N. 7 - Luglio 2005


ISSN 1720-190X





Roberto Parisini

La città e il suo fiume
Il cammino delle acque nella storia, nella cultura e nell'attività degli uomini
Imola, 9 giugno 2005


I fiumi per millenni hanno intessuto strettissimi rapporti con il più antropizzato di tutti gli ambienti, la città. Rapporti complessi e contraddittori, fatti di profondi nessi fisici, economici, sociali; fatti di necessità per un bene prezioso, l'acqua, per una via di scambio relativamente più sicura e a buon mercato, e per un amico protettivo che tuttavia ricorrentemente, ad ogni significativo mutare di clima, poteva divenire invadente e distruttivo. Nella più remota antichità le città cercavano i fiumi, ma non osavano distendervisi sopra. Lo Scamandro, e come lui tutti i fiumi greci, scorreva in vista delle mura di Troia; gli antichi egizi, adoratori del Nilo, sapevano costruire le piramidi ma non ne derivarono la tecnologia per gettare stabili ponti in pietra o costruire acquedotti. Saranno gli ingegneri romani a cominciare a modificare questo rapporto. In età moderna il fiume è già per la città, e in modo consolidato, di volta in volta architrave su cui imperniare l'organizzazione del proprio territorio, oppure elemento chiave di quella “comodità del sito” di boteriana memoria, che è particolarmente distintivo dei sistemi urbani del nord Europa e della loro ricchezza commerciale.

L'ingresso nell'età contemporanea ha modificato gradualmente ma in maniera profonda questa relazione. Quel rapporto, mano a mano che ci si avvicina al nostro tempo, si è fatto più semplice, ma anche più limitato. Lo sviluppo economico, con il suo progresso e i suoi liquami, lo ha ridotto spesso ad una sola rigida funzione che può essere di volta in volta di via di comunicazione, di sgradevole fogna a cielo aperto, più recentemente di confortevole ma passivo scenario per il tempo libero. Dalla sua totale centralità fatta di funzioni varie e complesse, puntualmente riflesse in una diffusa presenza nell'immaginario identitario e culturale, si passa gradualmente, almeno nel nostro Occidente, ad uno straniamento, ad un uso indifferente, quando non infastidito dalle grevi condizioni ambientali, che i centri urbani fanno dei corsi d'acqua che li attraversano. I fiumi vengono inoltre imbrigliati e anche visivamente isolati dai pesanti, alti muraglioni che si sostituiscono alle rive, indispensabile punto di comunicazione che tanti quadri settecenteschi ci mostrano popolato di animali e persone, di pescatori e passanti in cerca di fresco e di svago.

In estrema sintesi è questo l'ampio e suggestivo percorso che è stato costruito, nel complesso, dalle relazioni presentate al convegno La città e il suo fiume , organizzato dal “Centro Studi per la storia del lavoro e delle comunità territoriali” della Fondazione della Cassa di risparmio di Imola, ideato e coordinato dal professor Angelo Varni dell'Università di Bologna.

Relazioni che sono state suddivise in due gruppi principali, ma chiaramente dialoganti tra loro. Il primo gruppo, fortemente ancorato alla trama della multidisciplinarietà, fatto di interventi che hanno affrontato il tema sulla base di angoli prospettici più distesamente generali e di cronologie estremamente ampie, partendo dall'economia (Andrea Papagno e Marzio Romani), all'urbanistica (Giuliano Gresleri), passando dalla letteratura (Andrea Battistini) e dalla pittura (Andrea Emiliani), senza dimenticare le esemplificazioni geologiche e geografiche, misurate sul continuo modificarsi di forme e di corso del Santerno, il fiume che attraversa la cittadina romagnola (Gian Battista Vai).

