Francesca Parravicini
Una storia di socialismo modenese: Ottavio Dinale
Da una foto di A. Corsi
Fine Ottocento, o, per la precisione, a cavallo tra i due secoli. Parliamo di politica.
Nasce una realtà nuova: il partito.
Nasce in tutta Europa, nasce in tutta Italia. Ma nel modenese, c'erano i contadini che lo costruivano. E questo è un fatto assolutamente unico (Sassoon 1997).

La Mappa Battaglini, che ritrae la provincia di Modena con una scala di 1:75000, si trova esposta presso la sede della Provincia di Modena.
La domanda del perché sia stato proprio il socialismo a impadronirsi politicamente delle menti di questa massa di gente è legittima: “l'idea di socialismo non è nata tra i meno privilegiati della terra. Essa ha avuto origine nell'Europa occidentale, nelle società industriali o alle soglie dell'industrializzazione. Tra gli operai specializzati, non dal Lumpenproletariat . Essa è nata nel seno del capitalismo” (Sassoon 1997).

Aratura in montagna , Evaristo Cappelli, olio su tela 60x82, 1908.
Il legame non è automatico. Dove appare assolutamente stridente il contrasto tra sviluppo capitalistico e tecnico dell'agricoltura, che necessariamente caccia masse di lavoratori dalla produzione agraria, ed i residui feudali che ancora pesano sul complesso delle campagne italiane, e che intralciano lo sviluppo industriale di queste masse, chi si occupa non solo di sviluppo ma anche di miglioramento delle condizioni di vita di queste persone sono i socialisti. Socialisti che, diversamente dall'altra categoria di uomini politici che si muove in questa direzione, cioè i cattolici, non si fermano alle opere pie e alla carità cristiana, ma vanno oltre, cercando una soluzione radicale del problema.
Un'altra domanda che potrebbe sorgere spontanea a questo punto è: quali socialisti? Famosissima l'odissea affrontata dal partito socialista sul nascere, la cosiddetta “lotta tra le tendenze”.
Due sono a questo punto gli aspetti del modenese che lo rendono ancora più appetibile come zona da studiare: uno è il fatto che vi gravitano “movimento mutualistico, cooperativo e leghe di resistenza, lotte spontanee e interventi organizzativi spesso moderatori delle correnti socialiste” (Ganapini 2001). Cioè qui ritroviamo la trama che sorregge l'intera storia del movimento dei lavoratori in Italia.
L'altro è una peculiare combinazione di fattori economici, politici e sociali.
Tra gli strascichi dovuti alla cattiva amministrazione estense (fino al 1859), la sovrappopolazione artificiale, dovuta alle bonifiche intraprese alla fine dell'Ottocento per recuperare all'agricoltura vaste zone della Bassa padana, letteralmente invase dall'acqua con tutte le conseguenze che comporta, lo scarso sviluppo industriale (al di là della Manifattura Tabacchi nella città di Modena e l'industria del truciolo nel carpigiano, le due maggiori, le attività industriali erano frammentate in piccoli e piccolissimi laboratori. Assistiamo agli albori di quelle che oggi sono le grandi industrie di trasformazione alimentare e ceramica, nel sassolese), la situazione economico-sociale era veramente disastrosa.

Una zattera nelle valli finalesi , Narciso Malatesta, olio su tela 120x90, 1869.
La stessa Inchiesta Jacini afferma che “nel modenese gli animali godono di miglior salute degli uomini”. Disoccupazione endemica, malattie, pessime condizioni igienico-sanitarie, precarietà del lavoro, salari di sussistenza (una o raramente due lire per una dozzina di ore di lavoro per gli uomini, meno di una lira per le donne), combinati con la famigerata tassa sul macinato, che portava il pane di frumento a costare 45 centesimi al chilo, la farina a 25 centesimi al chilo (per fare un confronto, la carne equina con l'osso costava 80 centesimi al chilo), sono un quadro di cui lo Stato Italiano non poteva certo andare fiero.

Particolare della pagina dell'analisi dei prezzi unitari della manodopera per la manutenzione della strada di Carpi, affidata dalla Provincia alla Cooperativa birocciai di Carpi, nella quale sono riportati i salari degli operai.
Normale che parole nuove, che offrivano speranza di cambiamento, parole come “lotta di classe”, “autoemancipazione”, “crisi del capitalismo”, “proprietà collettiva”, fossero accolte come il Verbo.
Entusiasti propagandisti e organizzatori si fanno carico dell'istruire e unire queste forze. Ecco l'altro aspetto che rende il modenese peculiare, e interessante: si crea uno spazio talmente assetato di parole che anche correnti così diverse come quella ultra-gradualista, che fa capo ad Alfredo Bertesi, quella cooperativista guidata da Gregorio Agnini e quella proto-sindacalista di Ottavio Dinale riescono a convivere. Almeno in un primo momento. Così differenti in tutto, dall'organizzazione alle parole d'ordine, si danno uno stesso nome.
Viene da chiedersi come sia possibile che questo accada. Questi tre mondi lontani sono simili per un aspetto: suppliscono, anche se in modi profondamente diversi tra loro, ad una carenza dello Stato in campo sociale. Carenza che lascia aperto un ampio spazio ad iniziative del singolo. È, in questo caso, il partito socialista che scende nel sociale, portando con sé lo Stato, e socializzando contadini, braccianti, scarriolanti, operai, muratori etc. ad essere cittadini.
Se nell'Inchiesta agricola del 1884 il ministro Jacini riteneva di poter parlare di “cento Italie agricole”, questo non può che essere confermato dalla realtà di quegli anni, ancora appiattita su un municipalismo di tipo medioevale, dove enormi erano le distanze, fisiche e sociali. Ogni piccolo ritaglio di territorio esprime un modo organizzativo coerente con le proprie aspettative, il proprio modo di essere: quello che è “più giusto per sé”. Nello spazio lasciato libero da questo Stato a-sociale, in un campo di non-governo, le contraddizioni non trovano spazio, in una primissima fase, e, prima di generare contrasto, quello che si sviluppa è un fecondo, e ricco, dibattito, che supera in importanza e spessore le lotte interne.
Se in un primo momento l'azione è “in potenza”, è “staminale”, quando è costretta a prendere una strada, deve escludere le altre. Da qui la paralisi del movimento tutto.
Ma dove si sviluppa questo dibattito? Sui giornali.


