Catia Emanuelle Barone
Il premio Ilaria Alpi, XI edizione
Riccione, 1-4 giugno 2005 La passione per il giornalismo è qualcosa che va di là del tatto, dell'olfatto, del gusto, dell'udito e della visione. È questa che ti spinge ad andare lontano, e vedere posti che mai avresti potuto immaginare, la dove il rischio è alto e la vita si trasforma un gioco pericoloso; là dove il desiderio di verità e giustizia divengono spesso valori da nascondere perché rischiosi e destabilizzanti. Il vero giornalista vuole essere un testimone in Occidente ed in Oriente, per avere un contatto diretto con la realtà senza i filtri delle immagini e delle televisioni. È una passione che con il tempo tanti cronisti hanno perso, ma c'è ancora chi lo considera un lavoro capace di dare un senso alla propria vita. Non è facile comprendere quella spinta in più che ti porta in paesi dove la guerra è all'ordine del giorno. La risposta non è né immediata né razionale. Ma c'è chi, come Ilaria Alpi, ha dato la sua vita per la verità e la giustizia.
In nome di un giornalismo che non muore, emblema della libertà di stampa e della ricerca di risposte, si è svolta a Riccione, dal 1° al 4 di giugno, l'XI edizione del premio Ilaria Alpi dedicato alla giornalista uccisa nel 1994 in Somalia con il suo telecineoperatore Miran Hrovatin. La manifestazione cresce di anno in anno, ed ogni volta si prefigge di valorizzare l'inchiesta televisiva e le produzioni indipendenti. Il concorso è riservato ai servizi che trattano temi di impegno civile e sociale, di solidarietà, nonviolenza, giustizia, diritti umani, per promuovere un giornalismo fatto con coraggio, scrupolo investigativo, onestà intellettuale e dignità.
Tra le tante novità dell' XI edizione, spicca la possibilità per i documentari vincitori della sezione Produzione di essere messi in onda non solo sul canale satellitare di Rai News 24, ma anche sulla terza rete nazionale. Paolo Ruffini, direttore di Rai Tre, infatti, dichiara di voler investire sull'innovazione e sulle nuove generazioni: ?è necessario aprire la televisione a ciò che accade fuori. Il premio Ilaria Alpi ci aiuta a tenere aperto il canale tra il sistema chiuso televisivo e l'ampia cultura dell'audiovisivo?.
Sono 220 i video presentati al concorso delle diverse edizioni, con un totale di 185 giornalisti partecipanti, di cui un terzo donne: 40 servizi per il premio Europa, riservato ai giornalisti europei (il doppio rispetto al 2004), e 25 quelli al premio Produzione per i reportage inediti in lingua italiana (nel 2004 erano 16).
L'Africa, l'infanzia violata, la tragedia dello Tsunami, la mafia, la vita nelle periferie metropolitane, i disastri dell'inquinamento chimico e l'immigrazione clandestina, sono state le tematiche più gettonate dei servizi in concorso.
Il premio Ilaria Alpi vuole ricordare la giovane ragazza assassinata in Somalia e desidera, allo stesso tempo, rievocare la forza del giornalismo d'inchiesta, affinché il sacrificio di Ilaria non sia stato vano. Quest'anno, per la prima volta dopo 11 anni, si è deciso di attribuire un premio alla carriera, ed Enzo Biagi è stato subito insignito. ?è un riconoscimento molto importante, per un giornalismo vero fatto con coraggio, scrupolo e dignità, contrapposto al sensazionalismo? commenta l'assessore provinciale alla cultura Marcella Bondoni.
