N. 7 - Luglio 2005


ISSN 1720-190X






Giovanni Buccianti

Turchia ed Europa quattro secoli dopo Lepanto
Siena, 26 maggio 2005


Si è svolto a Siena il 26 maggio 2005, sotto l'egida dell'Opint-Centro interuniversitario osservatorio di politica internazionale, il Convegno internazionale sul tema Turchia ed Europa quattro secoli dopo Lepanto , con la partecipazione, in qualità di relatori, di personalità del mondo accademico, diplomatico e culturale italiano e turco e alla presenza di numerose autorità, docenti e studenti.

L'Opint, che ha sede presso il Dipartimento di Scienze storiche, giuridiche, politiche e sociali dell'Università degli Studi di Siena, Via Mattioli 10, Siena, ed ha un proprio sito internet ( http://www.gips.unisi.it/opint ), è stato costituito nel 2003 per iniziativa del professor Buccianti, ordinario di Storia dei trattati e Politica internazionale presso l'Università degli Studi di Siena, dopo che l'Istituto di Storia moderna e delle relazioni internazionali è stato assorbito dal Dipartimento di Scienze storiche, giuridiche, politiche e sociali.

Partecipano al Centro l'Università degli Studi di Siena, l'Università “La Sapienza” di Roma attraverso il Dipartimento di Studi politici e la Libera Università “San Pio V” di Roma.

L'Opint persegue le seguenti finalità:

•  effettuare studi di politica internazionale, raccogliere gli scritti sulle tematiche attinenti a tali studi in Italia e all'estero;

•  organizzare congressi, seminari e conferenze;

•  sostenere studi e ricerche su tematiche che interessino la politica internazionale, pubblicare, anche in collaborazione, studi e ricerche nel proprio campo di indagine;

•  realizzare qualsiasi altra attività considerata utile al conseguimento degli scopi del Centro.

Direttore dell'Opint è stato eletto dal Consiglio drettivo del Centro, nella riunione del 13 maggio 2004, il pof. Giovanni Buccianti.

Il Centro ha iniziato la sua attività nel maggio 2004 organizzando presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Ateneo di Siena il Convegno internazionale dal tema La visione libica della politica estera nel momento attuale. I rapporti con l'Italia . A questa prima iniziativa hanno fatto seguito numerose conferenze di prestigiose personalità del mondo accademico, diplomatico e militare e la presentazione, lo scorso 11 aprile, del volume del prof. Buccianti Enrico Mattei. Assalto al potere petrolifero mondiale , edito da Giuffré.