Le testate si susseguono, si alternano, si passano il testimone, si fondono, lottando contro il sequestro, la soppressione, contro la mancanza di fondi. Sono un vero luogo collettivo: portavoce delle idee politiche determinati raggruppamenti, sede accreditata del dialogo, sono lo strumento che amalgama i gruppi, che crea un'identità comune. Persone che leggono le stesse cose entrano in possesso dello stesso linguaggio, dello stesso sistema di riferimento. I giornali sono la sede della formazione della coscienza socialista, sono la sede di apprendimento delle parole d'ordine, sono il luogo che ne legittima l'esistenza. Parole scritte. Parole che restano.
Per la prima volta anche “la massa” ha una sua voce. Il richiamo a questo tema è costante: “La Parola Proletaria”, “La Voce del Popolo”.
Quello che vediamo è come i propagandisti abbiano preso e portato le idee socialiste tra le masse bracciantili. Le abbiano adattate, rese comprensibili e adottabili.
Nel modenese si può osservare come nasce dal niente un movimento nuovo. Come nasce una nuova classe politica. E come questa classe scopra la sua voce.
Ho parlato di tre distinte correnti socialiste, ognuna con un suo leader, con un suo giornale, con un suo territorio di riferimento.

Amministrazione provinciale di Modena, Ufficio tecnico. Pianta schematica delle via provinciali. Servizi pubblici con automobili, 1913, scala 1: 30000, orientata orizzontalmente, originale su carta, inchiostro ed acquarello policromo, mm. 218 x 405 (APMO, Subfondo Ufficio Tecnico, Serie Automobili). La pianta è allegata all'atlante dal titolo: Provincia di Modena. I servizi pubblici con automobili dal 1906 al 1913 , redatto in occasione della partecipazione alle Esposizioni Verdiane di Parma, agosto-settembre 1913, come aggiornamento della mostra con cui la provincia di Modena aveva partecipato all'Esposizione Internazionale di Torino del 1911.
I tre uomini che le guidano sono anch'essi profondamente differenti: Agnini, cooperativista, uno dei primi cinque deputati socialisti in Parlamento, è un cosiddetto “apostolo” della prima fase del movimento, ma anche un creatore di cooperative e associazioni, una sorta di deputato regionale, che sarà incessantemente rieletto dal suo collegio fino al 1920. La sua influenza riguarda la città, dove ha sede la Camera del lavoro, fondata nel 1901 e guidata da un suo uomo, Bindo Pagliani, e l'area di Finale Emilia, della quale è originario.
Bertesi, ultra-gradualista, attivo nel carpigiano, dà vita in questo territorio ad un sistema autosufficiente, basato su una stretta interazione tra cooperative, leghe e Soms, con l'appoggio delle istituzioni statali e di organizzazioni di imprenditori, promosse da lui stesso. Un intreccio di interessi che, data l'economia abbastanza fiorente della zona carpigiana, pareva funzionare, nonostante non tollerasse intromissioni di elementi esterni.
Dinale, professore, propagandista, sindacalista, è la spina nel fianco delle altre due correnti: muove come un sol uomo le agguerrite organizzazioni della Bassa padana, costituite per lo più da bracciantato dequalificato e disoccupato per la maggior parte dell'anno. La sua forte impostazione classista della lotta, le sue posizioni estreme in tutte le questioni ( per esempio “sciopero” come obiettivo minimo e “socializzazione della terra” come obiettivo massimo), ne fanno un outsider, oltre che a livello locale, anche a livello nazionale. Motivo, questo, che porta alla sua scomparsa come personaggio nella storiografia: diversamente da Agnini e Bertesi, non resta di lui segno o traccia in nessun archivio, in nessuna biblioteca locale.
La sua produzione letteraria, consistente in opuscoli di carattere politico o libri di educazione (politicizzata), è reperibile solo presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma e la Biblioteca nazionale centrale di Firenze.
È proprio questo a renderlo così interessante ai miei occhi. Il suo percorso politico, il suo essere sprofondato in fondo in fondo nel cassetto della storia, il suo stesso venire da lontano (Dinale è nativo di Marostica), hanno sfidato la mia curiosità.
Il socialismo di Ottavio Dinale
“Ecco i due programmi della organizzazione dei lavoratori della terra, il minimo – sciopero generale –, il massimo – socializzazione della terra . Attorno a questi due centri deve rivolgersi l'azione direttrice del partito socialista, da questi due fochi soli può partire una luce che irraggi e vivifichi le coscienze nuove e vergini dei nostri contadini” (Dinale 1902, p. 15).
Da questa sola frase, una scheggia dai numerosi scritti del Professor Dinale, si coglie la profonda differenza rispetto alle due precedenti posizioni. Se vogliamo mettergli un'etichetta, Dinale è un proto-sindacalista rivoluzionario. Seguace di Labriola per quanto concerne le correnti parlamentari, si assesta su posizioni sempre molto estreme, in ogni questione. Sciopero a tutti i costi, è il grido che si leva dalla campagna mirandolese, sotto la sua diretta influenza.

Ottavio Dinale
Giunto a Mirandola come professore del locale ginnasio, nato a Marostica (Vicenza) il 20 maggio 1871, viene subito addocchiato dalle autorità locali come potenziale pericolo per essere uno dei più ferventi membri del partito socialista. A causa delle sue convinzioni e della sua attività organizzativa presso le masse bracciantili, viene sospeso dall'ufficio di professore nel 1898 per esservi riammesso l'anno successivo, pur sotto attenta e costante vigilanza.
Da professore, considera prioritario istruire la popolazione, con una logica di fondo che rispecchia bene la famosa massima “Essere colto per essere libero: la cultura è un'arma, non è un fronzolo” (José Martì).

