N. 7 - Luglio 2005


ISSN 1720-190X





Massimo Granchi

Gli studi sociali di Camillo Berneri, anarchico internazionalista

  • Studi anarchici di Camillo Berneri
  • L'individuo e le masse
  • I Totalitarismi
  • La libertà di associazione: Chiesa e rivoluzione
  • Attualismo e revisionismo sociale di Camillo Berneri. Il dibattito con Carlo Rosselli
  • L'esperienza di Spagna: partecipazione politica e moderatismo anarchico
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    Introduzione

    Camillo Luigi Berneri nasce a Lodi il 20 maggio del 1897. Dopo una breve esperienza nei Giovani socialisti di Reggio Emilia, si converte all'anarchismo. La scelta è una conseguenza del suo spiccato antimilitarismo, di alcune considerazioni in merito all'atteggiamento assunto dal socialismo di fronte alla guerra, soprattutto riguardo al suo attendismo. Il Berneri lo considera, infatti, controproducente per l'auspicata conquista di un riscatto da parte delle masse oppresse. Il suo interesse nei confronti di queste ultime, concepite come un'entità disomogenea e fragile perché priva di una propria cultura (scardina a tale proposito l'assunto socialista il quale introduce il concetto di “cultura proletaria” delle masse, ritenendolo privo di contenuto), alimenta gran parte dei suoi scritti in materia di emarginazione e razzismo. Berneri enuncia alcuni principi di base che definiscono i compiti dell'anarchico ideale, tra questi “istruire le masse” è il più importante. Il suo umanesimo si afferma come garanzia di sviluppo della personalità, oltre ogni barriera sovrastrutturale, nel desiderio d'emancipazione sociale di tutte le classi, dei ceti (sino alla loro scomparsa), dell'umanità. Egli riconosce che solo le masse istruite possono darsi una propria organizzazione politica e sociale, senza dover ricorrere a falsi profeti o tiranni. Il suo pessimismo nei confronti delle emergenti figure dell'assolutismo mondiale (dopo la disillusione seguita al trasformismo leninista), in Italia e in Germania, è accentuato dalla propria condizione di esule ed emarginato. Dal 1926, dopo la sconfessione del regime autoritario, è costretto a cercare asilo politico in Francia, poi in Belgio, in Olanda, Germania, Lussemburgo e infine in Spagna. Egli, sempre a diretto contatto con le categorie meno privilegiate, s'impegna strenuamente nella lotta contro la polizia fascista. Concorre a smascherare le spie del regime infiltrate negli organismi di rappresentanza dei fuorusciti. È costretto a vivere nell'ombra e tutta la sua attività letteraria è frustrata dalla censura. I paesi che lo ospitano, subendo le pressioni del Governo italiano, lo spingono alla fuga o lo costringono in prigione. Mussolini Grande Attore è una delle opere più lucide del Berneri in cui i caratteri della personalità ambigua del leader italiano sono denunciati in tutta la loro gravità. Il più evidente tra questi è la capacità che ha Mussolini di interpretare un ruolo nella storia. Il Duce – secondo l'anarchico – mette in atto scene d'avanspettacolo che conducono solo all'illecito e denunciano un'evidente povertà dei contenuti politici. In conformità a queste considerazioni, l'educazione delle masse, la loro formazione, decretano o no il successo di certe “rappresentazioni”. Una delle ragioni per cui Berneri si mostra particolarmente interessato all'opera di propaganda compiuta nelle scuole, dunque, è il fatto di avere sempre attribuito gran valore all'educazione dei giovani e alla formazione dell'individuo in generale. L'uomo – secondo il Berneri – deve essere lasciato in grado di svilupparsi in un contesto sociale il più naturale possibile, di modo che la sua capacità critica maturi senza traumi, nella più totale eterogeneità delle opinioni.

     