Il tema del Convegno, organizzato in due sessioni di cui quella del mattino dal tema Italia e Turchia nel contesto europeo presieduta dal prof. Lucio Caracciolo, è stato introdotto dal prof. Giovanni Buccianti, che ha sottolineato come l'apertura dei negoziati fra Unione Europea e Turchia, fissata dal Consiglio europeo per il prossimo 3 ottobre 2005 costituisca, dopo anni di accordi parziali fra le parti, un punto di svolta, una “ riconciliazione fra civiltà destinata a rafforzare l'Unione Europea in termini di stabilità, sicurezza e influenza sui nuovi equilibri geostrategici mondiali”. La candidatura turca costituisce la prova tangibile dei progressi compiuti da Ankara sulla via della definizione di uno Stato di diritto ispirato ai modelli europei, secondo un processo storico avviato da Kemal Atatürk negli anni '20, volto a superare le contrapposizioni identitarie interne al paese, fra la sua anima asiatica e quella europea, fra occidentalismo mediterraneo e atlantico, tra terzomondismo mediorientale e centroasiatico. I vantaggi dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, come ha sottolineato Buccianti, saranno reciproci: Ankara vedrà rafforzato il proprio progresso democratico, mentre l'Unione Europea trarrà beneficio economico dall'apporto di nuove energie giovani e dinamiche e consoliderà la propria sicurezza. Buccianti ha accennato a cosa accadrebbe invece se la Turchia dovesse essere respinta da un referendum o da un negoziato: ne deriverebbe un danno enorme per l'immagine e la proiezione esterna dell'Unione Europea. Il danno aumenterebbe perché sarebbe dissipato poi il patrimonio di disponibilità costruito all'interno del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) che il premier Erdogan ha saputo fondare nel 2001 trasformando il partito religioso di Erbakan, che affondava le radici nell'Islam politico, in un insieme pluralista proiettandosi in maniera unitaria verso l'Europa. Buccianti ha poi posto in evidenza la posizione geografica della Turchia che si trova al centro di quella che, riprendendo una felice definizione, è stata chiamata una “croce geopolitica regionale”. La Turchia si colloca infatti all'interno di un campo di forze che, già complesso negli anni in cui esisteva l'Urss, è andato ulteriormente evolvendosi. Nel caso specifico la Turchia si apre a Sud verso la Siria e il Medio Oriente, ad Ovest/Nord Ovest verso il Mediterraneo, l'Europa balcanica e l'area del basso e medio Danubio, a Est/Nord Est verso il Mar Nero e le regioni musulmane dell'ex Urss (Caucaso ed Asia Centrale) e a Sud Est verso la Mesopotamia e la regione del Golfo. La Turchia dunque da punto di incontro tra civiltà, culture e religioni diverse potrebbe diventare un centro di scontro, di gravi cortocircuiti politici, di tensioni esistenti nella regione, di incomprensioni tra popoli e civiltà. E anche l'aspetto economico è da tenere in massimo conto perché l'economia della Turchia è dinamica, in fase espansiva con tassi di sviluppo in crescita, espressione di un popolo giovane che guarda sì all'Europa ma anche ad ovest, nonché al mondo slavo al nord, al mondo arabo al sud, al mondo asiatico ad est, per la sua particolare collocazione geografica. Una sua integrazione nella nostra economia, ha sottolineato Buccianti, sarebbe di assoluto, reciproco profitto. Buccianti, avviandosi alla conclusione, ha posto in rilievo il problema di come, con la dissoluzione dell'impero sovietico a seguito della svolta epocale del 1989, l'Europa abbia dovuto rapidamente decidere se superare quel confine con l'Est, che storicamente ha sempre rispettato: accanto a rientri nella tradizionale Europa di paesi centrali come Slovacchia, Ungheria e Slovenia e poi anche Romania, Bulgaria, l'Europa si è rivolta, si è spinta verso aree che tradizionalmente le sono state, per così dire, meno congeniali come la Finlandia, l'Estonia, la Lettonia, la Lituania. In questa fase (quella dell'ultimo quindicennio) l'Europa sembra aver perpetrato una omissione: quella di cercare di costruire l'unità guardando prevalentemente al Nord-Est dimenticando il Mediterraneo. Lo sottolineò bene lo scorso anno al Convegno sulla Libia, ha ricordato Buccianti, l'onorevole Gianni De Michelis quando indicò come problema del futuro quello del “Mediterraneo allargato”, quello cioè dei rapporti fra l'Europa e il mondo islamico e richiamò l'attenzione sulla necessità che l'Europa dovesse decidere se dare importanza o meno alla sua dimensione mediterranea. L'Europa a 25, dalla chiara configurazione baltica, può essere un elemento di squilibrio se non corregge questa caratterizzazione rafforzando invece la sua connotazione mediterranea per non correre il rischio di far prevalere la logica del conflitto creando di fatto una zona di “bassa pressione” contrapposta ad una zona di stabilità e di “alta pressione” a Nord. Una tendenza da correggere compiendo un salto di qualità affrontando i problemi non solo della sicurezza ma anche quelli, non meno importanti, del dialogo e del linguaggio comune fra culture, religioni e sistemi politici. Ecco perché, ha osservato Buccianti, la questione Turchia diventa un momento decisivo per l'Europa. È a causa di questa tendenza “nordica” che un paese come la Turchia che ha in sé, così come l'Europa, differenti identità tutte conviventi è stato penalizzato. Fino a quando serviva ad arginare l'avanzata del comunismo, la Turchia occupava un posto di rilievo nobilitato dall'adesione alla Nato (1950) e al Patto di Bagdad (1952) ed era considerata socia del “Club europeo”. Caduto il muro di Berlino, riapparso il vecchio fantasma dell'Islam, la Turchia che pure aveva presentato negli anni settanta la domanda di adesione sembrava avere esaurito il suo ruolo per l'Europa quando nel 1998 essa fu respinta. Gli europei dovrebbero oggi essere felici, proprio nel momento nel quale l'Europa si è allargata a 25, di riprendere le discussioni con la Turchia in vista di una sua adesione.