Se si osservano con attenzione i contratti stipulati dalla Provincia di Modena con le Cooperative, si noterà la differenza tra le firme di notai ed ingegneri, abituati a tenere in mano la penna sin da bambini, e i presidenti delle Cooperative, probabilmente operai a loro volta. La loro calligrafia è difficoltosa, traspare la fatica di addomesticare la mano ad un gesto non naturale, ma quanto mai importante dal punto di vista politico, se si tien conto delle riforme elettorali del 1882 e 1889, che riconoscono elettori tutti gli uomini che sanno leggere e scrivere. Ecco che in quest'ottica la firma di Dola Antonio, presidente della Cooperativa braccianti di Finale Emilia, diventa il segno dell'opera di alfabetizzazione svolta dai socialisti modenesi tra '800 e '900.
Nel 1898 è autore di un opuscolo diretto ad avvicinare i giovani al socialismo, una sorta di manuale di dottrina, semplificato, corredato di massime e definizioni che possa “inoculare l'idea nei cuori giovanili, infiammare le giovani menti, prepararle per la conquista dell'avvenire” (Dinale 1904, p. 4).
“Mentre l'industria fece in tutto il mondo progressi maravigliosi, dal telaio a mano sino alle macchine più complicate, l'agricoltura, a non tener conto degli ultimi timidi tentativi e di poche eccezioni che non hanno valore in considerazioni generali, non si mosse e così, mentre l'artigiano ignorante e incosciente della corporazione diventò il proletario istruito e cosciente dello stabilimento, il contadino rimase il contadino. Il quale oltre ad essere vittima della stazionarietà del suo mestiere, per ragion d'ambiente, ebbe anche la sventura di vivere lontano dal telegrafo, dal vapore, dalla stampa, dal soffio potente della civiltà, col corpo al padrone, l'anima al prete” (Dinale 1904, p. 4).

L'aratura , Giovanni Fattori, olio su tela 102x80, 1881-1882.
L'importanza del venire a contatto con i più recenti sviluppi della tecnologia, l'importanza di sentirsi inseriti in un flusso che procede e progredisce, di acquisire una mentalità che accetta e anzi stimola il cambiamento è alla base del pensiero dinaliano.
“E quando il lavoratore ha acquisito i suoi diritti d'uomo e di cittadino , quando ha appreso che egli è uguale a tutti gli altri, che come tutti gli altri è un cittadino avente diritti e doveri, quando ha capito la sua funzione utilissima nel meccanismo della produzione sociale, quando ha compreso tutto ciò, senza bisogno che egli sia un logico o un profondo pensatore, concepisce subito l'illazione naturale , che cioè la sua inferiorità materiale e morale dipende dalla ineguale distribuzione della ricchezza, dalla sua oppressione economica, dallo sfruttamento del capitale che riduce la sua mercede al minimo necessario per vivere, quindi s'affaccia naturale il bisogno della lotta, dell'organizzazione” (Dinale 1904, p. 6).
Ecco che, attraverso le sua parole, possiamo seguire il “lampo” di diffusione delle leghe nel 1901: nuovo governo, nuovo respiro, e “con una forza d'espansione che non si sarebbe mai pensata, le leghe, per ragioni di contatto e di suggestione, crebbero in una proporzione insperata”. “Il movimento fu subito e tutto in mano del partito socialista, che lo plasmò e lo diresse, tanto che l'imponente Congresso di Bologna, che fu il battesimo alla vita civile dei lavoratori dei campi, da poco differiva, nelle figure più in vista, da un congresso socialista. E ne uscì l'affermazione rivoluzionaria e ardita: la socializzazione della terra” (Dinale 1904, p. 7-8).
Professore, quindi uomo la cui parola ha valore riconosciuto dalla comunità e certificato da un titolo di studio, è oggetto nella Bassa di un vero e proprio culto della personalità: così come i contadini nel reggiano avevano l'immagine di Prampolini a capo del letto, assieme a quelle sacre, allo stesso modo di Dinale si vendevano spille col ritratto, o immagini.

La Parola Proletaria , 1 maggio 1903.
Vero e proprio leader, assume la funzione di organizzatore e propagandista nel collegio di Agnini, eletto in Parlamento sin dal 1891.
Va detto che, se l'Agnini si occuperà sempre di creare sodalizi cooperativi, ed è appunto sulla cooperazione come strumento di unione, solidarietà ed elevazione sociale che premerà sempre, Dinale differentemente, se in un primo momento entra nella scia di Agnini, la abbandona subito per occuparsi della creazione di leghe di resistenza, il cui duplice scopo sia quello di:
1. essere riconosciute come strumento di mediazione dai proprietari per le trattative sui contratti di lavoro a nome dei lavoratori di categoria (scopo, va detto, comune a tutte le organizzazioni di categoria costituitesi in quegli anni);
2. appunto, resistere, attraverso il mezzo dello sciopero 1.
Se il suo interesse primario sono dichiaratamente i braccianti, si occupa anche con fervore di una questione decisamente annosa per il movimento agrario: il patto colonico. Cerca di organizzare un movimento parallelo dando valore ad una categoria, quella del compartecipante (mezzadro, terziario, colono, piccolo fittavolo), con la quale i braccianti faticavano a trovare unità d'intenti a causa della continuità del loro rapporto di lavoro, opposta all'assoluta stagionalità del lavoro bracciantile.
Dinale dà voce anche a questi lavoratori, che trascinano dal Medioevo le stesse condizioni di lavoro 2, e, pur in possesso di un contratto di lavoro annuale, sono vessati dal dover “lavorare senza limite di tempo e senza mercede, semplicemente mantenuto come il capitale bovino della stalla, anzi peggio. Superfluo poi notare la servitù morale; viene da sé come conseguenza logica di tali condizioni materiali e tutti sanno l'abitudine dei padroni di condurre i loro coloni a votare, come gregge”. Altro problema: le spese d'opera sono accollate in modo quasi totale al colono che impiega spesso egli stesso dei braccianti, apparendo agli occhi di quest'ultimi come un “anfibio del lavoro”. Condizione, questa, che provoca attrito tra le due categorie di partecipanti e braccianti: in caso di richieste di aumento di paghe dei giornalieri, ad esempio, è il colono che dovrebbe soddisfarle, o il cui lavoro viene fermato. È lui insomma quello che “ci va di mezzo”.
Evidente allora l'importanza di costituire una coscienza comune, di costruire un'alleanza che comprendesse tutti i lavoratori della terra genericamente intesi, alla luce dell'obiettivo finale che Dinale vede nella socializzazione della terra.

