N. 7 - Luglio 2005

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Emanuela Minuto

Note sonniniane





  • Una breve, e necessaria, premessa

  • Controverse interpretazioni

  • Questioni cruciali



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    Una breve, e necessaria, premessa


    La fama storiografica di Sidney Sonnino ha avuto inizio negli anni immediatamente successivi alla sua morte, avvenuta nel 1922. Al di là delle tempestive ricerche di paternità da parte fascista, la ben nota e spesso lamentata egemonia degli studi di storia politica e la mai cessata urgenza della questione meridionale, con le polemiche ed indagini ad essa connesse, hanno contribuito enormemente a mantenere viva e ininterrotta l'attenzione sullo statista toscano. Senza poter tracciare un quadro storiografico anche soltanto parziale, nella vastissima produzione legata a questi indirizzi è possibile isolare alcuni nodi che più hanno impegnato gli storici e i pubblicisti. In ragione soprattutto del suo valore intrinseco, della sua dirompente polemicità e del peso del giudizio gramsciano, l' Inchiesta in Sicilia è la più evocata delle esperienze sonniniane. Considerata appunto la progenitrice della sterminata saggistisca meridionalistica, l'opera è stata fonte preziosa di informazioni ? negli ultimi anni però è stata in alcuni casi messa in discussione l'attendibilità di certe conclusioni ? , ma anche e in qualche periodo più spesso matrice di accuse nei confronti della classe politica italiana. Meno numerose, ma comunque significative sono state le indagini sulle molteplici versioni del progetto riformatore meridionalista di Sonnino che, a partire da quella del 1876 fino ad arrivare a quella governativa del 1906, presentano secondo un giudizio condiviso alcune formulazioni costanti. Così come una relativa fedeltà all'ideale giovanile viene mantenuta in relazione alla problematica del suffragio universale che, proprio perché spesso connessa da Sonnino alla più generale questione contadina, ha rappresentato un altro tema privilegiato dagli studiosi. La correlazione è rilevabile già negli scritti di esordio di Sonnino e soprattutto ricorre in molte pagine, non solo sonniniane, della famosissima ?Rassegna Settimanale?, la cui durata editoriale ha largamente coinciso con i tempi del dibattito parlamentare sulla riforma elettorale del 1882. Queste circostanze e il celebre debutto alla camera dello statista toscano proprio su quell'argomento hanno reso quasi inevitabile un esame o una menzione delle posizioni del personaggio nell'ambito di monografie dedicate ad argomenti diversi. Allo stesso tempo, coloro che più nello specifico hanno indagato sul giovane Sonnino non hanno pressoché mai potuto esimersi dall'interrogarsi sull'esistenza o meno di un ?filo rosso? conducente al Torniamo allo Statuto del 1897 e alla crisi di fine secolo e poi magari riscontrabile nella carriera successiva. L'ipotesi di una soluzione di continuità tra il Sonnino delle battaglie giovanili e quello più maturo di frequente ha lasciato il posto a quella contraria che, in larga parte, ha finito per creare il tipo convenzionale del conservatore illuminato, ma irrimediabilmente astratto. Ma quella delle articolate e contrastanti conclusioni circa la continuità di pensiero nel toscano è una storia sconosciuta al grande pubblico che invece opera un'associazione immediata tra il nome di Sonnino, questo scritto e la reazione, qualche volta ricorda la definizione ?l'antagonista di Giolitti?, quasi mai dimentica la sua carica di ministro degli Esteri nella prima guerra mondiale. Cristallizzata nei manuali, esplorata dagli specialisti e largamente citata, la figura di Sonnino ha però conosciuto per lungo tempo la strana sorte di non essere oggetto di una vera e propria biografia.


     



    Controverse interpretazioni

    Prima del 1999, l'unico sforzo interamente consacrato alla ricostruzione biografica dello statista toscano è stato quello dell'americano Benjamin F. Brown, che nel 1966 concludeva la tesi di dottorato dal titolo Sidney Sonnino, 1847-1922. The Stranger in two worlds . Si tratta sicuramente di un lavoro di pregio che soffre però dell'intima e più volte rimarcata debolezza di non poggiare su un rilevante sostegno documentario. Il reperimento da parte dello stesso Brown delle carte Sonnino, conservate presso l'Archivio di Montespertoli, è avvenuto infatti quando lo studioso americano, curatore poi insieme a Pietro Pastorelli dell'opera omnia del deputato toscano, aveva già ultimato il suo lavoro. La pubblicazione del diario, degli scritti e dei discorsi extraparlamentari e del carteggio hanno fornito ovviamente nuovi e utilissimi strumenti di indagine anche se, come è stato messo in luce da Paola Carlucci (2001, p. 924), le scelte editoriali di Brown sono per alcuni aspetti discutibili. In particolare, in relazione al carteggio, lo studioso americano, senza peraltro avvisare il lettore, ha deciso di tralasciare la pubblicazione di cospicui reperti documentari. In questo senso, se l'assenza dall'opera di ben sette annate di carteggio, dal 1884 al 1890, (Carlucci 2001, p. 924) è forse la meno comprensibile delle determinazioni di Brown, nondimeno appare poco decifrabile l'omissione di numerose e tutt'altro che insignificanti missive relative al Novecento. Per fare solo un esempio, l'Archivio, che pure presenta gravi lacune per questo periodo storico ? scarsissime sono le tracce per gli anni che vanno dal 1902 alla formazione del primo ministero Sonnino-, custodisce interessanti testimonianze di quel momento cruciale della vita politica dello statista rappresentato dalla costituzione del governo Saracco e poi di quello Zanardelli. Di tutte queste carenze non dà conto neanche l'americano Geoffrey A. Haywood che, a trentatré anni di distanza dalla tesi di dottorato di Brown, ha pubblicato con la casa editrice Olschki una estesa biografia, Failure of a dream. Sidney Sonnino and the rise and fall of Liberal Italy 1847-1922 . Di quest'opera Carlucci ha sottolineato soprattutto le troppe assenze documentarie e bibliografiche e i veri e propri errori di informazione, non sottacendo però più gravi e immediatamente percepibili manchevolezze in parte frutto inevitabile di tali difetti d'origine. Talvolta Haywood fornisce affreschi che mescolano un certo psicologismo con affermazioni impressionistiche e lunghe trasposizioni manualistiche, già segnalate da Carlucci. Inoltre, una forzata aderenza al principio di successione cronologica è accompagnata da forse fin troppo limitate concessioni alla comparazione testuale. In questo senso, risultano paradigmatiche le pagine dedicate alla questione del suffragio universale.


