N. 8 - Novembre 2005


ISSN 1720-190X





Andrea Ragusa

Parlare del lavoro.
Il Congresso del 1906 e la strutturazione del linguaggio sindacale




  • L’organizzazione centralizzata ed il sindacato nello Stato
  • La strutturazione nominale del gruppo dirigente
  • L’ “Arbeitergemeinschft” ed il sindacato-casa
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    L'organizzazione centralizzata ed il sindacato nello Stato

    All'incrocio tra approccio istituzionale e risvolti economico-sociali, la storia del sindacato sembra vivere a tutt'oggi uno stato di “minorità” nel ventaglio dei filoni e delle discipline storiografiche dotate di riconosciuta autonomia. A fronte dell'uguale, se non, almeno per alcuni aspetti, superiore importanza avuta nella storia del Novecento italiano ed europeo, il sindacato è stato sopravanzato dalla mole degli studi e dalla robustezza dello sforzo interpretativo consacrato al partito politico. Né la relativa “laicizzazione” emersa negli ultimi dieci-quindici anni – in Italia soprattutto dopo il crollo del sistema dei partiti di massa che ha segnato la storia del secondo dopoguerra – sembra aver determinato un significativo spostamento dell'attenzione: le storie generali del movimento sindacale dopo il 1945 via via comparse – a partire da quella, forse più nota, scritta da Sergio Turone (1992) – come ricostruzioni complessive di singole organizzazioni – la Cgil studiata da Adolfo Pepe (1971; 1972; 1996), per fare solo un esempio – evidenziano una difficoltà ancora persistente a superare un certo sociologismo nell'impostazione quando non, addirittura, un taglio prettamente cronachistico. Né molti, d'altra parte, sono i lavori che, sulla strada aperta da Stefano Merli nel 1972, abbiano percorso il sentiero del dissenso metodologico con una storiografia marxista che aveva cristallizzato un asse interpretativo istituzionale a detrimento di un'analisi approfondita dei rapporti di classe, o che abbiano perlustrato il terreno della vita del movimento operaio come uno spazio sociale e comunitario definito. I “muscoli” sotto ed insieme alla “coscienza inquieta” dell'intellettuale che riteneva di andare nel senso della storia; il formarsi della coscienza politica di “gente che lavora”, per citare alcuni suggestivi titoli di autori assai noti nella storiografia internazionale: questo il senso di uno sforzo che ha cominciato – in alcuni contributi recenti anche di nuova generazione 1 – a girare il proprio sguardo sulla società in cui l'ideologia socialista penetrava sul finire dell'Ottocento.

    Eppure, del complesso, tormentato ed esaltante, tragitto che il movimento operaio ha percorso, il sindacato rappresenta un attore di peso ed importanza decisivi. Nei suoi ormai cento anni di vita, la Confederazione generale del lavoro (italiana, dal 1944), è stata protagonista tra i principali del processo di sviluppo e crescita della società di massa: nell'organizzare il proletariato e, con una progressiva generalizzazione, il mondo del lavoro; nel rappresentare il lavoro in tutta la sua durezza e la sua nobiltà; nel veicolare interessi e rivendicazioni che già conducevano ad un compito di educazione civile e partecipazione democratica.

    Per questo una rilettura del momento fondativo del principale sindacato italiano – compiuta guardandone le categorie linguistiche ed i codici formali che ne significarono le strutture – appare un tentativo non privo di interesse e, crediamo, di originalità. Proprio perché il linguaggio riflette ma anche costruisce situazioni e realtà nuove, ed anche ne descrive aspetti – colori, immagini, sensazioni perfino – che con difficoltà certo maggiore lo storico riesce a rintracciare in un approccio tradizionale. Così, per prendere le mosse da un esempio apparentemente marginale, possiamo senz'altro affermare che la realtà di un movimento operaio ormai entrato agli inizi del Novecento nel grande palcoscenico della politica di massa, stesse già tutta nelle parole con cui, con linguaggio oscillante tra messianismo evangelico e romantico trionfalismo, “La Confederazione del Lavoro” salutava il congresso che tra il 29 settembre ed il 1° ottobre 1906 aveva visto nascere – sulle ceneri di un Segretariato della resistenza ormai svuotato di peso politico e paralizzato dai contrasti interni – la Confederazione generale del lavoro, come una grande assise proletaria – per la forza del movimento che rappresentava – ed una costituente – in riferimento alla svolta politica ed organizzativa che a quel movimento aveva impresso 2.

    Cresciuta numericamente fino a raggiungere, in base al censimento del 1901, la cifra di 2.592.687 unità, la classe operaia – il complesso, cioè, dei lavoratori salariati occupati in attività industriali, secondo la definizione proposta da Giuliano Procacci nello studio ormai classico del 1970 (p. 3) – era emersa agli inizi del nuovo secolo come soggetto politico nuovo. L'industrializzazione italiana – indice di una modernizzazione avviatasi sul finire degli anni Novanta dell'Ottocento – mostrava in realtà segni di arretratezza persistente: si trattava infatti di un'industria ancora fortemente legata all'agricoltura, a struttura familiare ed artigianale, meccanizzata, con una manodopera che si spostava tra i due estremi del genericismo o dell'alta specializzazione. Anche la crescita delle zone urbane ne risultò influenzata: pur in presenza di processi di concentrazione monopolistica ed ammodernamento strutturale e tecnologico che produssero risultati addirittura clamorosi come la nascita dei centri siderurgici di Piombino e Bagnoli, la città industriale crebbe raramente al livello di città grande-industriale, e nella maggior parte dei casi mantenne uno stretto rapporto con il paesaggio rurale circostante, perlomeno al livello di reperimento della forza-motore idraulica, di rifornimento di derrate per la mano d'opera in fabbrica, per il reperimento di mano d'opera staccata dalla terra. A ciò si aggiungeva il peso di un decollo industriale fortemente contaminato dalle sovvenzioni statali, che determinava condizioni di lavoro molto pesanti – orari oscillanti tra le 9 (per alcune categorie di operai specializzati come tipografi e dipendenti di arsenali statali) e le 16 ore (per i non qualificati) e salari inferiori alla media europea: 3-4 lire al giorno per l'operaio specializzato, tra 1 ed 1,50 per la donna ed il fanciullo. Insieme alla diffusione del cottimo, l'assoluto arbitrio padronale in tema di assunzioni e licenziamenti, aumenti e concessione di premi, costruiva un regime che manteneva, all'interno della fabbrica, caratteri di paternalismo, mentre la permanenza del lavoro a domicilio evidenziava la debolezza dell'assetto industriale. All'esterno della fabbrica, quelli legati all'alimentazione, alla mortalità precoce, alle malattie legate alle cattive condizioni igieniche ed abitative, erano solo alcuni dei problemi che i quartieri ove la manodopera operaia andava concentrando la propria presenza – con alcuni casi di “modernità” come le barriere torinesi ed il neonato centro di Sesto San Giovanni in Milano – offrivano all'attenzione. Non meno significativo era stato lo sviluppo dell'Italia rurale, pur in presenza – anche in questo caso – di squilibri regionali e particolarismi. Della larga percentuale (circa il 60% della popolazione attiva) che all'inizio del secolo risultava occupata nel settore agricolo, più della metà si ripartiva tra il bracciantato meridionale, a lavoro su colture cerealicole estensive, ed i giornalieri della Padana; oltre a quattro milioni e mezzo di contadini disseminati nelle campagne con staus diversificati: fittavoli, piccoli proprietari, mezzadri, coloni, etc.

    Eppure – informati a parole d'ordine rudimentali che si concretizzavano nella richiesta di un po' più di paga e di riposo – gli scioperi del 1901 e 1902 avevano evidenziato una coscienza di classe già presente e radicata ed una organica consapevolezza organizzativa. Gli scioperi avevano coinvolto rispettivamente 222.283 e 146.706 lavoratori della terra, e 189.271 e 196.669 lavoratori dell'industria, facendo emergere il protagonismo della Lega di mestiere come struttura difensiva elementare – soprattutto la Lega bracciantile – e la Camera del lavoro come organismo di coordinamento territoriale più autorevole. In ambito rurale la massa degli scioperanti confluì nella Federazione italiana lavoratori della terra, costituita nel novembre 1901 a Bologna con il fine di coordinare l'azione rivendicativa e stimolare la legislazione sociale per tutti i lavoratori della terra. Federazione di grandissimo rilievo – destinata ad acquisire un ruolo decisivo dopo il 1903, con l'avvento alla segreteria di Argentina Altobelli – essa rappresentava la punta avanzata di un movimento che già nel 1902 aveva portato alla costituzione di ben 28 strutture verticali che organizzavano circa 240.000 affiliati, offrendo loro uno spazio di crescita politico-ideologica e favorendo in molti casi l'emergere di quadri qualificati e valenti. Non minore era stato lo sviluppo delle strutture territoriali: sul modello delle Bourses de Travail francesi, le Camere del lavoro erano cresciute rapidamente dalle appena 14 del 1900 alle 76 del 1902, con 270.000 iscritti, assurgendo ben presto alla caratterizzazione di organismi politico-sociali con finalità di classe.