Alla stanga , Giovanni Segantini, olio su tela 169x389,5, 1886.
È lui il primo a portare all'attenzione generale la questione del patto colonico con l'Odg presentato al Congresso di Bologna del 1901: “I lavoratori della terra riuniti nel primo congresso nazionale di Bologna reclamano: 1° Una legge sul riconoscimento delle leghe. 2° Un codice agrario che stabilisca norme fondamentali per la compilazione e la applicazione dei patti colonici, nel quali siano assicurati e garantiti i diritti dei lavoratori, e regolati i rapporti tra coloni e padroni” (Dinale 1901).
Emerge qui l'altro problema, l'altro fulcro della lotta: il riconoscimento delle leghe come intermediario per le trattative con i proprietari, in luogo della trattativa ad personam, che metteva il singolo lavoratore in una evidente posizione di svantaggio rispetto al padrone, e umiliava chi volesse migliorare la sua condizione. La questione, come si può facilmente intuire, era che i padroni non ritenevano fosse nel loro interesse riconoscere la mediazione della lega, e quindi rifiutavano di intavolare con essa qualsiasi tipo di trattativa. Uno sguardo complessivo allo svolgimento degli scioperi nel modenese ci dice che se fino al 1901 assistiamo ad una prodigiosa nascita di leghe, che colgono di sorpresa il padronato agricolo (“tali organizzazioni erano sorte così improvvise che i proprietari furono colti di sorpresa e non armati; e qui sta forse la ragione principale delle facili vittorie che ottennero quasi tutti gli scioperi di quella stagione”. Dinale 1902, p. 7), dal 1902 in avanti quello che stupisce è la reazione padronale, qui particolarmente dura. Organizzatisi a loro volta in leghe di resistenza, colpiscono i lavoratori facendo ricorso a braccianti non organizzati, o democratici cristiani, modificando le colture, smettendo di introdurre ogni miglioria nei campi o ricorrendo alla misura estrema dell'escomio.

La poverella , Albano Lugli, olio su tela 37x45, 1864.
Per esempio, nella zona di Rovereto, si comunica al prefetto che “tutto procede regolarmente e nessuna agitazione si tenta di fare per modificare le tariffe, perché colà ci sono molti operai democratici cristiani che prenderebbero all'occorrenza il posto dei socialisti, quando questi volessero scioperare”. (A.S.M., fondo Questura, B. 9, 1901-1902-1903, Cat. IR. 24 maggio 1902, n. 3402, Div. 3°, citato in Riosa 1996, p. 10). Decisione ancor più grave è quella di ridurre al minimo le proprie colture, come un tal Bocchi di Novi di Modena, che per non “pagare la manodopera come nello scorso anno ha diminuito i lavori campestri e si è munito di un [...] (parola illeggibile) per sostituire, se sarà il caso, prati artificiali, trifoglio alla coltura delle risaie”. A.S.M., fondo Questura, B. 9, 1901-1902-1903, Cat. IR., Il delegato di PS di Novi di Modena al prefetto, 11 aprile 1902, n. 19.I.21°-D, citato in Riosa 1996, p. 11). Naturalmente un atteggiamento del genere, provocando un sensibile aumento del già elevato grado di disoccupazione che di norma affliggeva la popolazione del mirandolese, non poteva non rendere drammatico il disagio. Negli scritti delle autorità si intravede come nelle campagne ci fossero, sparsi, centinaia di braccianti che non avevano potuto lavorare a causa della pioggia durante l'inverno, e che non sarebbero stati assunti con la nuova stagione a causa della limitazione delle spese campestri decisa dai proprietari.

Membra stanche, Pellizza da Volpedo, olio su tela 127x164, 1904. Il dipinto rappresenta le dure condizioni di vita degli emigranti dall'Appennino alle risaie del vercellese. Alle spalle si riconosce la Valle del Curone, nonostante il dipinto sia incompiuto a causa del suicidio del pittore, nel 1907.
D'altra parte il ricorso ai lavori pubblici è attuato in maniera inadeguata a diminuire sensibilmente le difficoltà in cui si dibattono i lavoratori, e non può comunque costituire una soluzione che ponga le basi per la risoluzione del problema. “quando videro che la lega non era solo e non tanto un'arma in mano dei lavoratori per le conquiste economiche, ma una scuola civile e morale dalla quale apprendevano vivissimo il sentimento della solidarietà umana, la pienezza dei loro diritti umani e civili, la libertà di voto, quando insomma videro l'imminente pericolo della trasformazione dei loro contadini da bruti in uomini, quando sentirono affermato e perseguito l'obbiettivo della socializzazione della terra, allora si scossero risolutamente e organizzarono quelle loro associazioni [...] Macchina indietro! si gridò allora” (Dinale 1902, p. 10).
È questa fase della storia del movimento contadino nella provincia di Modena che porta all'estremo radicalizzarsi del pensiero dinaliano.
“Ed ora eccomi col “macchina indietro” a cui io contrappongo un “macchina avanti e a tutto vapore”.