Nel suo lungo e apprezzato intervento, seguito da un interessante dibattito, S.E. l'ambasciatore turco in Italia Ugur Ziyal ha precisato come la storia dei rapporti fra turchi ed Occidente risalga all'epoca dell'Impero romano e alla diffusione della sua cultura e dei suoi istituti giuridici alla penisola anatolica. A partire dal 1923, con la nascita della Repubblica turca e per impulso di Atatürk, lo sguardo politico-culturale del paese è stato sempre rivolto ad Occidente, fonte di ispirazione per un processo parallelo di modernizzazione e democratizzazione che oltre a dimostrare la straordinaria capacità di adattamento dei turchi ha consentito a Ankara di partecipare a tutte le maggiori organizzazioni occidentali, dalla Nato al Consiglio europeo. Proprio la consapevolezza dell'alto contributo da sempre fornito dalla Turchia ai processi di cooperazione e integrazione occidentali, ha sottolineato l'ambasciatore Ziyal, rende difficile per l'opinione pubblica turca comprendere i pregiudizi che ancora ostacolano in Europa il processo di adesione del paese all'Unione Europea. Anche nel corso degli ultimi anni la Turchia ha adottato significative riforme politiche, economiche e giudiziarie per adeguarsi ai parametri imposti da Bruxelles con cui, peraltro, già dal 1995, è in vigore l'unione doganale. Rispondendo a uno degli interrogativi più attuali l'ambasciatore ha illustrato le ragioni che spingono Ankara a chiedere l'adesione all'Unione Europea. Egli ha precisato che la Turchia condivide gli stessi valori e i medesimi obiettivi dei paesi membri dell'Unione Europea, ovvero il consolidamento democratico, lo sviluppo economico e la sicurezza. Tali elementi, infatti, se da un lato sono indispensabili alla Turchia per intensificare il corso delle proprie riforme e stabilizzare i rapporti con i paesi limitrofi, non possono essere efficacemente perseguiti da Bruxelles senza la stretta collaborazione di un paese in grado di garantire, come la Turchia, un più diretto accesso alle aree circostanti dalle quali provengono le risorse energetiche di cui necessita l'Europa e con le quali è indispensabile dialogare per contrastare minacce internazionali come il terrorismo. Nonostante la condivisione di tali obiettivi, l'ambasciatore ha rilevato la persistenza di alcuni radicati pregiudizi antiturchi, peraltro infondati: in ambito geografico, ad esempio, egli ha osservato come la Turchia possa ben ritenersi più europea di Cipro, così come va ridimensionato il timore relativo all'impatto demografico sul continente, dato che la popolazione turca è destinata, secondo proiezioni statistico-demografiche, a attestarsi attorno al 14-16% di quella complessiva dell'Unione Europea, con una quota di rappresentanza in seno al parlamento di Strasburgo non superiore all'11%. Anche la temuta ondata migratoria diretta verso il continente non dovrebbe superare quella di paesi come Portogallo e Spagna all'indomani della loro adesione. Sul piano economico, l'ingresso della Turchia dovrebbe addirittura tradursi in un guadagno per l'Europa. Infine, i nuovi confini che l'Unione Europea acquisirà in seguito all'ingresso della Turchia con aree come il Caucaso e il Medio Oriente, risulteranno, con comune beneficio, stabilizzati e consolidati rispetto alla presente situazione. L'ambasciatore, che ha illustrato anche l'ottimo stato delle relazioni bilaterali italo-turche, segnate da una intensificazione degli scambi economico-commerciali e da una vasta intesa sui più attuali temi internazionali, ha concluso il suo intervento precisando che Ankara, seriamente impegnata nel processo di riforma necessario per soddisfare i criteri di adesione all'Unione Europea, richiede a sua volta il rispetto di due condizioni da parte di Bruxelles: la concessione di una adesione a pieno titolo, allo stesso livello di tutti gli altri partner, e la possibilità di approfondire il corso riformista interno continuando a seguire la via turca, che non è, contrariamente a quanto si crede ancora in Europa, ha tenuto a ribadire l'ambasciatore, quella mediorientale, ma piuttosto quella di un paese che da sempre si sforza di coltivare un proprio approccio alle questioni religiose e sociali.

