Andrea Ragusa
Percorsi e biografie nella storia del movimento operaio.
41° Conferenza internazionale degli storici del lavoro e del movimento operaio
Linz 15-18 settembre 2005 Derivante dal greco πρόσωπον (=faccia, maschera, persona), la prosopografica viene definita dal vocabolario della lingua italiana Treccani come ? Descrizione del volto, e, in genere, dell'aspetto esteriore, della figura di una persona?, e, per estensione, come ? raccolta di notizie su personaggi di un'epoca per lo più disposti in ordine alfabetico, e come ? studio delle caratteristiche comuni ad un gruppo di personaggi storici, circoscritto cronologicamente, condotto come ricerca storiografica (specie con riguardo ad istituzioni antiche, greche o romane) a partire da una raccolta di dati di questo genere?.
L' Oxford English Dictionary fornisce una indicazione quasi identica, solo mettendo l'accento sul percorso individuale senza alcun cenno all'identità collettiva.
Su questi due binari, strettamente connessi e per più aspetti complementari, la storiografia italiana ed internazionale si è mossa con prontezza sin dalla fase di ricostruzione, nell'immediato secondo dopoguerra, consolidando un'attenzione al genere biografico che ne ha precisato l'autonomia e lo statuto scientifico, e perfezionato i criteri metodologici. Le grandi biografie hanno conquistato così un posto di primo piano segnando spesso in modo significativo il percorso di crescita ed affermazione di alcuni tra i grandi maestri della storiografia del nostro tempo: citare il caso del Cavour di Rosario Romeo, o del rapporto di simbiosi che ha progressivamente avvicinato Renzo De Felice a Mussolini, sembra in questo senso quasi pleonastico. L'incidenza del dato ideologico ha caratterizzato d'altra parte alcuni tra gli sforzi maggiori di ?biografie di partito?: il Togliatti degli anni Settanta, presentato da un committente come gli Editori Riuniti ? casa editrice ufficiale del Partito comunista italiano ? e cresciuto in vari volumi per iniziativa personale, dapprima, poi sulla scorta delle indicazioni e dei materiali lasciati da un intellettuale organico come Ernesto Ragionieri, ne è forse l'esempio più significativo. Quasi un contraltare, tra l'altro, al Gramsci ?originale? che negli stessi anni veniva studiato da un altro esponente dell'ortodossia marxista come Valentino Gerratana, ma da una tribuna ? le edizioni Einaudi ? più distaccata e già protagonista del reinserimento del pensiero gramsciano nella cultura nazionale con la versione tematica degli anni Cinquanta. L'attuale maggiore laicizzazione della storiografia politica, cui ha contribuito in misura non trascurabile la fine dell'esperienza dei partiti di massa, ha infine sollecitato una valutazione scientificamente molto analitica, in qualche caso articolata in pubblicazioni progressive di singoli spezzoni documentari, come è per il caso dei numerosi volumi Lacaita dedicati alla figura ed al patrimonio di riflessione di Filippo Turati dall'importante lavoro di ricerca e pubblicazione promosso ormai da molti anni dall'omonima Fondazione di studi storici di Firenze.
Più lento e difficoltoso è stato il cammino della biografia collettiva, anche per il problematico rapporto ? che vi è sotteso ? tra storia e sociologia, che solo negli ultimi anni sembra avvicinarsi al traguardo auspicato nei primi anni Ottanta dallo storico inglese Peter Burke: di una sorta di sintesi, cioè, tra le due discipline, che possa combinare il senso profondo delle strutture tipico del sociologo, con l'analogo senso del mutamento, tipico dello storico ( Ferrarotti 1985, p. 43).
