N. 7 - Luglio 2005

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Matteo Dominioni

Il colonialismo italiano in Etiopia dal 1935 al 1941.
Stato di una ricerca in corso


 




  • Stato degli studi e fonti

  • Una critica della colonizzazione italiana

  • Guerra e contro guerriglia

  • Possibilità di sviluppare la ricerca


  • L'oggetto delle nostre ricerche è l'Etiopia durante i cinque anni di occupazione italiana dal 1936 al 1941. Per quanto sia possibile fare, senza eccedere in troppi schematismi, proviamo a stilare un bilancio dei nostri studi, in relazione con quelli che li hanno preceduti.


     



    Stato degli studi e fonti


    Gli studi sul colonialismo italiano fino alla seconda metà degli anni Sessanta vennero condotti da persone provenienti dagli ambienti coloniali, le quali per una semplice questione anagrafica avevano avuto a che fare con l'impero di Mussolini come militari, o amministratori in colonia o funzionari nel ministero dell'Africa italiana. Per forza di cose essi non avrebbero mai potuto scrivere una storia critica. Emblematica a questo proposito fu l'imponente operazione editoriale sorta a partire dal 1952 per iniziativa di ex coloniali, che formarono il cosiddetto Comitato per la documentazione dell'opera italiana in Africa, sponsorizzata dal ministero degli Affari esteri, grazie alla quale videro la luce una trentina di volumi. Per alcuni versi si tratta di un'opera utile, per altri è totalmente inutilizzabile. Per fare un esempio i lavori della serie giuridico-amministrativa sono ben fatti e rigorosi, mentre quelli della serie storico-militare lasciano molto a desiderare nei contenuti e nella metodologia della ricerca.


    Nel 1965 il giornalista Angelo Del Boca pubblicò un volume piccolo ma intensissimo, sulla guerra d'Etiopia e i successivi anni di occupazione. Di straordinario impatto furono le testimonianze dei protagonisti di allora, raccolte dall'autore, inviato in diversi paesi africani per conto della ?Gazzetta del popolo? di Torino. Nel 1973 lo storico Giorgio Rochat pubblicò in una collana ad uso degli studenti delle scuole medie superiori un saggio sul colonialismo italiano, ponendo al centro del discorso incapacità, fallimenti ed efferatezze commesse dagli italiani, in Libia ed Etiopia.


    Nei due decenni successivi grazie a Del Boca e Rochat si affermò una lettura fortemente critica del passato coloniale italiano 1 ? in Libia ed Etiopia, liberale e fascista ? che ad un certo punto è riuscita persino ad imporsi ed elevarsi a vera e propria scuola storiografica. Ad esempio, oggi ogni ricerca o pubblicazione su queste tematiche non può fare a meno di confrontarsi e avere come riferimento l'opera di Del Boca (1976-1984) sugli italiani in africa orientale.


    La vecchia scuola assai nostalgica invece con il tempo è andata indebolendosi, oggi vive nei siti internet o in pubblicazioni inutilizzabili sotto il profilo scientifico. L'ultimo sussulto ci fu in occasione di un convegno tenutosi a Taormina e Messina nel 1989 2.


    Gli archivi delle colonie però rimasero inaccessibili fino alla metà degli anni Novanta. Gli studiosi potevano lavorare su poche fonti archivistiche (più che altro il Fondo Graziani custodito all'Archivio centrale dello stato), diari privati e testimonianze dei protagonisti. Dal 1994, sono diventati consultabili tutti i fondi archivistici inerenti la guerra italo-etiopica del 1935-1936 e l'occupazione militare fino al 1941. Questa nuova possibilità permette di verificare, per l'enorme mole di materiale mai consultato, quanto già conosciuto, di ricostruire fatti sconosciuti e avanzare linee interpretative.


    Oggi in Italia gli studi sul colonialismo in generale e sui rapporti tra invasori e indigeni hanno fatto notevoli progressi. Ma purtroppo è andato scemando l'interesse per la fase coloniale fascista, in favore del primo colonialismo in Eritrea, Somalia e Libia; è un dato di fatto che non sia aumentato in modo significativo il numero di studiosi che si occupano dell'imperialismo fascista. Paradossalmente abbiamo constatato che gli archivi sono poco frequentati, nonostante vi sia totale e libero accesso alle fonti.