    Lo sciopero generale del 1904 – esploso dopo gli ennesimi eccidi perpetrati dalle forze dell'ordine contro i contadini in sciopero a Cerignola ed a Buggerru – era stato infine il primo vero banco di prova del nascente movimento. Ne aveva portato definitivamente la forza all'attenzione dell'opinione pubblica, costituendo – citiamo ancora il giudizio di Procacci – “un riepilogo ed un bilancio del vario ed ostinato lavoro che negli anni precedenti era stato fatto nel campo dell'organizzazione sindacale e politica delle classi lavoratrici”. Ma ne aveva evidenziato pure, e con forza non minore, i limiti: il ripercuotersi in campo sindacale del contrasto – già evidenziatosi in seno al Partito socialista – tra la sensibilità riformista e quella componente rivoluzionaria nella quale convergevano tanto i sindacalisti quanto gli operaisti di Costantino Lazzari, che aveva raggiunto nel Congresso di Bologna del 1904 la massima influenza sul partito. L'assenza, soprattutto, di una Direzione unitaria e centralizzata: dimostratisi incapaci di assumere tale compito tanto il Segretariato della resistenza quanto la Direzione del Psi, l'iniziativa era partita costantemente dalla Camera del lavoro di Milano, “dando spazio al confermarsi del dissidio tra Federazioni e Camere del lavoro, e favorendo l'accavallarsi e l'intrecciarsi delle iniziative, le esitazioni ed i contrordini, il corso tortuoso e ricco di colpi di scena dello sciopero, che, più che uno sciopero generale, era risultato una somma di scioperi cittadini e di iniziative locali” (Procacci 1970, pp. 422-423).

    Sul piano linguistico la verticalizzazione della struttura sindacale era confermata dalla ricorrenza di un termine come centralizzazione , che un'analisi quantitativa – sul modello degli studi comparsi negli Stati Uniti nei primissimi anni Cinquanta per mano di Harold Lasswell, e che per la verità non hanno avuto, in Italia, grande fortuna soprattutto in ragione del timore di una “deriva quantofrenica” avvertito da larghi settori della sociologia delle comunicazioni – contribuirebbe certamente a dimostrare.

    Nell'editoriale del bollettino quindicinale che dava ora voce alla vita della Confederazione, Rinaldo Rigola (1906) sottolineava come il Congresso non avesse fatto altro che procedere ad una “epurazione interna”, “col chiamare a raccolta tutte quelle organizzazioni proletarie che presumibilmente si trovano su di una stessa linea d'azione, e collegarle per mezzo di un organismo centrale, che il tempo e l'esperienza hanno suggerito”.

    Il concetto di organizzazione centralizzata non compariva in realtà nella relazione di Ernesto Verzi, intorno alla quale si era raccolta la maggioranza riformista del Congresso. Il progetto di Confederazione nazionale del lavoro, cui Verzi alludeva non facendo neanche riferimento – è opportuno sottolinearlo – alla caratterizzazione generale che essa avrebbe assunto, nasceva dall'idea di sottrarre il proletariato alle “beghe politiche” ed alle “lotte di tendenza”, avviandolo a combattere la lotta di classe “genuina e pura”. Tornava, invece, nell'ordine del giorno presentato da Ettore Reina, vincitore con 114.533 voti, mentre lo Statuto indicava tra le finalità di azione, al comma a) dell'articolo 3), “la direzione generale del movimento proletario, industriale e contadino, al di sopra di qualsiasi distinzione politica” 3.

    Non priva del limite rilevato di rispecchiare e tendenzialmente acuire la contrapposizione ideologica maturata nel movimento operaio, la Confederazione conferiva dunque ad esso una impostazione programmatica ed una reale direzione, elementi che erano mancati al Segretariato.

    La direzione centralizzata riconduceva in questo senso lo sviluppo del movimento operaio italiano nel più ampio spettro delle esperienze europee: sia nel rappresentare la prevalenza di un orientamento riformista nei due poli dove già si esprimeva una embrionale partecipazione di massa alla politica – il gruppo parlamentare e, appunto, il sindacato, contrariamente al radicalizzarsi dell'orientamento del partito, destinato a sfociare nell'uscita dei riformisti nel Congresso di Reggio Emilia del 1912 – sia nel collocare l'esperienza sindacale nel quadro dell'organizzazione dello Stato e degli interessi.

    Sotto il primo rispetto la concezione gradualista della lotta di classe sintetizzando le finalità della neocostituita Cgdl nelle parole d'ordine sicurezza della difesa e possibilità dell'attacco . Rendere il proletariato consapevole della propria lotta significava in altri termini superare un concetto soverchiamente semplicista di tale lotta, che gli era ancora proprio, armonizzando il movimento ed indirizzandolo verso obiettivi più ampi di quelli ristretti in una lettura delle cose troppo interna alla fabbrica. Guardando all'intero sistema capitalistico avrebbe impegnato il proletariato a coglierne le implicazioni complessive, che lo comprimevano in tutti i campi della vita economica e sociale 4.

    Poche settimane dopo il Congresso, “La Confederazione del Lavoro” polemizzò ancora con i rivoluzionari criticandone la proposta di Statuto. Al comma m), inerente gli scopi, esso prevedeva infatti di mantenere rigido ed inflessibile il concetto della resistenza, della lotta di classe, accentuando opportunamente la nota antimilitarista, anticlericale, antimonarchica.

    La lotta di classe operaia – affermava invece il periodico – non può essere considerata tutta negli stretti rapporti tra chi salaria e chi riceve il salario; essa lotta non è soltanto una lotta per la paga più alta e l'orario più ridotto, ma riguarda tutti i problemi e rompe la stretta cerchia dei rapporti tra padroni ed operai 5.

    Si sottolineava in altra sede il prevalere del riformismo nell'Europa proletaria in riferimento al Congresso delle Trade Unions inglesi, svoltosi a Liverpool nel settembre dello stesso 1906, e che aveva approvato, tra gli altri punti all'ordine del giorno, la riduzione ad otto ore della giornata lavorativa, misure per la nazionalizzazione ed il miglioramento delle condizioni di lavoro nelle miniere, nelle ferrovie, e sui canali; diritti di rappresentanza operaia, e misure di tutela assicurativa e pensionistica; ed al Congresso della Cgt, svoltosi anch'esso nel 1906 ad Amiens 6.

    Proprio al precedente della Confederation genérale du travail si rifaceva del resto il modello centralistico della Cgdl: costituita nel Congresso di Limoges dell'ottobre 1895, essa era nata infatti con lo scopo di “unire sul terreno economico e con vincoli di solidarietà i lavoratori in lotta per la loro emancipazione integrale”. Ove all'attenzione stretta al campo delle rivendicazioni economiche, si giustapponeva il riferimento all'emancipazione integrale dei lavoratori.

    Più in generale l'idea di una organizzazione centralizzata si era diffusa in tutta Europa come immediata conseguenza del crearsi di strutture verticali nelle organizzazioni di mestiere e poi nei sindacati d'industria. All'esperimento inglese andava la primogenitura: attraverso la convocazione di assise congressuali a partire dal 1867, le Trade Unions avevano acquisito un peso sempre maggiore anche in sede politica fino a costituire un vero e proprio comitato parlamentare. Al Congresso di Sheffield, nel settembre 1910, sarebbe passata a larga maggioranza una risoluzione proposta da Tom Ring e Ben Tillet che riconosceva l'incapacità del sistema tradeunionistico frazionato a combattere il capitalismo, e proponeva la fusione di tutte le Unions in organizzazioni uniche per industrie, comprendenti operai qualificati e non. Tale istanza sarebbe stata acquisita solo molti anni più tardi (nel 1924) senza, peraltro, risultati particolarmente significativi (Browne 1979, pp. 46-51). Con qualche anno di ritardo dovuto alle diverse condizioni economiche – soprattutto la compenetrazione contraddittoria tra concentrazione delle strutture monopolistiche e sopravvivenza dell'assetto feudale – e politiche – la scelta repressiva di Bismarck – era seguito lo sviluppo del movimento sindacale tedesco. Nel Congresso di Halberstadt, celebrato nel 1892, il punto centrale all'ordine del giorno era stato proprio il tema della forma organizzativa più consona alle esigenze della lotta sindacale. La maggioranza dei delegati – in rappresentanza di 57 organizzazioni – si era dichiarata favorevole alla costituzione di grandi federazioni centralizzate, per sostenere la lotta in campo economico; laddove la minoranza – che si era ritirata dal Congresso – sottolineava l'esigenza di mantenere l'autonomia degli organismi locali per garantire un più solido legame col partito (Benvenuti 1981, pp. 14-15). Lo sviluppo del sindacalismo generale era emerso infine, con largo anticipo, nei paesi scandinavi: in Danimarca con la costituzione, nel 1897, dell'Arbjdsmansferbund; in Svezia con il Fabricarbeitferbund; in Norvegia con l'Arbadsmansferbund (Antonioli, Ganapini 1995).

    Con lucidità e chiarezza, in un primo bilancio emerso sotto forma di Manualetto di tecnica sindacale , proprio Rinaldo Rigola avrebbe potuto così osservare, già nel 1921, come al di là delle differenze strutturali e programmatiche, la centralizzazione fosse ormai un carattere dominante il movimento.

    In ogni paese in cui l'organizzazione ha qualche importanza – avrebbe scritto Rigola – esiste un organismo sintetico centrale il quale assume la rappresentanza degli interessi collettivi del proletariato militante, tanto di fronte ai poteri dello Stato ed alle organizzazioni padronali all'interno, che nei rapporti col movimento operaio degli altri paesi.

    Precisando come la Confederazione, “organizzazione delle organizzazioni”, avesse di per sé un carattere di sintesi in una superiore dimensione, essendo “non una sovrapposizione burocratica ai gradi inferiori della resistenza, ma un organo con funzioni proprie distinte dagli altri” 7.