Eppure proprio la fotografia d'insieme sembra consentire meglio del profilo individuale di problematizzare con nettezza i nessi tra estrinsecità del quadro storico ed incidenza della singola personalità. Superando, infatti, il rischio e la tentazione dell' histoire bataille e dell' histoire evenementielle , la biografia rileva infatti il peso avuto nella storia dalla creatività e dall'iniziativa umana, ma ad un livello al tempo stesso depotenziato (perché evita la biografia ?mostruosa?) e più esteso in senso quantitativo ed orizzontale 1. Ove poi si considerino i grandi movimenti collettivi, le organizzazioni di massa che hanno attraversato la storia in profondità, occorre pure tener presente la duplicità di piani di lettura cui Alceo Riosa accennava già nel 1983 introducendo il seminario su ?biografia e storiografia? organizzato dalla Fondazione Giacomo Brodoloni : tra masse, cioè, e singole personalità o leader, in cui si traduce poi il rapporto ? ancor più complesso ? tra spontaneità ed organizzazione. ?Non si vede perché ? affermava infatti lo storico milanese ? il biografo non debba rivolgere la propria attenzione anche a coloro che magari in un solo episodio hanno assunto un ruolo dirigente per poi ricadere per il resto della loro esistenza nell'anonimato?. E soggiungeva, con un significativo riferimento al dizionario biografico del movimento operaio francese voluto, impostato e diretto da Jean Maitron, che in un contesto così definito ?L e linee di demarcazione tra masse, forze collettive, da un lato, ed individualità, dall'altro, sfumano alquanto, fino a rendere assai incerti i contorni della biografia? (Riosa 1983, p. 13).
E forse, si potrebbe chiosare in maniera interrogativa, anche la valutazione dell'incidenza reale degli agenti storici: l'individuo protagonista sul corso degli eventi, la storia sugli uomini che la attraversano.
Quasi un tentativo di bilancio problematico ? un quadro delle varie e diverse implicazioni metodologiche connesse al genere biografico, con una specifica attenzione, appunto, ai Dizionari ? è stato il dibattito svoltosi nel corso della 41 a conferenza degli storici del lavoro e del movimento operaio tenutasi dal 15 al 18 settembre 2005 a Linz, sotto il patrocinio della Camera del lavoro dell'Austria superiore. Ospitati ? come è ormai consueto ? nella struttura dello ?Jägermayrhof? ? edificio che non nasconde, nonostante l'acquisizione ad un'importante organizzazione sindacale nel secondo dopoguerra, una matrice architettonica tipicamente nazionalsocialista ? i lavori hanno segnato un ulteriore passo in avanti sulla strada di una sempre maggiore deideologizzazione di un evento che ? nato nel 1964 come occasione di incontro e contatto tra storici del movimento operaio di provenienza diversa al di sopra della ?cortina di ferro? ? si è nel tempo istituzionalizzato acquisendo del pari una caratterizzazione scientifica sempre più precisa ed importante. Ne è parsa una riprova significativa anche la premiazione ? seguita all'apertura del convegno fatta durante la prima serata dai responsabili dell'organizzazione, alla presenza di storici della locale università e del Sindaco della città di Linz Franz Dobusch ? di alcune monografie presentate da giovani studiosi europei al concorso bandito dalla ?Herbert Steiner? Stiftung per ricerche sull'antifascismo, l'esilio, la storia del movimento operaio: quella di Barbara Wiesinger sul ruolo delle donne nella resistenza jugoslava (? ?denn die Freiheit kommt nicht von alleino?. Frauen im jugoslawischen ?Volksbefreiungskrieg? 1941-1945 ); quello di Ralph Gabriel su condizioni igieniche e distretti sanitari nei campi di concentramento ( Sanitätshygienische und medizinische Ambitionen als Bauaufgabe. Morphologie und Topographie des Krankenreviers im ehemaligen Konzentrationslager Sachsenhausen ); la biografia del dirigente antifascista Karl Motesiczky, scritta da Cristiane Rothländer; quello di Wolfgang Stadler sui tribunali popolari viennesi tra il 1945 ed il 1955 ( ??Juristisch bin ich nicht zu fassen?. Die Verfahern des Volksgerichts Wien gegen Richter und Staatsanwälte 1945-1955 ).
Sul piano tematico e metodologico la Conferenza di quest'anno, dedicata, come si è detto, a biografie collettive e prosopografica nella storia del movimento operaio, ha rappresentato in certo modo una continuazione ed uno sviluppo di una precedente iniziativa promossa ancora dalla Fondazione ?Giacomo Brodoloni? di Milano nel 1984, sotto forma di seminario dedicato a Storie individuali e movimenti collettivi: i dizionari biografici del movimento operaio , organizzato allora con la collaborazione dell'Istituto di diritto del lavoro dell'Università del capoluogo lombardo, e della Fondazione ?Giangiacomo Feltrinelli?: ora come allora presenti alcuni coordinatori e co-editori dei grandi dizionari biografici europei del movimento operaio ? Feliks Tych per la Polonia, Claude Pennetier per la Francia, Janos Jemnitz per l'Ungheria ? ora come allora, in agenda alcuni dei temi più rilevanti della storiografia su movimento operaio, percorsi individuali, esperienze collettive. Anche il programma presentava non trascurabili analogie, soprattutto nell'articolazione topografica scelta: con la Francia in posizione preminente, accanto all'importante novità degli studi generazionali sulla socialdemocrazia tedesca, e gli interessanti casi del movimento operaio polacco e della sinistra argentina.