    Le nostre ricerche hanno preso avvio dopo trent'anni da quelle citate. Sono debitrici, senza ombra di dubbio, di lavori che hanno già da tempo ben delineato i percorsi interpretativi. Pur facendo aperto riferimento alla letteratura critica, esse per forza di cose differiscono da quanto già scritto, per motivi di soggettività, di appartenenza generazionale e riferimenti culturali.


     



    Una critica della colonizzazione italiana


    Tra le molte, una domanda molto semplice che ci siamo posti sin dall'inizio è se il colonialismo italiano avesse dietro di sé un disegno o un progetto. Perché l'Italia dalla fine dell'800 intraprese una politica espansionista? A cosa sarebbero serviti i possedimenti coloniali? La domanda ce la siamo posta sia per comprendere l'imperialismo liberale sia quello fascista.


    La risposta è che non venne fatto alcun progetto di lungo termine per sfruttare le colonie e renderle economicamente produttive. L'Italia liberale prima e poi quella fascista attuarono una politica espansionista esclusivamente per questioni interne e per alleanze con poteri economici che dalle imprese coloniali avrebbero avuto lauti guadagni. Il belpaese non avrebbe minimamente potuto competere con le altre potenze europee sotto il profilo militare, e nemmeno pensare di guadagnarsi uno spazio economico dove esercitare la sua egemonia.


    Comunque sia, a parole entrambi i ceti dirigenti presentarono sempre tutte le campagne coloniali come la risposta più efficace ai problemi dell'emigrazione e della pressione demografica. A parole quindi il colonialismo italiano fu un colonialismo demografico. Ormai è stato appurato dalla ricerca storica che i coloni italiani furono un numero irrilevante. La questione nel nostro caso non è quantificare quanti furono gli emigranti coloni nell'Africa orientale italiana e in Libia, ma stabilire se essi percepirono il discorso coloniale demograficista, se cioè, indipendentemente dal loro numero, essi in colonia ebbero attitudini tipiche della colonizzazione demografica come razzismo ed esclusione della gente locale.


    Questa inquadratura interpretativa non è fine a sé stessa e non è solamente la risposta alla domanda iniziale. Rappresenta in estrema sintesi una critica alla colonizzazione italiana utilizzando forme linguaggi, categorie e ragionamenti della cosiddetta teoria coloniale. A fine Settecento in Francia i primi economisti incominciarono a dare una spiegazione all'esistenza del commercio estero e degli imperi coloniali (Sertolis Sali 1939). Nell'Ottocento tutti gli economisti classici scrissero e teorizzarono sull'argomento. Nel '900 la teoria coloniale si affermò come ambito specifico degli studi economici trasformandosi non poco: sopravvisse alla morte dell'economia classica dotandosi dei nuovi paradigmi dell'economia neoclassica.


    In Italia questo ambito scientifico rimase poco sviluppato (Manfredini 1964). Per quanto riguarda l'Ottocento tra gli studiosi più importanti, non solo a livello italiano, ricordiamo Achille Loria (1889) i cui studi vennero ripresi, approfonditi e criticati dal suo discepolo Marco Fanno. Dopo la conquista di Libia nel 1911, in alcune università italiane nell'ambito dei corsi di economia politica vennero istituiti corsi di economia coloniale e gli studenti preparavano gli esami studiando su libri editi dalle facoltà o da istituti fascisti 3. L'unica opera scientifica sulla teoria economica coloniale, il cui autore era Marco Fanno, venne pubblicata da Einaudi nel 1952, al termine ormai della parabola coloniale del nostro paese.


    La teoria coloniale cessò di essere una disciplina economica dopo che gli europei dovettero progressivamente rinunciare agli imperi e ai possedimenti coloniali. Divenne a quel punto oggetto di interesse per gli studiosi della storia del pensiero.


