N. 6 - Maggio 2005

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Roberto Parisini

Indagini di storiografia digitale

1. I contributi, le discussioni sul rapporto tra storia e internet si vanno moltiplicando. Importanti riviste (cartacee) gli dedicano i loro editoriali, quando non ospitano vere e proprie rubriche fisse sull'argomento. Si discute molto di uno strumento, la Rete, che da una parte appare, tra i media, il più ricco di potenzialità e dall'altra il più denso di minacce per il rispetto delle complessità del discorso storico. Da una parte si osserva come la capacità della memoria elettronica sia praticamente illimitata; come, rispetto alla monodirezionalità degli altri media, si verifichi qui un'importante e autonoma moltiplicazione dei centri diffusori di informazioni; come la crescente ampiezza dell'informazione stabilmente online ad opera di istituzioni pubbliche, archivi, giornali, centri di ricerca ed associazioni agevoli la ricerca storica e renda possibile nuovi tipi di indagine.


Dall'altra parte, molte perplessità suscita il linguaggio prevalente suggerito dalle tecnologie digitali, quello dell'ipertesto, più frequentemente inteso come “percorso libero di informazioni” che il lettore costruisce a suo piacimento con circolarità infinita, senza inizio e senza fine, navigando tra i blocchi di testo collegati dai links . Il lettore diventa così non un consumatore ma un produttore di testo, correndo però il rischio di essere anche facilmente un manipolatore passivo di informazioni tutte uniformemente appiattite temporalmente 1. Senza lo sviluppo lineare del discorso (che viene inoltre spesso subordinato alla disponibilità di materiale visivo), e senza la percezione della profondità diacronica, a molti è sembrata perdersi la possibilità di una costruzione del discorso storico adeguatamente articolata attraverso la complessità dei suoi nessi interpretativi, spesso sostituiti, questi ultimi, dalle semplici associazioni logiche su cui si fondano i links .


C'è poi chi vede in tutto questo più specificamente il riflesso della crisi che le trasformazioni sociali, culturali, economiche e politiche degli ultimi decenni (il crollo del comunismo, la modifica dei compiti dello Stato nazionale nell'integrazione europea, la crisi delle appartenenze ideologiche e via dicendo) avrebbero indotto nella percezione del senso storico (continuità tra passato e presente) ora drammaticamente schiacciato tra pulsioni globalizzanti e ripiegamento in identità più ristrette locali o trasversali.


Senza indulgere in apocalittiche visioni di crisi della storia, resta il fatto che la Rete può dunque da una parte promuovere pratiche originali di diffusione della conoscenza storica, dall'altra rischiare di appiattire e snaturare quelle esistenti.


 


2. Sono queste le implicazioni che orientano le riflessioni su una delle questioni più discusse relativamente al rapporto tra storia e internet. In particolare, è quanto emerge, per esempio, da una indagine compiuta sui siti italiani di storia contemporanea dal 2001 al 2003, i cui risultati sono stati pubblicati nel volume collettaneo La storia a(l) tempo di internet 2. Del resto, il problema per cui il web si presta molto bene all'uso strumentale della storia è una questione ben presente nella riflessione storiografica degli ultimi tempi. A riguardo, è stato evidenziato come siano molto diffusi i siti revisionisti, che sfruttano un automatico senso di autorevolezza derivato dall'essere in rete, un'incerta legislazione sui diritti e le responsabilità degli autori che permette loro di scavalcare qualsiasi controllo critico degli studiosi 3. Nella Rete questi siti si mescolano poi a numerosi altri improntati al recupero di memorie, all'autopromozione, alle semplificazioni, agli appiattimenti, quando non alle vere e proprie mistificazioni. In questo mare sono annegate molte delle iniziative scientificamente più attendibili, mentre da più parti veniva esaltata la “democratizzazione” della cultura storica che, attraverso internet, veniva sottratta al monopolio accademico.