    Sul significato da attribuirsi alla riforma propugnata dal deputato toscano si è, come accennato, in tempi diversi discusso e i risultati dei vari ripensamenti sono stati discordanti. Se è prevalso il convincimento che la proposta fosse caratterizzata da un forte conservatorismo, non sono mancati contributi di segno diverso, tra cui quelli di Rolando Nieri (ora raccolti nel bel volume Costituzione e problemi sociali. Il pensiero politico di Sidney Sonnino ) e di Pier Luigi Ballini (si veda per esempio il saggio La questione elettorale e il dibattito sul Parlamento ). Delle molteplici analisi e delle diversità emergenti nelle conclusioni non riferisce però Haywood che, al contempo, sollecita il lettore con una nutrita varietà di suggestioni, in qualche caso elaborate sulla traccia di altri. Nelle argomentazioni sonniniane sul suffragio, Haywood avverte, tra l'altro, una decisiva componente utilitaristica (1999, p. 60), uno schietto elitismo (p. 62), un'indubitabile moderna attenzione alle questioni della politicizzazione delle masse (p. 60) e della costruzione della nazione e dello Stato (p. 71), un'amarezza per un'ambizione personale frustrata (p. 63) e una preminenza, come emergerebbe nello scritto Del governo rappresentativo in Italia , di elementi contenutistici di tipo aristotelico-burkeano preconizzanti i restringimenti autoritari del Torniamo allo Statuto e la cospirazione antiparlamentare dell'ingresso in guerra nel 1915 (p. 75). Queste considerazioni di valore e segno differenti tendono a consegnare in ultimo un quadro contraddittorio denso di interrogativi a cui solo in parte è fornita una risposta. Per fare solo un esempio, il riferimento, senz'altro interessante, alla pericolosità della componente aristotelico-burkeana avrebbe potuto essere ancora più sviluppato nel capitolo dedicato al Torniamo allo Statuto , dove anzi si ritrovano ancora una volta passaggi incongruenti e che in larga parte smentiscono quanto affermato in precedenza. A proposito del Torniamo allo Statuto , Haywood sostiene la tesi, ben altrimenti argomentata da Nieri, di una soluzione non contraria al governo rappresentativo, connotata dall'idea di ristabilire il principio di divisione dei poteri e dunque non autoritaria (p.216 e p. 227). L'assunto convive con l'affermazione che nella formulazione sonniniana i ministri dovevano essere responsabili di fronte al re piuttosto che dinanzi al parlamento (p.217), il quale però conserverebbe nel sistema di Sonnino un'assoluta centralità (p. 219). L'ultima ipotesi poi trova il suo principale puntello nelle dichiarazioni posteriori di Sonnino.