    Detto questo, abbiamo cercato di periodizzare l'espansione coloniale italiana in periodi che successivamente sono stati confrontati con i modelli teorici della teoria coloniale che sono: colonizzazione commerciale, colonizzazione a piantagione, colonizzazione a mezzo schiavi e colonizzazione demografica. Rappresentano ? in estrema sintesi ? differenti gradini dello sviluppo economico delle colonie. Sono fasi consequenziali ma possono anche coincidere. Fertilità dei suoli, sviluppo demografico, costo della forza lavoro, erano le componenti essenziali della teoria tramite le quali gli economisti coglievano le discontinuità. Il passaggio da una fase all'altra era causato dalla caduta del profitto, problema che veniva risolto con l'introduzione di un nuovo di sfruttamento dei suoli e della manodopera.


    Nessuno di questi modelli è però adatto a fornire una risposta, perché il colonialismo italiano fu sempre improvvisato, nessun modello teorico venne mai applicato.


    Se da un lato non ravvisiamo nelle intenzioni della classe dirigente italiana alcun progetto concreto, è pur vero che una politica degna della peggiore colonizzazione demografica era propagandata e recepita dagli uomini che poi andavano in Africa. Nelle svariate pratiche della dominazione coloniale abbiamo riscontrato, oltre ad una continuità tra Italia liberale e fascista, la costante presenza di una impronta razzista con la quale veniva giustificata l'esclusione degli indigeni. Le colonie non appartenevano più alle genti locali, gli italiani si erano trasferiti per popolare, riprodursi e valorizzare le nuove terre. Si trattava del leit motiv dei propugnatori della colonizzazione demografica, non solo gli italiani.


    Nelle fasi delle varie indipendenze tutte le potenze imperialistiche riproposero la propaganda demografica, trasformandola e adeguandola alle nuove esigenze. La modernizzazione di settori tradizionali delle società, i trasferimenti forzati, le inclusioni in confini artificiali, e soprattutto la presenza di bianchi vennero presentati nelle assisi internazionali a riprova del fatto che alcuni processi del colonialismo erano divenuti irreversibili. Più nelle colonie vi era presenza di bianchi, e più le rispettive madripatria assumevano atteggiamenti rigidi e di chiusura di fronte alle richieste dei popoli africani. Nemmeno l'Italia repubblicana rimase estranea al conformismo imperialistico, basti ricordare nell'immediato dopoguerra le rivendicazioni per mantenere un protettorato su Eritrea e Somalia, e negli anni '70 la querelle sull'espulsione degli italiani dalla Libia.


    Nel condurre una critica dello sviluppo imperialistico italiano, anziché utilizzare il pensiero economico borghese avremmo potuto utilizzare le cosiddette teorie dell'imperialismo. Abbiamo invece scelto di utilizzare la teoria coloniale per due ragioni: 1. per criticare il processo di colonizzazione impiegando le medesime categorie che diventarono l'apparato teorico di quella colonizzazione (una sorta di critica della teoria coloniale); 2. perché le teorie dell'imperialismo furono concepite come analisi dei capitalismi maturi, con mercati interni omogenei e saturi e necessità di esportare beni e capitali, non certo tenendo in considerazione il caso italiano che Lenin definì imperialismo straccione.


    Senza dubbio la colonizzazione italiana del Corno d'Africa portò in ampli territori un modello di organizzazione sociale differente da quello tradizionale, venne abolita la schiavitù e, allo stesso tempo, il lavoro salariato e la carta moneta fecero la loro comparsa. Questi però non sono elementi sufficienti per reputare i modelli del marxismo adeguati a spiegare il caso italiano.


     



    Guerra e contro guerriglia


    Lo studio teorico della colonizzazione italiana rappresenta nell'economia generale delle nostre ricerche una sorta di prologo. Al centro dei nostri interessi vi sono l'impero di Mussolini e le vicende belliche dal 1935 al 1941. Il lavoro però è enorme, per essere svolto in maniera appena soddisfacente richiederebbe almeno cinque anni di ricerche archivistiche e sul campo a tempo pieno. Per quanto ci riguarda, ci limitiamo a fornire alcune linee di tendenza del sistema italiano di occupazione militare e del modo di condurre le operazioni repressive. Abbiamo in questo modo delineato l'intersecarsi, il sovrapporsi e il susseguirsi di quattro tipi di conflitti differenti: guerra nazionale, guerra di occupazione, guerra coloniale e guerra mondiale.