La professoressa Valeria Fiorani Piacentini, dell'Università Cattolica di Milano, ha svolto una relazione incentrata sui caratteri dell'identità nazionale turca, così come fu definita in primo luogo da Mustafà Kemal Atatürk. La Repubblica di Turchia si è caratterizzata come uno Stato basato sui principi della modernità e del nazionalismo turco, il quale, a sua volta, si richiama ad una identità pre-islamica, culturale e secolare. L'insigne studiosa ha sottolineato i motivi della scelta di Atatürk, il cui obiettivo nell'immediato primo dopoguerra era di “ottenere il consenso della nuova comunità internazionale e la sua legittimazione: sotto questo profilo il superamento del fattore religioso diveniva un percorso quasi obbligato”. Una volta consolidato il potere all'interno e definiti confini e schieramenti internazionali, lo Stato nazionale europeo del XX secolo divenne il modello di riferimento del nuovo Stato turco, la cui base identitaria fu individuata nel “turchismo” – inteso come condivisione di lingua e cultura tradizionale – e definita in termini di secolarizzazione delle istituzioni nazionali e di modernizzazione in direzione occidentale ed europea del sistema-paese. In questo senso, ha osservato la professoressa Piacentini, Atatürk “prendeva le distanze dal mondo arabo e dal mondo iranico in particolare, e con questi dalle diverse forme di cultura e religiosità che essi esprimevano e ponevano a propria base di statualità e modello-sistema di paese-nazione”. Le élite militari, la burocrazia, gli intellettuali, la classe politica nel suo complesso non sono mai venute meno a questa distinzione fra mondo e cultura turchi e mondo e cultura arabi e iraniani. D'altra parte, come ha ben evidenziato la Piacentini, la tradizione turca affonda le proprie radici in millenni di storia: una tradizione lunghissima di valori di cui l'Islam rappresenta solo una parte, assumendo peraltro nell'ambito turco caratteristiche proprie che lo differenziano nettamente dall'Islam arabo e da quello iranico. Concludendo la sua amplissima e suggestiva disamina delle connotazioni proprie dell'Islam turco, la Piacentini ha parlato di una visione “riformistica” della società e della politica, che “consentono di riformare lo stato secondo parametri e modelli statuali moderni e di modernità nel sociale e nell'economico”.

La sessione pomeridiana del Convegno è stata presieduta dal dottor Marco Ansaldo, giornalista de “la Repubblica”. Nel suo intervento egli ha evidenziato come i turchi abbiano lavorato molto seriamente, a partire dal novembre 2002 con il governo di Erdogan, per centrare l'obiettivo che da tempo si sono preposti e cioè quello di entrare a pieno titolo nell'Unione Europea, nel rispetto dei vari criteri previsti da Maastricht e da Copenaghen. Ma l'ottimismo iniziale ha perso oggi il suo mordente a causa di un atteggiamento ostile da parte di molti paesi europei che sembrano voler trattare la Turchia come un paese di serie B e dunque vincolare la sua eventuale adesione ad una serie di condizioni speciali. Anche il Vaticano sembra preferire per la Turchia una adesione come partnership privilegiata e non come membro effettivo: queste sono state le parole di Ratzinger prima che divenisse Papa.

Il problema dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, ha concluso Ansaldo, rimane di piena attualità e di non facile risoluzione.

L'ambasciatore Murat Bilhan, direttore del Centro di Studi Strategici turco, ha posto l'attenzione, nel proprio intervento, sull'atteggiamento turco verso l'Occidente.

I turchi hanno da sempre volto il loro sguardo ad Ovest e come popolo si sono sempre considerati europei. La Turchia nonostante sia caratterizzata al suo interno dalla presenza di varie etnie e religioni si è sempre considerata portatrice ed appartenente ad una unica grande civiltà, quella occidentale. I turchi si sono sempre sentiti più europei che asiatici: questo non è mai stato percepito dalle élites al governo nei paesi europei. Ma la stessa carta geografica, se ben osservata, fa capire quanto la Turchia sia stata e sia parte integrante dell'Europa. Proprio per questo noi turchi vogliamo che siano superati i pregiudizi che una certa scuola e cultura hanno creato sulla Turchia e sul popolo turco. Solo se verranno eliminati questi pregiudizi si capirà quanto la Turchia, per la sua posizione geopolitica, per la sua antica civiltà e per la sua cultura, possa essere assimilata all'Europa: essa non deve essere perciò un ostacolo, ma un necessario membro a pieno titolo dell'UE.