    Studi anarchici di Camillo Berneri

    L'antifascismo europeo, il solidarismo internazionale tra i lavoratori di ogni nazione, uniti contro le degenerazioni totalitarie e l'annientamento delle coscienze, sono gli argomenti di studio prediletti da Berneri, l'oggetto del suo impegno politico (De Maria 2004). Il suo contributo alla comprensione di alcuni dei grandi interrogativi storici che afflissero l'Europa agli inizi del secolo è illuminante. Il disordine, in particolar modo quello mentale è, per l'anarchico ex-socialista, causa di malintesi che conducono a dissidi politici e crisi spirituali. La sua figura di ideologo internazionalista, formatosi alla scuola di Gaetano Salvemini e Camillo Prampolini, è stata oggetto di studio da parte di Pier Carlo Masini e Nico Berti, soprattutto in merito alla sua ampia curiosità intellettuale. Scrisse di lui il Salvemini: “Aveva il gusto per i fatti precisi. In lui l'immaginazione disciolta da ogni legame con il presente, in fatto di possibilità sociali, si associavano a una cura meticolosa per i particolari immediati nello studio e nella pratica di ogni giorno. S'interessava di tutto con avidità insaziabile. Mentre molti anarchici sono come le case le cui finestre sulla strada sono tutte murate, lui teneva aperte tutte le finestre” (Salvemini 1952a; 1952b). Quest'evidente sensibilità lo spinse verso sempre maggiori ambiti di ricerca ed espressione umana. In seguito alla critica che mosse negli anni venti contro l'intellettualismo, inteso solo come speculativo e fine a se stesso e non come strumento di crescita personale e universale, le sue considerazioni sul movimento operaio internazionale hanno assunto caratteri più propriamente scientifici. Nell'esprimere le sue posizioni antimilitariste s'ispira ai principi del collaborazionismo operaio europeo unito oltre le incomprensioni borghesi di anacronistici imperialismi (Berneri 1915). Dopo l'ingresso in guerra dell'Italia nel 1915, il Berneri accusa la cultura italiana di essere asservita al dominio guerresco. Recupera alcuni principi kantiani e il trattato sulla pace perpetua, quasi a volere restaurare i fili di una relazione tra filosofia e pacifismo, consumatasi da tempo sotto inutili “astruserie metafisiche”, come lui stesso ebbe a dichiarare nel 1918 (Berneri 1918). Descrive la società come un “nugolo di super uomini ammaliati dalle tentazioni del secolo” e definisce i filosofi contemporanei “avidi ricercatori del bene fisico e metafisico”. Nelle speranze dell'anarchico, il dopo guerra avrebbe partorito una filosofia più umana. Lo scoppio della rivoluzione russa sembra offrire l'occasione attesa. In L'autodemocrazia , articolo del 1919 apparso su “Volontà”, egli descrive il bolscevismo come il più significativo rinnovamento di tipo radicale e sistemico degli organismi rappresentativi, antitesi alla tendenza accentratrice del socialismo di Stato. Egli crede nella possibilità di esportare in tutta Europa tale sistema e riconosce l'esistenza di alcune omogeneità tra le condizioni rivoluzionarie in Russia e in Italia (Berneri 1917b). Il sovietismo fu, a suo parere, l'immediata e inevitabile espressione del bisogno delle masse di dotarsi di un metodo di coordinamento capace di assicurare, e possibilmente migliorare, il tenore di vita, la difesa delle posizioni acquisite, la sostituzione degli organi e delle funzioni rispondenti ai bisogni generali delle masse (Berneri 1917b). Quando nel 1920, Lenin comincia l'opera di epurazione nei Soviet russi, i sindacati, i consigli di fabbrica divengono parte di una ferrea gerarchia, cui fa capo un gruppo ristretto di dirigenti, le minoranze sono messe all'opposizione e poi dichiarate illegali. Dopo un breve collaborazionismo tattico tra la machnovicina e il governo, nella lotta ai controrivoluzionari bianchi, la caccia all'anarchismo diviene spietata. L'esercito si trasforma in uno strumento di repressione e perde il carattere popolare e volontario. La questione organizzativa si fa urgente nel movimento anarchico. Lo scopo è porsi come realtà antagonista rispetto all'esclusivismo operativo bolscevico. L'Unione comunista anarchica italiana nasce nel 1919 a Firenze e nel 1920 diviene Unione anarchica italiana sulla base del programma ideato da Errico Malatesta. I principi di sintesi del progetto, partendo dal carattere anti-costituente dell'anarchismo, suggeriscono un cooperativismo tra individui, gruppi e federazioni a loro volta in grado di realizzare unioni provinciali e regionali. Il Berneri è convinto che tale decentramento sia solo una soluzione frettolosa ed inefficace, una trasformazione di gruppi sociali in succursali dello Stato. Rispetto alla rivoluzione russa è ora costretto a rivedere le sue posizioni.

     