L'undicesima edizione si è distinta per un programma ricco di seminari, documentari e presentazioni di libri. La giornata di inaugurazione, mercoledì 1 giugno, è stata caratterizzata subito da due film inchiesta: Control Room di Jehane Noujaim e L'incubo di Darwin di Hubert Sauper. Il primo riesamina quella che forse è la questione più urgente nelle relazioni internazionali: l'America sta radicalizzando o stabilizzando il mondo arabo? Il film cerca di mostrare un punto di vista equilibrato sul modo in cui Al Jazeera presenta la seconda guerra mondiale al suo pubblico e al mondo. Il secondo, vincitore del miglior documentario 2004 European Film Award, presenta un'inchiesta lucida e scottante sullo sfruttamento da parte di aziende occidentali del ricco paese del lago Vittoria in Africa, pagato con armi che vanno ad alimentare i focolai di guerra africani. I riflettori sono puntati sul palcoscenico di un mondo veramente povero dove la dignità delle persone non esiste; dove gli uomini si dedicano esclusivamente alla pesca, e le donne sono costrette alla prostituzione, spesso vedove di un marito deceduto in mare. Altra problematica trattata dal filmato è l'Aids, molto diffuso tra i pescatori e le prostitute. Ancor più cruda è l'immagine dei bambini costretti a vivere per strada, privi di genitori che li possono proteggere, spesso in mano ai fumi della droga probabilmente per non pensare alla povertà e al mondo crudele che li circonda.
La presentazione del libro Ilaria Alpi, una donna, la sua storia, l'inaugurazione di due mostre e una serata di teatro, musica e danza sono stati i protagonisti della seconda giornata della manifestazione. L'esposizione Amahoro/pace ha raccolto le immagini realizzate da Di Angelo Ferrari. Fotografie che raccontano una cruda realtà e non lasciano spazio alla retorica.
Nella sala adiacente si è svolta la mostra Giornalisti nell'inchiesta, un viaggio multimediale nel giornalismo investigativo attraverso la storia di 15 inviati che hanno perso la vita proprio a causa dell'impegno ed il senso etico con cui hanno portato avanti la professione. Sono i testimoni scomodi come Enzo Baldoni, Maria Grazia Cutuli, Ilaria Alpi, Mario Francese, Guido Puletti, Giancarlo Siani, Walter Tobagi, Carlo Casalegno, Giuseppe ?Pippo? Fava, Beppe Alfano, Antonio Russo, Mauro De Mauro, Giovanni Amendola, Piero Godetti: persone con idee diverse ed appartenenti a periodi storici lontani tra loro, ma accomunati dalla stessa passione per il giornalismo di inchiesta, dalla voglia di approfondire e far venire alla luce i mali del proprio tempo, uomini e donne coraggiose che hanno rischiato e perso la vita.
Toccante l'evento, ad un tempo, di teatro, danza, musica e testimonianze del New Project Jazz Trento, che si è svolto giovedì 2 giugno con l'interpretazione delle attrici Giulia Troiano e Orietta Fossa, le musiche di Paolo Fresu e la regia di Pasquale D'Alessio. Efficaci le parole che hanno accompagnato lo spettacolo, così come la messa in scena della ballerina che è riuscita a trasmettere con semplici movimenti del corpo il senso di claustrofobia, semanticamente legato ai limiti della libertà di stampa. Poi un fiume di parole pungenti ma aderenti alla realtà: ?A nessuno piace morire, e nessuno muore dalla voglia di morire. Il piombo brucia, ma solo in un secondo momento. Tutto avviene in un attimo, e in quella frazione di secondo non fai altro che pensare al dopo. Avete mai annusato il sangue fritto e cotto??. Lo spettacolo è stato un susseguirsi di frasi toccanti con l'unico scopo di spiegare l'irrazionale amore per il giornalismo che si trasforma nel cuore di Ilaria in passione. Una rappresentazione che ha cercato di illustrare le motivazioni di chi sceglie una strada coraggiosa e pericolosa, proprio come ha fatto Ilaria Alpi.