    Nell'Italia del quindicennio giolittiano la centralizzazione organizzativa fu in primo luogo il riflesso del superamento della tradizionale concezione “neutralista” dello Stato liberale, e dell'affermarsi di una compenetrazione sempre più densa tra una crescente mobilitazione corporativa della società e l'estendersi delle competenze amministrative degli organi statali. Il particolarismo sociale si espresse in una sindacalizzazione diffusa dal proletariato ai ceti medi, con l'importante risultato, per quest'ultimi, del riconoscimento dello Statuto degli impiegati nel 1908. L'interventismo statale si precisò in una sempre più definita autonomia degli organi amministrativi rispetto al parlamento, ed in una iniziativa massiccia in campo economico – come già aveva dimostrato la costituzione dell'Azienda autonoma delle ferrovie dello Stato, che aveva chiuso nel 1905 l'annosa questione legata alla gestione di questo fondamentale anello dell'assetto infrastrutturale – e sociale – ove spiccò la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita nel 1912. Nella complessa definizione dello Stato amministrativo – come fu chiamato da Santi Romano questo sforzo intenso di ricondurre in un quadro giuridico-istituzionale la frammentazione della società, restituendo autorità allo Stato liberale 8 – un sindacato che acquisiva il tratto fondativo di una propria organizzazione centralizzata fu elemento decisivo. Il sindacato si qualificò infatti come organizzazione di rappresentanza generale del proletariato , operando una reductio ad unum dello spettro diversificato di federazioni di mestiere che si erano costituite negli anni precedenti. Fu Angelo Scalzotto (1906) a fornire una efficace metafora dell'articolazione verticale che strutturava la Confederazione, cogliendone anche il tratto militaristico che essa assumeva contro il sistema capitalistico: “i pionieri dell'organizzazione sindacale hanno composto le loro squadre, le squadre hanno formato i reggimenti nelle Federazioni e nelle Camere del lavoro, i reggimenti si sono solidalmente avvinti nella Confederazione”.

    La Confederazione, insomma, vertice di una piramide stratificata in senso verticale ed orizzontale, era un vertice unitario che svolgeva opera di avanguardia per l'organizzazione intera:

    la abitua a poco a poco – si affermava in questo senso – a sentire il bisogno di un organismo centrale; a capire l'utilità di una organizzazione nazionale e quindi, con maggior ragione, federale; ad assurgere alla concezione della classe , come principio più alto di quello di categoria , a convincersi della necessità che le organizzazioni si aiutino fra loro e non si isolino in un egoismo altrettanto pericoloso quanto la disorganizzazione 9.

    Il registro linguistico su cui essa si attestò – l'insieme, cioè, delle opzioni scelte nel contesto in cui si trovava ad operare, secondo il paradigma sociolinguistico sviluppato in particolare da Mark Halliday – ne fu la naturale traduzione, imperniandosi sui due obiettivi della lotta all'azione diretta ed al corporativismo , atteggiamenti e principi che informavano, invece, la minoranza rivoluzionaria. La prima – indicata quasi come un tratto caratteriale delle organizzazioni nella loro età giovanile – conteneva, appunto, “un eccesso di entusiasmo, di gioventù, di vita”, e di conseguenza “le generose follie che la ragione voleva represse, ma che l'onda perenne di sentimento ribelle, che è in fondo di ogni essere umano, tacitamente rincorreva” 10.

    Il richiamo anticorporativo, per la lotta e la rappresentanza generale dei lavoratori, circolò innanzitutto nelle parole d'ordine che scandirono l'appoggio della Cgdl alle importanti lotte dei portuali genovesi tra il dicembre 1906 ed il gennaio 1907, e dei contadini del ferrarese nel luglio dello stesso 1907. Nel primo caso la solidarietà fu invocata proprio in nome del carattere politico e non meramente economico della lotta ingaggiata. In linea generale – spiegava il settimanale del sindacato – la Confederazione non sarebbe potuta intervenire in tutti quei conflitti i cui limiti fossero segnati dalla pura competizione economica, che si svolgesse “liberamente, da pari a pari, tra l'organizzazione operaia da un lato ed i capitalisti dall'altro”.

    A ciò sarebbero bastate le singole federazioni. Nel conflitto tra gli operai genovesi e gli armatori, però, tali confini erano stati presto travalicati: perché alle richieste del personale si era risposto con la serrata ; perché si era oltraggiata l'organizzazione nei suoi dirigenti; perché si era ricusata ogni proposta di arbitrato e di componimento; perché subito era risultato evidente come intenzione dei padroni fosse quella di “dare una lezione” agli operai, non escludendo la possibilità del ricatto al Governo ed all'opinione pubblica. La Confederazione chiamava pertanto alla solidarietà economica – la raccolta dei fondi – e morale – la vigilanza contro il crumiraggio – i lavoratori della terra e quelli delle officine 11.

    Lo sciopero dei mietitori del ferrarese, violentemente represso, diede invece l'occasione di ribadire la politicizzazione del sindacato sul piano dei propri rapporti con lo Stato: come soggetto titolare di autonome rivendicazioni inerenti il tema complesso della difesa dei diritti e delle libertà fondamentali. L'impronta legalitaria del sindacato, ed in generale de movimento operaio, si era già evidenziata durante la crisi che, avviatasi con la repressione dei Fasci siciliani, aveva chiuso il secolo tra le cannonate di Bava Beccaris ed i colpi di rivoltella dell'anarchico Gaetano Bresci, quando i socialisti – fin lì accusati di essere i sovvertitori dell'ordine – avevano rivendicato giustizia in nome delle leggi, “delle leggi esistenti, emanate da monarchi costituzionali e parlamentari borghesi” (Vallauri 1982, p. 257).

    Cooperative e Camere del lavoro, in particolare, erano state colpite dalla “scure” crispina, applicata con solerzia non minore dal Gabinetto Di Rudinì. L' “Avanti!” aveva sottolineato – dopo lo scioglimento dei circoli socialisti e della Camera del lavoro di Roma – come il secondo avesse anzi reso più sofisticati ed incisivi i metodi del primo: l'uno essendo un “soldataccio di ventura”, l'altro un “conservatore autentico”; l'uno facendo il brigante “di mestiere”, l'altro essendolo “per passione” 12. Le elezioni del marzo 1897 – che fruttarono al Psi 15 seggi – furono incentrate, non a caso, sul tema della libertà e dei diritti, oltre che su quelli dell'antiafricanismo ed antimilitarismo, e della riforma tributaria. Il manifesto che il quotidiano socialista indirizzava ai Lavoratori! il 13 marzo, sottolineava in questo senso come il Governo chiamasse a raccolta tutti i partiti borghesi contro quelli che venivano falsamente definiti “avversari delle istituzioni”. La battaglia socialista doveva di contro indirizzarsi alla difesa delle libertà popolari, ed alla rivendicazione del rispetto della legge. Se l'obiettivo generale rimaneva la proprietà collettiva dei mezzi di lavoro , e l'organizzazione sociale della produzione , essa passava tuttavia per conquiste graduali tra le quali figurava al primo posto proprio la conquista dei pubblici poteri . Rivendicazione delle libertà statutarie e suffragio universale tra le parole d'ordine con cui il manifesto si concludeva 13. Nel maggio 1898, tuttavia, lo stato d'assedio e la mano militare usata contro il popolo in rivolta a Milano per il rincaro dei prezzi del pane avevano dimostrato quanto il Governo fosse distante dalla sensibilità e dai bisogni del paese.

    La libertà di riunione – scriveva così ancora l'“Avanti!” in un gustoso articolo in cui ironizzava sul travisamento dei principi-cardine dello Statuto da parte delle autorità – è garantita ai cittadini purché…non si riuniscano. La libertà di associazione esiste purché non si associno. I socialisti si associano in circoli elettorali e si accaniscono ad insegnare l'alfabeto ai possibili elettori, e sono sciolti e processati “per vie di fatto”. Fondano delle cooperative di consumo e sono sciolti e processati per “associazioni sovversive” sol perché i soci della cooperativa sono iscritti al Partito Socialista 14.

    Anche le elezioni del 1900 furono combattute all'insegna della contrapposizione tra libertà e reazione. Camillo Trampolini lo sottolineava contrapponendo il presunto disordine all'ordine che invece i socialisti cercavano in realtà di costruire e lo spirito di ribellione alle prevaricazioni governative, affermando:

    noi saremo ribelli e voi ci ruberete quella libertà d riunione, di stampa, di associazione, che i nostri correligionari politici godono in ogni paese civile, che anche lo Statuto ci garantisce, e che nessuna maggioranza ha il diritto di toglierci, perché essa fa parte della nostra persona. Ma se voi rispetterete questa nostra libertà intangibile, noi conserveremo scrupolosamente ed insegneremo a rispettare le nostre leggi, pur proseguendo la nostra propaganda – come è nostro diritto e dovere di cittadini – a migliorarle, perfezionarle, mutarle nel senso che è consigliato dalla nostra fede.

    Corollario di questa scelta fu innanzitutto una interpretazione dello sciopero come arma da utilizzare soltanto con estrema cautela, come opzione estrema tra le tecniche di lotta, e comunque mai fomentando disordini ma cercando la forza e la tranquillità del movimento organizzato. Lo scioglimento della Camera del lavoro di Genova, decisa con decreto del prefetto Garroni del 18 dicembre 1900, fu in questo senso episodio emblematico. Sotto il titolo Gesta dell'affarismo e violenze del Governo , l'“Avanti!” sottolineò come, ben lungi dallo svolgere quell'attività sovvertitrice cui il Prefetto si era richiamato, la Camera del lavoro avesse goduto delle generali simpatie dell'opinione pubblica, anche borghese, proprio per la sua funzione pacificatrice : perché capace, anche con l'appoggio della borghesia della Camera di commercio, di appianare molti scioperi 15. Contro quest'opera l'arma dei nemici era stata la provocazione ma ancora il 22 dicembre, chiamando allo sciopero generale, metteva l'accento, secondo il titolo del fondo, sulla Differenza di metodo : da un lato la violenza , dall'altro l'affermazione del diritto di sciopero sancito dalla legge 16.