    La guerra nazionale (Rochat 1991) era un tipo di conflitto che vedeva largo impiego di uomini e armamenti e nel quale veniva impiegata la più moderna tecnologia bellica. Essa fu la continuazione della guerra italo-etiopica del 1935-36, caratterizzò il modo di affrontare il nemico nei primi mesi dopo la dichiarazione dell'impero del maggio 1936.


    Alcune aree dell'Etiopia vennero occupate quasi senza sparare un colpo. Inizialmente le popolazioni autoctone accettarono gli italiani. Per descrive l'occupazione militare di questi luoghi parliamo di guerra di occupazione .


    Le operazioni contro la guerriglia vennero progettate e condotte ricorrendo alle pratiche della guerra coloniale (truppe indigene, snelle e celeri). Ad onore del vero non fu un modello unanimemente seguito, tra gli strateghi militari si affermò solamente a partire dalla seconda metà del 1938. In molti casi anche se i documenti parlano di operazioni di polizia coloniale, noi invece ravvisiamo la presenza di un conflitto nazionale.


    Il 10 giugno 1940 l'Italia dichiarò guerra all'Inghilterra. L'impero si trovò impreparato e con una organizzazione bellica poco efficiente. Durante i mesi della non belligeranza, nulla venne fatto per inviare rinforzi in colonia. Però venne attuata una riorganizzazione delle truppe, venne proclamata la mobilitazione generale e cambiò il nemico principale, gli inglesi e non più gli etiopici; discontinuità non senza riflessi sulla guerra vera e propria che diventò mondiale .


    Nel corso della ricerca d'archivio abbiamo dedicato particolare interesse alla guerra chimica: indotto industriale, costruzione di bombe a gas, questioni tecniche, utilizzo da parte dell'aviazione nel corso della guerra italo-etiopica del 1935-36 e nei successivi due anni, impiego dei gas da parte delle truppe terrestri, organizzazione logistica dei reparti chimici, depositi e stoccaggio in Italia e in Eritrea/Etiopia.


     



    Possibilità di sviluppare la ricerca


    Lo studio delle repressioni contro la guerriglia non basta per comprendere a pieno il potere coloniale e le innumerevoli e diversificate pratiche repressive. Dobbiamo considerare che le operazioni militari erano rivolte contro gli etiopici, mentre nell'impero vi erano bianchi, europei e persino italiani, che subivano la politica autoritaria del regime. La storiografia solo recentemente ha incominciato ad interessarsi di loro, ricostruendo storie individuali e valorizzando le soggettività. Le storie dei singoli diventano una storia sociale degli italiani nell'oltremare.


    A questo proposito, vorremmo in futuro approfondire aspetti della storia coloniale, che non sono necessariamente legati alla storia militare, in considerazione del fatto che nell'impero, escludendo gli indigeni, i non militari erano almeno un terzo dei residenti. Si tratta fondamentalmente di ricostruire la biopolitica coloniale.


    Il nostro approccio non vuole ripetere quanto fatto dagli studiosi della storia sociale. Individuati i gruppi sociali, vorremmo studiarli nel loro complesso, comprendere le tensioni al loro interno e, soprattutto, ricostruire i rapporti e i conflitti con il potere coloniale. Sommariamente abbiamo finora definito i seguenti gruppi: ebrei, operai, antifascisti.


    Oltre ai gruppi sociali citati è nostra intenzione approfondire la storia di quelle istituzioni che organizzavano ed eseguivano le pratiche repressive volte al controllo della popolazione bianca: tribunali militari e civili, polizia dell'Africa italiana, carabinieri, ispettorati del Pnf eccetera.


    Terminate le tre parti della ricerca ci auguriamo di potere esprimere una valutazione sull'utilità o meno di impiegare la categoria del totalitarismo in ambito coloniale.


     



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