nel corso del primo conflitto mondiale” ( Troncarelli 1989, pp. 6-7) . Negli anni del conflitto 1939-45 si era infatti puntualmente avverato quello che psicologi inglesi e statunitensi avevano preconizzato fin dagli anni Trenta: in caso di un nuovo conflitto il perfezionamento e il potenziamento dell'aviazione militare avrebbero scatenato effetti del tutto inediti e non tanto per i danni materiali, i morti e i feriti, ma soprattutto per il fatto che milioni di persone avrebbero sofferto di crisi isteriche, di crisi di panico, di disturbi nervosi in seguito alle incursioni dal cielo ( Konvitz 1989, p. 828) .
Un'ipotesi che trova una conferma nelle conclusioni cui pervengono nel 1941 tre psichiatri a proposito del comportamento di militari e civili sottoposti ai bombardamenti in Africa Settentrionale:
Durante i bombardamenti veniva notato spesso da prima uno stato di silenzio profondo, causato da terrore, qualche volta interrotto da preghiere dette ad alta voce spesso per suggerimento di qualche suora presente, poi negli intervalli dei bombardamenti o dopo, alcuni soggetti presentavano segni da qualche eccitamento con logorrea e tendenza a parlare ad alta voce. [...] individui a sistema nervoso ben equilibrato e di indiscusso coraggio [...] riescono completamente a controllare il loro stato emotivo e non ne dimostrano alcun sintomo esteriore, ma lo ammetteranno dopo, agli intimi e al medico di fiducia” (Castellani, Pullé, Scotti 1941, pp. 1308-1311).
L'anno seguente sarà la volta di un gruppo di psichiatri londinesi che si soffermeranno ad analizzare le reazioni degli abitanti di Londra dopo i primi bombardamenti aerei sulla città. Dapprima un atteggiamento “espansivo”, con la propensione a raccontare la propria avventura e a rallegrarsi con se stessi per lo scampato pericolo, in seguito, una sorta di mutismo e un maggiore interesse verso le perdite materiali subìte. Quelli che erano “nervosi” all'inizio dell'attacco, alla fine lo erano ancora di più e quelli che avevano fatto, in una precedente occasione, lo sforzo di controllarsi, in seguito si mostravano tremanti e piangenti non appena sentivano le sirene ( Marwick 1973, pp. 57-58) .
Dalle statistiche annuali degli ospedali psichiatrici pubblici durante il periodo 1926-1950 2, si rileva che la punta massima dei pazienti si raggiunge proprio nell'anno in cui l'Italia entra in guerra. A questo proposito va segnalata la tesi avanzata dallo psichiatra belga Verneylen e ripresa dall'italiano Mari nel 1948, secondo la quale negli anni precedenti allo scoppio della guerra si sarebbe avuto un incremento delle “psicosi affettive”, dovuto allo “stato di tensione, malessere, incertezza e di timore causato dal succedersi di avvenimenti che facevano prevedere la possibilità di un prossimo sanguinoso conflitto” (Mari 1948). Comunque sia, al 31 dicembre 1940, gli internati per malattie mentali sono all'incirca 100.000; la cifra subisce una progressiva flessione negli anni seguenti, fino al minimo di 61.700 nel 1945. Negli anni postbellici il totale dei ricoverati è destinato invece ad un graduale incremento e, nel 1952, il numero dei pazienti ritorna ai livelli fine anni trenta. Questo andamento non significa che la guerra attenui il fenomeno delle psicopatologie, ma semmai che in quegli anni il problema venga risolto e stemperato da altre emergenze. I 72 manicomi, i 44 ricoveri e succursali degli ospedali psichiatrici, le 25 “case di salute per abbienti”, i 10 istituti per deficienti e gli 8 manicomi giudiziari allora esistenti sul territorio italiano, dimostrano tendenze fra loro contraddittorie: negli anni di guerra aumentano i ricoveri negli istituti a pagamento, diminuiscono in quelli pubblici gratuiti; aumentano i pazienti dei manicomi giudiziari, diminuiscono quelli degli istituti per deficienti. È comunque vero che per la prima volta, dalla istituzione dei manicomi, in Italia si può rilevare, in questo periodo, un'inversione di tendenza; si assiste cioè ad una diminuzione nelle ammissioni da ascrivere – secondo alcuni psichiatri – a motivazioni d'ordine affettivo. Il dott. Campailla dell'ospedale psichiatrico di Ferrara scrive a questo proposito:
È da considerare il fatto che in questi momenti drammatici, nei quali l'esistenza delle popolazioni civili era così gravemente minacciata, le famiglie mostravano una naturale riluttanza a separarsi dai propri cari, a meno che non vi fossero costretti da inderogabili necessità. Per questa ragione parecchi frenastenici, encefalomaniaci, schizofrenici tranquilli ecc. sono rimasti presso le loro famiglie fino alla fine delle operazioni belliche (Campailla 1947, p. 33).
La successiva evoluzione della loro storia clinica non interessa questa ricerca, ma è molto probabile che nei casi più gravi o nei casi di cronicità dell'alterazione psichica, gli stessi soggetti abbiano finito per rimpolpare la schiera dei ricoverati post-bellici, in un'alternanza di ricoveri e di dimissioni.
L'analisi del dottore ferrarese trova una condivisione di massima nell'ambiente psichiatrico, ma altri psichiatri non concordano sulla causa del fenomeno, cioè le motivazioni affettive, e mettono viceversa in risalto: a) il richiamo alle armi di elementi validi con un conseguente recupero forzoso al mondo del lavoro di “molti elementi socialmente insufficienti e perciò abitualmente disoccupati, indigenti, vinti dalla vita [...], frenastenici, senili, instabili che in altro momento sarebbero stati ricoverati”; b) le difficoltà economiche contingenti che avrebbero costretto gli stessi manicomi ad operare una drastica selezione nelle richieste di ricovero, o ancora, secondo l'analisi fatta dalle direzioni dei manicomi di Teramo e di Agrigento; c) la “difficoltà dei mezzi di comunicazione” per trasportare gli ammalati (Mari 1948, p. 21).
Il quadro offerto da Max Lafont ( 1987, p. 59) descrive questi ospedali come le prime strutture pubbliche a risentire delle difficoltà degli eventi, della precarietà del momento e della scarsità delle risorse economiche, naturalmente con le inevitabili e disastrose ripercussioni a danno degli assistiti. L'ospedale psichiatrico in tempo di guerra sarebbe diventato, secondo la fonte francese, un “veritable camp de la mort” per fame e tubercolosi polmonare, in cui si poteva assistere a “scene terribili: malati che si mangiavano le dita. Malati che mangiavano tutto quello che potevano e che capitava loro a tiro: ad esempio la scorza degli alberi [...] alcuni pazienti mangiavano le loro feci e bevevano le urine”.
Anche in Italia, la struttura sanitaria subisce una “decisa svolta” in negativo fra il 1942 e il 1943, quando
il coinvolgimento della salute pubblica [...] diventa concreto, pesantemente calato nella realtà quotidiana. Esso è dovuto ai ripetuti bombardamenti aerei delle città, all'invasione e divisione armata del territorio nazionale, alle migrazioni interne di sfollati e di profughi, all'ulteriore impoverimento della razione annonaria [...], al progressivo deterioramento delle condizioni di vita materiale in genere, con particolare riguardo al logoramento fisico e psichico della popolazione, all'igiene precaria di certe situazioni [...] e alle distruzioni di numerose infermerie e di ospedali (Cosmacini 1989, p. 334).