Seminari e discussioni, invece, hanno occupato l'intera giornata di venerdì 3 giugno. Una tavola rotonda sul tema del giornalismo di guerra e di pace ha dato il via ad un pomeriggio ricco di spunti. Tra gli ospiti principali è intervenuta Amy Goodman, giornalista americana di Democracy Now, in pratica un ?alter ego? al femminile di Michael Moore. Assieme a lei anche Jehane Nooujaim (registra di Control Room), Carlo Gubitosa (giornalista di peacelink) e Riccardo Bagnato (Vita).
Al centro del dibattito la questione del giornalista embedded : ?Gli USA credono che questa figura sia un successo, ma in realtà non è così. L'informazione che ci arriva è incompleta e di parte ? spiega Emy Goodman ? Perchè non li hanno portati in ospedale per verificare le conseguenze della guerra? I servizi televisivi parlano sempre dei soldati ma non delle vittime, senza citare i morti. Le immagini di donne ferite e soldati uccisi non sono trasmesse, e non si parla del numero di irakeni caduti in guerra. Gli americani non vogliono vedere realtà troppo crude, ed è per questo motivo che Demicracy now, ha deciso di trasmettere servizi diversi dagli altri canali ed ha riscontrato così tanto successo. È nostra intenzione creare dei collegamenti tra vari media indipendenti, per trasmettere tutte quelle notizie che non vanno in onda. Il 90,9% degli americani non è a conoscenza degli ostaggi italiani, ignora quanto successo a Calipari e la Sgrena. I nostri media hanno dato troppo potere allo stato, ormai sono diventati dei portavoce?. Efficace la conclusione di Emy Goodman sulla differente rappresentazione della realtà: ?La tv araba fa vedere i missili quando colpiscono le persone, le tv americane ci mostrano solo quando vengono lanciati?.
La sera si è svolto il dibattito dal titolo Quel che resta dell'inchiesta .
Al centro della tavola rotonda la provocazione lanciata dallo studioso di mass media Carlo Sartori attraverso un video trasmesso in apertura del dibattito: ?Ormai quello che conta è il profitto?. Tutti i relatori sono d'accordo, ed identificano una crescente commercializzazione della Rai con la morte del servizio pubblico.
?Una volta i nostri programmi e le nostre inchieste erano frutto della volontà dei direttori di rete e testata, oggi, invece, sono i pubblicitari a dettare regole? afferma Sergio Zavoli, sottolineando come la tv non sia più ?il punto di mediazione tra i fatti e l'opinione pubblica?: ?ormai il giornalismo non si fa più carico di interpretare i problemi della gente, ma è diventato un ibrido che si consuma in un intrattenimento adescante?. Riccardo Iacona, uno dei pochi ?eletti? che ancora si occupa di reportage investigativi, punta il dito sulla crisi, in Rai, di un mandato editoriale di qualità: ?con Sciuscià facevamo in prima serata share straordinari con i nostri servizi, oggi siamo abituati a vedere i reality che storpiano la realtà?. Ugo Gumpel, corrispondente Rai in Germania, interviene ed conferma la potenza del giornalismo investigativo, capace di catturare l'audience: ?Ogni sera, sulla prima rete tedesca viene trasmesso un magazine di approfondimento di 30 40 minuti in prima serata. Notizie come queste hanno influito sulla storia del Paese, ed è la dimostrazione di come lavori investigativi fatti bene possano raggiungere fino al 40% di share?. L'unica soluzione per porre fine alla crisi della Rai potrebbe essere, secondo Roberto Morrione, il tentativo di ?rendere la tv di stato totalmente autonoma nella gestione?.
Sotto accusa anche la carta stampata incolpata, su impulso del moderatore Marc Innaro, di omologarsi all'agenda informativa dei telegiornali. Pungente l'osservazione di Gabriele Polo, direttore del ?Manifesto?, che denuncia la crescente mercificazione dell'informazione, così com'è successo nel caso Sgrena, quando alcuni giornalisti si sono recati nella casa dei genitori di Giuliana per vedere le loro prime reazioni di fronte ad un imminente filmato dei rapitori. Poi un appello ai colleghi: ?Diamo sempre la colpa alle strutture, ma alla fine se l'inchiesta è in crisi dipende dalle singole persone?. Giovanni Maria Bellu di ?Repubblica?, conclude puntando l'attenzione sul problema dell'opinione pubblica, e di come il giornalismo d'inchiesta abbia bisogno di una sua ricostruzione, a costo di scontrarsi con la disinformazione.
