N. 7 - Luglio 2005


ISSN 1720-190X






Quinto Antonelli

Reliquie o testimonianze per la storia di tutti?
L'Archivio della scrittura popolare del Museo storico in Trento


1. A prima vista l'Archivio della scrittura popolare potrebbe assomigliare ad un magazzino degli oggetti smarriti o a quel catalogo degli oggetti desueti divenuto il titolo di un libro di Francesco Orlando (1993): rovine, reliquie, rarità, robaccia e tesori nascosti. Lettere di amanti scomparsi da tempo, manoscritti di devozioni e di preghiere, liber amicorum con fiori disseccati tra le pagine ingiallite, diari e memorie delle due grandi guerre mondiali, agende e libri di famiglia, autobiografie di anziane signore. Relitti del tempo, reliquie, fossili culturali, giungono a questo archivio/isola per salvarsi da un possibile, probabile naufragio (ovvero dalla dispersione e dall'oblio). Perché sempre più frequentemente quella che chiamiamo gente comune chiede ai musei di farsi carico delle proprie memorie di famiglia o, in altre parole, (Clemente 2000) chiede ai musei di farsi luogo della sopravvivenza attraverso gli oggetti (e in primo luogo attraverso la permanenza della scrittura).

Ma questa prospettiva recente (seppure affascinante) non rispecchia quella assai diversa che aveva motivato i promotori dell'archivio.

La nascita dell'Archivio della scrittura popolare (informalmente sul crinale degli anni Settanta, formalmente presso il Museo storico in Trento nel 1989) rispondeva al bisogno storiografico di rifarsi a nuove fonti soggettive. Il gruppo raccolto intorno alla rivista “Materiali di lavoro”, ancora a metà degli anni Settanta, si era sentito “chiamato” ad occuparsi di una storia nuova : la storia degli uomini e delle donne “senza storia” e, mutando prospettiva, a ricostruire la storia “dal basso” (i contadini, gli operai, i militanti di base), la microstoria, una storia sessuata. Da qui nasceva l'esigenza di leggere diversamente i documenti tradizionali, ma soprattutto di dotarsi di nuove fonti in grado di fornire testimonianze pertinenti (uso questo termine a ragion veduta perché si colloca sotto il dominio della soggettività e della coscienza) 1.

 

2. La nascita dell'archivio (la sua costituzione materiale come luogo di conservazione) è stata accompagnata negli anni da una costante riflessione teorica al confine tra storia, antropologia, letteratura, linguistica e paleografia.

Ci riferiamo, tra le altre, ad alcune questioni particolarmente importanti: al carattere ricostruttivo e selettivo della memoria (luogo di costante aggiustamento rispetto alle necessità soggettive del presente e del gruppo di appartenenza); al rapporto tra testimonianze orali e scritture autobiografiche; alla sfida della storia “dal basso” (la sfida, in altre parole, di far interagire biografie di uomini comuni e quadri d'assieme; o, in altre parole, di contribuire con le loro stesse testimonianze, alla conoscenza dei processi e degli eventi di cui gli uomini comuni sono stati partecipi. Le scritture popolari costringono gli storici a lasciare da parte la storia un po' astratta dell'uomo e della sua civiltà, per fare i conti con la storia di uomini realmente esistenti o esistiti che nascono e muoiono, che si legano tra loro con forti sentimenti di amore e di odio, che agiscono mossi da rappresentazioni e pulsioni soggettive, che sono immersi in una materialità fisica e biologica). E ancora, ci riferiamo, al rapporto tra conservazione e rielaborazione della memoria, costruzione e ricostruzione dell'identità etnico/nazionale, senso e ruolo degli archivi all'interno delle cosidette politiche della memoria.

Ma poi i temi trasversali hanno riguardato (e riguarderanno ancora) la scrittura, il processo di alfabetizzazione e la pratica diffusa della scrittura; il rapporto tra scrittura, lettura e modernizzazione; le relazioni tra scrittura, senso dell'intimità e sfera degli affetti privati (formazione dell'io); la complementarietà tra crescita dello Stato moderno ed estendersi delle pratiche della scrittura; la scrittura autobiografica (diari e memorie) comune come “memoria” degli eventi tragici del Novecento 2.