I riflessi sono ancor più pesanti sulle strutture manicomiali; tutte le energie del paese sono assorbite dalle necessità di guerra con conseguenti tagli alle spese sanitarie in genere, ma soprattutto nel settore meno garantito e più marginale: quello dell'assistenza ai malati di mente. Si riducono gli approvvigionamenti alimentari, del vestiario, del combustibile per riscaldamento; perfino i medicinali e il personale medico e di sorveglianza (molti sono i richiamati alle armi) scarseggiano ( Padovani, Bonfiglioli 1948, pp. 375-377) . A tutto questo si aggiunge ben presto il pericolo dei bombardamenti: 910 ricoverati nel manicomio di Napoli, tutti “allettati” e “assai pericolosi” e per cui è impossibile il trasferimento nei rifugi sotterranei, sono trasferiti in altre sedi nel corso del 1942 ( Sciuti 1943, pp. 161-162) . A Siracusa, un padiglione dell'ospedale psichiatrico prima è occupato dalla Marina italiana e quindi, con lo sbarco degli alleati, tutto l'edificio viene requisito: i 440 malati sono trasferiti a Noto e alloggiati in locali inadatti, in condizioni igieniche e alimentari pessime ( Amico 1947, p. 524) . Il manicomio di Nocera Inferiore, nel settembre 1943, è ripetutamente colpito da mitragliamenti e bombardamenti e molti ricoverati approfittano dei varchi aperti dalle esplosioni nelle recinzioni di cinta per evadere, mentre all'interno si installano le famiglie del personale e altri gruppi di civili. Dall'ospedale di L'Aquila i tedeschi in ritirata asportano quasi tutto l'arredo e i servizi sanitari sono costretti a interrompere qualunque attività; l'edificio è poi occupato dalla popolazione rimasta senzatetto 3. Ventotto sono i morti nell'ospedale psichiatrico di Ancona in seguito al bombardamento dell'8 dicembre 1943; poi una parte dei malati è trasferita a Macerata e Perugia, ma i più sono fatti sfollare in un comune dell'interno (Sassoferrato) e alloggiati prima in una scuola e poi, per altre incursioni aeree, in locali delle vicine frazioni, “mentre il tifo continuava a mietere vittime”. Il San Benedetto di Pesaro viene fatto evacuare dai tedeschi nel gennaio 1944 e i ricoverati ospitati in due succursali dell'entroterra: a Bagno di Romagna e a Sant'Angelo in Vado, che, durante il fronte, vengono a trovarsi al di qua e al di là della linea Gotica e quindi su fronti contrapposti. Uguale sorte tocca al manicomio di Arezzo e al San Salvi di Firenze, sulle cui vicissitudini di guerra si dispone di una dettagliata lettera inviata nel 1944 dal direttore ad una rivista psichiatrica:
qui a San Salvi ci eravamo formati [...] un certo stato d'animo ottimistico, anche perché il nostro Ospedale era riuscito miracolosamente illeso da bombardamenti [ed] era passato quasi ignorato ai comandi militari tedeschi [...]. Le uniche molestie ci erano state procurate dalla polizei , che insisteva nel ricercare ebrei nei padiglioni e perfino in casa mia, anzi specialmente in casa mia [...]. [Per quanto riguarda invece la succursale di Castelpulci] un ospedale da campo tedesco si era installato in vari ambienti e chiedeva lo sgombero immediato di tutta la sezione maschile. Fu necessario caricare in fretta e furia su alcuni camion aperti sessanta bambini del reparto minori e cinquantatre malati, con relativo personale e spedirli a San Salvi [...]. Al San Salvi ci sforzavamo in ogni modo per assicurarci quella provvista di alimenti e di combustibili che ci ha consentito di provvedere [...] non solo per la popolazione ospitaliera ma anche per circa quattrocento rifugiati ai quali avevamo dato ospitalità [...]. Il maggior pericolo era rappresentato da certi elementi fascisti del personale [...] sempre disposti alla delazione e alla denuncia. Quando l'Economo fece riporre alcuni sacchi di grano in una stanza del nostro mulino e ne mascherò la porta, si ebbe il giorno dopo una visita della guardia repubblicana [...]. Il 29 luglio mancò la luce elettrica e l'acqua potabile [...]. Il 12 agosto cominciarono a fischiare le granate sopra le nostre teste [...]. Nei momenti più pericolosi e durante la notte si scendeva nelle gallerie [...] ma purtroppo un buon numero di malati, a causa delle loro condizioni fisiche e mentali, non potevano essere messi al riparo [...]. [In seguito] venimmo a trovarci [...] sulla linea del fronte [...]. I primi feriti ci arrivarono il primo agosto [.]. Nei giorni successivi da tutte le strade circonvicine affluirono [...] i feriti dalle granate [...]. La sepoltura dei cadaveri divenne un problema grave. Trasformai in cimitero di guerra uno dei nostri campi [...]. Il giorno 16 fu il più triste [...]. Una granata scoppiò sulla finestra di una sala di soggiorno del reparto agitate: due infermiere e sette malate uccise, molte ferite.
Anche l'ospedale psichiatrico di Volterra, ai primi di luglio del 1944, si trova al centro dei combattimenti che causano al suo interno 10 morti e 40 feriti e provocano gravi problemi, “tanto da impressionare fortemente il personale di assistenza” per il “fermento” causato dai 440 folli-criminali che vi erano internati. A Reggio Emilia, anche se l'ubicazione del San Lazzaro è notevolmente sfavorevole, vicino com'è a bersagli di notevole interesse strategico: aereoporto militare, via Emilia, linea ferroviaria, Officine Reggiane (convertite alla produzione bellica), il ministero dell'Interno della Rsi per parecchi mesi non autorizza il trasferimento dell'istituto nella rocca di Scandiano. Il divieto, malgrado i solleciti della direzione, che parla di “una specie di condanna per gli ammalati e per chi li assisteva”, viene ribadito “anche nel caso di incursioni aeree”. Così si deve ricorrere a provvedimenti d'emergenza: rifugi antiaerei in loco, squadre di soccorso allestite in fretta e furia, bacini d'acqua piovana per spegnere eventuali incendi e sistemi d'allarme; ma soprattutto ci si rassegna “a correre, a scendere, a salire, a nascondersi, quando la sirena lanciava i suoi lugubri ululati” e a rendersi conto che tutte queste misure sarebbero state inutili di fronte al “passaggio indisturbato di formidabili formazioni aeree”. Quando infatti, 1'8 gennaio 1944, sulla zona vengono sganciate 1200 bombe, almeno 42 cadono sul San Lazzaro, malgrado sul tetto campeggiasse una croce rossa; alla fine “enormi buche costellavano [...] l'area dell'istituto [...]. Sulla imprevedibile rovina stagnava una enorme e greve nuvola di polvere. Il freddo era acuto”. Altri bombardamenti si avranno nei mesi successivi e altre vittime si aggiungeranno al bilancio della prima incursione che aveva causato 81 morti e 53 feriti gravi 4. Il San Lazzaro sarà infine evacuato nel maggio 1944.