    L'individuo e le masse

    Agli inizi degli anni venti, Berneri propone l'indipendenza dei comuni nella creazione di gruppi corporativi di produzione. Parla di “trasformismo leninista” che avrebbe alla base il gradualismo nei processi di espropriazione e l'idea di un capitalismo di Stato. Riconosce i più importanti elementi corruttori del sistema bolscevico in fatto di requisizioni, di rifornimenti inefficienti alle campagne, di tentativi sterili di nazionalizzazione delle terre, di burocrazia. In questo contesto, il popolo è descritto come una realtà eterogenea, volubile e facilmente influenzabile. La mancanza di cultura costringe la massa in una condizione di rinuncia perché non in grado di condurre un percorso verso l'emancipazione. Ogni individuo può comunque redimersi da sé e dagli altri attraverso la crescita intellettuale, lo studio organico che precede l'autocoscienza e il rifiuto del nozionismo. Liberata da ogni costrizione sociale, dal sopruso, la classe operaia avrebbe potuto contribuire all'annientamento dei privilegi che giustificano la supremazia e l'esistenza delle altre classi, quella borghese in particolare. L'anarchismo avrebbe dovuto contribuire a tale crescita. Il Berneri si dedica dunque allo studio della massa, la indaga e ne evidenzia il ruolo vario e mutevole. Lo sfruttamento cui è sottoposta nei rapporti di lavoro che la vedono parte debole, la costringe a condizioni molto difficoltose, la riduce ad essere una realtà subordinata. Il subordine però, nascerebbe non propriamente da condizioni economiche, origine indiretta, ma piuttosto dalla mancanza di educazione, di prospettive di crescita e sviluppo, che consentano una rivalsa del popolo, prima di tutto personale, quindi a vantaggio dell'individualismo, della libertà e secondariamente del sistema sociale (De Maria 2004). La massa diviene una terza categoria rinnovata e interpostasi nel giusto mezzo tra proletariato e borghesia. Essa colmerebbe la discontinuità storica, allargando i limiti delle caratterizzazioni sociali. Questa massa eterogenea è talmente importante per il Berneri che su di essa concentra tutti gli studi successivi, al fine di scardinare i presupposti su cui si basano gli assolutismi, che traggono sostegno e giustificazione proprio dalle masse. La massa dovrebbe divenire, nella lotta rivoluzionaria e conseguentemente ad una crescita culturale, l'elemento mancante ed operativo del protagonismo anarchico. L'anarchismo, proteso verso un isolazionismo produttivo, esce in questo modo dal suo catartico stato di riflessione e attendismo, e la massa scopre i vantaggi dell'azione, in qualità di artefice del proprio destino, senza ricorrere a generali o padroni. Lotta rivoluzionaria e assolutismi giacobino-leninisti sono i poli contrapposti di un eterno conflitto, soprattutto alla luce dei fascismi che si affermano in Europa nei primi anni ‘30. L'anarchismo assurge a “gran tutor” delle masse che al momento opportuno, avrebbero scacciato il regime fondato sull'annientamento delle coscienze, per affermare la società rivoluzionaria. Rivoluzione sociale e assolutismi, educazione, consapevolezza e gretta ignoranza sono le antitesi evolutive delle ricerche berneriare. È in ogni caso vero che il Berneri si serve di strumenti interpretativi recuperati dalle esperienze che gli sono più vicine, definibili in un certo qual modo tradizionali, e li riconosce come base su cui realizzare la società futura. Tali mezzi divengono transitori, come fossero delle chiavi di lettura, surrogabili in ogni momento. Il fatto che gli esempi forniti dal sistema siano fallimentari, è da stimolo per un percorso in avanti, mai esaurito, verso nuove possibilità che all'epoca in cui Berneri scrive, si possono solo ipotizzare. Intanto ritiene essenziale intaccare i presupposti ideologici del concetto di “Dittatura del proletariato”, da Berneri descritto insulso quanto quello di “popolo sovrano” (Berneri 1936d). Attacca la retorica socialista che riconosce nel popolo una “coscienza proletaria” in grado di guidarlo verso l'emancipazione, ma è contrario a qualsiasi determinismo. Acquisito il principio per il quale ogni tentativo di delegare il potere ad una rappresentanza eletta degenera nel dispotismo (esempio più emblematico è il dirigismo bolscevico della Piattaforma Archinoff), la soluzione poteva risiedere nel collettivismo di un organizzazione solidale tra gli esercenti, operanti nell'ambito di comuni autonomi, dove le discussioni relative ai più significativi problemi sociali avrebbero richiesto la costituzione di “club popolari allargati”. In seguito all'uscita del libro di Randolfo Vella nel 1932, che riapre il discorso sui concetti di “vittoria anarchica” e “gruppo”, il Berneri propone un'idea che si basa sulla libera convivenza e sul confronto politico in cui prevalga un sistema di rappresentanza a carattere esecutivo, principalmente tecnico. Suggerisce un sistema in cui le preponderanze politiche siano sostituite da ruoli assegnati proporzionalmente a tutti i movimenti di sinistra e ai partiti d'avanguardia impegnati nei Consigli ad annientare il capitalismo e i privilegi borghesi (Berneri 1932).

    L'anarchico, auspicando la realizzazione spontanea e indipendente di un movimento internazionale di lotta, critica le principali organizzazioni antifasciste di natura repubblicano-socialista, nate con l'intento di opporre resistenza allo strapotere degli assolutismi di destra: la “Concentrazione” e il gruppo “Giustizia e Libertà” di Carlo Rosselli. Questo perché non ne condivide il carattere moderato, che oppone al regime un antifascismo legalitario. La critica contro i giellisti è, nello specifico, più violenta (Berneri 1930a). Essi rappresenterebbero una classe di quadri che aspira a costituire una repubblica conservatrice. Inoltre, il loro gruppo, nell'idea di Berneri, non sarebbe diverso dall'Alleanza nazionale antifascista, un movimento di tipo allargato, costituzionalista, filo monarchico e cattolico, la quale tattica è di compromesso e si fonda sull'alleanza tra i popolari e il basso clero. Scrive Berneri in La tattica fumogena , su “L'Adunata dei Refrattari” (New York) del 10 gennaio 1932: “La paura della rivoluzione sociale è, dunque, il principale fattore di successo dell'Alleanza nazionale. Ma tale paura è ugualmente evidente nel programma di Giustizia e Libertà”.

    Oltre al periodo che va dal 1926 al 1929, definito da Francisco Madrid Santos, di adeguamento pratico delle idee dell'anarchico ad una situazione mutevole, i tre anni compresi tra il 1930 e il 1933 sono più propriamente di riflessione e Berneri si interessa a varie discipline, dalla psicologia alla storia, dalla filosofia all'arte (Francisco Madrid Santos 1985). Subisce quattro arresti. Scrive nel 1930 alla figlia Maria Luisa dalla Prison de Forest : “Sono contemporaneamente sereno e disperato: come se fossi rassegnato ad una fatalità e come se io disponessi di una volontà in grado di creare un mondo. La situazione è cambiata tanto da essere per noi tema doloroso; ciò che è grave ed esige una soluzione è che il peso frantuma l'energia dell'animo. Sono alla ricerca precisa di me stesso e devo vincermi. Non è il carcere che mi preoccupa, ma è lo sforzo che devo fare per uscire dalla mia vita di ieri che è una volta di più spezzata e che non spero di poter riprendere a meno che io non riesca a raggiungere un po' di tranquillità”. Nello stesso anno studia il ruolo dell'istituzione ecclesiastica intesa come libera organizzazione di individui contrapposta al totalitarismo di alcuni autocrati.