La fitta rete dei rimandi interni che ha collegato le riflessioni dei vari autori ha poi aperto la strada al secondo gruppo di relazioni, mirata più direttamente all'analisi storica di una serie di casi specifici. Così la banale soluzione urbanistica dei murazzi, costruiti a Roma e volti a imbrigliare il Tevere – ma anche ad ucciderne quella sacralità che i fiumi ebbero a lungo con un immediato ed eloquente corrispettivo sul versante letterario dal libro della Genesi alla Divina Commedia e oltre -, diviene il punto di partenza di un percorso, tracciato da Gabriella Ciampi, che prende le mosse dalla descrizione di Gregorovius dell'alluvione del dicembre 1870 per ripercorrere il travagliato rapporto tra la neocapitale del nuovo Stato unitario e il suo fiume, che continuava a metterne in pericolo strade, palazzi, quartieri e monumenti. Attraverso questa difficile relazione, già illuminata dagli studi pionieristici di Alberto Caracciolo, Ciampi osserva lo spostamento dei meccanismi mentali e identitari che nei secoli hanno presieduto al rapporto tra Roma e il Tevere (reso ormai quasi invisibile e affondato tra gli alti muraglioni che lo tengono a freno) a quello tra la città e i suoi ponti, chiamati a memorizzare, con una toponomastica risonante, gli uomini e le tappe principali del Risorgimento e dello sviluppo di una nuova identità nazionale. Ancora su questa linea, il ponte Risorgimento, eretto nel 1914 in calcestruzzo, avrà il compito di simboleggiare la capacità tecnologica del nuovo Stato, come negli anni Trenta, nei progetti di Mussolini c'era un ponte di tale portata che potesse dare adeguata testimonianza della grandezza del regime.

Un destino di progressiva estraniazione dalla città è anche quello dell'Arno che Fabio Bertini ha ricostruito attraverso l'osservazione di un “bacino integrato” che colloca il fiume toscano nel più ampio contesto fisico regionale, e in quello economico-politico di una prolungata lotta per il dominio vinta da Firenze nel corso del medioevo. Un territorio più ampio della città dunque, caratterizzato dal comporsi sulle sponde del fiume di un fitto tessuto corporativo di mestieri, affari, mulini, terre appoderate, i cui interessi ruotavano e confliggevano intorno all'uso delle acque. Un tessuto simile a quello sorto intorno alla Senna nella Parigi descritta da Francis Demier, fiume deputato in primo luogo alla navigazione e al trasporto, ma utilizzato anche come luogo d'incontro e sociabilità, anche qui similmente a quanto fu tentato, nella breve stagione di Firenze capitale, con il lungarno.

Ma le crescenti urbanizzazioni e lo sviluppo manifatturiero lungo le rive sono determinanti nell'evoluzione del rapporto tra città e fiume, ne affievoliscono mano a mano le tracce nella vita della città. Negli anni Venti l'area del Pignone, un tempo il porto di Firenze e ora già consolidata zona industriale, accoglie, in segno di una ormai irreversibile modificazione nella destinazione d'uso, anche il primo insediamento di case popolari voluto dal regime fascista. Gli scarichi industriali che l'Arno raccoglie lo rendono greve, e gli interventi urbanistici e edilizi non lo fanno meno pericoloso, fino all'ultima tragica alluvione di 50 anni fa. Quello che resta del rapporto tra fiume e città è il modello utopico di un fiume d'argento che probabilmente non è mai esistito, un rapporto tutto scenografico a coprire una estraneità tra il centro urbano e il corso d'acqua che lo attraversa paragonabile a quella che una città può avere con le sue più lontane e peggio riuscite periferie.

Diverso e più fortunato il destino del Po a Torino. Questo si spiega, secondo Stefano Musso, col fatto che, per decisive ragioni geomorfologiche, il Po ha avuto un ruolo secondario nella industrializzazione della prima capitale d'Italia. Il percorso che il grande fiume si è scavato qui rende le sue acque poco utilizzabili per l'uso urbano cui sopperivano invece quelle della Dora Riparia e della Stura. Il Po a Torino restava perciò fondamentalmente un porto fluviale di modesta importanza. Le fasi di un travolgente sviluppo, che è culminato tra il 1951 e il 1961 in una crescita demografica del 42%, non hanno sostanzialmente modificato questi assetti, anzi hanno finito indirettamente per conservare al grande fiume la funzione principale di unico grande polmone verde, di luogo di piacere, che ha ora le forme consolidate del parco fluviale.

Completato il quadro nel suo insieme, gli interventi che si sono succeduti al convegno hanno trasmesso, come loro minimo comune denominatore, la consapevolezza che un rapporto così ricco e complesso, come è stato da sempre quello tra le città e i loro fiumi, sia arrivato a un punto morto, come morti appaiono ormai molti dei corsi d'acqua coi quali, nella più sovrana indifferenza, conviviamo. È stata però anche espressa da più parti la considerazione e la fiducia che un uso avvertito della tecnica e delle scienze di cui disponiamo ci può consentire una decisiva modificazione di questo stato delle cose, modificazione, è stata la conclusione, che va tuttavia fatta precedere da una riflessione attenta e il più possibile allargata. Riflessione. a cui questo convegno sembra aver portato un non trascurabile contributo.




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