Il quadro generale a fine guerra sarà di 30 ospedali psichiatrici con danni “più o meno gravi”, fra cui 18 in maniera quasi irreparabile; 50 quelli sottoposti a “requisizioni, rapine, malvagità e altre violenze”; 17 quelli costretti a trasferimenti dei malati, sempre “affrettati, convulsi, compiuti sotto l'assillo delle necessità e senza potervi includere materiali sufficienti”; i morti, per bombardamenti e comunque per azioni di guerra, più di 300 tra degenti e personale di servizio ( Padovani, Bonfiglioli 1948, pp. 378-383) .
Ma questo computo riguarda le sole vittime dirette della guerra, perché in realtà il periodo bellico nasconde un lato ben più inquietante: all'interno degli istituti psichiatrici italiani la mortalità passa dal 5,88% del periodo 1934-39 al 10,72% del 1940-45 e in alcuni casi si ha l'impressione di trovarsi di fronte a quei “campi di morte” di cui scrive Lafont per la Francia. Il 1943 e il 1944 sono in questo senso gli anni più cruciali: al San Niccolò di Siena si arriva ad una mortalità del 17, 4%, al “Lolli” di Imola si sfiora il 20%, a Volterra si supera il 21%, mentre a Siracusa e a Palermo si toccano le punte massime, con il 47 e il 50% dei ricoverati deceduti ( Padovani, Bonfiglioli 1948, pp. 386-387) . Le cause sono subito ravvisate nella “deficienza alimentare qualitativa e quantitativa” cui sarebbe andata incontro la popolazione internata a partire dal 1942, con “il rigoroso tesseramento stabilito in base a criteri assolutamente inadeguati alle esigenze del malato” e in seguito avrebbe coinciso “con l'avvicinarsi e lo stabilizzarsi delle azioni belliche nella regione alla quale appartiene l'ospedale” 5. Nel periodo del passaggio del fronte in effetti il problema alimentare assume per tutta la popolazione (ricompare perfino una diagnosi di sindrome confusionale pellagroide in una donna di 48 anni che nel 1945 viene ricoverata al S. Benedetto di Pesaro da un paese dell'interno) aspetti drammatici e ciascuno, nel suo ambito, si comporta di conseguenza. Ci si arrangia fuori dei manicomi, ma anche al loro interno si sfruttano possibilità, circostanze e inventive del tutto inedite e estemporanee: a Rovigo, in mancanza di sale, si fa ricorso all'acqua dei pozzi metaniferi; in altri casi si costituiscono delle vere e proprie squadre di malati con il compito di razziare frutta e verdure nelle campagne circostanti; oppure, quando le possibilità economiche lo consentono, ci si rivolge al “mercato nero”. In condizioni migliori si trovano quelle strutture dotate di una “colonia agricola” da cui è ancora possibile ricavare generi di prima necessità e in particolare ortaggi, patate, frutta. Alla fame e comunque alle cattive e squilibrate condizioni alimentari (si denuncia soprattutto “la deficienza di idrati di carboni o e di grassi”) si aggiungono il tifo, la tubercolosi e il freddo. Se 18 istituti non denunciano variazioni di malati di tubercolosi rispetto al periodo prebellico, negli altri 51 la morbilità specifica aumenta del 2-4%, con punte del 40-50% a L'Aquila, Rieti, Feltre, Pergine. Nell'ospedale del capoluogo abruzzese, nell'inverno 1941-42, il termometro scende a 21°C sotto lo zero e in mancanza di combustile si riscaldano i padiglioni con “mezzi di fortuna, improvvisati e insufficienti”; a Nocera mancano il riscaldamento e i vetri alle finestre; ad Agrigento i ricoverati devono affrontare l'inverno 1942-43 “col solo abito [estivo], senza maglia, senza cappotti, senza calze e senza scarpe”; nella successiva stagione invernale (“molto rigida e con abbondanti nevicate”) il manicomio di Teramo si trova sprovvisto di indumenti adatti alla stagione.
Una simile situazione di precarietà è pressoché generalizzata con tutte le conseguenze sul piano della salute fisica dei pazienti, che infatti accusano, oltre al solito tifo, una recrudescenza delle malattie dell'apparato respiratorio. Alla fine del conflitto il bilancio, a seconda delle fonti, sarà di circa 24.000-30.000 internati negli ospedali psichiatrici italiani morti “per le sole sofferenze di guerra, e specialmente per la fame” (Sorcinelli 1992, pp. 26-27).
È chiaro che in situazioni ricadano nella approssimazione anche le diagnosi e siano inadeguati anche i soccorsi terapeutici. Spesso le cartelle cliniche rimangono senza aggiornamenti e le strutture, da luoghi di cura, scadono al rango di semplici contenitori per soggetti pesantemente invalidi o assumono la fisionomia di “laboratori” dove al di fuori di ogni protocollo di possono portare avanti le sperimentazioni più azzardate (insulinoterapia e terapia elettrica).
Ritorniamo ora alla ricerca sulle cartelle cliniche e sui fascicoli personali in cui la guerra è esplicitata come causa del ricovero. Su 431 casi, più della metà è stata recuperata a Reggio, il 25% a Pesaro e quasi il 20% a Mantova, gli uomini risultano i più coinvolti: sono infatti 324 (il 75%), con un massimo a Mantova (87%) e un minimo del 69% a Pesaro. In questo caso, trattandosi della provincia più meridionale fra quelle prese in esame, il fenomeno potrebbe in parte essere stato dimensionato dallo sfollamento dal sud, che, fra il 1943 e i primi mesi del 1944, richiama nelle Marche settentrionali nuclei familiari composti in prevalenza da donne e bambini. Scomponendo le cifre fra i tre ospedali, si nota che i militari raggiungono è il 63% a Reggio, il 53% a Mantova e il 49% a Pesaro. Solo in questo ospedale psichiatrico dunque i civili superano in percentuale il 50% dei ricoverati per cause di guerra, ma, poiché il periodo considerato va dal 1940 al 1952, non si può sottovalutare, a guerra finita, un consistente numero di persone (classificati come “civili” ma in effetti in gran parte ex militari) che ricorre al manicomio per poter arrivare al riconoscimento di una pensione, malgrado questo comportasse come conseguenza immediata una limitazione dei diritti civili del paziente e dei suoi stessi congiunti. Nel 1959, a questo proposito, uno psichiatra pesarese scriveva: “È indegno di un paese civile che un disgraziato che ha dovuto trascorrere più di un mese all'Ospedale Psichiatrico, anche se guarito perfettamente, debba vedersi stampigliare sul certificato penale a carattere infamante la dicitura è stato ricoverato in manicomio ” ( Riboli 1959, p. 12) . Nel 1955, un ex paziente per potersi