 

3. Iniziamo con una definizione sintetica: l'Archivio della scrittura popolare del Museo storico in Trento recupera, conserva e studia testi autobiografici, riconosciuti come popolari , ovvero di scriventi appartenenti ad una classe sociale medio-bassa (artigiani e contadini, operai e commercianti) che condividono, in altri termini, una prossimità sociale e una pressoché simile formazione scolastica.

Ma è una scelta di campo, beninteso, praticata con una certa larghezza, volendo accentuare soprattutto il ruolo di scriventi comuni, contrapposto a quello di scrittori (professionisti della scrittura) .

Questa connotazione sociale (per forza di cose, sfrangiata) è ciò che distingue il nostro da altri archivi autobiografici, ed esplicita una delle sue finalità non secondarie: affermare e rendere visibile l'esistenza di una pratica autobiografica popolare autonoma, contro una linea interpretativa per cui “saremmo costretti a racchiudere l'esperienza comunicativa delle classi popolari fra i due estremi dell'oralità che esclude la scrittura e della scrittura come espressione di un'emergenza sociale (nel senso di uno sradicamento e di un estraniamento dalla classe di appartenenza) che esclude l'oralità e la capacità di scrivere di se stessi” (Leoni 1987, p. 78).

L'Archivio della scrittura popolare conserva entro cinquecentosessantuno (561) unità archivistiche (con un costante aumento annuale di 30 unità) manoscritti che appartengono a tipologie anche assai diversificate tra di loro.

I testi sono microfilmati (l'originale, quando non è possibile acquisirlo, viene restituito) e catalogati impiegando una schedatura informatizzata articolata in sei voci:

- notizie intorno all'autore (nome, date di nascita e di morte, luogo di provenienza, mestiere / professione);

- titolo o incipit del testo;

- indicazione della tipologia testuale (diario, autobiografia, memoria, epistolario, canzoniere, libro di famiglia, zibaldone, album amicorum , altro);

- descrizione del contenuto (soggetto, estremi cronologici del racconto, luoghi in cui si svolgono le vicende narrate, abstract);

- descrizione del manoscritto, dell'oggetto cartaceo (quaderno di scuola; agenda prestampata e finalizzata a raccogliere appunti; notes; fogli sciolti; ecc. / dimensioni del manoscritto / numero di carte);

- varie: informazioni bibliografiche ed altro.

Se passiamo alla descrizione del corpus, dobbiamo immediatamente premettere che nonostante l'Archivio della scrittura popolare abbia ambizioni nazionali è pur sempre radicato nel territorio ed è caratterizzato da una storia e da una cultura profondamente segnate dalla situazione di confine.

Vi ritroviamo una sorta di novecento autobiografico (con una significativa appendice ottocentesca), a partire da quello straordinario coro di voci (di soldati e di donne profughe) che racconta l'esperienza popolare della Grande Guerra: riportando alla luce la memoria anche di quella guerra combattuta sul fronte orientale rapidamente rimossa nell'Italia di Vittorio Veneto. Segnata, la memoria, dallo stigma della separazione, dall'esperienza della morte e della prigionia e poi da quella di un difficile rientro in una terra divenuta italiana. E tanti (qui la quantità diventa qualità) e tali sono i testi che sembra impossibile prescindere da essi per ricostruire quell'evento, quel periodo storico.

 

4. E quindi il nucleo più consistente è formato dalle scritture di guerra (della prima guerra mondiale): diari di soldati, di misura e impegno diversi, scritti quasi sempre a matita (non di rado con la matita copiativa) contenuti in taccuini tascabili, a righe o a quadretti, a volte prestampati. Sono questi i Kriegsnotizen (o i Kriegstaschenkalender ) , agendine che facevano parte del «kit» del soldato (come il plico delle cartoline postali) e che riportavano oltre al calendario distribuito pagina per pagina, informazioni geografiche e politiche sui paesi in guerra, la formazione dell'esercito austro-ungarico, la storia succinta della casa regnante, e qualche altro testo con finalità patriottiche (una poesia, una canzone, una preghiera). Qualche volta i diari della prigionia (trascorsa in Russia o in Siberia) sono tenuti su agendine russe prestampate in caratteri cirillici, altrimenti del tutto simili a quelle austriache. Non di rado la scrittura è intervallata da qualche disegno (il paesaggio, le case dei galiziani, ritratti), dallo schizzo delle trincee.

