N. 8 - Novembre 2005


ISSN 1720-190X





Monica Foggia

Alcune note a margine del convegno Verso il formarsi di una cultura nazionale: il ruolo delle periferie nell'Italia post-risorgimentale
Imola, 25-26 ottobre 2005

Il 25 ed il 26 ottobre si è tenuto ad Imola, nella elegante cornice di palazzo Sersanti, un convegno di grande interesse sul ruolo esercitato dalle periferie nella costruzione di una cultura nazionale nel periodo immediatamente successivo al Risorgimento. L'incontro è stato organizzato dal Centro studi di Storia del lavoro, nato nel 1995 nell'ambito delle iniziative di promozione culturale della Fondazione della Cassa di risparmio di Imola, con il compito di svolgere una funzione di coordinamento per gli studiosi interessati all'approfondimento delle dinamiche storiche del lavoro, calate nel concreto delle connessioni politiche, sociali, economiche e culturali delle aree territoriali specifiche in cui esse si possono ascrivere.

 

Al convegno hanno preso parte nomi illustri del panorama culturale italiano ed europeo, a cominciare da Giuseppe Galasso, che è intervenuto sul tema del ruolo e della formazione di una nuova cultura nell'Italia post-risorgimentale. Per Galasso, all'indomani dell'Unità d'Italia il paese passò una fase culturalmente molto travagliata ma in cui, tuttavia, si può riconoscere una netta predominanza della corrente positivista. Non c'è dubbio, infatti, che con l'avvento delle dottrine positiviste – considerate nel loro complesso e differenziate dalla cosiddetta “biologia razziale” – si verificò un cambiamento che mandò in crisi l'esemplarità del modello borghese che aveva sostenuto gli ideali morali dei patrioti e l'educazione politica della nazione, che proprio su quel modello era fondata. Anche la generazione positivista era borghese, ma l'avvento delle scienze sociali e della nuova cultura scientifica operò in modo tale da provocare un allontanamento dai valori ufficiali e, paradossalmente, dalla borghesia stessa. Galasso mette inoltre in evidenza il condizionamento che il positivismo esercitò sull'allora nascente socialismo: ne è un esempio proprio Filippo Turati che si era formato nell'ambito della democrazia risorgimentale ed aveva fortemente subito l'influsso filosofico di Ardigò. L'adesione di Turati al marxismo non significava però una rottura con i principi del positivismo. Turati, infatti, sosteneva che il socialismo doveva considerarsi determinato dalle nuove dottrine politiche, filosofiche e sociologiche riassumibili nelle teorie di Darwin e di Spencer. Ma – continua Galasso – la cultura positivista che aveva condizionato il liberalismo della destra storica e, grazie al fenomeno del trasformismo, anche quello della sinistra, e che aveva influenzato il socialismo di Turati, era arrivato in qualche modo a sfiorare persino il cattolicesimo politico, ponendosi addirittura come una sorta di un trait-d'union che lo congiunge alla scoperta di una “questione sociale”, scoperta che ha preceduto quella altrettanto importante della “questione meridionale”. Cattolicesimo politico e socialismo – conclude Galasso – servirono ad ampliare la funzione della nazionalizzazione della cultura italiana, integrando le periferie fino a potenziarle: le correnti culturali italiane uscirono così rafforzate dal periodo post-unitario.

 

Il rapporto fra politica e amministrazione ha costituito il nucleo centrale intorno al quale si sono sviluppati gli interventi di Guido Melis e Roberto Balzani.