     

    I Totalitarismi

    Il protagonismo di Mussolini – denuncia l'anarchico in tema di totalitarismo – si regge sulla promozione della sua immagine e sull'inquadramento del popolo, sull'annientamento dello stesso in quanto realtà eterogenea in grado di riflettere e decidere per sé in maniera critica e, almeno nelle potenzialità, senza condizionamenti. Il concetto fascista di “normalizzazione” è inteso come annientamento completo dell'opposizione e delle coscienze. Nell'applicazione del suo “ordine di Varsavia”, Mussolini si rende anche conto che la rappresaglia fascista ritarda la normalizzazione. Intende dunque intervenire con la reazione statale sistematica. Proprio le rappresaglie su larga scala conducono al potere il fascismo e poi divengono l'unico mezzo di conservazione. Non riuscendo però a manipolare i comportamenti con gli strumenti di violenza propagandistica che spezzano ogni reazione con le botte, Mussolini ha costruito, anche e soprattutto grazie ai suoi consiglieri fautori di un purismo italiano di ispirazione hitleriana, un'immagine di sé che agisce sulla psicologia delle masse e ne manipola i punti deboli: ignoranza, povertà, paura e fame di giustizia e di pane.

    L'hitlerismo diviene l'esaltazione massima di una pazzia collettiva che investe tutta l'Europa e che decreta la fine del libero pensiero, la morte dell'intellettualismo, l'inizio di una tragedia senza proporzioni. Nel 1934 pubblica La frenesia razzista . Il disagio avvertito dall'anarchico è il riflesso di una mancanza di principi morali che ristabiliscano le sorti compromesse della libera convivenza tra i popoli. Egli diviene l'emblema dell'incapacità collettiva di reazione. Berneri si definisce un uomo senza patria, ma la sua condizione lo spinge a ricercare il valore di una cittadinanza universale per ogni individuo, in cui gli intenti di segregazione, di violazione delle libertà fondamentali e di discriminazione, siano abbattuti. Il popolo ebraico proprio perché privo di una terra e perseguitato dai sicari dell'antisemitismo germanico, e da tutti i governi che accolsero tali principi, diviene l'emblema della lotta di ogni popolo a difesa della propria identità, verso la realizzazione di un mondo senza confini e una globalizzazione dei principi. Le Juif antisemite , opera del 1935, suggerisce i percorsi mentali che avrebbero dovuto condurre verso tale obiettivo e particolare accento è posto sulla lotta contro l'antisemitismo dello stesso ebreo che deve superare la propria condizione d'inferiorità psicologica. Riscatto individuale dunque, prima di tutto. Nel suo libro Berneri riesce a compiere una distinzione tra anti-ebraismo e anti-semitismo. L'anti-ebraismo si presenta come un atteggiamento teologico e filosofico distinto dall'antisemitismo che è invece una teoria razziale. Le due manifestazioni si fondono spesso insieme e confondono la ribellione contro la tradizione dell'anti-ebraismo, con la ribellione contro la razza dell'anti-semitismo. L'ebreo è un'entità storico-sociale, piuttosto che una razza, e i suoi limiti risiedono anche e soprattutto nell'“autocastrazione” di sé. Il suo modello ideale è quello di un ebreo cosmopolita che cerca di superare, se pur faticosamente, l' impasse tra assimilazione e ortodossia, tra l'assimilazione e nazionalismo. Vi sarebbe per il Berneri una terza via tra queste due estreme, una missione, capace di costituire il tessuto connettivo tra i popoli. Gli ebrei, categoria di senza patria, sono i più adatti a gettare le basi della grande famiglia umana. Berneri attacca i pregiudizi nazionali e di casta, a favore di un'emancipazione universale dell'uomo. In Spagna, teatro di lotta emblematico delle diverse fazioni contro i soprusi dei regimi autoritari, il Berneri è convinto di riconoscere il contesto ideale per organizzare l'attacco ai tiranni. Supera alcune sue riserve nei confronti delle ideologie contrapposte, riconoscendo nell'obiettivo primario della lotta, la sconfitta dei totalitarismi. Egli si rende fautore di un organizzativismo senza limiti politici, che può essere riconosciuto come un esempio di federalismo che anticipa l'esperimento federalista europeo.