Il prof. Lucio Caracciolo, direttore della rivista “liMes” ( http://www.limesonline.com ), è intervenuto sottolineando l'impressione che vi sia un equivoco di fondo nel rapporto fra Turchia ed Europa, come se esistesse un dato fisso, l'Europa, ed una variabile, la Turchia. Esiste al contrario un dato fisso che è la Turchia ed esiste una variabile, o incognita, che si chiama Unione Europea. Il problema non è quindi stabilire se la Turchia abbia una identità europea ma se sia l'Europa ad averla. Più che il dibattito identitario, appare utile affrontare questo tema dal punto di vista degli interessi di tipo geostrategico e geopolitico. In questo senso la Turchia è importante per l'Italia e per il resto dell'Unione Europa per varie ragioni, in primo luogo perché la sua collocazione geografica ne fa il nesso indispensabile con l'Asia centrale, con la Russia, con il Medioriente, e per questo è vitale che la Turchia non solo mantenga ma rafforzi il suo ruolo di corridoio energetico verso l'Occidente, verso l'Europa ed anche verso l'Italia, fornendo tutto il necessario apporto energetico. Inoltre l'allargamento alla Turchia accentuerebbe il carattere mediterraneo dell'Unione Europea, correggendo quello sbilanciamento verso nord-est che ha caratterizzato l'ultimo allargamento, sancito il 1 maggio dell'anno scorso, che ha portato alcuni a parlare di Europa baltica, ovvero rivolta sempre più verso l'area scandinava, la Polonia, la Germania e la Russia. Basta osservare quelli che sono i finanziamenti europei per i cosiddetti corridoi paneuropei, che premiano largamente la direttrice al nord delle Alpi, e penalizzano pesantemente quelli che passano a sud, per capire quale sia la posta in gioco. Evidentemente una partecipazione della Turchia all'“azienda” Unione Europea bilancerebbe il baricentro economico e geopolitico in un senso più favorevole ai nostri interessi anche per quanto riguarda una regione assolutamente vitale e instabile, per la nostra sicurezza, quale quella balcanica, che convoglia verso il nostro paese elementi di criminalità e impone un impegno non indifferente per le nostre forze armate. Per quanto riguarda la questione islamica, ha osservato Caracciolo, è nell'interesse italiano, come paese che si avvia sempre più ad ospitare al proprio interno gruppi religiosi diversi, che vi sia un rapporto positivo con altre società e con altri paesi, prevalentemente islamici, tale da favorire una convivenza interna che possa riflettersi positivamente sui rapporti internazionali dell'Italia. Da questo punto di vista il rapporto con la società turca è particolarmente importante: l'Italia non ha alcun interesse ad una Europa “levantina”, cioè “cristiana”, così come la pensa l'attuale pontefice, nel ruolo di contrafforte antislamico o, anche se questo il pontefice non lo dice, antiortodosso, per restare nel campo della cristianità. Una ipotesi di questo tipo non è solamente impraticabile da un punto di vista strategico, ma anche profondamente contraria ad interessi di società che evidentemente si avviano sempre più ad ospitare nel proprio interno una pluralità di culture e di costumi diversi. Infine, ha concluso Caracciolo, è opportuno sviluppare il dibattito sulla Turchia perché in genere la risposta intorno al tema se la Turchia debba o meno far parte dell'Unione Europea, non discende da un dibattito ma ne prescinde, per l'esistenza di diffusi preconcetti. Al contrario, proprio la alterità che rappresenta la Turchia rispetto allo stereotipo più corrente può essere utile per avviare un discorso serio sull'identità europea e quindi anche sui fini e sui confini dell'Unione Europea, dato che appare evidente come a seguito dell'ingresso maturato nel 2004 dei dieci nuovi Stati membri sia venuto meno quel grado minimo di omogeneità storico-culturale presupposto di un'Europa politica. L'Unione Europea, pertanto, quale che sia la sua connotazione geopolitica, non si caratterizzerà come un soggetto politico, ma come uno spazio di cooperazioni e collaborazioni, alcune più intense, altre meno, all'interno del quale gli attori principali resteranno comunque gli Stati nazionali con i loro interessi e i loro rapporti di forza, come si è visto anche recentemente per il patto di stabilità. Senza un punto di vista nazionale in questo dibattito, ha concluso Caracciolo, saremo oggetto ma non certo soggetto.