    Di estremo interesse risulta il lavoro di Carlucci, Il giovane Sonnino fra cultura e politica 1847-1886 , edito nel 2002. Questa biografia è contrassegnata infatti da un'estrema cura per ogni aspetto della vita di Sonnino e, senza indulgere nell'esercizio di erudizione, offre un quadro denso delle peculiarità del personaggio. Nella prima parte del volume, Carlucci fornisce preziosi cammei dei membri della famiglia dello statista e ricostruisce le strategie matrimoniali dei Sonnino, il percorso educativo di Sidney e la sua carriera diplomatica, riuscendo già ad isolare alcuni elementi permanenti del suo pensiero. Il laicismo, ?una concezione del diritto mai disgiunta dalla società e dalla politica? (2002, p. 53) e la preoccupazione per la nazionalizzazione degli italiani sono infatti delle specificità individuabili poi nelle esperienze private e pubbliche successive alla chiusura della parentesi diplomatica. Rientrato a Firenze nel 1871, Sonnino frequenta assiduamente diversi salotti e in particolare quello di Emilia Peruzzi, con la quale conserverà per alcuni anni un legame intenso e spinoso, segnato poi irrimediabilmente dagli attacchi rivolti dalla ?Rassegna Settimanale? alla gestione peruzziana del comune di Firenze. Nei fitti scambi epistolari tra i due, nell'impegno politico a livello locale e nelle due grandi imprese giovanili sonniniane, l'inchiesta in Sicilia e la fondazione e conduzione della ?Rassegna Settimanale?, Carlucci ravvisa quelle coordinate menzionate che, a suo dire, distinguono lo statista dal moderatismo toscano, affetto da una visione regionale, ciecamente devoto al credo liberista e troppo sensibile soprattutto in campo educativo al richiamo religioso. Non minore però, almeno per taluni aspetti, sarebbe la distanza intercorrente tra Sonnino e buona parte della classe politica italiana. Nel più denso e articolato dei capitoli di cui si compone il libro è delineato un progetto politico che nelle sue due linee portanti, il suffragio universale e la questione contadina, rivelerebbe una notevole singolarità del personaggio rispetto al panorama italiano. L'intera prospettiva sonniniana pare a Carlucci dominata dall'esigenza di legittimare lo Stato liberale attraverso la nazionalizzazione dei contadini, una nazionalizzazione intesa innanzitutto in termini di conquista di autonomia morale o di acquisizione del ?sentimento della propria dignità?. Per quel che riguarda il suffragio universale, l'autrice nota che il momento delle elezioni assolve soprattutto alla funzione di legittimazione. In ogni caso però, l'esercizio del voto configurato da Sonnino conserverebbe il significato di una libera scelta dell'elettore in un sistema di selezione sostanzialmente democratico. È questo un punto sul quale molto insiste Carlucci sulla scorta anche delle precedenti analisi di Nieri e in polemica con chi, in primis Raffaele Romanelli, ha ravvisato nella concezione sonniniana del suffragio universale un modello teso a riprodurre sul piano parlamentare una società gerarchica e paternalistica di stampo rurale. Dai moderati, e in particolare da quelli toscani come accennato, Sonnino invece prenderebbe le distanze, sul piano concettuale, anche in relazione alla questione agraria, affrontata principalmente sulla base degli insegnamenti del pensiero economico inglese nella sua versione classica e in quella della scuola storica. Mill, già riferimento fondamentale per l'elaborazione del concetto di elezione come rappresentanza degli interessi, William T. Thornton e Cliff Leslie influenzerebbero in maniera decisiva Sonnino rispettivamente sui temi della rendita fondiaria, del diritto di associazione e di sciopero e su quello del diritto di proprietà. Nell'indagine sonniniana sull'agricoltura, secondo Carlucci, in questo confortata da una notevole riflessione storiografica, la distribuzione è così essenziale che il problema agrario ?diventa necessariamente e soprattutto questione contadina? e quindi anche ?questione sociale? (p. 180). Sulla base di tale premessa devono leggersi le proposte del toscano indicate negli scritti La mezzeria in Toscana (1874) e I contadini in Sicilia (1877), dove appunto l'incremento del benessere del contadino rappresenta un elemento nodale da affrontarsi principalmente, sul piano della conduzione della terra, con gli strumenti del contratto mezzadrile toscano o altre intese partecipative similari e con quelli di antica tradizione quali il censo e l'enfiteusi. La conclusione milliana sull'economicità, ma non solo, della partecipazione e la tesi di Leslie sulla storicità del diritto di proprietà, posta a sostegno della vitalità e della legittimità dei vincoli di origine feudale, informerebbero soprattutto il discorso sonniniano de I contadini in Sicilia . Ma è la sezione dell'opera riservata ai rimedi quella che, come ovvio, offre i maggiori suggerimenti per l'elaborazione di un'originale chiave di lettura. Ricche di riferimenti espliciti a Mill, Leslie e Thornton, ma non solo, le proposte in essa contenute attribuiscono un compito diverso allo Stato, ai proprietari e ai contadini. È però proprio sui mezzi d'azione da riconoscere ai contadini per il miglioramento delle proprie condizioni ? istruzione, associazioni cooperative di produzione, leghe di resistenza sul modello delle Trade Unions e emigrazione ? che si fonda in buona parte l'interpretazione di Carlucci di un giovane Sonnino conquistato all'idea ?della società come ambito antagonista ed autonomo rispetto allo Stato? (p. 208) e giustamente attraversata da fermenti conflittuali. Dinamicità e conflittualità della società civile, distinzione e competizione di essa nei confronti dello Stato caratterizzano dunque per Carlucci la prospettiva concettuale e politica dello statista che solo in questa dimensione riuscirebbe a immaginare l'acquisizione dell'autonomia morale da parte dei lavoratori della terra. E il raggiungimento dell'autonomia morale o del ?sentimento della propria dignità? coincidono con la piena assunzione della cittadinanza. Così dai singoli tasselli ricomposti ne discende la conclusione di un giovane Sonnino liberale e non conservatore.