Ricca di documentari e dibattiti, la giornata conclusiva del premio Ilaria Alpi. Death in Gaza di James Miller, morto durante le riprese, è stato il primo documentario proiettato. Il reportage racconta la vita di tre bambini che vivono quotidianamente nella spirale della violenza. Le riprese, realizzate a Nablus, in Cisgiordania, e a Rafah, nella striscia di Gaza, vogliono raccontare le conseguenze del conflitto, attraverso la durezza delle immagini della realtà. Il servizio testimonia un mondo dove l'infanzia è negata e dove i bambini sono consapevoli di poter essere uccisi da un momento all'altro. Gli adolescenti sono trasformati in soldati e per alcuni la morte per la fede diventa l'unica ragione di vita. La scomparsa di ognuno di loro viene usata come propaganda, e tutti ringraziano Dio per il nuovo martire.
Il secondo documentario proiettato è stato Miguel: ne Terren... di Lluis Jené ed Enric Mirò. Il film racconta la vita del videoreporter Miguel Gil, un ex avvocato che ha deciso di cambiare vita e dedicarsi alla cronaca di guerra. È morto in Sierra Leone nel 2000 dopo dieci anni passati tra i confini di Bosnia, Cecenia, Kossovo. Un talento naturale, capace di entrare laddove altri non erano in grado di arrivare. Un ragazzo capace di utilizzare il suo lavoro per aiutare agli altri, e, per questo motivo amato da tutti.
Al termine del reportage è seguito un seminario dal titolo Videoreporter, un mestiere a rischio tra racconto e testimonianza . Il dibattito ha coinvolto Eric Mirò (Television de Catalunya), Claudio Speranza (premio Miran Hrovatin) e Gianfranco Rados (Video est), Stefano Paolino, il moderatore. Fino a che punto ci si può spingere con le telecamere? Ciò che è emerso dal seminario è l'importanza del rispetto delle persone. Ci sono, infatti, dei limiti che non possono essere valicati. La regola è non cadere nella ?sciacallaggine?, perchè l'immagine non è soltanto una testimonianza ma anche un racconto, a volte più diretto e significativo della parola.
La serata finale ha visto in prima fila Giovanni Floris a presentare e premiare i vincitori. Un incontro dedicato anche a Flaurence Aubenas, la giornalista tenuta in ostaggio per cinque mesi a Bagdad e liberata la settimana successiva al premio Ilaria Alpi. Era presente anche il corrispondente francese di ?Liberation?, Christian Chesnot, rapito per quattro mesi in Iraq, in rappresentanza di tutti i colleghi che hanno pagato e stanno pagando in prima persona la passione ed il rigore che mettono nel proprio mestiere. Poco dopo è intervenuto Enzo Biagi al telefono, perché insignito ? come detto ? al premio alla carriera Ilaria Alpi.
Significativo il commento di Italo Moretti, presidente della giuria del premio, sui servizi in concorso: ?I filmati che hanno partecipato all'XI edizione danno speranza, e dimostrano che ci sono dei giornalisti che riescono a battersi per realizzare i servizi che sviluppano delle tematiche sociali con grande qualità. Sono raccontate realtà scomode, recuperando temi che la grande stampa rimuove perché passati di moda come la mafia, la disabilità, i disagi dell'imposizione di servitù militari nei territori, l'Africa. È un'iniziativa unica che permette di verificare ogni anno la qualità del prodotto televisivo?.