     

    La libertà di associazione: Chiesa e rivoluzione

    La libertà di associazione non è soltanto, nell'opinione berneriana, semplice costituzione di un gruppo sociale che abbia struttura e membri propri, ma anche quella di seguire determinati principi che permettano di realizzarne, almeno parzialmente, gli scopi. Le maestranze di un'officina che deliberino di impadronirsi dell'edificio, delle macchine, degli utensili e della cassa dell'officina per trasformarla da proprietà privata in una cooperativa di produzione, afferma ed attua la propria libertà di associazione. La Chiesa è, a sua volta, un'associazione e, in quanto tale, la libertà dei suoi culti e delle sue istituzioni culturali educative devono essere rispettati. In questo senso, continua il Berneri, la laicità di tutte le istituzioni nazionali è illiberale, fin tanto che i cattolici rimangono una realtà numerosa in Italia. La Chiesa in quanto istituzione è anche Stato, per il carattere gerarchico, autoritario, accentrato della sua costituzione e, ristabilito il Potere Pontificio come autorità temporale (territoriale, giudiziaria, monetaria, ecc.), il Vaticano rappresenta il governo della Chiesa. Il Papato non è altro che una monarchia elettiva. Uno Stato democratico, liberale, socialistoide, che attui una “netta separazione dello Stato dalla Chiesa” riconosce la struttura statale di quest'ultima e la disconosce in quanto associazione. Berneri ribadisce che la Chiesa non è soltanto il clero, ma anche e soprattutto l'insieme dei cattolici, che sono soggetti ad obblighi e a tributi imposti dallo Stato laico, cioè acattolico. La laicità si risolve, quindi, nella negazione parziale di una parte maggioritaria del paese e lo Stato democratico ne diviene l'espressione. L'incameramento statale dei beni ecclesiastici e il controllo sulle nomine vescovili sono forme di dispotismo, dalle quali la repubblica democratica rifugge, per cadere però nell'errore opposto: quello di difendere la Chiesa come Stato e proprietà. La Chiesa in quanto Stato è infatti intollerabile per il Berneri. Egli non accetta la figura del pontefice, perché l'associa a quella di un monarca, e il meccanismo che porta alla sua elezione, perché lo definisce autoritario. La soluzione da lui immaginata è la nomina diretta dei vescovi da parte dei cattolici. I vescovi poi dovrebbero nominare i cardinali. Il Berneri fa una dichiarazione forte: i cattolici, se riconoscessero il Papa come loro capo e non come re, avrebbero riconosciuta la Chiesa quale associazione rivoluzionaria. Ma se pretendessero di salvare la Chiesa-Stato nascondendola nel “cavallo di Troia” di una Chiesa-associazione, dovrebbero fare i conti con i veri rivoluzionari decisi a combattere la Chiesa in blocco. I cattolici avrebbero affermato il loro diritto alla libertà, solo quando avessero deciso essi stessi di avvicinarsi alla libertà (Berneri 1930b).

    Berneri poi propone di liquidare tutte le proprietà ecclesiastiche per opere di benessere sociale, come la costruzione di scuole e ospedali. Egli non ammette una reazione anticattolica da parte dello Stato, che si macchierebbe di tutte le bestialità giacobine. Di contro, la tolleranza lascerebbe in piedi la Chiesa in tutta la sua potenza e immobilità. Soltanto la rivoluzione – conclude – può ricreare la Chiesa come associazione (Berneri 1935a).

     

    Attualismo e revisionismo sociale di Camillo Berneri. Il dibattito con Carlo Rosselli

    Il dibattito apertosi tra l'anarchico e Carlo Rosselli nel 1935 è altrettanto significativo. Il pensiero del Berneri ha subito una maturazione nel corso degli anni, verso l'acquisizione di una maggiore consapevolezza ideologica che, pur mancando di un lavoro organico, riconduce finalmente ad un unica direzione evolutiva: la comprensione del suo “attualismo”. La propensione agli studi storicisti di scuola salveminiana, applicati al vissuto quotidiano, appaiono epurati da ogni attendismo. Il fallimento della Rivoluzione in Russia si è rivelata un'esperienza che ha posto in crisi le sue certezze. Il deviazionismo leninista, superata la prima fase d'incredulità e delusione, è giustificato dalla nuova visione che l'anarchico ha della realtà. Egli la scopre costretta ad operare nella relatività dei fenomeni mutevoli. Egli supera definitivamente il suo determinismo storico di origine marxista e tende a giustificare ogni fenomeno in quanto reale, ribadendo la sua estromissione dall'ortodossia, e, reinterpretando l'esempio dei maestri dell'anarchismo, diviene possibilista. Berneri si rende conto di come la concretezza, crollate le illusioni, avrebbe condotto l'anarchismo verso una lucidità pronta ad ogni evenienza storica. L'anarchismo è descritto come movimento in continua progressione, un'ideologia di revisionisti alla ricerca della realtà nella sua mutevolezza. Scrive: “L'ortodossia stessa non è, nel campo nostro, che la cristallizzazione del revisionismo. Malatesta, ad esempio, si è sempre differenziato da Kropotkin su moltissime questioni pratiche e moltissime impostazioni teoriche. E Fabbri mi diceva, un giorno: ‘É necessario che noi, vecchi, moriamo perché l'anarchismo possa rinnovarsi'. L'anarchismo è più che mai fermentato da impulsi novatori, e alla propaganda generica, tradizionalista, prevalentemente dottrinaria sta subentrando ovunque un problemismo… salveminiano precursore e nuncio di programmi aderenti a questa e a quella soluzione rivoluzionaria” (Berneri 1935a). L'individuazione dei principi generali coincide con un'area di lavoro all'interno della quale si riconoscono alcuni punti essenziali del suo studio in proposito: l'isolazionismo, interpretato come condizione auspicabile e connaturata all'anarchismo stesso, al fine di prendere reale coscienza di sé, del proprio ruolo, per poi collaborare al processo di crescita universale; riconoscimento dei “mezzi di transizione” per operare all'interno della frattura che contrappone formalismi inattuabili; l'educazionismo politico contro gli spettri del deviazionismo e dell'ignoranza; la lotta alla massificazione delle coscienze degli individui, leva dello strapotere assolutistico e quindi individuazione dei nemici comuni: bolscevismo, fascismo e nazismo. Gli elementi distorti della tradizione anarchica – continua l'anarchico – sono di natura residuale e appartengono al materialismo socialista e al razionalismo borghese del ‘900 marxista (Berneri 1935a). In campo anarchico, di quel periodo, rimangono prove solo nei circoli intellettuali. Da qui il “revisionismo” berneriano giustifica i percorsi di mutamento ideologico, propri dell'esperienza anarchica dell'ultimo secolo, quale via necessaria per la crescita e la concretezza storica. Il suo “attualismo” si conferma nel rifiuto degli schematismi, irrigiditi da convenzioni storiche ereditate da altre epoche e non proiettabili nel presente (Berneri 1935a).