    Il tentativo del nuovo ministero Zanardelli-Giolitti, insediatosi nel febbraio 1901, consistette, secondo le parole di Giancarlo Jocteau (1988, p. 183), “nell'attivazione degli aspetti preventivi e repressivi dell'azione dello Stato nei confronti delle lotte operaie e contadine, e nell'assunzione da parte sua di un ruolo neutrale e di mediazione tra gli interessi contrapposti del capitale e del lavoro”. Alla reazione che l'ondata di sollevazioni del 1901-1902 riuscì comunque ad innescare nell'ala più conservatrice della classe dirigente italiana, e che trovò espressione nella voce parlamentare di Sidney Sonnino, la Cgdl rispose ancora una volta con un richiamo alla moderazione. In occasione del primo sciopero importante dopo quello del 1904, che vide impegnati i lavoratori del mare ancora nel porto di Genova, “La Confederazione del Lavoro” sintetizzò così le ragioni della lotta nella tutela dell'esistenza delle organizzazioni operaie e nell' elevamento morale . Ed ancora pochi mesi dopo, nell'appello Ai compagni ed alle leghe di mestiere d'Italia , per lo sciopero dei mietitori del ferrarese, si sconsigliava ogni “moto avventato”, che l'esperienza dimostrava inefficace, e si invitavano le organizzazioni a concentrare i propri sforzi contro questa nuova reazione 17.

    Discese infine, dalla scelta legalitaria e riformista del gruppo dirigente della Cgdl, una attenzione continua alle questioni legislative, in particolare attinenti i problemi del lavoro. La considerazione dei benefici e dei frutti di una legge non poteva non passare da una attenta considerazione di essa, perché “denigrarla senza prima conoscerla o perlomeno poterne additare i difetti e suggerire i rimedi non (era) logico né coerente” 18.

    Era in base a questa scelta che il sindacato puntava a collocarsi, secondo la felice espressione con cui il settimanale salutava una iniziativa di studio promossa dalla Camera del lavoro di Torino, “sul terreno della realtà” 19.

     

    La strutturazione nominale del gruppo dirigente

    La centralizzazione organizzativa si riflesse per altro verso nella strutturazione nominale del gruppo dirigente, che assunse, nei suoi diversi organi e membri, la titolarità di cariche già in uso nelle organizzazioni del movimento operaio italiano ed europeo. Nello Statuto il paragrafo dedicato alla Composizione degli organi direttivi articolava il vertice della piramide – dall'alto verso il basso – in un Comitato esecutivo , un Consiglio direttivo , un Consiglio nazionale . L'articolo 4 parlava non di Consiglio direttivo bensì di Comitato confederale , e di Consiglio confederale anziché di Consiglio nazionale . L'articolo 5 introduceva il Segretariato confederale , assegnando ad esso ed al Comitato direttivo i seguenti compiti (Marchetti 1962, p. 20):

    •  dare esecuzioni alle deliberazioni dei Congressi per la parte che loro spetta e provvedere a che le organizzazioni aderenti si attengano ai deliberati stabiliti dai medesimi;

    •  curare l'attuazione del programma stabilito nell'articolo 3;

    •  tenere al corrente il proletariato per mezzo del giornale di tutto il movimento operaio;

    •  cooperare ed aiutare le Camere del Lavoro e le Federazioni Nazionali di mestiere nel lavoro di propaganda e consolidamento dell'organizzazione, interessandosi altresì, su richiesta, a quanto fosse opportuno per la risoluzione dei conflitti operai;

    •  amministrare il capitale confederale.

    In questo senso il linguaggio non aveva più soltanto una connotazione fatica, tesa a veicolare messaggi e parole d'ordine all'esterno, ma piuttosto a costruire all'interno la realtà dei rapporti gerarchici ed i livelli di esercizio del potere, definendo l'assetto organizzativo della Confederazione.

    Una letteratura ormai ampia ha messo l'accento sul significato simbolico della comunicazione: soprattutto Murray Edelman – l'autore che forse con più sistematicità ha definito i tratti dell' homo symbolicus – ha indicato nel linguaggio politico appunto il mezzo attraverso cui una élite ordina e modella il mondo.

    Più specificamente, quello che potremmo definire l' “assetto nominale” del gruppo dirigente, cristallizzava i nodi fondamentali dell'articolazione centralizzata della struttura. Il carattere autoreferenziale – che la sociologia coeva coglieva con accenti polemici ed al fondo antidemocratici – emergeva infatti, innanzitutto, nel fatto che il discorso si spostasse dal terreno esterno del rapporto tra organizzazione ed opinione pubblica, a quello interno del rapporto tra vertice e base, e sui diversi piani in ci avveniva la composizione dei gruppi dirigenti anche intermedi. Anche laddove, come nelle norme appena descritte, lo Statuto disegnasse un ruolo di governo della struttura verso l'esterno, analogamente a quanto stabilito dallo Statuto fondativi del Partito socialista che attribuiva infatti al Comitato esecutivo “la funzione esecutiva delle risoluzioni dei Congressi generali” 20.

    In effetti il Congresso di Parma del 1895 aveva accentuato la natura verticistica del Psi, istituendo la Direzione , e prevedendo la confluenza in essa delle principali articolazioni di rappresentanza anche istituzionale: essa risultava composta infatti dai membri del Consiglio nazionale e da quelli del gruppo parlamentare . Nell'ambito della Direzione si formava poi un Esecutivo centrale che con il Congresso di Roma del 1900 – che diede al partito la struttura definitiva – si articolò in due sezioni – una politica e l'altra economica – ognuna delle quali eleggeva al proprio interno un presidente ed un segretario . Si abolì inoltre il Consiglio nazionale e si ridusse il numero dei componenti la Direzione ad 11 (Grassi 1990, pp. 360-361). Condivisibilmente Fabio Grassi ha letto nelle proposte di modifica statutaria di Roma – frontalmente avversata dai riformisti – ad una maggiore centralizzazione della struttura del partito ed alla formazione di un apparato burocratico permanente. La relazione presentata da Giovanni Lerda su questi temi prevedeva tra l'altro anche l'istituzione di una Commissione esecutiva a livello centrale composta da tre segretari retribuiti e l'introduzione del compagno di fiducia : un funzionari, anch'esso eventualmente stipendiato, eletto da ogni Federazione e la cui nomina doveva essere approvata dalla Direzione , che doveva costituire il trait d'union con questa, svolgere una funzione ispettiva nei confronti delle sezioni, ed avere funzioni giurisdizionali di primo grado per i conflitti tra le sezioni, e di unico grado per quanto riguardava i conflitti personali e locali (Grassi 1990, p. 361). Per controbattere questa tendenza, Turati propose addirittura l'abolizione della Direzione , e la nomina, in vece di quest'organo, di un segretario amministrativo e di propaganda .

    In questo modo il socialismo italiano sembrava colmare la distanza che lo separava dagli esempi più avanzati di organizzazione politica del movimento operaio: soprattutto da quel Partito socialdemocratico tedesco che – rispetto al corporativismo presente nelle organizzazioni del movimento operaio britannico, ed alla confusione a lungo dominante in Francia – costituiva il grande modello organizzativo di partito operaio in tutta Europa (Arfé 1965, pp. 29-30). Il documento organizzativo approvato nel Congresso fondativo di Gotha del febbraio 1875 prevedeva come organi direttivi, oltre alle redazioni dei due organi ufficiali di stampa, una Direzione di cinque membri, una Commissione di controllo di sette, un Comitato di diciotto con il compito di decidere sulle divergenze di opinione tra Direzione e Commissione di controllo (Mehring 1961, p. 450).

    Non mancò del resto già allora chi tese a valutare la nascente esperienza del socialismo italiano proprio sulla pietra di paragone del modello tedesco, di cui Werner Sombart vedeva nel PSI addirittura una “affermazione” pur sottolineandone i limiti legati al “sentimentalismo” degli intellettuali che aderivano alla causa proletaria, e ad un approccio prevalentemente etico al socialismo. Con precisione maggiore, Robert Michels avrebbe indicato, tra le differenze organizzative maggiori tra i due partiti, la scarsa centralizzazione del Psi, la mancanza di un apparato burocratico, la debolezza della Direzione nei riguardi delle organizzazioni periferiche, la poca disciplina, le spinte autonomistiche, il contrasto tra le tendenze 21.