A questo primo nucleo appartengono anche gli epistolari, che a volte nella loro ampiezza testimoniano l'incessante flusso di lettere e cartoline postali da e per il fronte, meno molto meno da e per i luoghi della prigionia. Sono decine, centinaia di pezzi per ogni soldato nei quattro anni e mezzo di guerra: le lettere dei giovani coniugi Botteri (per segnalare almeno un caso) che si scambiano tra il 1914 ed il 1920 sono 1371, un corpus di straordinaria importanza soprattutto se letto nella prospettiva di una storia dei sentimenti 3.

Le memorie autobiografiche dei soldati si svolgono in tempi e modi diversi. Il punto di vista è quello di chi considera conclusa l'esperienza del combattimento, la «propria» guerra (perché in prigionia, in ospedale, dislocato a servizi interni) e può quindi dedicarsi a riordinare i ricordi, a ricostruire la propria memoria, a valutare le proprie esperienze. A maggior ragione a guerra finita. Così anche la scrittura, i modelli compositivi, il supporto cartaceo sono diversi.

Le memorie, a volte rette da una scrittura assai distesa, sono contenute in quaderni di dimensioni più grandi dei Kriegsnotizen , quaderni (solo talvolta riconoscibili come scolastici) dalla copertina rigida, cartonata, nera (o marmorizzata) e dalle pagine a righe. Sono testi che intenzionalmente, dai loro scriventi, vengono considerati “libri”: e certamente la solennità della definizione ne vuole attestare l'importanza soggettiva attribuita. Ma a distanza possiamo rilevare che questi testi (le memorie di guerra) possiedono anche le caratteristiche formali di un libro, o perlomeno trovano nel libro un modello compositivo (a testimonianza della forza di penetrazione e insieme d'attrazione della lingua scritta e delle sue varie forme di mediazione diffusa).

 

4.1. Le memorie della guerra sono sia documenti sulla guerra che momenti e forme dell'esperienza di guerra. In esse, come ha scritto Antonio Gibelli c'è il senso di un'esperienza memorabile, “fonte innanzitutto di stupore, e tuttavia piena anche di crudeltà e di insensatezze, non sempre razionalizzata. [...] Non vi si troverà ad esempio, se non raramente il consenso senza il rifiuto, l'orgoglio del coraggio e della prova superata senza l'orrore e il disgusto per l'oscenità della morte, la proclamazione del patriottismo senza il desiderio di farla finita al più presto” (Gibelli 2002).

E comunque sia la guerra-orrore (lo scontro tra i corpi, il parossismo della violenza, la contaminazione con i cadaveri) non è mai censurata e troviamo qui (in queste nostre scritture autobiografiche) un contributo imprescinbile per quella “storia del corpo” (“in guerra sono i corpi a scontrarsi, a patire, a infliggere la sofferenza”) auspicata da Audoin-Rouzeau e Becker (2002, p. 3).

 

4.2. I luoghi tematici della memoria di prigionia non sono né pochi, né di poco conto. Vi troviamo analizzato con grande sensibilità il passaggio dalla condizione di soldato combattente a quello di prigioniero: il processo di annichilazione che erode pesantemente l'identità non è solo una questione che interessa gli ufficiali: il mutamento è spesso colto e descritto con grande acutezza anche dai nostri semplici soldati.

La scoperta della popolazione russa si svolge nei termini dell'incontro/scontro ben conosciuto dagli antropologi: si va dall'interesse etnografico, dalla condivisione alla diffidenza e al pregiudizio.

E ancora, nei diari vi troviamo testimoniato il drammatico impatto con un evento straordinario come la Rivoluzione bolscevica e il coinvolgimento nella guerra civile. Su tutto questo le testimonianze dei soldati costituiscono una sorta di diario collettivo che richiede uno studio proprio (Antonelli 2005).

 

4.3. La prigionia minaccia l'identità personale, erode l'integrità del sé (e su questo non insisto, se non per richiamare alcune riflessioni di Mario Isnenghi e di Antonio Gibelli sulla soggettività che prova ad esprimersi, a imporsi anche o proprio con la scrittura nel momento stesso in cui è massima la riduzione a non-protagonisti 4).