Il Dizionario ?Maitron? ? come familiarmente viene chiamata l'opera giunta, tra il 1962 ed il 2004, alla mole gigantesca di 57 volumi (44 relativi alla Francia, 3 di impostazione tematica e 10 di respiro internazionale) ? rimane la pietra di paragone per ogni altro esperimento dello stesso genere, ed è stato infatti proprio Claude Pennetier a parlarne nella prima relazione mettendo sul tappeto già gran parte dei problemi successivamente discussi. Il ?Maitron? ? nato dall'attenzione, originata nello studioso francese anche da motivazioni di ordine affettivo (il ricordo del nonno Simon, comunardo, e del padre Marius, socialista e poi comunista, sindacalista, massone e cooperatore), per i percorsi dei militanti, sino ad allora trascurati dalla storiografia ? costituì, nei primi anni Sessanta, un importante sforzo di apertura alla sociologia storica ed alla socio-biografia. Vi era alla base la convinzione ? confermata dall'autore in prima persona ? che il militante fosse, come in generale l'uomo, ciò che vi è di fondamentale nella società, ben prima delle ideologie e degli ideologi, e proprio nel suo sforzo elementare di guidare altri uomini verso la conquista della propria emancipazione e dignità (Giagnotti 1988, p. 22). Il Dizionario puntava così a tratteggiare il movimento operaio ?dal basso?, dando spazio a coloro che anche solo per un momento avessero combattuto, per poi ricadere nel silenzio, piuttosto che ai dirigenti sindacali o di partito. Anche se poi, richiamando l'elemento della continuità nella lotta come elemento imprescindibile alla possibile considerazione ed al rilievo di una singola figura, il ?Maitron? ha finito per ricadere entro certi limiti nella tendenza istituzionale che ha caratterizzato la storiografia sul movimento operaio almeno fino agli anni Settanta.
È pur vero, comunque, che il Dictionnaire biographique du mouvement ouvrier français (questo il titolo per esteso dell'opera) copre il periodo 1789-1939 con più di 100.000 schede, e che ad esso si accosta il progetto di Dictionnaire biographique, mouvement ouvrier, mouvement social , relativo al trentennio 1940-1968, che si implementerà in una dozzina di volumi tra il 2005 ed il 2012. In entrambe le collezioni il metodo prosopografico ? come costruzione del sistema di relazioni tra le biografie individuali ? si rivela il metodo più efficace per far emergere, al di là dei tratti comuni facilmente individuabili, i fattori discriminanti che spiegano la diversità dell'impegno, delle abitudini, dei comportamenti, parallelamente, del resto, ad una serie di studi sulle elites che tra gli anni Settanta ed Ottanta hanno sviluppato in Francia un'attenzione specifica alla ?fotografia d'insieme?, fino all'avvio di un progetto, promosso dopo il 1979 dall' ?Institut d'Histoire moderne et contemporaine?, di prosopografica generale delle elites francesi. Rispetto alle quali, tradizionali e quindi pienamente identificabili da un punto di vista socio-economico, professionale e territoriale, le élites del movimento operaio pongono semmai problemi di ordine diverso: non soltanto per la loro estraneità al sistema, e la loro conseguente delegittimazione (e non a caso risultano escluse dal progetto), ma anche e soprattutto perché proprio questa estraneità determina una carenza di informazioni biografiche, genealogiche, socio-economiche.