    La polemica tra Berneri, per gli anarchici, e Carlo Rosselli, per “Giustizia e Libertà”, si apre nel 1935 con le considerazioni relative all'uno e all'altro movimento. La contrapposizione dialettica tende, quasi in una ricerca d'esclusivismo, ad evidenziare il merito dei reciproci impegni libertari. Rosselli richiama Berneri proprio sui pericoli di tali tendenze, screditando le accuse a lui rivolte. Quest'ultimo sembrerebbe contraddire l'atteggiamento da lui auspicato per i giellisti. Rosselli concorda a questo proposito con le responsabilità conseguenti ai tentativi di una modernizzazione della pratica contro ogni fissità. Egli sottolinea l'importanza di un percorso operativo univoco contro il nemico del presente e cioè il fascismo e ritiene che tutte le audaci iniziative intraprese su ispirazione di minoranze rivoluzionarie, e quindi anche quelle anarchiche, sono da evitare.

    Nella sua risposta Berneri ribadisce le necessità di un percorso autonomista da parte anarchica, perché, solo in quanto realtà indipendente, l'anarchismo sarebbe stato in grado di insinuarsi nella frattura tra comunismo dispotico centralizzatore e socialismo federalista liberale (Berneri 1935b). A proposito dell'ortodossia anarchica, parla di oligarchia dottrinaria. Ora egli attribuisce ai programmi un valore relativo. Il nemico del programmatismo, tipico dell'apriorismo razionalista delle strutture di partito, e a questa forma tendente (il riferimento a “Giustizia e Libertà” è implicito), come detto, è la realtà dei fatti, il vissuto storico, che scardina i presupposti irrazionali di ogni piattaforma, nel momento in cui ne viene a contatto. Berneri apre un dibattito sull'autonomismo unitario, chiarisce i concetti di base che auspicherebbero un alleggerimento di tutti i campi delle attività amministrative dello Stato, e, allo stesso tempo, del predominio politico del Governo. Le varie forme liberal-democratiche (alla Minghetti, Ricasoli, Depretis, Crispi, di Rudinì, Zanardelli, Nitti, ecc.), cattoliche (Sturzo), repubblicane (Mazzini, Ghisleri), socialiste, sono quelle sperimentate e non ideali.

    Il federalismo, invece, autonomista-legalitario (di natura repubblicana alla Ferrari, Cattaneo, Rosa, ecc.) non è altro che una concezione democratica dello Stato. L'anarchico ritiene che il federalismo libertario (di Bakunin, Cafiero, Malatesta, Fabbri, ecc.) si sia frazionato in tre parti: quella comunalista kropotkiniana, quella sindacalista e quella sovietica. Le due correnti principali sono per il Berneri, quelle comunalista-sindacalista-sovietica e quella anarchica intransigente (Berneri 1935b). Il giellismo si porrebbe al centro tra l'autonomismo unitario e il federalismo libertario. Solo se, di fronte all'unitarismo giacobino, il movimento “Giustizia e Libertà” si ponesse in una prospettiva federalista, sarebbe possibile un incontro con l'anarchismo. Diversamente, esso sarebbe chiamato a svolgere un ruolo governativo e dunque assolutamente antitetico con gli interessi del movimento rivoluzionario. Le precauzioni necessarie da prendere contro una tale ipotesi, continua il Berneri, sarebbero l'astensione dal ruolo governativo e una radicata concezione della rivoluzione permanente come mezzo reazionario. Ciò significherebbe inimicarsi il comunismo giacobino che nasconde il proprio autonomismo unitario, dietro una parvenza federalista. Scrive: “Che in un congresso del 1933 questo partito abbia parlato di repubblica del Nord, di repubblica del Sud, di repubblica sarda non è affatto una garanzia per chiunque sappia a che cosa si riduce il federalismo dell'U.R.S.S: federazione coatta di cinquanta repubbliche nelle quali vige il dispotismo bolscevico, facente capo allo zarismo moscovita del Comitato centrale esecutivo di Stalin” (Berneri 1935b). Il comunismo diviene l'esempio pratico di tale degenerazione. Il progetto auspicabile, nella definizione di federalismo per Proudhon, è l'Anarchia: “un sistema politico in cui al governo degli uomini subentra l'amministrazione delle cose” (Berneri 1935b).