Tra il 1861 e i primi decenni del nuovo secolo una rosa eterogenea di professionalità si reinventò e ricevette ospitalità – sia pure con svariate modalità e in tempi diversi – nelle strutture amministrative statali: sono le vicende di tanti statistici, medici, geografi, bibliotecari che, assunti nella amministrazione pubblica, vi trovarono un ambiente adeguato in cui perfezionare le loro competenze e le loro capacità tecniche. La funzione di questi impiegati si modificò quasi in parallelo con il variare delle attività statali: a partire dall'adempimento dei più elementari compiti assegnati dallo Stato ottocentesco, fino ai nuovi doveri legati alla comparsa dei grandi servizi pubblici e alle attività che l'amministrazione è chiamata a svolgere nei campi e nelle materie sempre più varie dello Stato unitario. Il decollo dell'amministrazione pubblica – sostiene Melis – avvenne in concomitanza con il decollo industriale. La pubblica amministrazione assurse al ruolo di scuola di formazione per i funzionari, diventando così una tappa obbligata del cursus honorum dell'uomo politico. Da questa osmosi tra politica e amministrazione, quest'ultima ne uscì consolidata e divenne la forza trainante dell'intera compagine sociale. Il culto dell'uniformità divenne, nella nuova Italia, un'idea dominante. Anche sul piano antropologico l'omogeneità ebbe un ruolo decisivo: l'impiegato divenne una specie di prodotto di serie, con il suo specifico modo di vestire, di parlare, di partecipare alla vita sociale. Ben presto si assisté alla nascita del diritto amministrativo che acquistò un ruolo egemonico all'interno della burocrazia e si formò anche un linguaggio comune giuridico-amministrativo. Da qualsiasi parte d'Italia essi provenissero, presto gli impiegati della pubblica amministrazione si standardizzarono fino ad omologarsi e ciò favorì inevitabilmente la nazionalizzazione delle periferie.

Dopo l'Unità d'Italia – come ha osservato Balzani nel suo intervento sui percorsi amministrativi in periferia – i notabili delle province iniziarono la loro corsa per entrare nelle maglie dello Stato unitario: emerse così il tentativo da parte delle élite periferiche di esaltare le potenzialità del singolo comune di appartenenza nella finalità dell'integrazione nello Stato nazionale. Purtroppo, però, nella determinazione del sistema politico italiano, l'influenza delle forze dei particolarismi regionali apparve determinante, in particolar modo quando le strozzature dello stesso sistema politico lasciavano loro spazio e ciò finì con il minare la stabilità politica connotandola di un forte elemento di precarietà.

 

Nel periodo storico che va dal 1875 al 1926, con l'allargarsi della architettura dello Stato nazionale si ridusse notevolmente l'architettura delle Accademie. Come ha illustrato Walter Tega nel suo contributo al convegno, tra Ottocento e Novecento nacquero varie società accademiche che si impegnarono a creare una nervatura all'interno del circuito culturale nazionale, riducendo però inevitabilmente lo spazio vitale delle Accademie che, paradossalmente, proprio allora diventarono il “vanto” della nazione.

La condizione delle Accademie, delle Università e degli Istituti d'Istruzione superiore è molto particolare nella fase appena successiva all'unificazione nazionale, come ha evidenziato Mauro Moretti nel suo intervento, incentrato sul sistema delle Università in questo determinato periodo storico. All'inizio del ventesimo secolo – dice Moretti – Augusto Graziani stabilì che l'istruzione superiore poteva essere impartita solo ed esclusivamente negli istituti riconosciuti ed espressamente autorizzati dallo Stato; stabilì inoltre che nuove Università non potevano crearsi se non per legge. Da questo provvedimento di Graziani si può evincere che sia le Università sia gli Istituti sia le Accademie non avevano personalità giuridica ma venivano considerate quali organi periferici dell'amministrazione centrale e, perciò, come incorporate nella struttura di governo. Per cui, l'avere un deputato a favore o contro poteva determinarne la fortuna o la rovina.