    La grande autonomia del gruppo parlamentare rispetto alla Direzione avvicinava d'altro lato l'esperienza italiana a quella francese, nella quale la debolezza della Direzione centralizzata favoriva una prevalenza della rappresentanza parlamentare, che paradossalmente non figurava neanche nell'organigramma del partito. Il gruppo parlamentare , infatti, era escluso statutariamente dalla Direzione del partito, rappresentata dalla Commissione amministrativa permanente , eletta dal Congresso . Deputati e senatori, inoltre, non avevano il diritto di sedere se non a titolo personale nel Consiglio nazionale , che amministrava il partito nell'intervallo tra due congressi. Tal norme, nelle quali si traduceva una diffidenza per gli eletti, ed una adesione soltanto parziale ai principi della rappresentanza – tanto che una gran parte dei militanti privilegiava il mandato imperativo – sarebbero state mantenute al Congresso di Parigi, del novembre 1911, che avrebbe portato ad una revisione dello Statuto. Nello stesso tempo, però, in un regime in cui il parlamento era il centro reale del potere, il gruppo parlamentare ebbe sempre un ruolo importante. È utile, da questo punto di vista, ricordare che l'unificazione dei due tronconi del nascente partito non si era potuta realizzare che sulla base di una rappresentanza proporzionale dei partiti presenti al Congresso di Amsterdam del 1904. Le proporzioni di queste forze erano state calcolate in base alle quote di tassazione ed al numero di voti ottenuti nelle elezioni legislative del 1902. L'evoluzione era stata poi nel senso di una marginalizzazione progressiva delle tendenze più ostili al parlamentarismo, ed il gruppo parlamentare era stato progressivamente assimilato nel cuore del partito. L' élite intellettuale ed i principali dirigenti della Sfio – Jaures, Guesde, Vaillant – appartenevano al gruppo parlamentare ma non alla Commissione amministrativa , ma anche a livello storiografico, significativamente, avrebbero avuto molta maggiore fortuna, ad esempio, dell'allora segretario generale del partito Yacinthe Dubreuille (Bergounioux, Grunberg 1992, pp. 47-48).

    Della centralizzazione verticistica che la neonata Confederazione raccolse dai precedenti sin qui illustrati uno dei segni più evidenti fu appunto la scelta della qualifica di segretario generale – fu eletto, nella fattispecie, Rinaldo Rigola, il 15 gennaio 1907 – da assegnare al leader dell'organizzazione. Non era questa la risultante di un processo che, come l'ancor carente letteratura sui temi dell'organizzazione politica e sindacale ha peraltro pure evidenziato 22, derivasse dal condizionamento di fattori oggettivi, di carattere politico ed economico, né delle condizioni di sviluppo della contrattazione collettiva. Da un punto di vista di sociologia delle élites il segretario rappresentava piuttosto la centralizzazione della struttura sindacale come riflesso della centralizzazione dello Stato ed al tempo stesso come suo interlocutore privilegiato. Il segretario generale riprendeva in questo senso i contorni dell'antica figura del segretario di Stato – a partire dal caso più celebre: il Niccolò Machiavelli di Pier Sederini, quest'ultimo elevato a Gonfaloniere perpetuo di Firenze da Lorenzo il Magnifico nel 1502 – in uno Stato moderno (Trebbi 1992, p. 40). Era dunque un'interfaccia tra la struttura burocratica piramidale di cui rappresentava il vertice, e lo scenario politico, nel quale costituiva il cuneo dal e la voce verso il basso. Scelto all'interno del Comitato direttivo confederale – questo eletto, come gli altri organi direttivi, dal Congresso – il segretario era dunque l'ultimo anello dell'organizzazione burocratica, e manteneva non a caso il carattere di funzionario anche nel fatto di essere assunto con contratto retribuito. Ciò avveniva, del resto, anche per il segretario del Psi, poteri e prestigio del quale aumentarono proprio con il Congresso del 1906, celebrato a Reggio Emilia, mentre fin lì era esistito solo un segretario amministrativo anch'esso funzionario e non organo politico – e poi, dal 1900, due segretari , l'uno politico, l'altro economico. Solo dal 1906, però, con l'elezione, tra l'altro, di una figura di primo piano come Costantino Lazzari, il segretario politico assunse un ruolo decisivo, superando la dimensione di mero coordinamento interno sin lì avuta (Grassi 1990, p. 366). Particolare tutt'altro che trascurabile, poi, il fatto che l'ufficio di segretario di Camera del lavoro fosse, in taluni casi, addirittura messo a concorso, come avvenne per le sedi di Gallarate e Cremona, mentre per la Camera del lavoro di Milano si dava notizia della conferma di Carlo Dell'Avalle a maggioranza. Per la Fratellanza contadina di Cesena, dove pure il posto fu assegnato mediante concorso con uno stipendio annuo di 1.200 lire, si richiedevano tra i requisiti: età non inferiore a 21 anni, istruzione sufficiente per il disbrigo della corrispondenza e dell'amministrazione, possesso di serie cognizioni sul movimento operaio, aver dato prova di essere un buon organizzatore e propagandista 23.

    Si evince infatti da questi pur scarsi indizi, la realtà di un'organizzazione che strutturava il potere nel senso razionale-legale weberianamente inteso, costruendo cioè una relazione asimmetrica e diseguale di veicolazione dell'autorità attraverso il filtro di un apparato burocratico moderno (Weber 1922, passim ). In effetti, pur essendo Rigola un personaggio di primo piano nel mondo del movimento operaio non si ha traccia, nel linguaggio che supporta e significa la nascita dell'esperienza sindacale in Italia, di accenti o riferimenti ad un rapporto carismatico tra vertice e base, ed un discorso analogo può farsi per dirigenti e segretari delle maggiori Federazioni: Argentina Altobelli, segretaria della Federterra, Ernesto Verzi, segretario della Fiom, per fare solo due esempi. Certo, anche sindcalisti e cooperatori autorevoli furono oggetto della costruzione di una immagine propagandistica di rilievo. Pur priva dell'imponenza celebrativa cresciuta intorno ad alcune delle personalità maggiori del movimento operaio – come in Italia avrebbe dimostrato soprattutto il caso dei funerali di Andrea Costa – tale propensione evidenziava comunque il riconoscimento al singolo leader di di connotati unificanti di una struttura comunitaria. Le commemorazioni di alcuni dei personaggi più prestigiosi, ad esempio, sono in questo senso riconducibili ad un meccanismo di ricucitura del gruppo dopo l'aprirsi di una lacerazione. Come per il totem – nome e simbolo del clan nelle società primitive – o ancor più per il Re medievale o il sovrano assoluto, anche il movimento operaio, penetrando ed organizzando segmenti e contenuti importanti della società di massa mutuava l'applicazione di forme di riconoscimento al proprio vertice, circondando il segretario di meccanismi di legittimazione senza dei quali esso sarebbe tornato – secondo le parole di un intelligente paggio di Luigi XVI – niente altro che un comune mortale (Bertelli 1995 2 , p. 28).

    Vero è che la realtà del sindacato mostra sotto questo rispetto, come si è accennato, elementi di distinzione non trascurabili rispetto al caso del partito politico; ed è un fatto significativo, ci pare, che il solo Giuseppe Di Vittorio sia stato forse fatto oggetto di una vera e propria sacralizzazione, che pure, e va anche sottolineato, non raggiunse certo le forme di quella sorta di apoteosi che accompagnò le esequie di Palmiro Togliatti. Alla sua morte, avvenuta a Lecco il 3 novembre 1957, la salma di Di Vittorio sarebbe stata salutata da migliaia di lavoratori e “tutta Roma – ci racconta nella sua pregevole biografia Michele Pistillo (1977, pp. 355-356) – insieme alle delegazioni giunte da tutta Italia, avrebbe partecipato ai funerali”. In altri casi si sarebbe trattato piuttosto di una esaltazione etica del socialismo, questa sì vicina a quella espressa durante i funerali di Costa 24. Emblematica, in questo senso, l'elaborazione del lutto, nel dicembre 1915, per la morte di Pietro Chiesa. L'“Avanti!” descrisse le solenni onoranze funebri tributate all'organizzatore e deputato di Sampierdarena, “rigurgitante di operai ammassati attorno ai labari delle loro organizzazioni”. Se ne raccontò l'infanzia travagliata e tortuosa, il primo pane guadagnato nelle risaie, soprattutto il consigliere e maestro nelle associazioni di mestiere, nelle mutue, nelle cooperative, ovunque fosse necessario un consiglio “entusiasta e pensato”, un incoraggiamento “assennato e forte” 25. Si ripubblicò l'articolo con cui Oddino Morgari aveva invitato il guardaportone di Montecitorio che gli si opponeva davanti a lasciar passare Chiesa quando si era presentato per la prima volta, “nell'umile e dimessa veste del lavoratore”.

    Il connotato di forte burocratizzazione si riflesse, ancora, nella verticalizzazione dei rapporti tra centro e periferia. La nascita delle Federazioni Nazionali, avvenuta in taluni casi anche prima dello sviluppo delle Camere del lavoro, aveva caratterizzato il superamento della dimensione corporativa della Lega di mestiere (Ricci 1986, p. 97). La costituzione della Federazione italiana operai metallurgici era stata in questo senso esemplare da due punti di vista. Da un lato, essa aveva immediatamente acquisito centralità nel quadro della composizione economica e di classe della società italiana, divenendo in età giolittiana il “termometro” operaio più sensibile ad ogni tipo di oscillazione del processo di crescita del capitalismo italiano. Dall'altro essa aveva inquadrato una categoria di lavoratori su cui si incardinava tanta parte del progetto giolittiano di convergenza del socialismo riformista con l'industrialismo progressivo (Antonioli 1978, p. 11). Ciò spiega tra l'altro la funzione trainante che la Fiom ebbe a svolgere nella costituzione della Confederazione, alla quale conferì non a caso l'impronta riformista e molti dei quadri più validi tra i quali lo stesso segretario Verzi.

    Altrettanto significativa, e tale da costituire, per certi aspetti, un unicum nel panorama delle organizzazioni agrarie in Europa, fu l'esperienza della Federterra. Essa infatti sembrò interpretare al meglio – secondo il giudizio di Renato Zangheri (1960, passim ) – la tendenza del sindacalismo italiano ad estendersi in senso classista, piuttosto che di mestiere o di settore, come ad esempio avveniva nello stesso momento – in condizioni, peraltro, assai diverse anche sul piano della struttura economica e del mercato del lavoro – in un paese come l'Inghilterra. Nata dal contrasto tra insoluti problemi dell'assetto economico, ed avanzare del processo produttivo, essa si era alimentata del nerbo del proletariato agricolo, emiliano e pugliese soprattutto, ma in talune zone vi aveva poi aderito il mezzadro ed il piccolo proprietario coltivatore, spinti ai margini della proletarizzazione (Zangheri 1960, p. XIX).