Il gen. prof. Giuseppe Cucchi ha esaminato nel suo intervento le implicazioni strategiche dell'integrazione fra Turchia e Occidente dalla particolare prospettiva dell'Alleanza atlantica, nella cui organizzazione ha a lungo operato come rappresentante militare italiano. Egli ha evidenziato come da decenni la Turchia operi in seno alle strutture di cooperazione occidentale, avendo intrapreso alla fine degli anni '40 lo stesso percorso di collaborazione economica, politica e strategica di altri paesi mediterranei, come Grecia e Italia, su impulso degli Stati Uniti. La condivisione di interessi e valori in seno all'ambito occidentale è stata, anche da parte turca, piena, negli anni della guerra fredda, complice l'esistenza di un nemico ben definito e temibile come quello rappresentato dal blocco sovietico. A partire dal 1989, tuttavia, come ha rilevato Cucchi, l'Europa si è prevalentemente impegnata nella costruzione di un differente soggetto politico, l'Unione Europea, originariamente a carattere economico, poi sempre più politico e militare. Tale processo è ancora in corso. Pertanto secondo Cucchi l'interrogativo da porsi è se l'identificazione degli interessi fra i principali partner europei e la Turchia si riscontri maggiormente in seno all'Alleanza Atlantica o nell'Unione Europea, fermo restando, a suo giudizio, che interessi e valori resteranno indissolubili anche in futuro per ciascun paese. L'Europa negli ultimi anni si è impegnata nella edificazione di un mercato comune e di una comunità di sicurezza prevalentemente orientati, nel corso degli anni '90, verso Nord-Est, mentre ora sembra esserci la tendenza a riequilibrare l'assetto con maggiore attenzione verso il fronte Sud, con conseguente maggior interessamento e condivisione da parte proprio della Turchia. In effetti la Turchia si è sentita compartecipe delle iniziative europee quando queste sono state finalizzate al consolidamento dell'assetto balcanico, ovvero di una regione la cui instabilità costituiva una minaccia diretta per Ankara, mentre non c'è stata condivisione quando Bruxelles ha rivolto la propria attenzione all'area baltica. Con l'attuale configurazione a 25 membri è impensabile, ha sottolineato Cucchi, che vi sia convergenza di interessi su tutti i temi. È significativo però, ha concluso il Generale, che la condivisione sia estesa a molti campi, quali la politica energetica, i rapporti con la Russia e quelli con il Medio Oriente (tranne che per i rapporti più stretti recentemente allacciati da Ankara con Siria e Iran). Ancor più vasta è la convergenza fra Turchia e Italia, appartenenti a quello che un tempo veniva definito il “ventre molle” della NATO, anche nella posizione assunta riguardo agli Stati Uniti, che provoca invece divergenze in seno all'Unione Europea. Proprio in virtù di tali ampie condivisioni la Turchia può aiutare l'Europa nella gestione di molti rapporti.

Nel corso della sessione pomeridiana il magnifico rettore dell'Università degli Studi di Siena, prof. Piero Tosi, ha portato il proprio saluto sottolineando l'importanza dell'iniziativa ancora una volta assunta dal direttore dell'Opint nell'organizzare un Convegno incentrato su un tema di grande attualità e rilevanza per il futuro dell'Unione Europea.