La crisi, temporanea, del movimento dei contadini, può, secondo Dinale, essere superata unicamente grazie ad un fattore: la guida del partito socialista. Ma quale tipo di guida socialista? Quella che lanci il movimento agricolo appunto “avanti”, senza altri indugi, verso l'obiettivo ultimo della socializzazione della terra. “Propaganda sempre e a qualunque costo, anche dove s'ha da cozzare con diffidenze e ostilità…… Bisogna togliere dalla mente semplicista dei lavoratori l'idea che la lega porti un immediato miglioramento, dimostrare, con la storia dei fatti alla mano, che i piccoli scioperi parziali non bastano più, dato il nuovo atteggiamento dei proprietari; inculcare che, pur rimanendo ferma la virtù principale dell'organizzazione, di essere cioè arma potentissima per il miglioramento economico, date le nuove necessità, bisogna cambiare tattica, raccogliere munizioni per una grande battaglia, il che si riduca al chiodo che batte sempre Enrico Ferri: fare delle coscienze socialiste . Ecco i due programmi della organizzazione dei lavoratori della terra, il minimo, sciopero generale , il massimo, socializzazione della terra ”.

Pellizza da Volpedo dipinge nel 1904 Il Sole . Il valore non solo tecnico pittorico ma anche simbolico di questo straordinario sole che nasce fu subito chiaro alla critica contemporanea, come rivelano le parole di Primo Levi: “Bisogna infine rivolgersi a Pellizza da Volpedo per sentirsi illuminati da un Sole che sembri davvero quello dell'avvenire, con tutte le sue connotazioni politiche”.
Dinale, nella stessa opera, cita un episodio, indicativo della sua differenza di vedute rispetto alla corrente maggioritaria nel partito: “Alla riunione dei segretari delle Federazioni e delle Camere del lavoro, in Bologna, io domandavo al Vergnanini perché mai nel reggiano non fosse scoppiato ancora uno sciopero agricolo. Ed egli mi rispose testualemente: ‘Dipende dalla nostra tattica; domandiamo 20 e ci dan 5; noi stiamo buoni e ci rimettiamo al lavoro, così adagio adagio, tranquillamente e senza scosse, la nostra organizzazione procede e si rinforza senza ubriacature e senza delusioni'. Questo si fa nel reggiano, dove ha seminato Prampolini; provate mo' a chiedere a quelli di Reggio se le loro campagne sono pronte per uno sciopero generale; vi risponderanno: sì, o quasi” (Dinale 1902, p. 13-15).
Cito questo aneddoto perché ritengo che mostri senza bisogno di ulteriori spiegazioni la diversità della tattica seguita dal Dinale, rispetto ad un Agnini ad esempio, che pure l'aveva portato in palmo di mano sino a quel momento. Addirittura, data la popolarità acquisita, viene nominato alla fine del 1901 direttore de “Il Domani”.
Intanto, di fronte all'atteggiamento di deliberata ostilità dei proprietari, chiuso ad ogni possibilità di accordo, la Federazione provinciale delle leghe proclama lo sciopero a grande maggioranza, pur col parere contrario di Agnini, “data la scarsa opportunità del momento” (“Il Domani”, 8 marzo 1902).
Già in questa occasione si manifestano i segni premonitori di quella spaccatura interna al partito socialista modenese che si rivelerà l'anno successivo in tutta la sua gravità. Lo sciopero inizia l'8 marzo e termina 23 giorni più tardi con l'accoglimento della maggior parte delle richieste degli scioperanti. Esteso ai comuni di Bomporto, Camposanto, Finale Emilia, San Felice sul Panaro, Medolla, registra la partecipazione di 14.950 lavoratori (il maggior numero di scioperanti rispetto a tutti gli altri scioperi del 1902). Dato interessante è il fatto che a tale sciopero aderiscono tante e diverse categorie di lavoratori: coloni, boari e avventizi, uniti da spirito di solidarietà su una piattaforma rivendicativa che contempla accanto a richieste di categoria, come aumento di salario, turno di lavoro e miglioramento dei patti colonici, anche una con carattere di classe: il riconoscimento delle leghe da parte dei padroni.
“I mezzadri ottennero l'abolizione di alcune parti tra le più umilianti dei patti colonici, come le prestazioni gratuite, le ‘donne al bucato' e il pagamento a prezzo normale dei lavori straordinari. Inoltre ottennero il ritiro degli escomi di rappresaglia contro quelle famiglie mezzadrili che più si erano distinte nelle agitazioni. Venne anche concordata la creazione di camere arbitrali, con rappresentanze paritetiche, competenti sulle controversie relative agli escomi passati e futuri. Tuttavia le leghe non ottennero il proprio riconoscimento, che era lo scopo più importante” (Osti Guerrazzi 2001, p. 75).
Nonostante la forza dimostrata dallo sciopero del marzo, la classe padronale riprende a far uso delle armi del crumiraggio e degli escomi.