Quali sono, allora, le notizie rilevanti, gli elementi importanti, il filo conduttore da ricercare nella vita di un militante del movimento operaio? La relazione di Pennetier ha fornito, se non una risposta esaustiva, perlomeno alcune suggestioni problematiche che hanno orientato in larga parte anche dizionari nati in condizioni politiche ed istituzionali molto diverse ? come quello polacco esaminato da Feliks Tych ? o per certi aspetti ?minori? come quello della sinistra argentina diretto da Horacio Tarcus, che raccoglie 500 biografie per un periodo che va dal 1870 agli anni Sessanta e Settanta del XX secolo. Gli indicatori che lo storico francese ha proposto sono infatti riconducibili ad una griglia interpretativa che da un lato investe terreni di analisi propriamente sociologici, ma dall'altro riapre il complesso problema dei percorsi di formazione degli individui e dei gruppi che un'ampia letteratura ha definito con un'attenzione particolare, anche in Francia, al rapporto generazionale ed ai luoghi di sociabilità. Si pensi alla scolarizzazione, cui Pennetier accennava già nel 1984: essa gioca un ruolo di particolare rilievo non solo come prima occasione d'incontro, per molti militanti, con un'ideologia repubblicana e laica, ma anche per l'incidenza discriminante che il ?capitale di scolarizzazione? porta nei processi di selezione dei gruppi dirigenti e di accesso ai posti di responsabilità. Altri, poi, se ne aggiungono, che consentono di contesualizzare tali processi nell'evoluzione della società e dello Stato: la collocazione professionale, l'ambiente di lavoro, ma anche, ad esempio, l'ambiente e le condizioni abitative, lo stato civile e la situazione matrimoniale. Con la necessaria precisazione ? fatta da Tych nel dibattito seguito alla prima sessione dei lavori ? che ogni tipologia di movimento e leadership riflette appieno le condizioni istituzionali e socio-economiche del paese in cui si sviluppa: l'evoluzione di quello polacco fino alla nascita di ?Solidarnosc? ne è una riprova esemplare, così come il problema ? sollevato ancora da Pennetier in riferimento al dizionario biografico dell'Internazionale comunista in America Latina ( La Internacional comunista y America Latina 1919-1943 Diccionario biográfico , curato da Lazar Jeifets, Victor Jeifets e Peter Huber per conto dell'Istituto Latinoamericano dell'Accademia delle scienze di Mosca e dell'Istituto per la storia del comunismo di Ginevra), di cui ha parlato Klaus Meschkat ? di capire se sia stata la distanza geografica o il presunto minor rilievo nelle strategie e negli equilibri internazionali ad aver reso molto meno dura e quantitativamente meno estesa la repressione italiana sul comunismo sudamericano.
Differenze funzionali e geografiche ? o addirittura etnico-religiose ? sono emerse del resto nei quadri tracciati da Patricia Toucas Truyen per il cooperativismo francese, e per l'ebraismo socialista in Russia da Claudie Weill. Il lavoro della Toucas-Truyen, ispirato alla monografia pubblicata nel 2003 dalle Editions de l'Atelier ed intitolata a Les coopérateurs, deux siécles de pratiques coopératives , raccoglie 230 profili di cooperatori francesi appartenenti a tutte le articolazioni dell'organizzazione: cooperative di consumo, cooperative operaie di produzione, cooperative agricole, cooperativismo bancario, commerciale, scolastico, artigianale, marittimo? In effetti, come ha precisato la studiosa parigina nel proprio intervento, oltre all'origine geografica, sociale e familiare, l'indagine sul cooperativismo francese ha dovuto ricomporre le traiettorie diversificate dello scontro tra posizioni politiche, le rivalità tra organizzazioni per l'allargamento del proprio spazio di rappresentanza, oltre, naturalmente, ai limiti con cui si scontra la ricerca per le difficoltà di reperire dati, testimonianze, informazioni, non ultimo per una certa ritrosia dei protagonisti stessi. Ancora diverso, e per certi aspetti più complesso, è il caso del giudaismo russo, perché il tema appare gravato da apriorismi, di cui occorre continuamente verificare la validità, cui Claudie Weill ha fatto cenno pur scegliendo, a ragione, di non ripercorrere i temi dell'antisemitismo staliniano, oggi frequentati in chiave polemica da un certo revisionismo militante. In effetti, oltre alla centralità problematica di una categoria come l'antisemitismo, è soprattutto il fatto che la scomunica lanciata contro il bolscevismo ebraico ? segmento significativo della società russa ? continui a fare del comunismo sovietico un elemento estraneo e per così dire ?importato? rispetto ad essa. La possibilità di avvalersi di testimonianze e documenti soggettivi, prodotti dagli stessi militanti, consente allora piuttosto ? operando uno spostamento di prospettiva comunque interessante ? di valutare la percezione che essi avevano del loro ebraismo. Oltre al rapporto con la religione, la lingua e la nazione, non a caso, si considerano, nell'identificazione del militante rivoluzionario ebreo, anche elementi diversi della definizione identitaria come il nome ed il fenotipo, ed all'inverso ? in maniera, a dire il vero, un po' paradossale ? non si considerano quei militanti socialisti per i quali la causa dell'emancipazione della minoranza ebraica facesse parte integrante delle motivazioni del loro impegno perché ciò testimonierebbe già di per sé un rapporto immediato con l'identità giudaica.