    L'indagine e il suo esito finale si discostano sostanzialmente dalle riflessioni di una buona porzione della storiografia, anche di quella che ha concentrato l'analisi sugli anni giovanili. Per limitarsi a due classici, gli studi di Massimo Salvadori e di Rosario Villari, con i quali Carlucci non a caso intraprende in qualche circostanza una sorta di dialogo a distanza, si articolano in maniera profondamente differente. Al di là delle diversità, questi due saggi rimarcano la stretta interdipendenza in Sonnino tra riformismo politico e sociale e solidità del neo stato italiano, ma sviluppano un discorso sul contenuto del primo temine che conduce ad una marginalizzazione o ad un annullamento della sfera di libertà della classe subalterna riconosciuta dal toscano. Con una semplificazione, si può sostenere che per entrambi gli autori l'unico reale artefice desiderato e invocato da Sonnino sia la borghesia con i suoi strumenti privati e con le leve dello Stato. Rispetto all'organizzazione contadina prospettata dallo statista nell' Inchiesta in Sicilia , Salvadori, ad esempio, nota che ?[Sonnino] preferirebbe, senza esitazione, una iniziativa dall'alto che tolga di mezzo la ragione stessa del muoversi autonomo dei contadini? (1981, p. 88). In quello scritto, non solo l'associazione e l'eventuale sciopero si configurano come l'estrema ratio, ma l'esercizio di tali diritti, osserva lo stesso studioso, deve comunque permanere ?nell'ambito delle leggi? (p. 88). A conclusione della sua analisi su Sonnino, Salvadori individua ?il limite oggettivo del riformismo sonniniano?, così come prese forma in diverse circostanze parlamentari e in particolare nel 1898, proprio nel rifiuto ?dell'iniziativa popolare, all'infuori del controllo della sua classe [di Sonnino] e sotto la guida del socialismo e dei partiti radicali? (p. 107). In tal senso quindi, la realizzazione del progetto riformatore avrebbe sancito la superfluità dell'autonomia proletaria ma la sua mancata esecuzione non avrebbe potuto giustificare in nessun modo un'emancipazione dalla borghesia.


    Nei primi anni del Novecento e dunque in uno scenario profondamente mutato, sembrano in effetti permanere nel disegno complessivo sonniniano alcuni connotati di fondo, compresi quelli indicati da Salvadori. A questo proposito, vale la pena ricordare i principali tratti di un famoso scritto del 1901 dello statista, Questioni urgenti . Il saggio nasceva principalmente dall'esigenza di contrapporre un programma articolato alla politica tributaria e alle deliberazioni e iniziative in materia di organizzazione sindacale e di sciopero del ministero Zanardelli-Giolitti. Un'intera sezione del testo era stimolata infatti dalle recenti e numerose astensioni dal lavoro e dall'opera di intermediazione tentata da Zanardelli nel conflitto tra lavoratori ed armatori verificatosi nel porto di Genova. Alle aperture e agli inediti interventi ministeriali, Sonnino implicitamente rispondeva con la significativa dichiarazione iniziale che le relazioni tra capitale e lavoro richiedevano l'introduzione di specifiche disposizioni legislative miranti ad eliminare l'azione amministrativa del governo (1972 [1901], p. 734). In tale direzione svolgeva allora le proposte di modificazione dell'intero istituto giuridico del contratto di lavoro, richiamando a più riprese gli esempi inglese e francese a proposito della sospensione dal lavoro. La conformità di alcune sue soluzioni alla legislazione vigente in altri paesi veniva però alterata in modo preoccupante da insidiose affermazioni relative alla ?fede dei contratti? (vedi per esempio p. 737e p. 735). Quando poi passava ad occuparsi del riconoscimento giuridico delle formazioni operaie, oggetto allora di un acceso dibattito, è stato recentemente notato che lo statista, allo stesso modo di altri esponenti conservatori, avanzava ?clausole restrittive tali da far apparire la legge come uno spauracchio a ciascuna delle organizzazioni dei lavoratori? (Sofia 2001, p. 125). L'imperativo del ?miglioramento progressivo delle condizioni delle classi lavoratrici? andava assolto ?col mezzo e col fine immediato di un maggiore affratellamento tra le classi, ravvivando in tutte il sentimento della loro solidarietà e della fondamentale armonia dei loro interessi? (Sonnino 1972 [1901], p. 734). E il mezzo dunque si sostanziava in una serie di energiche elargizioni, che comprendevano interventi di razionalizzazione fiscale e detassazione favorevoli a tutte le classi subalterne ma in particolare a quelle contadine, a cui riservava poi la solita speciale attenzione attraverso l'invocazione di provvedimenti legislativi relativi alle anticipazioni, all'enfiteusi e al compenso dei miglioramenti sui fondi.