    Nei due casi forse più emblematici di articolazione federale, dunque, la struttura nominale del gruppo dirigente ripeteva pedissequamente quella confederale: organi della Federazione – secondo l'articolo 9 dello Statuto della Federterra – erano infatti il Congresso , il Consiglio generale , il Comitato esecutivo , il segretario generale . A quest'ultimo spettava di rappresentare la Federazione, assistere alle riunioni del Comitato esecutivo , del Consiglio generale , dei Congressi , di compiere tutte quelle funzioni d'indole tecnica ed amministrativa che gli fossero state assegnate da uno speciale regolamento (art. 10). Della Federazione, infine, facevano parte tutte le associazioni dei lavoratori della terra che avessero carattere di classe (art. 1) (Zangheri 1960, pp. 128-131).

    Quanto alla Fiom, che vide il problema dello Statuto oggetto di un ampio dibattito (Antonioli, Bezza 1978), l'elemento più significativo fu, anche da un punto di vista linguistico, l'introduzione del Comitato centrale . Assente tra gli organismi della Confederazione, esso era stato acquisito, nel Partito socialista, ancora una volta sul modello del precedente tedesco, dove – ancora non costituito il partito – era il Comitato centrale insediato permanentemente a Lipsia a svolgere il ruolo di coordinamento organizzativo dell'associazionismo operaio (Mehring 1861, p. 28). Di questa funzione lo Statuto della Federazione metallurgici riprendeva in pieno le implicazioni: stabiliva infatti all'articolo 20 che la Federazione era diretta ed amministrata da un Comitato centrale , che, appena nominato, doveva procedere all'elezione di un cassiere , di un segretario e di nove consiglieri , ed alla nomina di un vice-segretario contabile stipendiato, privo però di potere deliberativo in seno al Comitato stesso (Antonioli, Bezza 1978, p. 171). La relativa autonomia e superiorità dell'organo era poi assicurata dalla composizione chiusa ed autoreferenziale: i sette membri che ne facevano parte erano infatti eletti dalle sezioni che avevano sede nella città in cui avrebbe dovuto aver sede il Comitato . Tale caratterizzazione si esprimeva soprattutto nell'indirizzo delle istruzioni e delle direttive politiche dal Comitato centrale alle sezioni (come nel caso della Federazione nazionale delle Arti edilizie), o dal Comitato centrale al Comitato di sezione (Federazione italiana lavoratori del libro), o, ancora, dal Comitato centrale alle Leghe federate (Federazione italiana fra i lavoranti ceramisti, artigiani ed affini). Firmavano il segretario ed il presidente del Comitato : Raffaele Serrantoni e Giuseppe Zappa per i ceramisti, Ernesto Gondolo ed Emanuele Ferrari per i lavoratori del libro, per fare solo due esempi.

    Più in generale era il concetto di distanza a permeare tutto il meccanismo dell'organizzazione, definendosi nei diversi casi attraverso l'utilizzo di particolari codici formali di natura simbolica. L'esperienza sindacale appare in questo senso – già se ne è fatto cenno – un interessante terreno di problematizzazione del rapporto tra ricambio delle élites e loro cristallizzazione, proposto agli inizi del secolo dalla scienza costituzionale soprattutto italiana. Pur in chiave elitistica e da un punto di vista dichiaratamente conservatore, il modello teorizzato da Gaetano Mosca negli Elementi di scienza politica del 1895, anticipò largamente la questione di un tendenziale superamento del principio democratico anche nelle organizzazioni ed originariamente antisistema che egli osservava – e sulla scorta delle sue osservazioni soprattutto il Michels della Storia critica del movimento socialista in Italia , del 1911 – appunto nel Partito socialista. Postulata l'esistenza di una minoranza – la classe politica – che per particolari caratteristiche giunge a detenere il potere, Mosca (1994, p. XVII) indicava infatti nell' organizzazione “il complesso dei procedimenti adoperati dagli appartenenti alla classe superiore per mantenere la propria coesione ed esercitare il proprio dominio”. Non mancando di sottolineare come l'esercizio del dominio si basasse su di un riconoscimento di autorità significata attraverso una serie di riferimenti a valori e “credenze” riconosciute dalla comunità (Mosca 1994, p. XVIII). Superando quel certo genericismo che sussumeva l'insieme di tali meccanismi nella categoria di formula politica , sarebbe stato poi, nel 1922, Georg Rimmel, a precisare – studiandone le implicazioni simboliche – il rapporto comunicativo come veicolo di strutturazione delle asimmetrie di comando, aprendo la strada ad una lettura dei rapporti di potere tesa a disgelarne il contenuto di accettazione mediata. Analogo a quello del sovrano assoluto, analogo al caso del Re di Bali, studiato negli anni Settanta del Novecento da Clifford Geertz, anche per il leader di un'organizzazione che inquadrava un'iniziale partecipazione di massa alla politica, si configurava un apparato simbolico che ne definiva la distanza rispetto al resto degli aderenti all'organizzazione stessa, ed ancor più, ovviamente, ai non aderenti. Per fare solo due esempi: il resoconto stenografico del Congresso Fiom del 1901 descriveva il tavolo della Presidenza leggermente avanzato rispetto alla bandiera rossa spiegata a parete e distante dalla platea dei congressisti, indicando tra coloro che vi avevano preso posto i due segretari della Federazione (Antonioli, Bezza 1978, p. 279). Durante il Congresso fondativo della Cgdl, dopo la relazione di Verzi ed una serie di interventi, parlò – secondo la cronaca de “La Confederazione del Lavoro” – un contadino del quale si diceva come avesse semplicemente inneggiato alla grandezza del socialismo 26.

    Sigillo della connotazione al tempo stesso politico-rivendicativa e burocratico-istituzionale che la Confederazione acquisì all'origine, fu infine l'adesione di questa agli organi dello Stato attraverso la creazione di una rete di relazioni e di rapporti tra i principali dirigenti e quella serie di organi deliberativi e consultivi che segnarono l'ampliarsi della burocrazia e dell'alta amministrazione in età giolittiana. Fu in questo senso innanzitutto un'affinità generazionale e di formazione ad accostare molti degli intellettuali e degli esperti che avvicinarono la causa del movimento operaio a quel terreno di coltura dal quale emergeva nello stesso momento un riformismo liberale che avrebbe avuto la sua espressione maggiore nell'interventismo nittiano (Melis 2002, p. 17). L'esempio certamente più alto di sintesi tra marginalismo, riformismo e socialismo, fu quello offerto dal percorso di Giovanni Montemartini, capace di accostare nel proprio impegno teorico – come docente all'Università di Padova – e pratico – come presidente del Consiglio superiore del lavoro – i tratti dell' “impiegato ministeriale giolittiano” e del “socialista turatiano” (Cardini 2003, p. 222). Ma più in generale la rete di relazioni e di solidarietà si costruì su terreni assai più estesi ed articolati fino a disegnare una sorta di complementarità reciproca, ed anche sul piano linguistico – riteniamo – una più approfondita indagine comparativa tra le riviste che costituirono la palestra del dibattito teorico di inizio Novecento dimostrerebbe probabilmente una interessante affinità e la ricorrenza di non poche categorie lessicali.

    Tra gli organi consultivi creati dall'amministrazione statale, poi, fu soprattutto il Consiglio superiore del lavoro a proporsi come punto di contatto e di sviluppo di una politica già definibile come concertativa . Dall'angolo visuale di questo studio, l'individuazione di alcuni meccanismi di strutturazione dei codici formali sui quali si reggeva la rappresentatività sindacale al suo interno offre motivi di non scarso interesse proprio alla luce del rapporto – più sopra richiamato – tra dimensione interna ed esterna della vita della Confederazione. Istituito con legge n° 246 del 29 giugno 1902, il Consiglio superiore del lavoro si proponeva come un organismo di alto profilo, con funzioni di studio e proposta per le questioni di arbitrato nei rapporti tra padroni ed operai, e di legislazione in materia sociale e di lavoro. La macchinosa procedura di designazione prevista nella legge configurava un gruppo dirigente che cercava di mantenere in equilibrio le diverse componenti: esponenti del parlamento della burocrazia statale, rappresentanti di organizzazioni padronali ed operaie. Tuttavia, come è stato sottolineato, la prevalenza di rappresentanti della burocrazia e del parlamento sbilanciava tale equilibrio a sfavore della rappresentanza del mondo del lavoro propriamente intesa. I quarantatre membri erano infatti così ripartiti: tre senatori eletti dal senato e due deputati eletti dalla Camera per la durata della legislatura; quattro membri eletti dalle Camere di commercio; quattro dai Comizi agrari; tre eletti dalla Federazione italiana delle società di mutuo soccorso; tre eletti dalla Lega nazionale delle cooperative; due eletti dall'Associazione fra le banche popolari. Sette erano i membri di diritto: il direttore generale dell'Agricoltura, il direttore generale della Statistica, il direttore generale della Marina mercantile, il direttore dell'Industria e del commercio, il direttore del Credito e previdenza, il direttore dell'Ufficio del lavoro, il commissario generale all'emigrazione. Gli altri quattordici membri erano nominati con decreto regio su proposta del ministro di Agricoltura, industria e commercio: due scelti fra cultori delle discipline economiche e statistiche, cinque fra i produttori delle aziende agrarie, industriali e commerciali, due fra operai e capimastri delle miniere della Sicilia e della Sardegna, uno fra i lavoratori dei porti e del mare, quattro fra i contadini e gli operai. Anche sul piano delle scelte, lo sbilanciamento fu del resto confermato dai nomi che nel corso del tempo furono indicati a rappresentare il mondo del lavoro. Partito socialista e Cgdl designarono infatti quasi sempre dirigenti già molto affermati, provenienti in genere da esperienze di governo negli enti locali o dallo stesso parlamento: oltre a Turati, Ernesto Verzi, Ettore Rejna, Angiolo Cabrini, Enrico Mezzani; mutualismi della statura di Mario Abbiate, Francesco Beltrami, Agostino Ferrari; cooperativisti come Antonio Maffi, Gino Murialdi, Giuseppe Garibotti.

