Marco Adorni
Daniela Coli
Giovanni Gentile
Bologna, Il Mulino, 2004 Il saggio di Daniela Coli su Giovanni Gentile ricostruisce le principali vicende biografiche e il pensiero di uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento, nel lodevole e riuscito tentativo di restituirne con serenità e obiettività la figura, all'interno della storia del nostro Paese e dei suoi rapporti con il fascismo.
Caratterizzato da una prima parte che analizza con precisione ed esaustività il complesso dei moventi politico-culturali che segnarono la sua condanna a morte, eseguita da quattro giovani comunisti dei Gap, il testo si snoda attraverso le tappe fondamentali dell'esistenza del filosofo di Castelvetrano, cogliendone il lato umano, le caratteristiche salienti della personalità e le significative relazioni con il contesto storico e culturale. Particolarmente piacevoli e ben articolate sono le pagine che descrivono le relazioni tra Gentile ed i professori Alessandro D'Ancona e Donato Jaja, suoi maestri; relazioni che hanno luogo negli anni in cui comincia a profilarsi anche la contrastata, quanto fondamentale, amicizia con Benedetto Croce, a cui l'autrice dedica un efficace ed esauriente capitolo.
Insieme si erano lanciati nell'avventura della “Critica”, un'operazione sia culturale sia politica, poiché la rifondazione di una tradizione filosofica italiana capace di dialogare con quella europea veniva concepita all'interno del tentativo di costruire l'identità della nuova classe dirigente. Insieme avevano avversato il positivismo e Croce non aveva smesso di appoggiare l'amico nemmeno quando s'incaricò di riformare la scuola italiana in veste di neo-ministro dell'istruzione (1 novembre 1922), missione che da entrambi era considerata fondamentale per la formazione del cittadino e quindi dello Stato. Ma certamente letale per quest'amicizia fu il solido legame tra Gentile e Mussolini, che agli occhi di Gentile costituiva la forza concreta di cui l'Italia finalmente disponeva per diventare uno Stato; Mussolini, d'altro canto, vedeva in Gentile un formidabile mezzo per radicare il fascismo nella società italiana.
Per dimostrare l'incessante attività di Gentile come organizzatore culturale e intellettuale, totalmente speso alla causa fascista e della comunità nazionale, Coli compie una ricognizione delle importanti opere compiute dopo le dimissioni, rassegnate in seguito al delitto Matteotti. Opere che furono indispensabili per il consolidamento del fascismo ma anche per il consolidarsi dello stile di vita della nuova Italia. Ne sono una riprova la redazione del manifesto degli intellettuali fascisti – con cui Gentile dimostra di considerare il fascismo non più come un semplice strumento per la riforma della scuola, ma come rivoluzione nazionale, ovvero come inesausta realizzazione storica dell'ideale di Patria – e la realizzazione di istituzioni culturali che sopravvivranno al fascismo. Modernizzò la Normale (di cui era stato nominato commissario nel 1928), fondò riviste come “ Educazione Fascista” , le collezioni dei “ Quaderni” , gli “ Scritti italiani di politica” , gli “ Studi storici” , gli “Scrittori classici della politica di ogni tempo e nazione”, le “Vite d'illustri italiani” ; rimase direttore del “Giornale critico della filosofia italiana”, creò il “ Leonardo” per gli studi letterari (poi affidato a Prezzolino e a Russo); fu presidente della Casa editrice Le Monnier e proprietario della Sansoni. Ma la sua creatura più importante fu l'“Enciclopedia italiana”, specchio della nazione, a cui furono chiamati a collaborare anche numerosi intellettuali antifascisti.
Particolarmente significativa è la parte del volume dedicata all'analisi del pensiero di Gentile, di cui l'autrice sottolinea la validità soprattutto in termini di teoria dello Stato. Coli sostiene che l'intellettualità già idealista – e passata all'azionismo, al socialismo e al comunismo – ha voluto sostenere la presunta estraneità dell'idealismo dal fascismo, così da salvare l'immagine di una cultura idealistica unitaria su cui innestare poi il marxismo; per convalidare questa tesi, diviene necessario ridurre l'immagine del “filosofo del fascismo” a quella di un uomo che ha “incidentalmente” sposato la dittatura mussoliniana, intesa come null'altro che il prodotto di una borghesia arretrata. Il fascismo, invece, rappresenterebbe una tendenza profonda della Storia e della cultura italiane, tendenza di cui Gentile fu il principale artefice.
La sua teoria dello Stato fu, infatti, anteriore all'affermazione del fascismo: già diciottenne, egli critica individualismo e utilitarismo (elementi che divengono ragione di critica rispetto alla democrazia giolittiana); desidera la guerra per vincere il vecchio italiano settario e politicamente tiepido e creare una coesa comunità nazionale; negli anni Venti si pone il problema della necessità dello Stato indipendentemente dalla forma politica assunta: uno Stato fondato non sul contrattualismo hobbesiano, che nega ad esso ogni sostanza etica come comunità di cittadini uniti da una comune appartenenza, e nemmeno sul permanente conflitto sociale di Machiavelli, ma sulla pace sociale in quanto esito della consapevole partecipazione al tutto dei cittadini. In sostanza, uno stato in interiore homine anziché inter homines . Gentile, perciò, prima ancora che come “filosofo del fascismo”, andrebbe concepito come “il nostro unico teorico dello stato”.