sposare è costretto a chiedere la revoca del provvedimento di ricovero – decretato nel 1945 – e la conseguente cancellazione dal certificato penale. Ad un altro ex paziente, nel 1966, a vent'anni dal suo ricovero in manicomio, occorre invece una certificazione di “normali condizioni psichiche” e di “buona integrazione sociale”, per poter ottenere un decreto di guarigione ed ottenere la patente di guida per la quale ha già superato la prova d'idoneità. Ma sugli internamenti postbellici rapportati a “cause di guerra” influisce sul dato complessivo la presenza nell'ospedale psichiatrico di Pesaro di un direttore che non ha remore ad assumersi la responsabilità di certificare “l'influenza nefasta e determinante” degli episodi di guerra nell'insorgenza dei disturbi mentali, cosa che invece avviene in maniera molto limitata a Mantova ed è quasi assente a Reggio. Alla base di tutto questo non c'è soltanto una diversa valutazione psichiatrica, ma anche una diversa convinzione ideologica che mira in qualche maniera a venire incontro ai bisogni e alle necessità di famiglie e persone che la guerra aveva duramente provato e che il sistema – proprio negli anni di maggiori difficoltà economiche – non provvedeva a risarcire adeguatamente. Una conferma (seppure parziale) può essere vista nella ripartizione degli internamenti: a Pesaro prima del giugno 1940 si hanno solo due ricoveri imputabili alle circostanze belliche; 18 fra l'inizio della guerra e 1'8 settembre 1943; 13 dall'8 settembre alla fine della guerra e ben 78 (cioè il 70%) dalla liberazione al dicembre 1952. A Reggio il 34% dei ricoveri avviene prima dell'8 settembre, il 22% e il 44% rispettivamente dall'armistizio alla liberazione; a Mantova, considerando sempre le tre scansioni cronologiche, si hanno le seguenti percentuali: 20, 38 e 42 per cento. Sono dati che si prestano ad ulteriori considerazioni: la prima riguarda un atteggiamento (anche se mosso da convinzioni umanitarie) decisamente controcorrente del direttore e del primario del reparto maschile del manicomio di Pesaro. Infatti la maggior parte degli psichiatri fin dalla prima guerra mondiale, e con una forte accentuazione negli anni precedenti e durante il secondo conflitto, tendeva a sminuire o ad annullare completamente i possibili rapporti fra malattia mentale ed eventi bellici. All'interno di questo paradigma scientifico la maggior parte delle nevrosi veniva così fatta discendere da una origine organica “da commozione” e classificata come un semplice “collasso nervoso” (vedi più avanti). Il professor Riboli ribalta questo schema e nelle perizie psichiatriche che sono richieste dagli interessati o dai loro familiari a corredo delle domande di pensione è pronto a sostenere la tesi della responsabilità diretta della guerra nell'insorgenza della malattia mentale e non soltanto per i militari, ma anche fra la popolazione civile. Riprenderò questo tema nella pagine che seguono, in quanto appare come lo snodo cruciale attraverso cui si articola questa ricerca.
Dalle cartelle abbiamo poi ricavato anche l'età dei malati: 1'83% degli uomini al momento del ricovero ha un'età compresa fra 18 e 40 anni e in questa fascia si registra anche la più alta percentuale di donne: 56%. Fra i 41 e i 60 anni gli uomini sono il 13%; le donne il 33%; ancora più numerose degli uomini sono infine le donne con meno di 18 anni e con più di 61 anni. Fra i minori di 18 anni da un punto di vista psichico la guerra colpisce dunque in misura maggiore le donne: sono le giovanissime ad essere infatti interessate a episodi di violenza, di forti emozioni e spaventi, di disturbi fisiologici legati alla sfera sessuale e collegabili alla paura, alla scarsa alimentazione, alle precarie condizioni igieniche. Ciò si può verificare in effetti sia in condizioni limite (come in un campo di concentramento femminile russo, dove la “sospensione patologica delle mestruazioni” di evidente origine psicogena si registrò nel 46% delle donne, Gyarmati 1967, p. 57 ), sia in condizioni pur sempre stressanti e traumatiche, ma di ordinaria compatibilità con gli eventi bellici; nelle città bombardate, ad esempio, sembra riscontrabile un incremento dei casi di amenorrea e soprattutto di aborti e parti prematuri, a cui non paiono estranee motivazioni di ordine mentale ( Rosati 1986, p. 416) . Le cartelle cliniche prese in esame riflettono inoltre una forte dismogeneità nelle diagnosi, peraltro in linea con le diverse scuole pischiatriche a cui i medici fanno riferimento: a Mantova più del 54% delle donne ricoverate sono classificate con la diagnosi di psicosi affettiva; a Pesaro predominano gli stati depressivi, seguiti dalla schizofrenia e da un considerevole numero di casi che, dopo un periodo più o meno lungo di osservazione, viene classificato di non competenza manicomiale. A Reggio le cause più comuni di ricovero sono gli stati depressivi (35,5%), la schizofrenia (19,3%), il delirio acuto (11,2% ),la paranoia (9,7%), gli stati di eccitamento (4,8%). Fra gli uomini a Mantova prevale la diagnosi di schizofrenia e quindi di psicosi affettiva (rispettivamente il 40 e il 19%) ma anche l'annotazione di non competenza manicomiale (più del 16%); più esplicite nei loro collegamenti con gli eventi bellici sono le diagnosi degli stati ansiosi e degli stati di eccitamento, le psicosi ossessive e la sindrome persecutoria. A Pesaro la diagnosi prevalente è ugualmente la schizofrenia (43%), e al secondo posto quella di non competenza manicomiale che tocca il 26%; vengono poi gli stati depressi vi con il 12% delle diagnosi. A Reggio, ancora schizofrenia e stati depressivi (42 e 24%), ma anche oligofrenia, frenastenia, stati di eccitamento, stati confusionali e di eccitamento, epilessia e infine le psicosi alcoliche, che sono soltanto la punta di un iceberg formato dalla grossa schiera di militari e civili che, durante la guerra, trovano nell'uso incontrollato di bevande alcooliche (per dotarsi di “coraggio artificiale” in Vietnam si ricorrerà alla droga) un rifugio alla paura o un mezzo per superarla temporaneamente. Bere sistematicamente fino allo stordimento “era il solo modo per poter uccidere”, ricorda un soldato americano. “Ogni giorno dovevo alzarmi e cominciare a bere. Come avrei potuto altrimenti combattere?” ( Fussell 1991, p. 125) .