Ma in queste prigionie della Grande Guerra c'è qualcosa d'altro, c'è un farsi e un disfarsi delle identità personali e collettive. Per gli italiani d'Austria, prigionieri in Russia, che significa nel 1915 “dirsi” austriaci? Ha più senso “dirsi” italiani? O che altro?

Raccontare “chi si è”, in termini di identità nazionale, è sempre un raccontare come si è diventati o non si è diventati, o non si vuole diventare.

 

4.4. “Diari e lettere dei soldati della prima guerra mondiale rappresentano oggi una fonte importante, forse l'unica in grado di dare alla religiosità dei combattenti e delle loro famiglie una dimensione reale, che non patisca idealizzazioni o denigrazioni o tradimenti della memoria” (Valtorta 2000, p. 159 5). Queste prime ricerche sul corpus delle scritture di guerra rilevano come la religiosità appare legata ad un contesto familiare e locale (anche ai culti locali) e si esprime soprattutto nella comunicazione epistolare, attraverso cui si sollecita la preghiera dei bambini, ovvero l'intercessione degli “innocenti”.

Il culto dei morti, il culto delle “anime” del Purgatorio è particolarmente radicato e avviene all'interno di uno scambio tra vivi e morti. E spesso è il sogno, trascritto nelle lettere o nel diario, che svela le caratteristiche della devozione 6. L'ottica è “contrattualistica” come dimostra il percorso della preghiera popolare: invocazioni a Dio, alla Madonna e ai Santi nel momento del pericolo; stipula di quel vero e proprio contratto con il sacro che è il voto; rendimento di grazie e scioglimento del voto. Le annotazioni e i minuti conteggi delle messe e delle preghiere e dei voti che troviamo in margine a molti diari offrono esempi molto chiari di questo “commercio”.

Ma l'esperienza del campo di battaglia provoca sovente un profondo mutamento nel sistema di valori e di riferimenti ideologici. Così accanto ai testi di contadini-soldati, dolenti ma rassegnati e appassionatamente religiosi altri testi descrivono modificazioni profonde nel sistema di convinzioni dei loro autori. Scrive ancora Mara Valtorta: “Amaramente, invece, un uomo nuovo è quello che nasce nelle trincee della Grande Guerra, un uomo che viene privato dei tempi e dei ritmi abituali, un uomo solo, lontano dalla sua terra, dalla sua casa, dalle strade e dalla gente nota, dalle persone amate e, qualche volta, lontano anche da Dio, da quel Dio che, fino ad allora, mai era stato assente dall'orizzonte popolare. Forse proprio questa molteplice lontananza dà il senso più forte e amaro della distruzione, non solo materiale, portata dal conflitto mondiale: Gettai uno sguardo al cielo per vedere Dio – scrive Emilio Fusari – ma non lo vidi 7.

Così nei diari di questi “uomini soli” spesso troviamo come comun denominatore una pungente denuncia del ruolo dei clero e della religione in quanto sostegno della causa e delle ragioni della guerra e del patriottismo austriaco.

 

4.5. I diari e le memorie delle donne profughe 8 aprono un campo di ricerca molto complesso che sconfina dall'ambito propriamente storico (scritti all'inizio dei secolo, ma scoperti e letti solo alla fine, questi testi finiscono inevitabilmente per evocare altri abbandoni, altri viaggi, altre vite d'esilio, altri internamenti forzati). Ci raccontano come si diventa profughi, il senso di amputazione provocato dalla partenza (circola nei testi di queste donne un sentimento doloroso di degrado e di vergogna, a vedersi costrette a fuggire con i pochi e improvvisati fagotti, in un clima di allarme, sotto il controllo dei militari, così che le profughe si paragonano agli zingari e ai mendicanti). E poi ci descrivono i processi di adattamento nell'impresa di sopravvivere; una maternità che deborda dall'ambito domestico; un corpo a corpo con il mondo.

Lo sradicamento spinge le donne fuori di casa alla ricerca delle materie prime della vita: camminano, viaggiano alla caccia di un lavoro precario (tagliare il fieno o la legna, cavar patate e barbabietole), o per chiedere un vestito per i figli o il certificato per un sussidio promesso. Perfino le donne che al momento della partenza si raccontano come assai poco presenti a se stesse, qui all'estero imparano presto a prendere il treno, ad implorare lo “starosta” per un'abitazione in cui non piova, a scrivere all'Ufficio profughi, a pretendere l'aiuto dovuto. Come scrive Anna Bravo (1991a, p. 109) “mobilità e corpo a corpo con il mondo diventano attributi della maternità più che la cura e il dono affettivo, fare la madre entra in urto con il fare la mamma”.