Il tema della situazione delle Università italiane nel periodo post-unitario viene ripreso e ampliato nell'intervento di Alberto Malfitano, che analizza nello specifico lo stato dell'Ateneo bolognese. Nel 1797 Napoleone Bonaparte tolse al Comune di Bologna l'amministrazione dell'Università e la affidò direttamente allo Stato, compensando la perdita di autonomia con un notevole contributo economico. Con questa subordinazione dell'Università di Bologna alle proprie linee guida, lo Stato napoleonico mirava principalmente alla possibilità di poter così formare un competente corpo burocratico. Dopo la Restaurazione, l'Ateneo bolognese cadde in uno stato di apatia dovuta soprattutto ad un classe di docenti non proprio eccellente, con un conseguente crollo d'iscrizioni. Nei primi anni dello Stato unitario – continua Malfitano – però, l'Università di Bologna si riprese anche grazie ad una palingenesi dei cattedratici, come ad esempio Giosué Carducci che arrivò venticinquenne alla cattedra. Ma la burocrazia farraginosa e le invidie delle altre Università – prima fra tutte quella di Milano – che non potevano vantare una tradizione plurisecolare come l'Ateneo bolognese, ne ostacolarono la rinascita. L'acme della tensione si raggiunse con il divieto, da parte dello Stato, di assunzione nel Genio civile dei laureati in ingegneria di Bologna, e proprio in concomitanza della celebrazione dell'Ottavo centenario della fondazione dell'Università. Le cose cambiarono quando, con un perfetto gioco di squadra, Carducci, il sindaco di Bologna Dallolio, il rettore Puntoni e il senatore Zanolini riuscirono ad ottenere la statalizzazione della Scuola per ingegneri della città e la liberalizzazione del contributo di provincia e comune per la costruzione di nuovi istituti.

Da quanto detto fin qui riguardo la situazione del mondo accademico, emerge con chiarezza che si stabilì una selezione al contrario che privilegiava il centro rispetto alle periferie. Ma quale era, invece, la situazione della pubblica istruzione? Il sistema scolastico italiano nel periodo post-risorgimentale era caratterizzato dall'assenza di una relazione fra economia e istruzione. Nel suo contributo fornito al convegno, Ilaria Porciani si sofferma sulla spinta che le periferie e le Camere di commercio diedero allo Stato centrale per la costruzione di Istituti superiori sul territorio. Alla base dell'ordinamento scolastico vi fu la legge Casati del 13 novembre 1859 che nel regolamentare l'amministrazione scolastica e periferica, l'istruzione elementare e quella superiore, si configurò in modo molto accentrato. Di nomina governativa erano sia il Consiglio superiore della pubblica istruzione, sia la maggior parte dei consigli scolastici provinciali. Larghissimi poteri vennero dunque conferiti al ministro, che nominava i rettori delle Università, i provveditori agli studi e gli ispettori provinciali per le scuole elementari. Quest'ultima fu affidata ai comuni cui era delegato il compito di provvedervi a seconda delle contingenze. Un aspetto centrale – prosegue la Porciani – della spinta che le periferie esercitano sul centro per la creazione degli istituti è costituito dal richiamo all'autogoverno che, ancora una volta, mette in risalto la persistenza dei particolarismi locali all'interno dello Stato unitario. La questione delle scuole nelle periferie, infine, va letta confrontandola sempre con i rapporti che legavano una data periferia a qualche deputato o sull'influenza che una città esercitava sulle altre.

 

Durante il convegno si è discusso anche del ruolo che hanno avuto nella costruzione della cultura nazionale il giornalismo e l'editoria.

Secondo Alberto De Bernardi, nel periodo successivo all'unificazione, l'Italia era essa stessa una semi-periferia agraria dell'Europa in via d'industrializzazione e riuscì a diventare un vero “centro” solo dopo la Grande guerra. I giornali vanno considerati come uno specchio dei rapporti intercorrenti tra centro e periferie e come uno strumento privilegiato per capire i nessi culturali che portarono alla formazione di una cultura nazionale. Ogni città italiana pubblicava il proprio giornale e ciò finiva con il favorire sia la nazionalizzazione delle élite dei notabili locali che in questi giornali vedeva la possibilità di poter concretizzare le proprie aspirazioni sia, successivamente, l'alfabetizzazione dei contadini e degli operai. Infatti, con il diffondersi dei giornali anche presso le masse, ben presto si verificò una coincidenza tra la produzione di questi ed i picchi della lotta sociale. La maggior parte dei giornali italiani nacque nelle periferie, in luoghi che addirittura non erano neppure capoluoghi di provincia, e contribuì notevolmente all'alfabetizzazione politica delle élite provinciali, poiché in essi non si parlava solo di politica locale ma nazionale. Dietro ai giornali c'era un processo di socializzazione e costruzione di una sociabilità politica di grande interesse sia storico sia sociale.