La “non competenza manicomiale” meriterebbe un ragionamento più approfondito che comunque non è quasi mai praticabile; si possono avanzare delle ipotesi: sono individui che tentano di rifugiarsi in manicomio per evitare la guerra o la deportazione (ebrei, omosessuali, disertori), per ottenere una pensione, per sfuggire a rappresaglie di natura politica? Le note cliniche – per ovvi motivi – non si soffermano su tali aspetti, ma anche il silenzio a volte può lasciar presagire momenti di grave crisi esistenziale o di pericolo o nascondere un asservimento alla “ragion di Stato”. Si tratta in ogni caso di definizioni psichiatriche che rivestono un semplice interesse informativo e che vanno inquadrate nel contesto in cui furono formulate: spesso in situazioni critiche o addirittura in circostanze di estremo caos o di soggezione della scienza al momento politico. Sia perché durante la fase finale della guerra, i manicomi di Pesaro e Reggio furono costretti a trasferirsi in altre sedi; sia perché dopo la guerra si presentano problemi legati all'a ristrutturazione degli edifici, al restauro dei padiglioni, degli ambulatori, alla scarsità di attrezzatura, ecc. Inoltre è bene precisare che non tutti coloro che dalla guerra ebbero conseguenze psichiche, sono passati attraverso l'istituzione pubblica. A differenza dell'ignoto paziente che sul muro esterno della sezione “Lombroso” dell'istituto psichiatrico di Reggio Emilia ha lasciato la traccia, disegnata con certosina pazienza e precisione di particolari, del suo immaginario di guerra sotto forma di aerei (alleati e nazisti), autoblindo, sidecar, bombe che piovono dal cielo, slogan (“Viva l'asso Roma-Tochio-Berlino 1922” – “Credere obbedire combattere” – “Viva Hitler”) e raffigurazioni di Mussolini e Hitler, una grossa parte di costoro preferì affidarsi a cliniche private o a cure ambulatoriali; i più “nascosero a tutti i ricordi e le ansie della: loro esperienza, molti altri si arrangiarono in silenzio e nel segreto delle angosce e degli incubi notturni, forse ‘dannati a vedere e sentire / cannoneggiamenti, muscoli che volano a brandelli, / supreme carneficine e spreco d'uomini / [...] scalciando noi che demmo loro morte e follia'” ( Owen 1985, p. 83) . Altri ancora preferirono allontanarsi dall'ambiente abituale e scegliere l'anonimato, possibilmente per curarsi ma anche per dimenticare e qualche volta per covare rancori e meditare vendette; nessuno comunque fu più lo stesso di prima. Neppure Giuseppe Bonfanti che, dall'11 novembre 1944 fino all'8 novembre 1990, per quasi mezzo secolo, ha mulinato nel cervello la sua follia della guerra:
Sono tornato apposta per ammazzarlo. Finalmente gliel'ho fatta pagare. Giuseppe Bonfanti era calmo, come di chi si fosse sgravato di un peso [...]. Sulle maniche del trench, c'era il sangue del “nemico'” un nemico che nemmeno riconosceva più dopo quarantasei anni. E il corpo di Giuseppe Oppici era steso in vicolo San Filippo, il cranio fracassato a colpi di piccone. La vendetta del partigiano Bonfanti, sessantasei anni, contro la camicia nera Oppici, sessantotto anni, si è consumata in pochi minuti, l'altra mattina [...]. Quarantasei anni fa, proprio l'11 novembre del '44, i fascisti avevano bruciato la casa del partigiano, a Salina, e avevano ammazzato le sue bestie. Giuseppe Oppici era l'unico rimasto vivo e la vendetta ha colpito lui: Giuseppe Bonfanti è tornato apposta dal Brasile per ammazzarlo. [...] Se non gli faranno una perizia psichiatrica, verrà processato per direttissima” (Ravelli 1990).
Di Bonfanti i mass media non si sono più occupati e a distanza di quattordici anni dall'omicidio non è possibile sapere dove si trovi, se in carcere o in qualche struttura psichiatrica, né si conoscono e forse non si conosceranno mai i risultati della perizia mentale. Che del resto non potrebbe aggiungere molto alla sostanza della vicenda.
Nel dibattito sul “meccanismo di produzione” delle forme psichiche e nevrotiche di guerra, “il campo è diviso fra quanti ne sostengono l'origine prevalentemente organica, da commozione e quanti ne affermano la genesi puramente psichica, da emozione ” ( Petrò 1942-1943, p. 597) . In realtà la prima ipotesi svolgerà a tutti gli effetti una funzione interpretativa dominante, secondo una tradizione culturale e scientifica ampiamente collaudata nel passato e che sarà alla base anche di gran parte degli studi psichiatrici e psicologici del secondo dopoguerra. Già nel 1912, uno studio sui militari che avevano partecipato alla campagna di Libia ed erano stati ricoverati nella clinica psichiatrica di Catania, metteva in evidenza la propensione della psichiatria a non correlare la guerra con le malattie mentali. Così i casi di epilessia, nevrastenia e psicosi erano giudicati “preesistenti e manifestatisi solo in seguito alle commozioni di guerra”, “già esistenti prima della guerra e in incubazione”, “iniziatesi in precedenza e svoltesi in Libia”, fino ad affermare “che non tutti i militari partecipanti alla guerra di Libia erano partiti in buone condizioni di salute psichica” e che l'esercito avrebbe arruolato paranoici ed epilettici “non riconosciuti in precedenza”. Pressoché analoghe le conclusioni cui perviene nello stesso periodo lo psichiatra Gorrieri, secondo il quale “dei militari, divenuti psicopatici durante la guerra di Libia, e da lui osservati nel manicomio di Genova, cinque su sei avevano eredità psicopatica, ed erano stati in precedenza sofferenti di disturbi nervosi”. Addirittura perentorie poi sono le considerazioni che Salerni, quasi contemporaneamente ricava da una “statistica” personale (peraltro di soli quattro casi!):
Non esiste una psicosi caratteristica conseguente alle emozioni della guerra [...]. È evidente però [...] nelle sindrome iniziali una speciale rapidità di evoluzione, e nei fenomeni allucinatori l'impronta degli avvenimenti della guerra. L'emozione di guerra non deve ritenersi di per se stessa sufficiente a produrre stati psicopatici. Ad essa si uniscono sempre elementi vari, capaci di indebolire il sistema nervoso (fatiche, privazioni), e che possono determinare la psicosi anche agendo da soli. Un tal complesso di fattori (emozionali ed esaurienti) determina poi la psicosi, in quanto agisce sopra individui compromessi in via ereditaria, o nevrotici, o psicopatici in latenza 6.
Un tortuoso e per certi versi anche contraddittorio giro di parole che però, all'inizio della Grande guerra, sarà fatto proprio dalla maggioranza degli psichiatri italiani, sia nel campo della alienazione “civile” che di quella militare. E nel solco di una interpretazione organicistica si proseguirà anche nel caso del secondo conflitto mondiale: i fattori emozionali che accompagnano la guerra non sarebbero sufficienti a generare la malattia mentale, ma occorrerebbe il concorso di “un fattore endogeno congenito od acquisito, che rappresenta il terreno propizio per lo sviluppo delle psicosi” ( Del Rio 1916, p. 108) . Si dava cioè per scontato il prerequisito di una tara originaria o di una predisposizione che metteva l'individuo nella condizione di reagire in maniera abnorme e patologica. Il percorso probatorio iniziava con la Modula informativa medica per l'ammissione dei malati, poi con la Cartella clinica e infine con l'eventuale Incarto del malato (materiale appartenente e prodotto dallo stesso ricoverato, lettere scritte e ricevute, memorie, documenti personali, fotografie, disegni), nel tentativo di ricostruire la storia e la condizione soggettiva e familiare del paziente, della sua natura organica-costituzionale e fisico-morale. Ne risultava
un dossier dove non si registrano mai le circostanze in cui il paziente ha dimostrato di essere in grado di affrontare dignitosamente e con successo difficili situazioni di vita, né vi si segnala la media di comportamento della sua condotta passata. Uno dei suoi scopi è dimostrare i diversi modi in cui il paziente è malato e la ragione per la quale era giusto rinchiuderlo in ospedale [...]. Il che viene attuato ricavando dal corso di tutta la sua vita un elenco di quei fatti che hanno o potrebbero avere un valore sintomatico. Vengono citate le disavventure dei genitori e dei fratelli che potrebbero far pensare ad una tara familiare. Vengono segnalati fatti precedenti in cui il paziente dimostrò un disturbo di giudizio o qualche alterazione emotiva, si descrivono situazioni in cui agì in modo strano (Goffman 1968, p. 181).