     

    L'esperienza di Spagna: partecipazione politica e moderatismo anarchico

    Giunto in Spagna il 29 luglio 1936, in seguito alla vittoria dei rivoluzionari guidati da Garcia Oliver e Francisco Ascaso, il Berneri fa della Catalogna, e di Barcellona in particolare, il centro operativo della sua attività. Egli desidera mettere in discussione le effettive possibilità di riuscita di un'insurrezione, in considerazione del fatto che ad occidente preme il capitalismo e ad oriente il “socialismo di Stato” contribuisce a sviluppare il “capitalismo di Stato”, attraverso il sorgere di nuove classi. L'anarchismo avrebbe dovuto conservare i caratteri di un movimento esemplare per i compagni russi. Questi avrebbero così ridimensionato lo stalinismo burocratico-poliziesco dandogli un più spontaneo carattere autonomo ed extra-statale. Il Berneri ricerca l'equilibrio di un anarchismo pluralista e tollerante dei contrari, senza che ciò comprometta la contraddizione stessa, linfa della società e della libertà. Si batte in particolare su due fronti: contro i compagni chiusi ad ogni piccola apertura nei confronti di forze non anarchiche e contro coloro i quali è ammesso il confronto. Assieme a Bifolchi, Angeloni e Colosso, con la supervisione di Rosselli, Berneri conclude un accordo con i compagni della Federazione anarchica iberica e la Confederazione nazionale del lavoro per la creazione di una Colonna italiana antifascista, da inserire nella formazione Francisco Ascaso delle “Milicias antifascistas catalanes”. In seguito alle dichiarate simpatie della Cnt-Fai nei confronti dello Stato e l'intenzione di partecipare all'elezioni del febbraio 1936, il Berneri si sente in dovere di approfondire la questione dell'opportunità di tale cambiamento di programma.