È un fatto che nella Rete circoli una consistente domanda di informazione storica, naturalmente spesso abbastanza generica o non problematicamente motivata. Un'idea della quantità di “domanda storica” circolante in rete al livello più generico possibile ce la danno i dati diffusi da alcuni portali specializzati: “ Cronologia” ha dichiarato, per il 2003, circa 180.000 accessi al mese; più modestamente la sezione storica italiana della “ Virtual library” tra i 1.300 e i 3.000 contatti mensili. Ora è difficile che la formazione di una matura coscienza civile possa seguire all'incontro tra questa richiesta e una diffusa pratica dell' informazione e dell'interpretazione storica tendenziosa, fondata su fonti primarie e secondarie decontestualizzate, con scarsa cura filologica e talvolta persino senza i nomi degli autori.


Tuttavia, nello stesso tempo, viene di fatto sottolineato che “la mera condanna rischia di relegare la storiografia ad un'attività ispettiva e di farsi sfuggire le novità sottostanti ad un movimento di portata mondiale” 4. Tra le principali novità indotte da internet ci sarebbe la fine della separazione tra l'uso pubblico della storia e la pratica scientifica della ricerca. La contaminazione politica non è certo una novità per la scienza storica, e l'uso pubblico della storia diverrebbe necessario terreno di confronto visto che comunque la rivoluzione informatica ha coinvolto un crescente numero di utenti nella rielaborazione e manipolazione della memoria. Certo gli specialisti dovrebbero abbandonare le loro rigidità e diffidenze (motivate anche dalla carenza di risorse per la creazione di prodotti di qualità), e impegnarsi a contrastare le manipolazioni fatte di analogie fuorvianti che appiattiscono sul presente le profondità e complessità del passato; dovrebbero cioè combattere le dequalificazioni al ribasso accogliendo, della “democratizzazione” portata da internet, la concreta opportunità di allargamento dei confini della produzione storiografica e dei suoi circuiti di diffusione; imparare cioè, in ultima analisi, a costruire “pubblicamente” le proprie tesi, qualunque esse siano, sottolineando la necessità di una intermediazione critica, rispettosa delle specificità del passato, tra il lettore e le fonti; imparare ad avvalersi delle possibilità di archiviazione, collegamenti e rimandi offerte dall'ipertestualità.


 


3. Considerazioni di questo genere muovono collateralmente ad accesi e specifici dibattiti, in corso soprattutto in ambito accademico in questi anni, che vertono sulla necessità di stabilire dei requisiti che rendano adeguato un prodotto storico web, e su quella di definire nuovi modelli di scrittura. Nel primo ambito una delle formulazioni più fortunate è americana (Whittaker), e indica come criteri l'autorevolezza, l'accuratezza, l'obiettività, l'aggiornamento e il grado di approfondimento degli argomenti in relazione al pubblico cui ci si intende rivolgere. La ricerca italiana (Guido Abbattista) vi ha aggiunto l'utilizzabilità e la trasparenza. Naturalmente ciascuno di questi criteri è al centro di riflessioni e critiche di genericità e astrattezza tuttora aperte.


Altrettanti dubbi, nell'ambito della scrittura, suscita l'adozione dell'ipertestualità, o meglio il come questa sia gestibile senza divenire causa di frammentazione e di disintegrazione della verificabilità e dell'aderenza a una base documentaria (altri la considerano invece come avvio di un affascinante percorso verso l'autore collettivo). Rolando Minuti, affrontando specificamente il tema delle riviste online (in quanto raccolta di contributi più brevi rispetto al libro, anche se in rete ogni distinzione sembra destinata a cadere), sottolinea come la tecnica del link rappresenti la possibilità di introdurre estensioni multimediali integrate dal documento che può essere anche visivo, filmato, musicale determinando possibilità in gran parte impraticabili nell'editoria tradizionale, e un'estensione forte della libertà d'espressione dello storico. L'organizzazione interna del periodico (che potrebbe anche perdere il vincolo della cadenza temporale di pubblicazione) potrebbe strutturarsi anche con aree di discussione aperta: aree di dibattito specialistico legate a specifici contributi; aree di approfondimento tematico (con l'integrazione di testi e documenti) stimolate da argomenti di particolare interesse; aree che divengano cantieri aperti di ricerche in corso, “o produrre una stratificazione molto densa di nuove versioni, integrazioni e sviluppi per le quali la chiusura e la conclusione possono eternamente restare sullo sfondo” 5. La pubblicazione elettronica consentirebbe così approfondimenti e interazioni molto più ampi tra gli autori e coloro che vogliano collaborare e discutere.