    Con tale caratterizzazione, la Cgdl aderiva dunque in pieno alla verticalizzazione delle strutture amministrative dello Stato: alimentando il ruolo di rappresentanza politica generale con cui era nata, ma aprendosi d'altra parte ad un ruolo tecnico che ne faceva di fatto uno dei gangli fondamentali dello stesso assetto statale. Sotto il primo rispetto furono l'alleanza tra Cgdl, Federazione delle società di mutuo soccorso e Lega nazionale delle cooperative, siglata il 23 novembre 1906, ed il convegno del 1907 che fissò i termini dei rapporti tra Confederazione e Partito socialista a segnare due tappe decisive: l'una all'insegna delle parole d'ordine resistenza , cooperazione , mutualità ; l'altro acquisendo il metodo delle conquiste graduali approvato dal “programma minimo” che aveva vinto il Congresso socialista di Roma del 1900 sotto o slogan della lotta positiva , quotidiana e pratica per le riforme . Quanto al secondo, la parallela attività del gruppo dirigente sindacale nel campo rivendicativo e nel campo istituzionale o para-istituzionale, conferiva alla Confederazione la natura di un organismo che dal terreno politico si spostava già nell'incerta zona della burocrazia e dell'alta amministrazione.

     

    L' “Arbeitergemeinschft” ed il sindacato-casa

    Se a livello verticale la Confederazione aveva nell'articolazione per rami d'industria il proprio schema organizzativo, la base della piramide rivestiva un ruolo non meno importante come punto di raccordo trasversale di tutti i comparti produttivi, e veicolo di penetrazione e radicamento sul territorio. Società di mutuo soccorso, dapprima, poi soprattutto Case del popolo e Camere del lavoro, rappresentarono le sedi in cui – dopo l'iniziale insorgenza in luoghi di ritrovo caratterizzati sin da principio in senso classista (mescite, osterie, birrerie, etc.) – il movimento operaio trovò il proprio posizionamento lungo tutta la penisola, pur con divergenze non trascurabili da una zona all'altra. L'articolo 2 dello Statuto prevedeva che la Confederazione fosse costituita “da tutte le organizzazioni aderenti alle Federazioni nazionali di mestiere, ed alle locali Camere del lavoro”.

    Dal punto di vista scelto in questo studio la considerazione dei luoghi ove il sindacato viveva concretamente ed operativamente offre spunti interessanti di riflessione alla luce della rilevata importanza che l' habitat , il luogo, il posto dove “fissa la propria dimora” ha per ogni comunità. Se la casa, l'abitazione, la struttura fisica ove l'individuo ed il gruppo si insediano non hanno la stessa importanza in tutte le società – in un'estensione di significato che può arrivare, nelle società più complesse, fino al vicinato, al quartiere, alla città stessa – è però unanimemente riconosciuto il valore decisivo che l'abitazione riveste in senso relazionale: luogo e supporto della vita familiare e comunitaria, ma anche oggetto culturale usato per contrassegnare lo spazio, per esprimere sentimenti, per connotare identità (Tosi 1991, p. 1).

    Il potere, insegna una riflessione sociologica che ha preso le mosse dalla Francia degli anni Settanta per raggiungere via via zone sempre più estese in senso geografico e disciplinare nel dibattito scientifico, insedia di se stesso i propri luoghi trasformandoli e conferendo loro sacralità.

    È partendo da questi luoghi simbolici dell'unità – ha scritto in questo senso René Girard – che nasce ogni forma religiosa, che il culto si stabilisce, che lo spazio si organizza, che una temporalità storica s'instaura, che una prima vita sociale si abbozza 27.

    Se in età contemporanea le grandi “centralità” del potere sono emerse – secondo lo stesso Girard (1972, p. 190) – intorno a poche relazioni significative determinate dall'avvento dei processi di industrializzazione, il panorama degli studi appare tuttavia condizionato, nel nostro paese, dal ritardo con cui tali processi si sono innescati. Nel suo volume sulla geografia del movimento operaio e socialista, Maurizio Degl'Innocenti (1983, p. 76) invitava in questo senso, anche in polemica con Ernesto Ragionieri, a problematizzare la questione di una presunta ruralità delle sedi, in particolare delle Case del popolo. Il richiamo appare tuttavia lontano, a tutt'oggi, dall'essere stato raccolto con la necessaria attenzione: non molti sono infatti, ancora, gli studi che con una certa organicità abbiano cercato di superare quei limiti che Luciano Li Causi, introducendo il suo studio sulla sezione comunista “Aldo Borri” di Siena, imputava all'antropologia – ed all'antropologia storica in particolare – qualificandoli come tribalismo e passatismo in riferimento alla tendenza a ricondurre certi presupposti di analisi delle società primitive a situazioni almeno per certi aspetti analoghe di arretratezza, rintracciabili nelle campagne meridionali. In taluni casi, d'altra parte, la dinamica di classe è stata nettamente sopravanzata dal quadro esterno: il ben noto studio di Maurizio Gribaudi su Torino, in particolare, è stato criticato appunto per una propensione apparsa alla fine eccessiva a ricostruire percorsi di integrazione del mondo operaio, in riferimento alla dimensione urbana e di quartiere, piuttosto che intorno al nodo della vita di fabbrica, e quindi ad una più nitida identità di classe. Anche se non può passare inosservato – lo si dice di passata e solo per rimettere all'attenzione un altro nodo problematico – che la dimensione industriale investì e compenetrò di sé l'intera struttura urbana, talché i nessi tra perimetro di fabbrica ed extra-moenia giungono ad essere difficilmente scindibili: il caso di Terni, divenuta intorno alle acciaierie, in pochi anni, un consistente centro industriale, da agricolo che era stato sino ad allora, appare per molti versi esemplare.

    Vero è oltretutto che nelle differenti tipologie la sede del sindacato e del Partito socialista – la Società di mutuo soccorso e la Casa del popolo, in particolare, più ancora della Camera del lavoro – non mancava di ricercarsi la dimensione di arbeitergemeinschaft – “comunità operaia” o più in generale “comunità del lavoro” – che ancora dalla Germania si era diffusa in tutta Europa. L'eredità dell'associazionismo democratico e radicale fine-ottocentesco, rivestì in questo senso un peso decisivo tanto nel preparare il terreno di coltura su cui si sarebbe innestato l'associazionismo operaio, quanto nel proporre dei modelli da utilizzare, così che ancora meritevole di un approfondimento ulteriore rimane il quesito – proposto ancora da Degl'Innocenti – sul rapporto tra identità specificamente classista dei circoli politici e loro predisposizione ad una sorta di “accoglienza trasversale” dei diversi contenuti del democraticismo popolare. Non pochi circoli e sezioni, infatti, assunsero ben presto anche la funzione di posti di ritrovo, di intrattenimento, con finalità ricreativo-educative; ed i due modelli di Casa del popolo esaminati dall'autore – quello mantovano di Romeo Romei e quello cremonese di Giuseppe Garibotti – si configuravano anch'essi come altrettanti tentativi di costruire una “famiglia sociale” tesa al recupero della comunità di villaggio ed impegnata in compiti di cooperazione e consumo, di educazione politica, di alfabetizzazione democratica, di ricreazione ed intrattenimento (Degl'Innocenti 1983, pp. 73-74).

    Tra gli altri Antonio Vergnanini (1903) aveva già sottolineato questo aspetto potenzialmente “totalizzante” della Casa del popolo – descrivendone i caratteri ed auspicandone la diffusione – su “La Giustizia” del 1903, in un passaggio che merita di essere riletto per intero.

    È alla cooperativa che si tengono le riunioni delle leghe – scriveva dunque il dirigente socialista – è là che si discutono gli interessi della classe lavoratrice, è alla cooperativa che la Camera del Lavoro invia ed affigge i propri avvisi, le sue comunicazioni; è alla cooperativa che si tengono conferenze, comizi pubblici, etc. La vita nuova del mondo proletario, in questo periodo di risveglio, va creandosi tutta una serie di centri, in cui si condensa e da cui irradia la giovane forza rigeneratrice. Sono i germi del futuro ordinamento sociale, gli embrioni dell'organismo avvenire, che si plasmano sotto la pressione dei fatti, e si preparano nell'atmosfera della lotta di classe, a diventare succursali della Camera del Lavoro: uffici del lavoro, Case del Popolo. Le cooperative di consumo delle nostre campagne non sono dunque più, né possono essere i deboli organismi artificiali di un giorno, ma laboratori del grandioso movimento proletario. Esse hanno trovato la loro ragion d'essere nella condizione dell'odierna lotta, nei bisogni emergenti delle nuove aspirazioni, e noi le vediamo moltiplicarsi e rafforzarsi con promettente e spontaneo impeto di vigore. Ma una difficoltà al moltiplicarsi delle cooperative viene dalla mancanza di locali allo scopo […]. Si tratta di sospingere la pesante armata della previdenza – tarda ed indolente – in mezzo al movimento moderno: avvicinandola alla cooperazione e resistenza, svecchiandola e chiamandola a corrispondere alle esigenze dei tempi nuovi […]. Ogni villaggio – coordinando così le varie forme di organizzazioni operaie – potrà avere la sua Casa del Popolo: con sale di riunioni, uffici, teatri, esercizi pubblici, farmacie, cooperative di lavoro e produzione, depositi di materiale per l'agricoltura, etc.