    Molte delle indicazioni predisposte per il mondo agrario rinviano a formulazioni passate e future e attestano la permanenza nel riformismo sonniniano di tratti costanti, alcuni dei quali non dissimili da quelli riscontrati da Gastone Manacorda a proposito di Francesco Crispi. Nell' analisi della legge Crispi sui latifondi (1894), lo studioso ha osservato che lo statista siciliano ?fu portato a vedere solo il lato giuridico-amministrativo della questione ed a credere che un atto di volontà politica potesse modificare una struttura economico-sociale che si era formata nei secoli fino a creare un ambiente naturale? (Manacorda 1972, p. 59). Con le debite differenze ? Sonnino, tra l'altro, non congegnava leggi di enfiteusi obbligatoria su proprietà private e aveva una ben diversa sensibilità per la questione del credito fondiario e di quello agrario ? il progetto complessivo del toscano non travalicava mai la dimensione volontaristica e giuridica. Come emerge nelle Questioni urgenti , la multiforme e complessa realtà socio-economica s'intendeva imbrigliabile e, al contempo, modificabile attraverso un processo di normazione ad opera della classe dirigente liberale. Ma la codificazione legale in vista di un elevamento dei lavoratori era, nell'impianto sonniniano, innanzitutto una proiezione del rinnovamento morale della borghesia, che comunque non poteva esaurire la sua missione in ambito istituzionale, e uno strumento pedagogico diretto ad introiettare nelle classi subalterne un sentimento di condivisione totale. La comunanza degli interessi è la formula retorica che quasi sempre apre e chiude i discorsi dello statista e soprattutto il principio informatore delle trasformazioni postulate a favore del lavoratore. In campo agrario, i modelli di produzione proposti a lungo e per molte parti del paese, in particolare per il Meridione, sono stati quello partecipativo sull'esempio toscano e quello enfiteutico in ragione dei vantaggi morali, politici e sociali rappresentati dal cointeressamento e, nel secondo caso, dalla semi-proprietà. A prescindere da ogni valutazione recente e passata sull'adattabilità al sistema economico moderno di queste due forme, l'economicità non costituisce mai realmente l'impulso primario alla loro proposizione ma semmai viene raffigurata come un riflesso del miglioramento sociale e dell'accrescimento dei vincoli morali scaturenti dall'adozione di esse. In relazione ai primi anni del Novecento, il discorso di Napoli del 1902, gli interventi parlamentari e non del 1904 in occasione dell'approvazione della legge sulla Basilicata fino al progetto governativo del 1906 forniscono in questo senso continue conferme. Nei provvedimenti sulle modificazioni dei patti agrari esistenti e sull'enfiteusi, la preoccupazione sonniniana è quella di promuovere una maggiore affezione alla terra e al proprietario e, nel caso dell'enfiteuta, il sentimento di appartenenza alla classe dei conducenti, mentre l'aumento di produttività dei contadini meridionali diviene un corollario possibile. Sonnino si muove, come spesso è stato osservato, in un'ottica di conservazione sociale entro la quale dovrebbero essere lette anche le dichiarazioni sulla storicità del diritto di proprietà. L'insistenza su questo concetto è sempre e quasi esclusivamente correlata a un forte rammarico per la scomparsa di quei diritti collettivi, quali il pascolo, o per quelle forme contrattuali, come appunto l'enfiteusi, che avrebbero garantito una forte rete di protezione sociale nell'ambito di un sistema capitalistico. In questo senso, la storicità di quel diritto è messa a servizio proprio del consolidamento di un regime liberale fondato sulla proprietà privata e minacciato dal depauperamento delle campagne. L'impossibilità di ripristinare alcuni antichi diritti e usi civici rendeva così ancora più urgente una legislazione in grado, secondo Sonnino, di rimuovere o colmare le divisioni sociali e fondare in ultimo un sentimento popolare di appartenenza ad un corpo unico solidale dotato di un superiore interesse generale. Ed è quest'ultimo un aspetto decisivo del pensiero sonniniano in relazione alla costruzione di un'identità nazionale e alla salvaguardia dello Stato dei liberali.


     