 


4. Al momento di tirare le conclusioni di questa appassionata e approfondita indagine sui siti italiani di storia contemporanea, tuttavia Serge Noiret sottolinea la persistente “marginalità rappresentata dai siti web di storia nei confronti dei canali tradizionali del lavoro accademico” 6. All'uso abbastanza frequente della rete come grande giacimento di informazioni e documenti, si accompagna, da parte degli specialisti, assai meno abitualmente il suo utilizzo come strumento per comunicare in un saggio storiografico il risultato di una ricerca, un po' per l'incerto status curricolare che vi acquisirebbe, un po' per le temute instabilità del documento digitale e per la già indicata scarsa linearità del linguaggio ipertestuale, un po' per l'attraversamento di una fase di transizione verso un passaggio che può risultare troppo brusco, un po' per la carenza di risorse (e talvolta iniziative) adeguate. Un po' infine per il disagio a competere con ciò che sempre si muove.


Carlo Spagnolo, analizzando una decina circa di riviste di storia integralmente elettroniche (su circa 40 reperite, ma la metà sono anche cartacee), ne indicava solo 3 in grado di rivaleggiare con quelle tradizionali a stampa sul piano della ricerca: “ Cromohs” , la ora soppressa “ I viaggi di Erodono” e “Storia e Futuro” .


Naturalmente le riviste si rivolgono a un'utenza specializzata o comunque più attenta, e perciò numericamente limitata. Questa utenza più “selezionata” ci porta direttamente all'altro tipo di problema per fare storia che la Rete pone agli storici, e dove le riviste giocano un ruolo altrettanto importante, ossia quello della didattica. Qui esse possono portare avanti un discorso di impegno scientifico, aprendo al tempo stesso un dialogo il più possibile allargato che sostituisca alla storia istantanea quella con alle spalle un problema e una ricerca che il web, inteso come fornitore indiscriminato ed esaustivo di risorse informative, non può che frustrare. Esse possono, conclude Spagnolo, offrire agli insegnanti delle scuole, all'utenza giovanile, o a quella genericamente curiosa di storia, strumenti di orientamento in rete meno legati a linguaggi specialistici, più vicini per l'oggetto – la storia ambientale, del territorio o del fascismo – e più leggera nella dimensione testuale. Esse possono favorire la creazione di comunità virtuali ampie e a vari livelli, di studiosi, insegnanti, studenti, tutte ulteriormente coinvolgibili nella realizzazione di altri materiali come conferenze, indagini empiriche, archivi virtuali.


 


5. In definitiva, l'indagine pubblicata in La storia a(l) tempo di internet ha diversi meriti, il primo dei quali credo che sia di essere un'indagine empirica volta a offrire un punto di sintesi, un orientamento pratico a una discussione sempre più ampia ma anche, percerti versi, sempre più confusa Si tratta di una discussione piena di affermazioni condivisibili nell'astrattezza delle sue enunciazioni teoriche. Chi mai non è d'accordo sul fatto che nella nostra società dell'informazione sia fondamentale porsi in dialogo con la rete, forse la più originale e globale tra i media che costituiscono ormai il principale veicolo di trasmissione della conoscenza ai più vari livelli? Oppure sul fatto che. occorra in questo ambito evitare alla storia e al metodo storico il rischio di appiattimento sul presente che tutti i media tendono a imporre, occorra attirare interesse, sfruttare, a vantaggio degli specialisti, le opportunità offerte da uno strumento sempre in movimento? Tutte affermazioni ben condivisibili ma, ci dicono gli autori, ben poco praticate nella realtà. Un mondo diverso emerge sulle onde della rete, è questa è una realtà. Ma forse non molto diversi sono i bisogni che nella rete trovano materializzazione. In ogni caso è da qui che deve partire l'allargamento degli orizzonti della discussione, allargamento che giustamente gli autori non rinunciano a porre per la messa a punto di uno strumento di lavoro in parte nuovo ed efficace, che sui tempi rapidi trova proprio la sua principale ragione d'essere. E con stili e contenuti in grado di essere stimolo all'approfondimento di quella coscienza critica dei cambiamenti sociali, politici, economici e culturali del nostro tempo, la cui elaborazione costituisce una delle componenti prioritarie dello studio e dell'insegnamento della storia.


 


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