Ed è a questo punto che si allarga sensibilmente la forbice ideologica all'interno del movimento socialista modenese. Ai riformisti la ripresa ancor più veemente di prima della controffensiva padronale offre l'occasione per ribadire l'inopportunità dello sciopero di marzo. Dinale, pur ammettendo di aver acuito con lo sciopero la tensione sociale, sostiene che “l'organizzazione non mira certo alla pacificazione, ma a ristabilire il sopravvento perduto, morale e materiale sulle classi lavoratrici” (Dinale, “Il Domani” 12 aprile 1902). Si contrappone quindi fermamente ai riformisti, scegliendo di raccogliere la sfida dei proprietari.
A rafforzarlo in questa decisione contribuisce la vittoria alla amministrative della lista dei clerico-moderati nel 1902. Questo blocco di potere, particolarmente forte nel modenese data la storia della città precedente l'Unità d'Italia, è assestato su posizioni decisamente conservatrici: in netto contrasto con la soluzione adottata dal governo Zanardelli-Giolitti a livello nazionale, cerca di impedire il realizzarsi di quelle condizioni (successo delle lotte rivendicative e apertura delle amministrazioni), che avrebbero permesso di mantenere il movimento socialista modenese all'interno del quadro della politica giolittiana e delle direttive della politica riformista. E infatti la prima conseguenza del loro atteggiamento è il dissolversi nelle masse contadine della speranza di raggiungere l'emancipazione attraverso l'uso di metodi pacifici. Idea, questa, della quale si fa portavoce il Dinale, in contrasto con le posizioni predominanti a livello provinciale, Agnini e Bertesi, ma anche a livello nazionale (si veda in proposito l'appello rivolto da Turati al movimento contadino modenese dalle colonne dell' “Avanti!”, il 17 marzo 1902, per una tregua sul fronte sindacale, al fine di impedire che la reazione padronale in atto nelle campagne trovi in nuove agitazioni rivendicative alimento per acutizzarsi ulteriormente, fino a divenire minaccia per le libertà appena conquistate).
Nel momento in cui il contrasto tra le due posizioni si fa troppo profondo non può non esplodere. Ma la forma prescelta dai riformisti per eliminare la scomoda presenza di Dinale nel movimento socialista locale e nazionale non è lo scontro sui rispettivi contenuti politici, ma un'accusa rivolta a mettere in dubbio la correttezza della condotta personale dell'uomo. La controversia precipita, finché il circolo di Mirandola, rimasto fedele al suo portavoce, sceglie di non riconoscere più come proprio organo di stampa “Il Domani” e di fondarne uno proprio dal titolo “La Parola Proletaria”.
La “questione Dinale”
La querelle riguarda, oltre alle differenze di tattica, anche una loro diretta conseguenza: a Modena nel 1901 è stata fondata una Camera del lavoro, con l'intento di riunire sotto di sé, e sotto le ali del partito socialista, tutti i circoli, le leghe, le cooperative della provincia, in modo da dare al movimento tutto unità d'azione, un solo nome e un solo giornale. Il circolo di Mirandola, capitanato dal Dinale, non vuole aderire. Motivo: i contadini sono profondamente diffidenti verso la città, che è un qualcosa da loro lontano, che non conoscono e del quale non si fidano. Mai quindi lascerebbero le conquiste appena fatte nelle mani di un qualcuno che considerano un burocrate o un notabile. Altro motivo: la posizione proto-sindacalista del Dinale non rispecchia certo la strategia riformista della Camera del lavoro, guidata dall'allora segretario Bindo Pagliani, uomo dell'Agnini. La riluttanza di Dinale a portare la sua linfa al costituendo movimento unitario è alla radice della controversia.
I mezzi sono inqualificabili: viene fatto scoppiare uno scandalo a proposito di un prestito di £ 3.000, ottenuto da Dinale dalla Cassa di Risparmio di Mirandola presentando come garanti Agnini e altri esponenti della Camera del lavoro, che però pare non ne furono informati. Fatto accertato: Dinale non pagò le rate degli interessi. Il Psi e la Camera del lavoro non si fecero certo scappare l'occasione per infangare il nome dell'avversario ed eliminarlo dalla scena politica. Toltagli la direzione de “Il Domani”, Dinale fonda un nuovo giornale, mirandolese, “La Parola Proletaria”, col quale si difende dalle accuse, a suo dire infondate. Il primo numero esce il 7 febbraio 1903, riportando il giudizio del giury formato da Ferri, Gatti e Nofri, il quale da un lato biasima la condotta de “Il Domani” per aver attribuito “una colpa prima che una qualsiasi inchiesta regolamentare o qualsiasi domanda rivolta personalmente al Dinale ne avessero assodato un qualsiasi fondamento sicuro”, e per aver continuato a “fare pubblicazioni contro di lui durante lo svolgimento dell'inchiesta”. D'altro canto il Dinale, cui sono concesse tutte le attenuanti grazie alla sua opera di fervente propagandista dell'idea socialista, viene biasimato per la sua trascuratezza amministrativa, pur tenendo conto del suo “regime di vita modesta e laboriosa”.

