Francesca Parravicini
Gabriele Hammermann
Gli Internati Militari in Germania, 1943-1945
Bologna, Il Mulino, 2004
I Militari internati furono veramente, anche per le dimensioni, un momento particolarmente significativo per quanto riguarda la Resistenza italiana. Essi rifiutarono di cessare le condizioni della prigionia, rinunciarono a evitare i rigori e, spesso, la morte legati al campo di prigionia pur di mantenere fede alla parola data, al giuramento fatto alla loro Patria.
Con queste parole, e una targa commemorativa, il presidente Ciampi ha dedicato il 27 gennaio di quest'anno, in occasione della giornata della Memoria, una sala del Vittoriano agli IMI. Queste parole sono emblema del momento storico cui è dedicato il libro di Gabriele Hammermann e mostrano come si apra uno spiraglio per fare finalmente piena luce su quei momenti, con la libertà data dal possedere un mito fondatore della Repubblica e della nostra identità di popolo saldo e indiscutibile.
8 settembre 1943 : l'Italia esce dalla guerra. Il Re e Badoglio e i generali e le alte cariche si affrettano a fuggire verso Sud, dopo aver impartito ordini quantomeno equivoci sull'alleanza con i tedeschi ai circa seicentomila uomini sparsi per i campi di battaglia di tutta Europa. La mancanza di chiarezza, il disorientamento dovuto alle contrastanti emozioni di gioia per la fine dei combattimenti e di incertezza della situazione, portarono soldati e ufficiali a non opporre una ferma reazione ai piani di Hitler, orditi già dal maggio precedente, in vista del futuro “tradimento” dell'Italia.
Questi consistevano nel caricare gli ex-alleati su treni merci e, una volta giunti sul territorio del Reich , sfruttarli in campi di lavoro, i lager appunto, come manodopera per l'industria, bellica e mineraria in particolare , allo s copo di sanare la emorragia di operai specializzati, in continua rotta verso il fronte come ogni uomo arruolabile.
Questi uomini, con la casacca marchiata (IMI o ITAL era la scritta che portavano dipinta ad olio sulla schiena), denutriti, sottoposti a punizioni corporali, al penultimo grado della scala politico-razziale, trattati come traditori dagli uni e come collaborazionisti dagli altri, sfruttati dalla propaganda per rinsaldare l'animo del popolo tedesco e resi quindi simulacro della sconfitta militare e morale di un paese, sono i protagonisti del libro d i Hammermann.
L'autrice r icostruisce con estrema precisione e sotto tutti i rispetti i passaggi di status subiti, da prigionieri di guerra a internati militari a lavoratori civili, e d espone i modi di impiego di questa manodopera per approfondire il tema dei rapporti che intercorrevano tra Germania e Repubblica di Salò, dal punto di vista della distribuzione delle competenze e dei centri decisionali.
Il pregio maggiore del testo è certamente il lavoro di ricerca svolto, abbinato all'analisi di dati raccolti mediante questionari durante gli anni '90 e interviste ad personam . La presenza frequent e delle parole viva voce dei reduci, il riferimento costante e preciso all'esperienza vissuta , sono ciò che conferisce valore aggiunto all'ampia documentazione. È la perla racchiusa nel saggio: in primo luogo perché in questo modo il lettore si avvicina ad una realtà meno lontana di quanto immagini; in secondo luogo perché così conquistano spazio voci troppo a lungo inascoltate. L'esperienza degli IMI non fa certo sentire l'Italia una potenza vittoriosa. L'incapacità di reazione del governo Badoglio e anche del governo di Salò , offro no al popolo italiano la spiacevole sensazione di essere stati servi dell'alleato, perdente due volte.
Con quest'opera, Habermann lancia un appello affinché si offra “asilo politico” anche a chi è stato totalmente dimenticato, dalle istituzioni, dalla memorialistica storica, persino dai più neutri principi economici (il riferimento è al mancato risarcimento dei deportati italiani e dei loro eredi, per i quali uno spiraglio si è aperto solo nel marzo dell'anno 2004).
È un atto di coraggio riconoscere l'eroismo insito nell'essere sopravvissuti a questa esperienza, con l'idea di tornare “a casa”, e di ricostruirla migliore. Per riprendere le parole del presidente Ciampi:
Questi terribili eventi hanno temprato l'identità della nostra nazione lasciando una traccia indelebile nella coscienza collettiva. Nacque allora la volontà di riscatto, l'impegno per costruire una società di uomini liberi, votati alla costruzione di un mondo di fratellanza fra i popoli che, in tutti questi decenni, non abbiamo dimenticato.
Il testo di Habermann colpisce per ricchezza di documentazione e profondità dell'analisi, e si pone come una pietra miliare per la storiografia e per quanti si vorranno avvicinare a questa pagina tragica della guerra italiana. Ma l'autrice tra le righe comunica anche un messaggio di pace, scevro di qualsiasi spirito polemico, un messaggio ben espresso dalle parole di Orlanducci, segretario generale dell'Anrp (Associazione nazionale reduci dalla prigionia), con cui mi sembra appropriato chiudere questo contributo:
Vorremmo che dalla lettura di queste pagine scaturisse la consapevolezza che la violazione di tutte le leggi della guerra e dei diritti inalienabili della persona, come avvenne nei lager nazisti, non debba essere rimossa o archiviata, ma tenuta viva come insegnamento. Può essere utile che tale ricordo resti nella coscienza dei popoli, perché l'uomo di oggi e di domani, anche nelle non auspicabili ma purtroppo inevitabili situazioni di guerra, possa essere trattato nella sua piena dignità umana e soprattutto perché gli orrori e l'infamia che hanno disonorato il nostro tempo siano, per quanto è possibile, risparmiati alle future generazioni.