Nel suo intervento la prof.ssa Marta Petricioli dell'Università di Firenze, in risposta alle obiezioni sull'effettiva appartenenza della Turchia all'Europa, ha ricordato che già l'Impero ottomano aveva fatto parte del concerto delle potenze europee almeno a partire dal 1856, da quando cioè aveva partecipato al congresso di Parigi, convocato al termine della guerra di Crimea. Ha poi evidenziato il lungo percorso compiuto non solo dalla Turchia kemalista, ma anche dall'Impero ottomano sulla strada della modernità, sunteggiando il processo di secolarizzazione della società avviato dai sultani ottomani nel corso del XIX secolo. Venendo alla Turchia repubblicana, Petricioli ha richiamato l'attenzione su alcuni effetti delle riforme adottate nel periodo kemalista, sottolineando come l'adeguamento ai principi della democrazia occidentale abbia portato anche con sé, oltre agli aspetti positivi, anche “i difetti della vecchia Europa e primo fra tutti il nazionalismo, che ha spinto i turchi persino a negare l'esistenza dei popoli di etnia diversa sul loro territorio”. Un nazionalismo che è stato una vera forzatura rispetto alla storia del popolo turco, “che era abituato da secoli a convivere con i membri di altre etnie e i seguaci di altre religioni in un esemplare spirito di tolleranza”. Petricioli ha infine ricordato l'importante lavoro che anche in Italia si sta facendo per documentare la questione armena attraverso la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani sull'Armenia, di cui è alle viste l'uscita del quinto volume.

Il prof. Matteo Pizzigallo, dell'Università “Federico II” di Napoli, dopo aver espresso tutto il suo apprezzamento per i precedenti interventi e, in particolar modo, per quello dell'ambasciatore Ziyal, caratterizzato dalla grande libertà e franchezza con cui egli ha illustrato la posizione del suo paese, ha inteso evidenziare il prezioso contributo diplomatico ripetutamente fornito dall'Italia alla Turchia per un crescente coinvolgimento di Ankara nelle maggiori organizzazioni di cooperazione occidentale. In effetti nel secondo dopoguerra, tranne che nel periodo segnato dal misunderstanding occorso in occasione del caso Ocalan, ha sottolineato Pizzigallo, i rapporti italo-turchi sono sempre stati positivi. Al 1950 risale il trattato stipulato da Ankara con Roma, il primo con un paese europeo, finalizzato, secondo le parole di Sforza, a fortificare la collaborazione europea, e sempre grazie alla mediazione italiana la Turchia divenne membro del Consiglio atlantico nel 1952. Nel 1975 Moro si adoperò per favorire il confronto greco-turco al fine di promuovere una soluzione equa della crisi cipriota; nel 1978 Forlani accennò per la prima volta, nel corso di una visita a Ankara, alla possibilità dell'adesione della Turchia alla Comunità Economica Europea, riferimento poi tramutatosi in impegno formale, assunto da Andreotti in Turchia nel 1986, a mediare in favore di tale adesione. Anche recentemente tale posizione è stata ripetutamente ribadita e, fatto sorprendente, osserva Pizzigallo, tanto la maggioranza quanto l'opposizione, in Italia, sono solidali con Ankara. Non va inoltre trascurato, ha aggiunto Pizzigallo, il ruolo che gruppi come quello di Siena, costituitosi grazie alle iniziative di respiro internazionale dell'Opint, possono esercitare nel campo della diplomazia culturale, in favore dell'adesione turca. La Turchia, ha concluso Pizzigallo, rappresenta l'unico modello esistente capace di coniugare Islam moderato, modernizzazione e democrazia, pertanto andrebbe tenuto nella dovuta considerazione là dove si tenta, come nel caso dell'Iraq, di estirpare il radicalismo religioso, spesso privilegiando erroneamente rigidi schematismi che non sono sorretti da corrette e approfondite analisi storiche.

Nell'ultimo intervento il ten. col. Riccardo Caimmi, della Folgore, nonché collaboratore del prof. Buccianti, ha ripercorso alcune delle tappe storiche che, fin dall'epoca moderna, hanno segnato il rapporto tra mondo cristiano e musulmano, ripetutamente caratterizzato da accordi trascendenti l'elemento religioso, a dimostrazione della costante esistenza, in entrambi i campi, di divergenze e contrapposizioni. La cooperazione euro-turca, approfonditasi nel corso degli ultimi decenni, non può non essere alla base dell'edificazione della sicurezza europea, data anche la condivisione della minaccia terroristica, che recentemente si è manifestata anche in Turchia.

Il Convegno si è chiuso con un altro prolungato e interessante dibattito fra i relatori e i partecipanti.






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