Rinchiuse spesso nelle “città di legno” o confinate in desolati villaggi boemi, queste donne sono tagliate fuori da ogni significativa esperienza sociale e lavorativa. Ma è proprio la loro solitudine che le induce a mutare atteggiamenti, comportamenti, stili di vita, convinzioni culturali: vivere sole, uscire da sole, assumersi da sole responsabilità familiari, tutte cose che precedentemente sembravano impossibili e pericolose, ora sono invece urgenti.

La stessa decisione di tenere un diario è in molti casi frutto della nuova situazione e la pratica della scrittura induce, a sua volta, a una riflessione più autonoma, più individuale. È nel diario che troviamo la traccia di un confronto a distanza con il marito modernamente svincolato da subalternità tradizionali.

 

5. All'arcipelago delle scritture di guerra fanno parte anche i canzonieri di prigionia, che però si inseriscono e ci rimandano ad un genere presente anche prima del 1914 e in contesti differenti e che quindi dobbiamo identificare in termini più generali.

Sono, i canzonieri, repertori canori manoscritti, a volte non privi di fregi e di illustrazioni, che coprono un arco di tempo piuttosto ampio (dagli ultimi decenni dell'Ottocento agli anni Quaranta del Novecento – così i canzonieri posseduti dall'Archivio).

Caratterizzati dalla situazione in cui vengono redatti (l'emigrazione, il servizio militare, la prigionia), e/o da un repertorio molto specifico (devozionale, patriottico): i quaderni-canzonieri vanno considerati come istantanee capaci di fissare, per un attimo, il flusso multiforme dell'esperienza culturale (qui indubbiamente emozionale, letteraria, poetica, pur dentro linguaggi di consumo e di riuso) e di raccontare, di conseguenza, molte “storie” di tipo intertestuale. Sono, in altre parole, testi che rimandano ad altri testi lungo sentieri non sempre espliciti. Ci riferiamo alla circolazione dei libri e dei fogli volanti, ma anche all'ascolto del disco e della radio. E rimandano ai luoghi privilegiati dell'alfabetizzazione e dell'acculturazione popolare: la chiesa, la scuola, l'osteria, la caserma e, poi appunto, la guerra e la prigionia. Così che alla fine questi canzonieri riflettono, come in controluce, le trame di interventi educativi, frammenti di mitologie nazionali, la presenza di culture folcloriche insieme a quelle elaborate per il popolo (Antonelli 1988).

 

6. L' Archivio non si esaurisce con le scritture relative alla Grande Guerra. Ma ancora di guerre dobbiamo parlare. Per ora meno numerosi sono i testi relativi alla seconda guerra. Si tratta soprattutto di diari scritti da militari trentini e non (il fondo è assai meno caratterizzato dalla territorialità) sui campi di battaglia (Africa settentrionale, Grecia, Montenegro, Albania, fronte francese, ritirata di Russia) e diari di prigionia redatti nei campi di concentramento in Germania dopo l'8 settembre. Poche le memorie autobiografiche e perlopiù scritte a molti anni di distanza entro un genere che si avvicina all'autobiografia d'infanzia. Si tratta complessivamente di una memoria frantumata e divisa, perché diverse furono le destinazioni, le esperienze e le scelte. Realtà frantumata appunto e memoria irriducibile ad unità.

Anche in questo caso troviamo agendine, ma di varia tipologia e provenienza e poi quaderni, che ora rivelano la destinazione scolastica, con le copertine a colori che spesso riportano le parole d'ordine del regime, o brevi fumetti d'argomento ideologico, patriottico, o coloniale. Inutilmente cercheremo in questi testi cura formale o modelli compositivi o, in altri termini, la nostalgia del libro. Tranne in alcuni casi eccezionali. E qui cito per la sua rilevanza, anche documentaria, i 27 quaderni di Fortunato Favai, oste di Livinallongo (ora in provincia di Belluno) che tiene un diario giornaliero per tutta la durata della guerra registrando gli eventi e le voci, e la spaccatura del paese di fronte alle “opzioni”, e poi dopo l'8 settembre alla scelta partigiana. (Il diario continuerà poi, con molte pause e minor urgenza fino al 1954 9).