    Lo sviluppo delle Case del popolo, che seguì il ritmo di una apertura liberale e classista a livello europeo – fu dunque tappa fondamentale nella costruzione di quell'universo economico-politico e socio-culturale che avrebbe segnato in profondità il quindicennio giolittiano, convergendo con le altre componenti a dotare di gambe robuste il movimento operaio italiano. Esemplare appare in questo senso – per prendere solo uno dei casi possibili – la forza e la bellezza della Casa del popolo di Crocemosso, descritta nel 1911, dal segretario della Lega Tessile delle valli Strona e Ponzone, con parole adattabili a molti casi nel reticolo dell'associazionismo centro-settentrionale.

    È una delle migliori d'Italia per vastità ed eleganza. Sorge maestosa e bella nel quadrivio della strada provinciale Borgosessa-Biella-Varalli, in territorio di Crocemosso, a cavaliere delle due industriose vallate dello Strona e del Ponzone. È un ampio ed elegante caseggiato attorniato dai lati della strada di un lungo e vasto terrazzo con balaustra, che dà alla casa un aspetto signorile ed artistico, e a sud da uno spazioso cortile-piazzale. In essa trovano comoda, degna e bella sede le diverse associazioni proletarie del mandamento di Mosso e dintorni, quali la Lega Tessile delle valli Strona e Ponzone, forte di oltre duemila soci proprietari della Casa; l'Unione Tessile delle valli Strona-Ponzone e Tessera; la Società di Mutuo Soccorso per tessitori ed operai di Crocemosso, che dispone di una ricca e pregiata biblioteca; l'ufficio amministrativo della Federazione delle Cooperative di consumo; la sezione socialista; i café-ristorante cooperativo con alloggio; la biblioteca per il popolo; la Filodrammatica etc. Havvi pure un vasto, moderno, elegante salone per il teatro della Casa del Popolo; nel quale tengono le assemblee generali le diverse organizzazioni e si danno settimanalmente spettacoli di musica, canto, rappresentazioni teatrali, cinematografiche e e conferenze con grande vantaggio finanziario della bella istituzione, godimento ricreativo ed intellettuale, giovamento morale, istruttivo ed educativo di quelle operose, civili e forti popolazioni 28.

    La Casa del popolo di Crocemosso dopo l'inaugurazione.

     

    A compiti di istruzione ed alfabetizzazione, ed insieme di socializzazione e ricreazione, le strutture sindacali non mancarono di dare il loro contributo. Corsi di legislazione sociale, in particolare, ma anche di avviamento all'organizzazione ed alla propaganda, erano organizzati anche in Camere del lavoro relativamente meno importanti come quella di Monza, che proprio nel gennaio 1907 annunciava l'allestimento di corsi di istruzione popolare, per il costo di cinquanta centesimi annui e con il sostegno della locale Università popolare e l'appoggio della biblioteca della Camera del lavoro, con il seguente elenco di temi ed oratori:

    •  alla conquista del tesoro (Annibale Braglio);

    •  malattie professionali (Giuseppe Cerboni);

    •  i cinque continenti (Silvio Manfredi);

    •  fisiologia del lavoro (Gianpietro Marini);

    •  la cooperazione (Massimo Samoggia);

    •  fisica e chimica elementare (Carlo Scaini);

    •  i sette padroni d'Italia (Vittorio Gottardi);

    •  lo Stato e l'officina (Ettore Rejna);

    •  la teoria di Darwin (Annibale Braglio);

    •  igiene della maternità e del bambino (Giselda Trebbia);

    •  la corrispondenza d'ogni giorno (Luigi Benda) 29.

    Quanto all'attività ricreativa, essa era diffusa in forme diverse generalmente riconducibili ad eventi fondativi del calendario che la cultura operaia andava costruendo. L'inaugurazione dei nuovi locali delle Cooperative milanesi, in via Maddalena 17, ad esempio, poteva essere occasione per un discorso ufficiale celebrativo, cui generalmente seguiva un wermouth d'onore ed un pranzo durante il quale si richiamavano i sentimenti di solidarietà e di aiuto reciproco che avrebbero dovuto informare i rapporti tra i soci 30. Allo stesso modo l'inaugurazione della Casa del popolo di Crocemosso, avvenuta nei giorni 30 aprile e 1° maggio 1911, era riuscita, secondo la cronaca che ne faceva il “Corriere biellese”, “di una solennità imponente e commovente”.

    Le rappresentanze delle associazioni, delle cooperative, dei circoli aderenti nel bel numero di 120, delle quali una sessantina con bandiera, cominciarono ad arrivare sin dalle otto del mattino, ricevute dal Comitato dei festeggiamenti sull'ampio terrazzo ove venivano offerti wermouth e rinfreschi dal conduttore del caffè-ristorante ccoperativo, con un servizio inappuntabile[…]Verso le 11, popola sfilata per le vie del paese di Crocemosso, fu inaugurata la Casa del Popolo. Parlarono brevemente il segretario della Lega Tessile proprietaria della Casa del Popolo, Lanfranco Abate, il segretario della Camera del Lavoro Arnolfo Lena, l'Onorevole Giuseppe Canepa, Deputato per Genova e direttore del giornale socialista “Il Lavoro”, che dichiarò inaugurata la Casa del Popolo delle valli Strona e Ponzone[…]Un giorno di festa grande, reso indimenticabile dalla presenza di circa 400 convenuti al pranzo, dalle Filarmoniche di Vallemosso, Crocemosso, Cossato, intervenute per rallegrare la magnifica festa; da un banco di beneficenza grandioso, sul quale fiammeggiavano, tra i preziosi ed artistici doni, due migliaia di garofani rossi, dono gentile inviato da una incognita compagna di Ospedaletto Ligure; da una fiumana di popolo 31.

    Istituito dal Congresso parigino del 1889 – che aveva dato vita alla Seconda Internazionale – il 1° maggio fu, del calendario operaio, la data simbolo, sovrapponendo, all'originario contenuto rivendicativo, implicazioni di riconoscimento identitario, e sfociando infine nel senso più profondo e primitivo della festa. Il problema di uno snaturamento da giornata di lotta a giornata di festa fu anzi al centro di un dibattito che impegnò, agli inizi del secolo, la stampa operaia e socialista, non mancando di interessare anche alcuni tra i più attenti osservatori di parte borghese. In generale, comunque, l'opinione che ha ricondotto ad una unità e molteplicità di significati – politici ma anche festivi, di svago e legittimazione, riconoscimento ed autocelebrazione – il 1° maggio, appare corretta, ed in più di un esempio si ha conferma della difficoltà di sciogliere la complessità dei risvolti in una sola direzione interpretativa. È indubbio, in questo senso, che lo sforzo di connotarlo politicamente fosse proprio di pubblicazioni ove si denunciava la tendenza ancora troppo presente a considerare il 1° maggio come una giornata di baldoria o una festa patriottica. Laddove al contrario – affermava ad esempio “Il Villano”, opuscolo pubblicato nel 1904 dalla “Biblioteca di propaganda socialista” – esso era da considerarsi giornata sacra agli ideali di giustizia sociale, manifestazione di fede nell'avvento del socialismo, “episodio della lotta che si svolge incessante tra chi comanda e chi è comandato”. Ma non meno presente fu il senso della festa, della rottura dell'ordine e del recupero di un tempo primitivo di pace e solidarietà, anche nella semplice sfilata con la fanfara con cui i minatori di Tatti, nel grossetano, avevano festeggiato il loro 1° maggio ripromettendosi di combattere insieme le future battaglie per un avvenire migliore, o in quel numero unico distribuito a Firenze per il 1° maggio 1892 aperto dall'antica maggiolata toscana Ben venga maggio! , quasi un annuncio di una civiltà imminente, quella del lavoro libero e fraterno 32.

    Era a questa prospettiva, in effetti, che il mondo del socialismo italiano, ed al suo interno quello sindacale, si ispirava nel definire, a cavallo tra Otto e Novecento, i propri confini ideologici, i propri codici identitari e simbolici, il proprio senso comune. Prospettiva, come si vede, assai più vicina all'utopismo bucali e ruralistico del laburismo inglese (non trascurabili, non a caso, i legami di un artista “organico” come Gabriele Galantara con il movimento inglese “Arts and Crafts”), che non ai contenuti modernizzanti dello scientismo e dell'industrialismo. Ratificata nel Congresso socialista di Parma del 1895, l'adesione su base individuale fu sancita per il sindacato sin dalla fondazione. La prima tessera – che pure manteneva un certo squilibrio localistico (era promossa dalla Camera del lavoro di Milano – segnò la definitiva affermazione del movimento a livello nazionale. Stampata nel 1913, essa compendiava tutti i simboli del lavoro e della nuova società: il lavoratore, e sullo sfondo il paesaggio industriale accanto a quello agrario, i simboli dei campi con quelli delle officine.

     

    Tessera Cgdl 1913.

     




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