Il dato generazionale rileva invece come indicatore principale negli studi sul movimento operaio condotti in Germania, anche se le indicazioni metodologiche proposte in origine dalla sociologia di Karl Mannheim hanno poi avuto proprio in Francia il seguito più ampio, con una scelta che ? a partire dalla strada aperta dal gruppo di storici che anima, dal 1984, la rivista ?Vingtiéme siécle? ? privilegia il quadro d'insieme sul lungo periodo imperniato sulle fratture generazionali decisive: siano esse guerre (la generazione della prima guerra mondiale, della seconda, dell'Algeria, del Vietnam?) o eventi di trasformazione socio-economica (i baby-boomers ) o politica (il Sessantotto) 2. Klaus Tenfelde ha applicato questo modello all'evoluzione dei gruppi dirigenti della Spd, individuando una prima effervescenza generazionale tra la fondazione del partito e gli anni Trenta, una generazione ?Ebert? nel periodo di Weimar, un processo di ?normalizzazione? nello sviluppo della leadership socialdemocratica nel secondo dopoguerra. Non mancando di sottolineare, in questa normalizzazione, i momenti di rottura rappresentati da Bad Godesberg ed, anche in Germania, dal Sessantotto. Gli interventi degli altri studiosi tedeschi sono apparsi sottesi, peraltro, da un intento prevalente di impostazione metodologica e perfino organizzativa, tesi in altri termini a rispondere alla domanda: come si costruisce un dizionario biografico? che non a presentare dei processi già compiuti, probabilmente anche in ragione di difficoltà non ancora superate nell'accostare la storia ? come auspicato nella propria relazione da Jurgen Mittag ? alla sociologia, alla psicologia, alla politologia, in generale alle scienze sociali. Così è stato per il profilo del gruppo spartachista tracciato da Ottokar Luban ? articolato intorno ad una griglia di domande inerenti la tipologia della militanza (adesione, membership , semplice vicinanza ideale) ed il ruolo svolto nell'organizzazione ? così per il ritratto dei 2.700 esponenti socialdemocratici che avessero avuto cariche elettive, fatto dallo stesso Mittag, assai vicino a contributi più classici di impianto politologico o di sociologia dell'organizzazione.
L'idea di una burocratizzazione dei rapporti interni, cui si lega l'ampio e complesso tema del rapporto tra conservazione ed innovazione delle élites , ha percorso comunque tutto lo spettro dei contributi presentati, riannodando molteplici fili problematici intorno alla domanda originariamente posta proprio in sede sociologica, sulle modalità di formazione, consolidamento e trasformazione delle leadership , nella quale si traduce infine, a guardar bene, il più generale interrogativo sulla reale democraticità della società contemporanea. Il concetto di biocrazia , proposto da Bernard Pudal per sintetizzare al complessità dei processi di cambiamento, e la tendenza conservatrice che sembrerebbe sottendere in maniera così significativa anche un'organizzazione idealmente tanto orientata ad obiettivi egualitari come il Partito comunista (in questo caso quello francese) ha riproposto la questione in tutta la sua importanza, oltre a sollecitare una riconsiderazione ? in una nuova e diversa prospettiva ? dell'irrisolto quesito sulla diffusione del comunismo così massiccia ed imponente ? contro la previsione di Marx ? in paesi rimasti a lungo inchiodati a situazioni di arretratezza economica e sociale e di relativa immaturità politica. Come avvenuto in Italia, del resto, dove tra il 1943 ed il 1945 l'impianto della democrazia repubblicana si sorresse sulla penetrazione capillare di grandi partiti di massa poggianti su culture politiche ed apparati progettuali ma anche simbolici a forte incidenza teleologica. Anche per questo ? oltre ché, naturalmente, per la presenza, nel nostro paese, di un importante dizionario biografico del movimento operaio 3 ? è apparsa un po' sorprendente l'assenza di un intervento sulla situazione esistente in materia nella storiografia del nostro paese. Nella quale ? visti anche gli importanti risultati fioriti negli ultimissimi anni 4 ? l'applicazione del metodo prosopografico per la realizzazione di un quadro complessivo degli elementi che hanno contribuito a sviluppare le diverse segmentazioni delle culture politiche nel secondo dopoguerra, appare quanto mai auspicabile.