    Questioni cruciali


    Sin dal principio, si manifesta nel sistema sonniniano la centralità della questione della costruzione di un'idea di nazione da sostituire a quella di società divisa e frammentata in classi e ceti contrapposti. Spesso degli scritti colpisce lo sforzo di rendere concepibile la nazione come organismo non identificabile come una pura somma delle varie componenti sociali; la nazione doveva essere pensabile come corpo unitario provvisto di interessi propri differenti ed esplicitamente superiori a quelli particolari. L'individuazione della sostanza della nazione si configurava però come un processo dai margini predefiniti dalla consapevolezza delle molte fratture che caratterizzavano l'Italia e soprattutto, come già emerso, dal crescente timore della società in quanto tale. La società si presentava ai suoi occhi già a partire dagli anni ottanta dell'Ottocento come un luogo dove gli elementi unificanti che operavano sulle classi subalterne, religiosità, credo democratico e poi sempre più il socialismo, rappresentavano una pericolosa e progressiva minaccia per la tenuta dello stato italiano. L'assenza di un patrimonio condiviso e l'esclusione dell'idea che nel corso del tempo la frammentazione potesse con moto spontaneo produrre la costituzione armonica desiderata lo inducevano ad individuare un solo campo d'azione, quello politico. Una simile scelta di muoversi esclusivamente in un ambito in cui il linguaggio della politica si identificava con quello parlamentare e più genericamente istituzionale doveva condurre ad un uso disinvolto dei termini nazione e Stato. I vocaboli finivano per coincidere perché la nazione trovava realizzazione e possibilità di conservazione solo nello Stato, ai cui organi istituzionali venivano però assegnati nel corso del tempo uffici variabili. Nello scritto Il Parlamentarismo e la monarchia del 1880, Sonnino rimarcava che il deputato, comunque fosse selezionato, non era in grado di rappresentare l'intera nazione; così come in generale la rappresentanza elettiva difficilmente avrebbe potuto dare come ?risultanza, una rappresentanza dell'interesse generale?. Il monarca invece, aveva sottolineato allora, incarnava per la collettività l'interesse generale e la legge (Sonnino 1972 [1880a], p. 357), rivelandosi così l'unico soggetto idoneo a costruire una fedeltà nazionale alla Stato, ad infondere nell'intero popolo l'intimo convincimento che la salvaguardia delle istituzioni liberali e degli atti normativi da esse elaborati rappresentasse l'unico interesse nazionale. Per questo, scriveva, occorreva spostare il baricentro istituzionale a favore del potere esecutivo e della Corona che, lungi dall'essere relegabile a ?immagine di San Gennaro? (p. 358), aveva l'obbligo di esercitare le funzioni della suprema magistratura dello Stato. L'immagine popolare di un re garante e tutore, ma anche interprete e dispensatore della giustizia doveva trasformarsi in realtà, tramite l'assunzione diretta da parte del monarca di questi uffici (p.358) e il raggiungimento dell'autonomia del potere esecutivo dalla camera, così da ?avvezzare le popolazioni al concetto della legge e dell'autorità?. Il monarca e, ancora negli anni ottanta, il suffragio universale potevano ?risvegliare negl'Italiani il sentimento del dovere verso lo Stato, del sacrificio d'ogni interesse individuale al bene pubblico? (Sonnino 1972 [1870], p. 28) e quindi, con la fedeltà alla legge, portare a compimento sul piano formale e su quello sostanziale quel processo unificante della nazione che avrebbe consentito la conservazione dello Stato dei liberali. Il sentimento nazionale doveva così poggiare in ultimo su di un'etica del dovere verso lo Stato monarchico liberale, entità superiore di un sistema gerarchico organicamente concepito. Era infatti, secondo lo statista, universalmente avvertito il bisogno di una costituzione politica ordinatrice della società, una costituzione in grado di avviare ed alimentare uno spirito di rinuncia ai bisogni individuali e di consentire l'adempimento di ?ogni funzione e di ogni dovere sociale? (Sonnino 1972 [1880], p. 350). Proprio grazie al primato monarchico, dunque, il rinsaldato ordinamento politico dello Stato avrebbe potuto assolvere alla ?prima delle sue missioni? (p. 350), far rispettare la legge, condizione necessaria per uno sviluppo armonico, e difendere gli interessi sociali e i diritti individuali. In tal modo, il re accordava legittimità storica e politica al nuovo stato italiano e per tale ragione diveniva un sostegno primario nella costruzione di una identità nazionale. Le medesime riflessioni connotano il Torniamo allo Statuto del 1897, dove però l'operato legiferante del re veniva privato di specifici confini e i ministri svincolati dal veto parlamentare, mentre alla componente elettiva restava come via salvifica dalla faziosità la rinuncia ai poteri fino a quel momento goduti e quindi lo svolgimento di una mera attività coadiuvante. Nell'articolo Sonnino esprimeva appunto l'antico convincimento che solo il re personificasse il superiore interesse generale dello stato-nazione-patria e fosse quindi in grado di arrestare la disgregazione nazionale prodotta dal clericalismo e dal socialismo, ma anche dall'imprevidenza dei liberali, la cui attività si era esaurita nell'appagamento di appetiti particolari. Il monarca, assistito da una classe politica purificata dalla privazione, avrebbe potuto riordinare la società e ricostituirla in un corpo unitario, in cui ciascuna parte era destinata a soddisfare specifiche mansioni. Al re, sosteneva Sonnino in un passaggio particolarmente significativo, competeva tra l'altro tutto quanto fosse pertinente ?con la giustizia sociale, con quella cioè, che riguarda[va] i rapporti sociali tra le diverse classi ed ordini di cittadini, e la tutela dei deboli? (1972 [1897a], p. 589). Le classi e gli ordini, ma non gli individui, venivano evocati come parti di un organismo composto da soggetti aventi funzioni predeterminate ed esercitabili anche e soprattutto grazie all'azione regolatrice del sovrano. Il paradigma organicista compone la trama anche del primo scritto successivo alla sconfitta della reazione di fine secolo. Nel Quid agendum? del settembre 1900, la monarchia continuava a rivestire nel discorso un ruolo centrale anche se indefinito rispetto al Torniamo allo Statuto , mentre Sonnino tornava ad affidarsi ai parlamentari, ma non solo, liberali, ?cioè a tutti coloro? che desideravano ?informata la politica dello Stato [...] ai fini superiori della collettività nazionale, considerando lo Stato come un complesso organico di cui i vari elementi sono tra di loro intimamente intrecciati e coordinati nelle loro funzioni e nei loro interessi? (1972 [1900], pp. 707-708). Al principio dell'articolo, Sonnino premetteva che per un irrobustimento ?degli ordini dello Stato? e per un ?risanamento della coscienza politica della nazione? (p. 682), bisognava dedicarsi in via prioritaria a quelle riforme sociali e amministrative capaci di ?rialzare il sentimento morale? e di creare ?un senso di vivo cointerassemento alla pace sociale ed alla conservazione degli attuali istituti? (p. 682). Ai dipendenti dello Stato riservava una considerevole premura, sollecitata dalla crescente penetrazione radicale e socialista nelle fila di numerosi rami impiegatizi, con l'obbiettivo di tenerli ?fuori della lotta dei partiti? e di riaffezionarli allo Stato (p. 684); per il settore privato, industriale e agrario, elaborava nella seconda parte formule giuridiche, in parte già più volte avanzate, idonee a stimolare quanto più possibile lo spirito cooperativo. Tutti i funzionari pubblici, chiosava lo statista, dovevano divenire ?un potente elemento di conservazione ed una garanzia di ordine e di forza dello Stato? (p. 684), e in particolare, per le loro precipue incombenze anche in questa direzione, i maestri e le maestre avevano necessità di ?sentire assai più l'interessamento che prende lo Stato alla sorte loro? (p. 689). Soggetta più di altre al richiamo dei partiti popolari, questa categoria soffriva, secondo Sonnino, di un male morale più che materiale. L'imposizione di un freno alla precarietà del lavoro degli insegnanti avrebbe fatto di loro dei funzionari responsabili posti nella migliore delle condizioni per affrontare ?il problema dell'educazione morale della gioventù? (p. 685). Rigenerata moralmente e responsabilizzata, quella classe avrebbe infatti forse potuto accostarsi alla questione dell'istruzione nei termini, anche se non esclusivi, indicati da Sonnino di una maggiore preminenza di un'educazione fondata ?sul sentimento del dovere? (p. 685).