    I dibattiti riguardanti la questione elettorale si aprono sul giornale “Mas Lejos” (9 aprile-2 luglio 1936) uscito per l'occasione dopo le elezioni.. Il Berneri è tra coloro che partecipano con entusiasmo. Dal suo punto di vista l'astensionismo è una questione di principio, perché contrario all'azione diretta cui gli anarchici devono educare le masse. Ciò nonostante, rispetto alle situazioni politiche e alle dimensioni territoriali, dimostra un certo moderatismo tattico. L'astensionismo è da applicare a tutte le forme d'elezione o altrimenti solo a quelle municipali e parlamentari? In una visione moderata dell'emergente corrente della Cnt che ha lasciato liberi i lavoratori di esprimere, se convinti, il proprio diritto d'espressione, Berneri riconosce una conquista della Confederación e la dimostrazione della sua intelligenza politica. Dopo una fase di diffidenza, che alterna momenti di aperto contrasto dialettico, egli raccoglie questo nuovo opportunismo tattico e lo giustifica con la particolare situazione storica che esige l'uso degli strumenti del potere legittimo, fintanto che si realizzi una democrazia reale, in cui i tecnici istituiti per svolgere delle mansioni in nome e per conto del popolo, possano essere destituiti ogni volta che occorre. La questione riguarda il problema di affrettare o no, attraverso la vittoria elettorale, la rivolta dei generali e la conseguente insurrezione popolare. Egli ritiene doveroso superare i dogmatismi per affrontare concretamente le necessità dei singoli momenti storici. Così l'elezionismo diviene questione di principio solo ed esclusivamente quando s'intende riconoscergli un'autorità e non il mandato esecutivo degli interessi attuali dell'elettore (Berneri 1936c). Quando la polemica si sposta su “L'Adunata dei Refrattari” di New York, Camillo Berneri offre il suo contributo (Berneri 1936d). Egli intende riconoscere la libertà del singolo anarchico di poter esprimere senza riserve la propria posizione attraverso la partecipazione o meno ad un plebiscito o a un referendum, che, in ogni caso, si qualificano in maniera differente rispetto a qualsiasi altra forma d'elezione politica. Definisce i tempi difficili e seri. Ritiene opportuno, quindi, richiamare gli anarchici ad un ruolo che sia il più efficace possibile. A tal proposito e al fine di avvalorare la sua posizione moderata, riconosce una certa importanza all'esempio del Bakunin che, in una lettera al Gambuzzi (Locarno del 10 novembre 1870) descrive la sua contentezza nell'essere ritornato a Napoli per ottenere un posto da deputato e si mostra propenso all'elezione a parlamentari dei più attivi organizzatori dell'Internazionale. Ciò avrebbe significato per essa un potenziamento delle agevolazioni di tipo pratico, relazioni più estese e una maggiore influenza sulle masse. Nell'articolo che segue, il Berneri giustifica, ripercorrendo i fatti italiani del 1918-22, la partecipazione anarchica alle elezioni (Berneri 1936e). Rimane acquisito il fatto che egli ritiene l'astensionismo una questione tattica giustificata dall'impossibilità di legittimare un atteggiamento che sia contrario all'azione diretta cui gli anarchici cercano di educare le masse proletarie (Berneri 1936e). Ciò nonostante egli si astiene in periodo elettorale dal fare opera di ostruzionismo antielezionista. In un suo articolo del 27 giugno 1936 conclude la polemica affermando l'esistenza di due forme di astensionismo anarchico, una di queste, non negando la situazione rivoluzionaria, può scaturire da una vittoria elettorale delle sinistre parlamentari, mantenendo la realtà dialettica all'interno della rivoluzione; l'altra, più estremista nega qualsiasi contenuto rivoluzionario alle elezioni e alla vittoria elettorale, compreso il plebiscito. La scelta rimarrebbe contingente e motivata da necessità strategiche (Berneri 1936e). La funzione tecnica dei propri rappresentanti è riconosciuta al solo scopo funzionale di attribuire carattere provvisorio ad un'azione più dinamica. E ciò si differenzia dalle considerazioni puramente ideologiche sull'astensionismo elettorale degli anarchici. L'obiettivo perseguibile è quello del “male minore”: a proposito della partecipazione del Cnt alle elezioni in Spagna, il Berneri sostiene preferibile la vittoria socialista del Fronte popolare, piuttosto che vedere affermati i principi della dittatura fascista (Berti 1986, pag. 105). L'esito deludente dell'esperienza ministeriale anarchica, lo porta in diretta collisione con Federica Montseny, ministro anarchico della Salute pubblica. Nel citato articolo del 14 aprile 1937, ricorda le dichiarazioni che la donna aveva rilasciato al momento del suo insediamento: “Gli anarchici sono entrati nel governo per impedire che la rivoluzione deviasse e per continuarla al di là della guerra ed altresì per opporsi ad ogni eventuale tentativo dittatoriale che sia”. “Ebbene compagna, – risponde il Berneri – nell'aprile, dopo tre mesi di esperienze collaborazioniste, siamo in una situazione nella quale avvengono gravi fatti e se ne profilano dei peggiori” (Berneri 1937b). I compagni libertari con Caballero abbandonano il fronte aragonese e ripiegano sotto le ali del partito e del governo staliniano (Sartin 1986). Questi, oramai preoccupati di salvare il Fronte popolare, si mettono al servizio del Governo. In questa situazione critica, il Berneri continua ad esprimere opinioni decise: “Aguzziamo lo sguardo e teniamo il timone con mano d'acciaio. Siamo in alto mare e vi è tempesta. Ma noi sappiamo fare i miracoli. Presa tra i Prussiani e Versailles, la Comune accese un incendio che ancora illumina il mondo” (Berneri 1937b). L'esperienza della sezione italiana della Colonna Ascaso si sfalda sotto il protagonismo giellista, l'avvento delle Brigate internazionali organizzate sull'esempio dell'armata rossa e la propensione militarista del Governo che intende inquadrare le truppe volontarie in un rigidismo burocratico. La neutralità dei paesi Europei è sostituita da un sempre più incisivo interventismo. La dimensione del conflitto, dopo la fase internazionalistica caratterizzata da una partecipazione solidale di tutti i gruppi antifascisti europei, s'internazionalizza per scopi imperialistici. Il Berneri suggerisce urgentemente di adottare le seguenti misure: rompere le relazioni diplomatiche con il Portogallo, mai sottrattosi al controllo inglese e centro degli intrighi fascisti, con l'Italia e la Germania, espellerne i rappresentanti diplomatici, sequestrare i beni dei capitalisti di queste nazioni dimoranti in Spagna, chiudere le frontiere ispanico-portoghesi, destituire il corpo diplomatico spagnolo nel mondo che asseconda ormai la cospirazione fascista. Gli anarchici non sono più la realtà protagonista della lotta sociale.

    Scoppiano i fatti del maggio 1937. La caccia ai deviazionisti si è propagata a macchia d'olio dalla Russia e per tutta l'Europa, compresa l'Italia. Il 5 dello stesso mese, Camillo Berneri tiene un discorso commemorativo in ricordo di Antonio Gramsci a radio Barcellona. I toni sono concilianti, ma alcuni punti dell'anarchismo, quali l'idea di un'economia collettivista e un coordinato federalismo politico, sono ribaditi con fermezza. Quello stesso pomeriggio il Berneri è prelevato dalla sua abitazione dalla polizia comunista ed assassinato. Il Masini scrive in Appendice all'opera Pietrogrado 1917 – Barcellona 1937, Il caso Berneri : “Molti che conoscono la sua fine, che conoscono soprattutto chi la preparò, chi la ordinò e chi la eseguì devono ancora parlare. Negli archivi del Komintern, esistenti a Mosca e vietati agli storici, si conservano documenti che potrebbero illuminare i fatti. Luce piena dovrà essere fatta a proposito di questo delitto. Berneri non era comunista e non ha bisogno di una riabilitazione come quella dei comunisti di Kruscev hanno riservato ai comunisti vittime di Stalin. Egli è già onorato dai suoi stessi compagni e da tutti gli uomini liberi e non ha bisogno di alcun riconoscimento postumo e tardivo. […] La verità, non per i tribunali della storia, è il più alto tributo che si possa rendere alla memoria di Camillo Berneri”.




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Autore Granchi Massimo
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