 

7. L' Archivio contiene inoltre generi diversi di scritture, che non sempre sono provocate da “eventi separatori”, secondo una formula comunemente adottata dagli storici. Sono autobiografie popolari, libri di famiglia, quaderni di ricette, album amicorum e zibaldoni, quaderni e diari scolastici.

Tra le autobiografie popolari, si segnalano quelle femminili: dove scorgiamo quella che possiamo definire una dialettica (sempre consapevole, ma che non sempre diventa consapevolezza “politica”) tra il racconto di un “noi” familiare e un “io” parzialmente sottratto alla tradizione, sempre più alla ricerca, lungo il secolo, di margini di autonomia.

Quanto ai Libri di famiglia , si tratta di un fondo entro cui abbiamo compreso anche i libri di casa , i libri dei conti , le agende pre-stampate utilizzate per la registrazione della contabilità familiare, le agende di annotazioni metereologiche.

I libri di famiglia contengono una scrittura diaristica plurale senz'altro più complessa: tenuti da più generazioni assumono per argomento la famiglia stessa nei suoi aspetti biologici, economici, rituali-religiosi, culturali e comportamentali. Sono di questo tipo, ad esempio, i libri della famiglia contadina Dalle Piatte di Pergine che registrano dal 1845 al 1947, cento anni di storia familiare e collettiva: dai lavori stagionali, alla cronaca familiare e locale, civile e religiosa secondo modalità non dissimili da quelle impiegate dalle famiglie medio-borghesi e nobili studiate da Angelo Cicchetti e Raul Mordenti 10. Sono 21 quaderni. Il primo, che raccoglie le annotazioni degli anni 1845-1847, è in realtà un quaderno della “Scuola festiva di ripetizione” che Francesco Dalle Piatte (il primo estensore) deve frequentare fino al compimento dei 18 anni (secondo quanto stabiliva il Regolamento politico del 1805 voluto dall'imperatore Francesco I). E dunque senza soluzione di continuità, sul medesimo quaderno, Dalle Piatte passa dai compiti scolastici (operazioni aritmetiche, dettati morali, modelli di scritture epistolari) alle annotazioni domestiche. E in questo caso è la scuola che gli offre gli strumenti (anche materiali) e poi l'abilità e i modelli per organizzare la pagina.

Altri libri di famiglia risultano più prossimi agli zibaldoni , assumendo le caratteristiche di contenitori di testi diversi: indirizzi, preghiere, minute di lettere, resoconti delle vendemmie, conteggi, preventivi per lavori edilizi, contratti di compravendita, testamenti.

 

8. Depositati insieme alle scritture (popolari) adulte, le decine di quaderni di calligrafia, di lingua, di artimetica, di economia domestica ed altro (che vanno, non senza lunghe interruzioni, dal 1906 ai primi anni Cinquanta) documentano le fasi di un apprendimento / addestramento insieme formale e morale.

Di particolare interesse sono i 124 quaderni di scuola di Vittorio Frizzera, risalenti al 1906-1913, in grado di offrire una straordinaria documentazione sia dell'attività didattica svolta in una scuola rurale del Trentino austriaco, che dell'italiano scolastico in uso. Si scrive sotto dettatura, per imitazione, si compone per traccia o per via di domande. Si scrivono lettere di auguri, di ragguaglio, di preghiera, di supplica, di rimprovero. Si scrive per introiettare una morale e un punto di vista sul mondo. In una lingua caratterizzata da una generale sostenutezza e da tratti morfologici arcaicizzanti.

Inoltre sullo sfondo della seconda guerra o dell'immediato dopoguerra, si collocano alcuni diari di scuola media che contengono anche intime riflessioni adolescenziali.

 

9. Tra le pratiche di scrittura presenti nella famiglia, un posto particolare è occupato dai ricettari di cucina.

Sono quaderni (spesso di scuola) su cui vengono a depositarsi in occasioni e situazioni diverse decine di ricette, quasi sempre riflesso del “nuovo” o del “diverso”. In altre parole quasi mai i ricettari riflettono le pratiche alimentari e culinarie quotidiane e tradizionali, quanto piuttosto la circolazione di una cultura alimentare di tipo “verticale” (socialmente verticale) e/o “orizzontale” favorita dall'emigrazione e dai più diversi rapporti di scambio. Ma depositato nei nostri ricettari popolari scorgiamo anche un immaginario gastronomico: un “archivio” di desideri scritti esito di letture e di trascrizioni che supera i confini sociali e geografici.

