Monica Campagnoli
“Vencer o morir”
Lotta armata e terrorismo di stato in Argentina
Milano, Il Saggiatore, 2004 Rolo Diez, autore del volume Vencer o morir , racconta una storia che gli appartiene profondamente e personalmente; lo stesso autore, infatti, nell'Argentina degli anni Settanta, maturò la decisione di entrare in un gruppo di resistenza di sinistra al regime militare – che pure non ufficialmente al potere, manovrava ormai il debole governo di Isabel Perón – e pagò la scelta con un lungo esilio, iniziato nel 1977.
La dimensione narrativa pur continuamente sospesa fra romanzo e realtà, non lascia al lettore nessuna via di fuga dalla verità. Ogni capitolo riporta i nomi ed i cognomi di quanti pagarono con la vita la scelta di combattere l'oppressione dei militari o, semplicemente, di avere criticato il regime; un lungo, lunghissimo elenco per raccontare del genocidio perpetrato a danno della popolazione argentina, da parte di altri argentini e, rispetto al quale, la copertura ed il supporto forniti dalla Cia – sostiene Diez – non furono secondari.
È certamente possibile affermare che la formazione e le scelte personali dell'autore rendono questo volume “di parte”. La guerriglia, sostiene Diez, fenomeno diffuso in America Latina, rappresenta una scelta necessaria per quanti hanno cercato di realizzare una società migliore combattendo contro il capitalismo, i militari e gli oppressori delle libertà politiche e civili. I militari, cercando di contenere con la forza la crescita e l'affermazione della democrazia, rappresentarono un fattore di oscurantismo e di imbarbarimento della società. Hanno scelto di soffocare la crescita della convivenza democratica e lo hanno fatto nel modo peggiore: adottando la strategia del “terrorismo di stato”. La ricostruzione dei fatti proposta dall'autore offre una lettura che, dal punto di vista della correttezza scientifica e storiografica, suscita a tratti qualche perplessità, ma non per questo l'ombra nera che si agita dietro ogni parola ed ogni pagina di questo libro, diviene meno cupa e neppure, purtroppo, meno credibile.
La dittatura militare instaurata in Argentina a partire dal 1976 aveva l'obiettivo di porre termine alla fase di instabilità economica e politica che attraversava da tempo il paese. Annientare il “nemico interno” divenne la parola d'ordine, gli avversari furono inizialmente identificati come “delinquenti sovversivi”, ma poi, all'inizio degli anni Ottanta, quando iniziò a profilarsi la gravità dei crimini commessi, i militari alzarono il tono parlando della guerra che avevano dovuto quotidianamente affrontare per la sicurezza del paese stesso. I governi che avevano preceduto il golpe militare avevano già gravemente compromesso le libertà politiche, oltre che le possibilità di manifestare liberamente o di scioperare. I diversi gruppi politici, sia marxisti, sia peronisti (di sinistra), in larga parte, erano quindi già preparati per passare alla clandestinità e continuare così l'attività e la resistenza. La dittatura però avrebbe dato inizio ad una stagione per la quale né i militanti dei diversi gruppi politici o militari, né gli argentini, potevano dirsi preparati.
Prima del 1976 l'Argentina aveva già conosciuto il fenomeno dei “desaparecidos” ma da quell'anno la metodologia perseguita al fine di sconfiggere la guerriglia di sinistra e gli oppositori in genere del regime, divenne talmente metodica da ricordare la “soluzione finale” utilizzata dai tedeschi per sterminare gli ebrei. I campi di concentramento e la tortura divennero gli strumenti impiegati abitualmente per sconfiggere i “nemici del paese” La sistematicità con la quale fu combattuta la “sovversione” divenne a tal punto parossistica che tutti potevano temere per la propria sorte. A questo non erano preparati gli argentini: ad uno stato che si legittimava non sulla base della protezione che era in grado di offrire ai cittadini, ma sulla base della paura che riusciva ad instillare in ogni singolo individuo. Nessun limite fisico o giuridico poteva trattenere i torturatori nello svolgimento delle loro “mansioni”, convinti di poter costruire il futuro dell'Argentina sulla brutalità e la morte.
Le Nazioni Unite, così come Amnesty International, denunciarono la scomparsa di migliaia di persone ed il clima di barbarie instaurato nel paese. L'amministrazione Carter prese pubblicamente le distanze di fronte a tali, e tanto gravi, violazioni dei diritti umani. I colonnelli argentini, nello strano gioco della guerra fredda, finirono così per trovare un sostegno insperato nell'Unione Sovietica.
Nel 1983 la sconfitta subita nella guerra delle Falkland/Malvinas mise definitivamente in crisi la giunta militare. Nel paese furono celebrate nuovamente elezioni democratiche. Il ritorno alla normalità doveva però passare attraverso la denuncia di quanto era stato consumato in Argentina, un orrore che il mondo aveva finto di non conoscere nella sua gravità per non dover fare i conti con la propria coscienza.