Il caso rientra chiaramente nella lotta tra le tendenze interna al Psi e la scissione viene proclamata ufficialmente: Dinale e le “sue” organizzazioni della Bassa decidono di fare parte a sé, dando un grave colpo alla traballante Camera del lavoro, in un momento per altro assai delicato della controffensiva padronale. Infatti quando viene proclamato dalla Direzione del partito “indegno di appartenere al Partito Socialista Italiano” (“Il Domani”, 16 maggio 1903), e sciolto dall'alto il Circolo popolare educativo di Mirandola, le leghe, stringendosi attorno al suo fondatore, decidono di costituirsi in Federazione autonoma (“La Parola Proletaria”, 9 maggio 1903).

La Parola Proletaria , 16 gennaio 1904.
“Questa frattura è destinata ad avere delle ripercussioni profondamente negative all'interno del movimento contadino modenese, costituendo la causa principale della profonda crisi in cui verserà quest'ultimo negli anni successivi, crisi resa ancor più acuta dallo stimolo che l'episodio costituirà all'intensificazione delle rappresaglie padronali, nonché da un aumento sensibile nell'invernata 1902-1903 della disoccupazione” (Riosa 1996, p. 17).
Ancora una modificazione del pensiero del nostro, quindi, che, se nel 1902 mostra di comprendere l'esistenza di differenze all'interno del partito, ma di considerarle ancora sanabili, tant'è che fa uso della parola “equivoco” per riferirvisi (Dinale 1902), nel 1903 parla del riformismo come di semplice opportunismo, nei suoi articoli (“Il ministerialismo socialista ha fatto la sua bancarotta, il proletariato ha perduto due anni oramai in vane ed evangeliche aspettative” 3), o sfruttando l'arma della satira (“Qualunque sia governo al porco piace / S'anche a costo di qualche bastonata, / Mangiar bene e dormir lo lascia in pace” 4).
La posizione di Dinale inizia a questo punto ad incrinarsi in più punti: condannato al carcere per reati di stampa e riparato in Svizzera (giugno 1904), viene riammesso al Psi nel luglio, da una commissione d'inchiesta sul suo caso, formata da Lenzi e Marangoni, che gli commina una pena di un solo anno di sospensione, contribuendo notevolmente a svelenire l'ambiente. Inaspettatamente, contro il parere delle “sue” leghe, accetta la decisione del partito, che addirittura annulla la pena in occasione delle elezioni del novembre, grazie alla comune decisione della sezione provinciale del partito e della federazione di Dinale di presentare lo stesso candidato, Gregorio Agnini.
Si sancisce così almeno una parvenza di ritrovata unità del movimento modenese sotto il cappello della Camera del lavoro di Modena e del suo giornale, “Il Domani”. Trionfo quindi dell'idea unitaria e della tendenza riformista, apparentemente.
Siamo nell'estate 1904.

Il quarto stato , Pellizza da Volpedo, 1904.
Il semplicismo della sua impostazione politica e la genericità delle sue enunciazioni rivoluzionarie, inducono Dinale nell'agosto 1904 a propugnare un'unione di tutti i partiti rivoluzionari (socialisti, anarchici e repubblicani) al fine di contrapporre all'opera “conservatrice del riformismo… una vera e propria decisiva azione economica, fino allo sciopero generale” (“La Parola Proletaria”, 6 agosto 1904). La stessa “Avanguardia socialista”, diretta da Antonio Labriola, nel numero del 3 settembre 1904, si dichiara “scettica di fronte ad una possibile unione di tutti i partiti rivoluzionari. Quel che ormai urge è di tracciare netta e sicura una politica d'azione, di cui parla il Dinale, che in certi casi potrà essere il frutto di un momentaneo accordo col partito repubblicano, ma che sul terreno economico è compito specifico del partito socialista”.
Lo sciopero del settembre intanto appare a Dinale come la messa alla prova (vincente) di tutte le sue idee. Scrive su “La Parola Proletaria” (20 settembre 1904): “La battaglia di questi giorni ha lavato un'onta triennale. Il Partito Socialista era fiaccato dagli adescamenti giolittiani, indebolito dalla sfiducia germinante dai fatti, screditato dalla sua tattica ministeriale, macchiato quasi da una tacita complicità col governo pseudo-liberale. Non abbiamo dimenticato […] Il proletariato che s'è fatto adulto, che ha vinto a Bologna […] ha condannato i metodi quietisti, ha solennemente confermata la sua fede inalterabile nel socialismo concepito come la più grande e la più completa rivoluzione, ne la unica tattica possibile, la lotta di classe, diretta, inflessibile, incoercibile, sino alle ultime conseguenze”. È evidente come il suo giudizio dia per scontata una ben più matura coscienza rivoluzionaria, (“Tutto diviene: ma non bisogna aspettare, urge far divenire”. Dinale 1904, p. 14) e che proprio per questa ragione era molto lontano dalle idee dei leader rivoluzionari che avevano guidato lo sciopero stesso, e che di lì a poco si sarebbero proclamati sindacalisti-rivoluzionari 5.
Restano sostanzialmente identiche le posizioni all'interno dell'estrema: Dinale lancia l'idea di un “Congresso” sindacalista-rivoluzionario che dichiari la rottura con la strategia riformista e con il partito; Labriola, Leone e altri esponenti preferiscono parlare di informale “Convegno”, per evitare di sancire qualsiasi rottura a livello di partito, per varie ragioni: innanzitutto sono convinti della validità di una politica parlamentare (“Io credo che fin quando il regime costituzionale e rappresentativo sarà la forma del dominio di classe capitalista, tanto l'azione elettorale quanto l'azione parlamentare saranno necessarie alla classe lavoratrice per sostenere la guerra contro il mondo dei suoi oppressori”, in “Avanguardia socialista”, 8 luglio 1905 6) al fine di difendere e consolidare le conquiste ottenute con altri mezzi di lotta, come lo sciopero. Una prospettiva quindi di integrazione, all'interno della quale l'azione del partito socialista viene a configurarsi come emanazione della volontà degli operai organizzati, sul modello delle trade's union. Chiaro come l'astensionismo elettorale non venga considerato produttivo, né utile, né tanto meno indispensabile alla politica sindacalista. Politica considerata ancora prematura per uno scontro frontale diretto con i giganti della politica riformista. Le proposte di Dinale sono tutte accolte con cautela nella consapevolezza che il sindacalismo italiano, al momento, anche come dottrina, è tutt'altro che omogeneo, configurandosi in una molteplicità di posizioni difficilmente assimilabili. Un convegno che pretendesse di fissare delle norme programmatiche vincolanti, in questo contesto, avrebbe rischiato di portare alla luce tutte queste divergenze e di creare delle fratture insanabili tra sindacalisti e sindacalisti, invece di raggiungere la pretesa unità.
Dinale, contraddittorio e oscillante nelle sue posizioni, cerca di correggersi al fine di ottenere il risultato sperato (l'ormai famoso convegno), dichiarando di non essere totalmente contrario agli istituti parlamentari, ma di “dare a tale scopo ed azione la sua secondaria importanza e per tale scopo e tale azione non vogliamo né assorbire né divergere le energie proletarie; ma da uomini che hanno un'esatta concezione della realtà della vita, contro lo sfruttamento capitalistico, riteniamo di usare tutti i mezzi, da quello evolutivo di tutti i minuti a quello risolutivo dell'ultima ora” (Dinale, “Lotta Proletaria”, 22 luglio 1905).
La sua campagna assume ormai portata nazionale, attraverso un nuovo organo di stampa, “Lotta proletaria”, fondato il 1° luglio 1905 in luogo di “La Parola Proletaria”, che ha salutato i suoi lettori il 7 gennaio 1905, arrendendosi “per un alto sentimento del dovere”. Il giornale “cede alla voce della disciplina, si piega al voto del congresso provinciale, si inchina all'inalberato vessillo dell'unità del partito” (“La Parola Proletaria”, 7 gennaio 1905).