Frutto del “nuovo” sono senza dubbio i ricettari “didattici”, esito finale dei corsi serali di economia domestica che l'ONAIR (Opera Nazionale Assistenza Italia Redenta) andava organizzando nel Trentino degli anni venti e trenta con lo scopo di nazionalizzare (italianizzare) culturalmente un territorio a lungo rimasto sotto il dominio austriaco e dall'altro di modernizzare usi, costumi e anche abitudini alimentari, contrastando le tradizioni locali.

Per molti versi simili sono i ricettari degli anni cinquanta. La cucina che viene insegnata, destinata a caratterizzare l'offerta alberghiera della zona, enfatizza la sua origine nazionale e la pluralità regionale italiana.

 

10. Un fondo eccentrico, ma che si situa con una sua coerenza dentro le caratteristiche dell'Archivio della scrittura popolare, è l'archivio di Gigliola Cinquetti che contiene circa 150.000 lettere scritte da ammiratrici ed ammiratori tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta.

Sono lettere e cartoline che provengono in buona parte dalle diverse regioni d'Italia, ma un numero per ora non calcolabile sono state spedite dall'estero: dai paesi europei, ma anche dal Giappone, dalla Russia e dalla Jugoslavia, dall'America Latina.

Le lettere a Gigliola Cinquetti, costituiscono, da questo punto di vista, una enorme e straordinaria documentazione collettiva di un tempo storico di grandi e profondi mutamenti (economici, sociali, linguistici, di costume), di un fenomeno di massa, di una pratica di scrittura spontanea e diffusa. Le lettere si situano dentro un genere che, in un convegno di quindici anni fa, chiamammo “lettere ai potenti”, indirizzate “verso l'alto”, ovvero scritte in una situazione asimmetrica, di dislivello di ruoli sociali 11. Proprio in quella occasione prendemmo in considerazione accanto alle lettere alle istituzioni, ai capi carismatici, ai notabili, ai benefattori anche quelle indirizzate ai personaggi resi celebri dalla televisione, il nuovo “media” che a partire dagli anni Sessanta si insedia nella comunicazione sociale con una influenza crescente: “perché avvicina le incarnazioni del successo e del potere nella immediatezza della loro effigie, come non era mai accaduto prima. E anche per questo incoraggia un dialogo intimo tra i grandi personaggi e la gente comune” (Gibelli 1991, p. 11). Così scrivere una lettera a Mike Bongiorno, o a Claudio Villa (De Simonis 1991) o a Gigliola Cinquetti significa partecipare, in qualche modo, a quel successo, a quel potere, ridurre le distanze, assumere un qualche tipo di visibilità.

Già ad un primo casuale sondaggio operato sulle centocinquantamila lettere (un numero terrorizzante), abbiamo isolato alcune caratteristiche proprie della corrispondenza con la Cinquetti. Gli scriventi sembrano provenire da un'estrazione socio-culturale bassa e da un'area di alfabetizzazione imperfetta: sono, nei primi anni, giovani e giovanissimi (poi a partire dalla fine degli anni Sessanta, l'età degli scriventi tende a crescere in relazione all'età della cantante).

In assoluta prevalenza chiedono una fotografia con l'autografo, ma attorno a questa richiesta si aggregano poi altre annotazioni, digressioni personali, storie di vita.

Altri scrivono dal carcere lettere di supplica e di deferenza, chiedendo un aiuto in denaro. Altri ancora chiedono un incontro; alcuni offrono testi per possibili canzoni. Ma, come ha rilevato Paolo De Simonis riferendosi alle lettere inviate a Claudio Villa, anche nel nostro caso “la richiesta reale, più generalizzata e profonda, è comunque quella di essere esauditi in senso etimologico, ascoltati cioè pienamente , sino in fondo : da cui il frequente timore che il contatto faticosamente raggiunto si interrompa” (De Simonis 1991, p. 261).

 

 

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