    La solidità dello Stato dei liberali conservava la stessa forza propulsiva del passato e continuava ad essere risolta, anche se in forme diverse, sul piano della assolutizzazione del principio di responsabilità. La via della ?democratizzazione del sistema?, come ha sottolineato Farneti in una nota e più generale riflessione relativa ad alcuni autori (1971, pp. 119-120), non viene mai prefigurata; piuttosto la dialettica oppositiva e partitiva trova una delineazione puramente negativa, evidente anche nella soluzione sonniniana del suffragio universale. La riforma elettorale è, al pari e spesso in misura maggiore di altre proposte, concepita per costruire un'unità nazionale basata sulla ?volontaria?, ma permanente e non derogabile sottomissione allo Stato dei liberali. Questo elemento informatore è presente sia nei discorsi e negli scritti giovanili sia in quelli novecenteschi che, come nel caso dell'articolo del 1911 Il partito liberale e il suffragio universale , accolgono passaggi semantici e contenutistici ampiamente coincidenti. In questo testo, elaborato nel pieno del dibattito sulla trasformazione della legge elettorale, la rappresentanza di tutti gli interessi sociali resta il fondamento teorico del suffragio universale, mentre il fine essenziale è ancora una volta individuabile nell'ubbidienza dei cittadini. Il suffragio universale avrebbe accresciuto il ?prestigio? e la ?maggiore forza morale? (Sonnino 1972 [1911], p. 1591) dello Stato, ponendolo quindi nelle condizioni di esigere dal cittadino l'assoggettamento ?alla legge scritta o all'ordinanza amministrativa, ancorché gli riescano lì per lì invise e dannose, inquantoché esse rappresentano l'espressione della volontà collettiva, alla creazione della quale egli pure concorre? (p. 1584). La concessione a ?ciascun cittadino? del diritto di voto, annotava Sonnino subito dopo questo inciso, ?rappresenta il fondamento giuridico del suo dovere di soggezione all'autorità governativa, e l'esercizio periodico di quella sua mansione sociale educa in lui il sentimento dei suoi doveri civici e della doverosa subordinazione della sua volontà e dei suoi interessi personali alla volontà e all'interesse della collettività di cui fa parte? (p. 1586). Così l'idea dell'esercizio di voto come diritto naturale del cittadino non trova spazio ma soprattutto quella di libera scelta politica dei governanti viene del tutto oscurata. L'obbiettivo poi della soggezione allo Stato non sembra contraddetto o attenuato dalle sollecitazioni sonniniane all'organizzazione partitica dei liberali. Ai socialisti e ai cattolici risponde con la convinzione che le forze sociali e politiche del campo a cui appartiene riusciranno a conservare il loro dominio grazie ad un'autorigenerazione e specialmente con l'assunto che il partito liberale è l'unico in grado di tutelare l'interesse generale dello stato nazionale, appannaggio questo per molto tempo riconosciuto, come visto, alla sola corona.


    Nonostante le sensibili differenze rispetto al passato in tema di fisionomia, attribuzione di compiti e vocazione, ma non solo, il partito liberale del 1911 è tratteggiato con la medesima specificità delineata in scritti precedenti, compreso il Torniamo allo Statuto . Esclusivamente ad esso è riconosciuta l'attitudine a collocarsi a quel livello istituzionale che rappresenta il prius nella sistemazione sonniniana. In base a un peculiare processo nel 1897 o per un semplice assunto nel 1911, il partito liberale viene trasformato in un ?organo? appartenente alla dimensione statuale e non sociale e quindi in un'entità superiore rispetto alle forme associative della società civile, tanto più che le principali di queste operavano in una direzione partitiva, in primo luogo di classe e confessionale, e quindi ?antipatriottica?. In questo senso, dunque, la proposta del suffragio universale del 1911 non ha per scopo la fondazione di un sistema incentrato sui partiti politici e sull'alternanza democratica. E una soluzione di questo tipo è ancor meno ipotizzabile per gli anni settanta e ottanta.


    In quel frangente, le elezioni in un regime di suffragio universale venivano delineate come un momento di vivificazione nella coscienza popolare del convincimento che il consenso nazionale stesse alla base dell'ordinamento politico. Tale persuasione da parte dei ceti inferiori implicava, anche allora, l'accettazione di un vincolo permanente di fedeltà allo Stato e alle sue manifestazioni normative: la ?più ampia riforma elettorale? doveva servire, scriveva nel 1880, a incardinare ?nella coscienza popolare il sentimento della legittimità e della inviolabilità dello Stato? (Sonnino 1972 [1880b], p. 379). Il voto avrebbe dato ?al povero lavorante il sentimento della patria, il concetto, l'affetto ideale dello Stato? (Sonnino 1925 [1881], p. 31) e il suo esercizio in occasione di una tornata elettorale avrebbe dovuto costituire agli occhi delle classi subalterne un rito collettivo e solenne di una religione civile fondata sul culto e il rispetto della patria. Le finalità indicate portavano quindi Sonnino a condannare qualsiasi forma di perturbazione della supposta armonia nazionale. Non a caso, negli scritti risalenti agli anni della discussione della prima grande riforma elettorale, si opponeva costantemente allo scrutinio di lista. In un articolo del 1878 insisteva sul pericolo insito in quella riforma di un rallentamento ?nei cittadini? del ?sentimento della loro partecipazione al governo della cosa pubblica e quindi della loro responsabilità nel buono o nel cattivo andamento di quello? (Sonnino 1972 [1878], p. 244). La proliferazione dei comitati elettorali e dei politicians , connessa allo scrutinio di lista, interrompeva artificialmente le ?correnti reciproche di simpatia e di fiducia? tra eletti ed elettori, creando una barriera nei confronti dell'attaccamento all'ordinamento ed impedendo la piena responsabilizzazione dei votanti. Al contrario il suffragio universale con collegio uninominale garantiva un rapporto diretto e personale tra la nazione e la sua rappresentanza elettiva, una scelta ?naturale? dei candidati tra coloro che esercitavano una maggiore influenza sociale, intrecciando i rapporti tra ?l'alto e il basso? (Sonnino 1925 [1881], p. 29), ossia quei legami paternalistici, solidi soprattutto nel mondo rurale (Romanelli 1995, p. 173). Essenziale era dunque escludere ogni mediazione di forma partitica nella società, bollata come particolaristica e profondamente dannosa per l'unità nazionale. Per tali ragioni, come è stato osservato da Romanelli, Sonnino era ?lontano quindi dalla moderna organizzazione ?orizzontale' degli interessi, ammettendo unicamente ?il rapporto ?verticale' d'influenza? (p. 173).