Tutte queste informazioni solitamente si ottenevano, interrogando il paziente e i familiari e ricavandole dalla Modula informativa compilata dall'ufficiale sanitario che richiedeva l'ammissione, ma nel caso di una ventenne di Cattolica, internata una prima volta nell'ottobre 1943 per 15 giorni e poi di nuovo dopo appena sedici giorni dalle dimissioni, la procedura è diversa anche se non insolita. Lo psichiatra dà alla stessa paziente l'incarico di raccontare per iscritto i suoi disturbi e di collegarli possibilmente a quelli dei suoi parenti. Cosa che la paziente esegue, in alcune paginette dalla grafia incerta e dalla sintassi indecisa, con scrupolo e anche con un certo compiacimento. Racconta della madre ammalata di “spagnola”, di bronchite durante la gravidanza, con disturbi nervosi che le facevano perdere “i sentimenti e la parola”. “Doveva avere un bambino e 40 giorni prima di averlo, una notte, mentre dormiva ha incominciato a tremare” e da allora “non può sentire [più] il calore del fuoco e del sole”.
Io avevo 10 [anni] cominciavo [a] comprendere e ho avuto tanta paura e poi adesso sono diversi anni che mi trovo sola, faccio le veci di una mamma e lavoro anche da sarta e quando la mamma era malata dovevo fare anche da infermiera; dormivo con lei e mi svegliavo tutti i minuti con la paura che non la sentivo a respirare [...]. Mangiavo poco e mi si metteva tutto allo stomaco [...]. lo sono nata robusta: a 9 mesi ho cominciato a camminare, ma poi a due anni ò avuto una malattia d'intestini [...] fino a 10 o 12 anni. Andavo di corpo di vermi, anche grossi, ma molto di più fini [...]. A 17 anni ho sviluppato e mi tardava le mestruazioni anche più di due mesi; era primavera andavo fuori e quei raggi di sole mi davano fastidio alla testa e mi doleva sopra il cervello e il cranio; non potevo riposare alla notte. Prima quando mi venivano le mestruazioni avevo dolori di pancia […] e adesso [...] una settimana prima che mi venga [sento] come un dispiacere allo stomaco, mi toglie l'appetito e poi vado a finire perdendo i sentimenti e [...] tremo. E anche adesso che sto benino, vado dormire contenta con un pensiero che devo fare un lavoro non posso prendere il sonno [...] e in casa mi preoccupo molto, vedo una cosa alla rovescio mi arrabbio e la testa mi fa male di più (Sorcinelli 1992, pp. 39-40).
In questa maniera gli psichiatri possono pervenire alle conclusioni che già avevano in testa: tutto è perfettamente riconducibile ad una catena degenerativa che attraversa la madre in occasione del parto e si riversa sulla figlia nella fase mestruale, mentre la guerra è soltanto un accidente lontano che non ha alcun senso chiamare in causa.
È vero per i civili e ancor di più per i militari. “La disciplina, l'ubbidienza, il rispetto dell'autorità – scrive uno psichiatra – sono tanti elementi che possono rendere palesi particolari tendenze morbose; se a ciò si aggiungono poi le ansie, i disagi, i pericoli che esistono in guerra, si può comprendere come sia facile osservare in militari [...] tante e così svariate forme mentali” ( Reale 1944, p. 216) . Dello stesso pensiero è perfino Loretta, giovane diplomanda in psicologia, fidanzata del commilitone di Clay, un soldato statunitense che troviamo in un racconto di J.D. Salinger: Per Esmé: con amore e squallore. Durante un bombardamento Clay, rannicchiato in una buca per ripararsi dalle bombe, spara ad un gatto e riceve gli elogi del suo compagno X che in quel gatto, “saltato sul cofano della jeep”, ha creduto di scorgere “un astutissimo nano tedesco travestito con una pelliccetta da pochi soldi”. D'altra parte a Clay non sfugge che il suo compagno X ha “mezza faccia che balla su e giù come una jeep”, un tic, provocato da un collasso nervoso durante il bombardamento di cui appunto ha informato la fidanzata: “Lei la trova interessantissima, tutta questa roba. Sta per diplomarsi in psicologia –. Clay si sdraiò sul letto scarpe comprese. – Lo sai cosa dice? Dice che nessuno si becca un collasso nervoso solo per la guerra e simili. Dice che tu dovevi già essere un tipo instabile, prima ancora di fare il soldato” ( Salinger 1976, p. 131) . E in questa categoria di “instabili” lo psichiatra italiano di turno fa rientrare anche il militare di 28 anni che in Africa si ammala gravemente tanto da dover essere ricoverato a Napoli per cinque mesi; poi una breve licenza di convalescenza e di nuovo al corpo, da cui però scappa dopo solo quattro giorni. Al suo ingresso in manicomio lo psichiatra annota che “il genitore” che lo accompagna “sembra la copia psichica conforme del figliolo e si esprime in modo così slegato, evasivo ed oscuro da rimanere in dubbio quale dei due sia il più ammalato”. Ma di fronte al tentativo di livellare scientificamente qualunque tipo di emozione, di paura, di ansia, sembra emblematicamente contrapporsi la vicenda del “folle” soprannominato Mauthausen che, ancora agli inizi degli anni Sessanta, narra le sue vicende di guerra con tono e linguaggio intatti, come se il tempo non fosse passato, grida e impreca contro la guerra e la patria, rivive i giorni della ritirata dell'Armir dalla Russia. Mauthausen, come “tanti altri relitti di guerra”, non è mai andato in congedo, “ha la guerra nel cervello” e la denuncia con estrema lucidità rispondendo nella maniera più logica, e nello stesso tempo più disarmante, a tutti gli psichiatri che avevano sostenuto e sostenevano l'estraneità della guerra dalle varie forme di malattia mentale: “Dicono che sono matto. Ero matto quando sono andato a fare il soldato? Se ero matto perché mi hanno fatto abile?” ( Revelli 1980, pp. VII-X ). Una vicenda che richiama altri ricoveri d'inizio secolo e completamente estranei a qualunque vicenda bellica. Mi riferisco a Galileo Bargnoni che, con il suo comportamento e le sue doti dialettiche, attraversa tutte le posizioni teoriche della nascente psichiatria assumendo classificazioni diagnostiche contrapposte fra di loro: teocleptomane, maniaco furioso e pericoloso, pazzo morale, sano di mente. Se invece del caso di un semplice truffatore di preti 7, esaminiamo le vicende dei ricoverati in tempo e per cause di guerra e teniamo presente il dibattito sul “meccanismo di produzione dei fenomeni psichici e nevrotici” (diviso fra i sostenitori de “l'origine prevalentemente organica, da commozione ” , e una “genesi puramente psichica, da emozione ”) , non può stupire l'estrema ambiguità e differenziazione diagnostica delle cartelle esaminate o addirittura la classificazione di molti ricoveri con la formula della “non competenza psichiatrica”. In questo scontro “ideologico”, sulla contraddizione fra il prima e il dopo, fra come si era, quello che si è stati e quello che ci si ritrova ad essere, che solitamente tendono a inquadrare la nevrosi di guerra nella concezione organicistica del collasso nervoso temporaneo richiamato da Loretta nel racconto di Salinger, trovano spazio anche coloro che appartengono all'altra scuola psichiatrica della genesi da emozione. In questo ambito appaiono come eccezioni che confermano la regola le Relazioni mediche pesaresi del dr. Riboli da inoltrare alla “Commissione per le pensioni di guerra di Ancona” o al ministero del Tesoro. Le loro conclusioni non lasciano dubbi in nessuno dei 26 documenti del genere rintracciati. Ne trascriviamo alcune parti: “[...] ci vuole di più per dimostrare che la malattia mentale, tutt'ora presente nel M. è insorta durante il suo servizio di guerra?”; “[...] è irrilevante che [...] fosse per ragioni congenite un po' deficiente d'intelligenza [...] perché questa circostanza non ha valore determinante ma una semplice coincidenza o tutt'al più un valore concausale. La causa determinante della malattia [...] resta sempre il trauma psichico del luglio 1944, il che vuoI dire che la malattia stessa dipende da un fatto di guerra” ; “[...] la causa? Non c'è alcun dubbio: la guerra – a cui lui ha partecipato per lungo tempo in Albania – con tutte le sue sofferenze, privazioni, preoccupazioni, paure. È in questi tempi la guerra una causa frequentissima di infermità mentale in giovani militari [...]