Dopo l'Unità, le periferie si liberarono dalla sudditanza editoriale degli antichi capoluoghi. Nel suo intervento, Gabriele Turi si sofferma sull'importanza che ebbe l'editoria nella costruzione della cultura nazionale. Ciò avvenne soprattutto grazie a varie iniziative che facevano perno sulla questione della lingua e sulla storia della letteratura italiana. Più efficace fu il ruolo di nazionalizzazione svolto dai singoli editori sotto la spinta degli ideali rinascimentali. La scelta degli autori da pubblicare nelle “edizioni nazionali” era confacente all'ideale di purezza della lingua propugnato dall'Accademia della Crusca. Il settore scolastico era quello che meglio si prestava alla costruzione di un processo di nazionalizzazione. Ma la funzione dell'editoria non si esaurì qui. Essa contribuì a veicolare i principi socialisti e cattolici che si andavano espandendo e radicando nel tessuto sociale. Nonostante la frammentazione del mercato librario e i pochi lettori, l'editoria contribuì quindi notevolmente all'unificazione culturale del paese.

Per quanto riguarda l'editoria nel napoletano, Luigi Mascilli Migliorini afferma che Napoli si costituì come un centro autosufficiente dal punto di vista editoriale, anche perché era la sede dell'unica Università del Meridione. Dopo l'Unità, Napoli non riuscì più a farsi interprete delle istanze dell'intero Mezzogiorno e da ciò iniziò il suo declino. Questo – per Mascilli Migliorini – accadde principalmente perché il Meridione non riuscì ad imporsi sulla scena nazionale.

Diverso, invece, è il caso dell'editoria romana. Secondo Maria Jolanda Palazzolo, la produzione editoriale di Roma è sempre stata sovrannazionale poiché, sin dai tempi dello Stato Pontificio, l'editoria aveva più un carattere internazionale che locale, dovendosi rivolgere al mondo intero. Le opere editoriali della capitale pontificia, però, non erano soltanto di carattere religioso. Infatti, tra le varie pubblicazioni, molte erano rivolte agli appassionati di arte, di archeologia e di letteratura classica, ed erano scritte in lingua latina. La classicità divenne in questo modo una sorta di estremo baluardo contro l'invasione della modernità. Ma questa stessa poteva comunque servire da pozzo segreto dal quale attingere gli strumenti necessari per le contingenze del momento; così, ad esempio, una rivista fondata negli anni Cinquanta dell'Ottocento, la “ Civiltà cattolica” , utilizzava gli strumenti della modernità contro la modernità stessa. Dopo l'unificazione del paese si ebbe a Roma un periodo di forte fervore editoriale. L'incremento delle edizioni riguardò prevalentemente il settore politico e finanziario, determinando il primato della politica anche nell'editoria. Gli stessi editori consideravano Roma come una specie di vetrina per allacciare rapporti politici e non come il centro della propria attività. Ciò, purtroppo, impedì la nascita nella capitale dello Stato italiano di un polo editoriale stabile e competitivo.

 

Dai lavori presentati al convegno, emerge che il principio di nazionalità applicato alla realtà dell'Italia post-risorgimentale, dominata per secoli dai particolarismi locali, dovette percorrere una strada tortuosa e difficile prima di imporsi, dal momento che anche il concetto stesso di cultura nazionale appariva in molti casi una forzatura. Grazie alle attività svolte dai giornali nati in ogni parte del paese, dalle istituzioni deputate alla creazione della cultura ed alla sua diffusione ad opera dell'editoria , questi ostacoli poterono essere superati.




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