Dalle colonne di questo nuovo giornale Dinale inizia ferventi campagne in favore delle otto ore di lavoro prima, del suffragio universale poi, sostenendo come queste conquiste siamo profondamente inficiate dalla permanenza di deputati socialisti all'interno degli istituti parlamentari. Depreca ormai apertamente sia la strategia riformista che il permanere nei ranghi del partito della falange che si proclama sindacalista. Considera il partito “la remora più pericolosa al movimento proletario”, “la peggiore forza conservatrice”, sostiene che Labriola sia uomo “di dottrina e non di fatti”, e cade a questo punto anche l'ultimo ostacolo per una sua collaborazione con gli anarchici, dei quali difende la partecipazione al progettato convegno (“gli anarchici son proletari, che lottano per la redenzione proletaria. Quindi buoni amici essi, la cui azione si deve incrociare con la nostra per lo scopo comune. Le disquisizioni filosofiche le faremo poi attorno al collettivismo o al comunismo, quando, per l'azione concorde di tutti i sovversivi, non vi sarà più il capitalismo”, in “Lotta Proletaria”, 12 agosto 1905).
Questa presa di posizione fu duramente condannata dai sindacalisti del partito socialista ed offrì loro lo spunto per annunciare ufficialmente che non avrebbero partecipato al convegno progettato da Dinale. Egli veniva accusato d'impazienza, di rozzo spirito rivoluzionario, di incapacità a comprendere che la situazione generale del paese era tutt'altro che propizia a prese di posizione il cui presupposto era la fiducia nella possibilità di sortite rivoluzionarie a scadenza ravvicinata. La divergenza di intenti è sottolineata con un atto dello stesso Dinale, il quale fonda ai primi di novembre, a Mirandola, la Federazione Sindacalista, alla quale aderiscono 34 leghe, tutte della Bassa, intendendo dar vita al primo “nucleo attorno al quale possano raggrupparsi tutte le organizzazioni sindacalista d'Italia e formare la base di quella che dovrà essere la futura Federazione Sindacalista Rivoluzionaria d'Italia” (“Lotta Proletaria”, 4 novembre 1905).
Mentre la fazione guidata da Labriola porta avanti una campagna in favore del suffragio universale, alla quale Dinale e il suo giornale restano sostanzialmente estranei, si riunisce finalmente a Bologna il 26 novembre il Congresso Sindacalista, con partecipanti per lo più di ispirazione anarchica. Le uniche ripercussioni che il convegno suscita sono sulla stampa socialista, mentre nei fatti non si assiste a nulla di nuovo. Non nasce nessuna organizzazione, e persino la deliberazione favorevole al finanziamento di “Lotta proletaria” rimane lettera morta.
Il fallimento totale della posizione assunta da Dinale si può spiegare con un errore di valutazione sulla maturità rivoluzionaria delle masse. Riformismo e rivoluzionarismo assumevano per i contadini del modenese un senso solo nel ristretto orizzonte delle lotte immediate, significando in questo contesto solo una tattica prudente di lotta o un atteggiamento più intransigente. Un rivoluzionarismo del genere non esclude pertanto nemmeno la fiducia nel parlamentarismo dei deputati riformisti, fino a quando fosse riuscito ad ottenere quei provvedimenti atti a limitare in qualche modo la disoccupazione, come il ricorso ai lavori pubblici. Una verifica a questo proposito, sostiene giustamente Riosa (1996), è il fatto che il movimento del mirandolese, se non aveva indugi nell'accogliere la parola di Dinale in materia di lotte rivendicative, contemporaneamente non aveva mancato mai di rieleggere come deputato del collegio il riformista Gregorio Agnini. La polemica antiparlamentare condotta da Dinale su “Lotta Proletaria” non poteva non essere motivo di rottura anche con il “suo” movimento. Così il 10 febbraio 1906 “Lotta Proletaria” annunciava la sua “resa per fame”. Contemporaneamente Dinale doveva rifugiarsi all'estero perché condannato per reato di stampa. Negli anni successivi giunse a progettare la creazione di una colonia comunista nel Texas, progetto rimasto appunto allo stadio di idea. Il 1° luglio 1907 fonda “La Demolizione”, un periodico di “propaganda razionalista”, allo scopo di “difendere contro le menzogne religiose ed autoritarie”, considerate la prima causa dello sfruttamento sociale.
Ancora nel 1909 lamenta la mancanza dello spirito rivoluzionario: “Se le forze operanti riusciranno a selezionare il gruppo sociale che elevi deciso la bandiera dell'azione, che sappia e voglia determinare una reazione feconda contro il romanticismo rivoluzionario, il quale sterilizza oggi tutta la vita proletaria, e se questo nucleo nuovo e rinnovato avrà un programma ben delineato davanti a sé, darsi con intelletto d'amore, alla educazione e alla preparazione di questo discolo spensierato e pericoloso che è la folla, allora la menzogna politica troverà davanti a sé il nemico temibile che la potrà fugare per sempre. Qui è il problema, tutto il problema. E al metodo del parlare, parlare, parlare , sostituire quello del fare, fare, fare ” (Dinale 1909, p.16).

Tutta questa euforia per un metodo genericamente “fattivo”, lo porta a proclamarsi interventista durante il periodo immediatamente precedente la prima guerra mondiale, e ad aderire successivamente al fascismo, nelle file del quale diverrà prefetto.
Viene quasi da citare le sue stesse parole: “L'ideale è morto e sotterrato” (Dinale 1909, p. 8).
Dinale muore a Roma nel 1958.