Un premio per non dimenticare Ilaria e tutti colleghi morti, ma anche per ricordare una passione capace di dare valore alla vita e che va incontro al pericolo per fame di verità. Una speranza per un giornalismo che non dovrebbe morire mai, ma che continua a scrive con il sangue di innocenti pagine e pagine di storia. Tutto per una guerra ingiusta, letale e disarmante.
I vincitori:
Sezione A
(servizi in onda su tg e rubriche)
Maria Cuffaro con Sotto le bombe a Nassirya ( Primo Piano , Rai Tre), che mostra le immagini dell'assedio all'Autorità provvisoria di coalizione a Nassirya dove morì il lagunare Matteo Vanzan.
Sezione B (e x aequo)
(servizi in onda su trasmissioni diverse dai tg)
Carla Baroncelli con Parlando con Frugone ( Storie , Tg2 Dossier), la storia del giovane Alberto Frugone, affetto da autismo.
Francesca Cersosimo con Morte di Luca Sepe ( Controcorrente , Sky Tg24), servizio in cui le telecamere riprendono il funerale di Luca Sepe, giovane militare morto dopo aver contratto il linfoma di Hodgkin al rientro dai Balcani nel 2001.
Sezione C
(servizi e inchieste superiori ai 12 minuti in onda su trasmissioni diverse dai tg)
Sigfrido Ranucci con Servitù militari (RaiNews 24), racconto, attraverso le loro stesse voci, del disagio dei pescatori e degli abitanti di alcuni paesi sardi, costretti a convivere con le esercitazioni della Nato che danneggiano la pesca e la vita quotidiana dell'isola.
Sezione D
(servizi giornalistici andati in onda su tv locali e regionali)
Paola Proietti con In fuga dal doping (Super 3-Roma), servizio su un ex campionessa di ciclismo che, rifiutandosi di utilizzare sostanze dopanti, abbandona lo sport agonistico.
Premio della critica
Assegnato da una giuria ad hoc composta dai maggiori critici televisivi italiani
Riccardo Iacona con W il mercato (Rai Tre), inchiesta che si snoda attraverso un viaggio dal sud al nord dell'Italia, e racconta la crisi del mercato che colpisce contadini e piccoli produttori agricoli, con la complicità delle mafie locali.
Per il premio Europa
(riservato a giornalisti europei)
Gregoire Deniau con Traversee clandestine (envoye' special) di France 2. Gregoire Deniau fa luce sul fenomeno dell'immigrazione, condividendo per un mese in prima persona le difficoltà e i pericoli del drammatico percorso che conduce una moltitudine di clandestini dall'Africa verso le coste della Spagna e della Francia in cerca di fortuna, spesso a costo della vita.
Per il premio Produzione
(produzioni indipendenti di giornalisti freelance)
Emanuele Piano con Another African Story , immagini dai campi profughi nati a causa dal genocidio in Darfur (Sudan).
Per il premio Miran Hrovatin
(riservato agli operatori cinetelevisivi)
Alessandro Bellini con Un giorno a Baghdad (Tg2), la storia di tre iracheni che lavorano con compagnie occidentali e vivono ogni giorno la paura di essere sequestrati o uccisi.
Per il premio Giovani
(a cui concorrevano automaticamente i filmati realizzati dai giornalisti con età inferiore ai 32 anni, assegnato dalla giuria Giovane )
Christian Bonatesta con Approdo Italia (Rai Tre, Doc 3), servizio sugli sbarchi e i rimpatri dei clandestini nell'isola di Lampedusa.
Tre menzioni speciali
a Enric Mirò, regista del documentario Miguel: ne Terren, che racconta la breve vita di Miguel Gil, cronista catalano ucciso in Sierra Leone nel 2000, dopo dieci anni passati tra i conflitti di Bosnia, Cecenia, Kossovo;
a Christian Chesnot , per la libertà di stampa;
a Alberto Nerazzini e Davide Savelli, per Archiviazione provvisoria ? La storia di una vergogna (La 7).
Sito web:
http://www.ilariaalpi.it/premio/ita/xi_edizione/index.html