. Questa infermità – grave infermità – è la schizofrenia o demenza precoce”; “[...] la causa [...] è la solita causa che ha turbato la mente di tanti poveri giovani che sono stati in guerra ed in particolar modo in prigionia di guerra, cioè le prolungate e gravi sofferenze fisiche e morali a cui i disgraziati sono stati sottoposti”; “[...] se si considera quanto ci ha insegnato la recente esperienza, cioè i gravissimi danni che la guerra ha portato a tanti poveri giovani sempre stati sani e robusti [...]; dobbiamo concludere che la infermità mentale del P. è dovuta alle lunghe sofferenze fisiche e morali della guerra”; “che S. A. sia affetto da infermità mentale [...] non c'è alcun dubbio. Che questa infermità abbia tutto l'aspetto del quadro schizofrenico non c'è pure alcun dubbio. E sarebbe irrilevante obiettare che la madre è stata in manicomio, perché [la sua] infermità avrebbe il valore se mai di causa predisponente e non mai di causa determinante. Causa determinante a dunque è, concludendo, il servizio militare in guerra” 8.
Due cartelle cliniche rimandano al naufragio di una nave da trasporto e a due soldati che, “come moltissimi altri” – annota lo psichiatra –, riportarono in questa circostanza “un gravissimo trauma psichico”, non solo per l'attacco e l'affondamento, ma per essere rimasti, prima del salvataggio, molte ore in mare 9. “Un artigliere, a carico, del quale non risultano tare ereditarie né abusi di alcolici e venerei, finiti i regolari 18 mesi di servizio militare, è richiamato nel 1940 a Padova e di qui inviato a Napoli e poi in Libia. Quivi partecipò a molti e duri combattimenti finché il 3 gennaio 1941 a Sidi El Barrani venne fatto prigioniero ed inviato in Egitto, e dopo tre mesi nel Sud-Africa in, un campo di concentramento (secondo blocco 7° campo). Dopo oltre un anno venne trasferito in Inghilterra. Durante il viaggio la nave su cui egli si trovava, il 18 agosto 1942 venne silurata ed affondata. Molti soldati nel frangente morirono ma il S. dopo essere stato naufrago per 70 ore, riuscì a salvarsi sopra una barchetta salvagente della nave inabissata. Arrivato in Inghilterra venne messo in vari campi di concentramento (campo 76, poi 36, poi 26, poi 200). Infine a guerra terminata venne dall'Inghilterra rimpatriato e nell'aprile 1946 fece ritorno nella casa di famiglia. Cercò di riprendere la vita normale; ma a poco a poco si era fatto manifestatamente depresso, appartato, inoperoso, strambo, irritabile, disordinato tanto che il 20 febbraio del corrente anno 1947 veniva ricoverato nell'Ospedale Psichiatrico di Pesaro”. La Relazione medica del solito psichiatra controcorrente (per sua scelta “politica” come lui stesso ebbe modo di confermarmi alcuni anni fa), certifica la sua malattia come schizofrenia, “così frequente nei militari che sono tornati dalla prigionia” e la ascrive “alle sofferenze fisiche e morali”, secondo una linea interpretativa che, “a proposito di sindromi confusionali transitorie e di sindromi paranoidi” (come quelle osservate nel campo di Mauthausen), ipotizzava una “influenza dell'ambiente” o addirittura si spingeva a legittimare – dal punto di vista psichiatrico – una schizofrenia di guerra o di prigionia 10.
Su 324 cartelle cliniche maschili esaminate, il 20% si riferiscono a reduci dalla prigionia nei campi tedeschi (ben 32), in Sud-Africa, in Egitto, in Urss, in Inghilterra, in India, in Australia, in Tunisia, in Kenia e negli Usa. Anche volendo ammettere per questi individui una “struttura psichica debole per natura”, non è possibile trascurare le “situazioni conflittuali, stressanti e di frustrazione” con cui si dovettero cimentare. A parte alcuni esempi in cui si parla esplicitamente “di soggetti precedentemente sani nei quali la psicosi sia apparsa in diretta conseguenza dei fatti di guerra”, normalmente le varie posizioni delle correnti psichiatriche sono abbastanza convergenti sul fatto che insistono su “l'esistenza di un ‘terreno particolare'”, per cui “l'influenza dell'avvenimento bellico è stato” soltanto un semplice momento “rivelatore” (Mari 1948, p. 25), o su “individui, civili e militari, che sono fisicamente e psichicamente idonei per la vita normale”, ma che, “sotto la spinta di stimoli eccezionali [quali la guerra] hanno manifestato quelle deficienze della loro costituzione psichica che nelle condizioni abituali non si rivelano” (De Caro, p. 55).
Convinzioni analoghe sono teorizzate dall'inglese Slater, nel 1943 e 1944, in riferimento al comportamento psichico dei militari britannici durante la seconda guerra mondiale ( Slater 1943; 1944) e nel 1979 da J.E. Helzer e da altri in “American Journal of Psychiatry”, in riferimento all'incidenza della depressione nei militari americani che avevano combattuto in Vietnam come dipendente in modo significativo da fattori costituzionali e “parallelamente” da “altre variabili sociali ed esperenziali” (come devianza sociale nell'infanzia e nell'adolescenza, uso di farmaci e droghe, insuccessi scolastici, abuso di alcool, ecc.). Del resto viene anche avanzata “la teoria che sostiene una diminuzione della morbilità” psichiatrica durante gli eventi bellici del 1939-1945, basandosi sulla considerazione che “gli individui condividono una esternalizzazione degli eventi stressanti, in quanto [...] vissuti come [...] originati da un nemico comune”, definita però da Scott Henderson una “ipotesi dubbia” e difficilmente dimostrabile ( Henderson 1991, pp. 84-86) .
Al di là di qualsiasi spiegazione “deterministica” delle malattie mentali o di qualunque ricerca atta a provare anche in queste circostanze, al pari di quanto succederebbe nelle grandi calamità naturali, una “consensualità della vita comunitaria [...] sui valori fondamentali del sistema socio-politico” ( Kertzer 1981, pp. 162-165) , sembra invece più opportuno “riconsiderare le relazioni fra individuo, società e cultura [...] in una prospettiva dinamica” che escluda il fenomeno da qualsiasi modello meccanicistico ( Chiozzi 1981, pp. X-XI) e comunque, nel caso in questione, contestualizzando il fatto che la guerra c'è stata, che è stata (nella maggior parte dei casi) forzatamente vissuta e subita, che ha provocato situazioni individuali e collettive anomale, secondo la complessità delle emergenze esterne e soprattutto secondo il periodo di permanenza in prima linea o nella zona di guerra.