    Una simile concezione del suffragio popolare aveva così potuto convivere ed eventualmente saldarsi con la richiesta di un rafforzamento del ruolo decisionale della corona o addirittura con l'ipotesi di un abbandono del regime parlamentare. Nello stesso periodo in cui interveniva nel dibattito sulla riforma dell'82, Sonnino dava alle stampe Il Parlamentarismo e la monarchia , precedentemente richiamato, mentre nel 1897, a poco più di un mese dalla pubblicazione del Torniamo allo Statuto , presentava una lettera agli elettori dove respingeva qualsiasi forma di organizzazione del suffragio ? voto plurimo, multiplo, cumulativo e progressivo -, riaffermando però le tesi costituzionali svolte poco prima (Sonnino 1972 [1897b], pp. 602-607). Nella lettera, notava, che ?dall'elettorato il principio di autorità deve trarre sempre nuova forza e vigore? (p. 607), ma che sulle elezioni non potesse ?fondarsi ogni potere pubblico? (p. 603). E questo assunto si concretizzava principalmente nell'istanza di restituzione al sovrano del ?diritto effettivo, e non solo formale, di scelta, di nomina e di revoca dei propri ministri, in modo che questi tornino a considerarsi come ministri del Re e da lui in primo luogo dipendenti? (p. 606). L'attribuzione di quel significato alla partecipazione elettorale si coniugava quindi pienamente con le continue affermazioni di disistima nei confronti dei parlamentari e in ultimo con soluzioni radicalmente alternative a quelle democratiche scaturenti dalla società. Nel 1897, la denuncia di insipienza e di incompiutezza di una camera ancora dominata dai liberali non riesce in alcun modo a mascherare la stringente preoccupazione di mantenere, sotto diverse forme, il predominio dei liberali stessi contro la progressiva ascesa dei socialisti e dei clericali. Negli ultimi passaggi del Torniamo allo Statuto , Sonnino forniva il lasciapassare per l'accesso alla classe politica esclusivamente a quei liberali che, ?per combattere efficacemente il socialismo ed il clericalismo?, si fossero organizzati in un grande ?partito? del re, in un'aggregazione cioè avente ?come programma immediato la delimitazione delle funzioni dei vari poteri dello Stato, e lo svolgimento degli uffici della Corona? (1972 [1897a], p. 595). In questo scritto, la selezione della classe politica e la ?depurazione? parlamentare si facevano, come accennato, dipendere inequivocabilmente ed esclusivamente dalla preventiva accettazione della ?privazione? a cui doveva sottoporsi la rappresentanza elettiva a favore del re. Sonnino costruiva nell'articolo un sistema chiuso: la riduzione delle competenze della camera elettiva alla sola funzione legislativa, comunque condivisa con il re e un senato di effettiva nomina regia, e a quella di controllo, avrebbe parzialmente ?liberato? tutti i deputati dalle meschinità proprie del regime parlamentare; ma solo coloro che avessero accettato senza esitazioni le tesi del Torniamo allo Statuto avrebbero poi potuto legittimamente collaborare al governo della cosa pubblica. Il riconoscimento del primato monarchico nel concreto esercizio dei poteri era un atto di sottomissione a una verità incontrovertibile, la superiorità del re e la irrimediabile limitatezza della camera, il solo lasciapassare appunto per entrare a far parte della classe politica che avrebbe poi fornito i ministri del re ed espresso la maggioranza parlamentare, maggioranza presentata come costituzionale e non politica e quindi legittima perché ?neutra? rispetto alla faziosità di ciò che perlopiù si svolgeva nella società civile con riflessi immediati in parlamento.


    Se nel 1897 il primato liberale era costruito attraverso questo percorso, fondato almeno retoricamente sull'idea di un sentimento monarchico popolare, nel 1911 di fronte ad una realtà socio-politica ben mutata Sonnino perseguiva altre direzioni che però, come rilevato, non segnavano un radicale mutamento di prospettiva rispetto ad alcune problematiche. Il voto soprattutto continuava a mantenere la sua quasi esclusiva finalità di ?volontaria? sottomissione alla legge dei liberali, unici interpreti e garanti dell'interesse generale dello stato nazionale.



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Autore Minuto Emanuela
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