In guerra – ha scritto Paul Fussell – non crollano soltanto i soldati deboli, o i più sensibili, o quelli più dotati di immaginazione, o i vigliacchi. È inevitabile che crollino tutti, se si trovano a combattere abbastanza a lungo. “Abbastanza a lungo” viene oggi definito dai medici e dagli psichiatri un periodo da 200 a 240 giorni. Riferiscono i medici che hanno studiato il fenomeno: “Non esiste la possibilità di abituarsi al combattimento”. Ogni minuto di combattimento impone una tensione così grave che gli uomini subiranno un collasso in relazione diretta con l'intensità e la durata della propria esperienza. E pertanto – la cosa è inequivocabile – in guerra i disturbi psichici sono altrettanto inevitabili quanto la morte causata dai proiettili di artiglieria o le ferite causate dalle granate.
La guerra può continuare soltanto perché ogni soldato ha una resistenza piscologica diversa e quindi non tutti arrivano al collasso nello stesso tempo. Inoltre le strategie militari provvedono sapientemente a spezzare l'esperienza della prima linea con strumentali ricambi di uomini prima che questi arrivino al punto di rottura del loro equilibrio psichico ( Fussell 1991, pp. 360-361) . Ma anche il pentothal era ritenuto dai sanitari (soprattutto inglesi e statunitensi) un valido sistema a livello ambulatoriale per “rendere manifeste le condizioni drammatiche che avevano originato i disturbi psichici e motori, di calmare lo stato di ansia e di far scomparire le turbe funzionali. Una psicoterapia complementare e qualche giorno di riposo erano sufficienti per ottenere la guarigione completa” (Sorcinelli 1992, p. 163). Nei tre manicomi presi in esame in realtà le terapie sono di ben altra natura: oltre ai bagni e alle docce calde e fredde e alle misure di contenzione, si usa la stricnina, la dintonia, l'evipan, la tintura d'oppio, la canfoedeina, la caffeina e il luminal. Per via endovenosa si inietta la coramina e la bispartina e per intramuscolo la fotoclorina e la nicotammide. Ma un largo seguito hanno anche la malarioterapia (innesti di ceppi malarici per provocare rialzi di temperatura fino a 41°, l'insulinoterapia (per provocare un coma diabetico), le iniezioni endovenose di cardiazol e la “terapia convulsivante” da elettroschock (un ciclo a giorni alterni con scariche di 108-112 volt). Sono terapie (se ne ricordano più di 20 metodi – Balduzzi 1962, pp. 182-185 ) intese a provocare “una reazione nervosa primitiva di spavento/difesa di fronte ad una minaccia della vita” e a coinvolgere “tutte quelle reazioni nervose, biochimiche, endocrine elementari [...] a guardia e a difesa della vita” ( Riboli 1953, p. 6) .
Le indicazioni fondamentali dello shock insulinico erano state dettate da Manfred J. Sakel nel 1932 per la curare della schizofrenia, mentre lo shock elettrico fu introdotto da Ugo Cerletti nel 1938. Durante gli anni di guerra e nella immediata fase successiva trovarono larga applicazione nei manicomi italiani e dettero vita anche a disinvolte sperimentazioni: un maestro di Vercelli è richiamato alle armi dal governo di Salò; passato poi in una banda partigiana subisce ripetuti traumi psichici e, nel 1944, finisce nel manicomio di Pesaro dove è sottoposto a 62 coma insulinici. Difficile appurare il prosieguo della sua vicenda: spesso la mobilità dei militari non permette di seguire fino in fondo le loro vicende personali e psichiatriche. Dimessi da un manicomio a volte sembrano volatilizzarsi nel nulla: continuano a curarsi privatamente? vengono ricoverati in altri manicomi? a volte capita anche che vengano addirittura dichiarati “dispersi in guerra”. Oppure trovano una tragica fine. È il caso di P.L. un contadino di 28 anni che manifesta tendenze suicide nel settembre 1943 quando è costretto “a tenersi nascosto” per non rispondere alla leva della RSI. Viene ricoverato al San Lazzaro di Modena e nel marzo 1946, dopo 6 trattamenti di elettroshock, i medici lo dimettono “perché non riconosciuto competente di ricovero manicomiale”. La sua cartella clinica non dice di più, ma qualcuno al suo interno ha allegato un ritaglio di un giornale del giugno successivo in cui una striminzita cronaca racconta un diverso epilogo:
Ieri l'altro in un campo di grano, ad alcuni mietitori apparve improvvisamente sotto le falci un uomo avvolto in un telo da tenda, con la testa appoggiata su di una giacca ripiegata che gli fa da guanciale. La posizione del corpo fa pensare, per la naturalezza, ad un uomo che dorma. Vicini, appoggiati per terra, una bottiglia contenente un liquido, una zuccheriera argentata, un bicchiere ed un pezzo di carta. Ma l'uomo non dorme: è morto da circa 10 giorni (Sorcinelli 1989, p. 166) 11.
Per molti la guerra non finisce nel 1945: l'angoscia sembra non finire mai. Non finisce neppure per G. R. un insegnante elementare di Pesaro che, reduce dai campi di concentramento inglesi in Egitto e in India, non riesce a dimenticare la sua guerra . Ricoverato due volte in ospedale psichiatrico, nel 1953 si spara infine “un colpo alla testa con il fucile da caccia” nella sua abitazione. Anche in questo caso nella cartella clinica è stato inserito il trafiletto di un giornale: “La guerra ha fatto così un'altra vittima; [...] questo mostro insaziabile di vite umane e di sventure, si mostra ancora con le sue conseguenze, a monito per gli immemori e per i fautori di una nuova catastrofe” (Sorcinelli 1989, p. 167). Resta da chiedersi chi, in questi e in numerosi altri casi finiti fra la cronaca nera di un quotidiano locale, possa aver avuto la pazienza e la voglia di ritagliare gli articoli e di completare in questa maniera le cartelle personali degli ex pazienti. Forse lo psichiatra di turno, forse un infermiere; certamente qualcuno che era stato diretto testimone dell'internamento manicomiale dei suicidi. Un gesto con cui si voleva suggellare l'epilogo di un percorso esistenziale, ma che nello stesso momento assumeva anche il significato di un fallimento della istituzione manicomiale e della scienza psichiatrica.
GALLERIA FOTOGRAFICA

Alfred Kubin, La torcia della guerra (1914)
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Andrew Wyeth, Inverno (1946)
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Arnold Bocklin, La guerra (1896)
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Giulio Turcato, Rovine di guerra (1949-50)
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Henry Rousseau, La guerra (1893)
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Luca Pignatelli, Bombardiere (c. 2000)
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Marc Chagall. La guerra (1964-66)
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Pablo Picasso, Guernica (1937)
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Renato Guttuso, Studio per Gott mit uns (1943)
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Salvador Dalì, Facce della guerra (1940-41)
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