Quinto Casadio
La resistenza degli Internati Militari Italiani in Germania dopo l'8 settembre 1943I drammi vissuti dall'Italia e dagli italiani dopo l'8 settembre 1943 furono tanti e di natura complessa. Su alcuni di essi la ricerca storica, per quanto non possa dirsi mai definitivamente conclusa, ha prodotto risultati importanti e ampiamente condivisi, essendo corroborati da dati oggettivi, che pochi margini lasciavano all'arbitrio interpretativo. Su molti altri, invece, la ricerca è tutt'altro che esaurita e resta più che mai aperto il dibattito, soprattutto quando l'interpretazione dei fatti assume rilevanza nella contingenza politica. È questo, fra gli altri, il caso del travaglio che investì le strutture militari e le conseguenti pesanti scelte, a cui furono costretti coloro che si trovavano in armi. Nel corso di quasi mezzo secolo è prevalsa un'idea, indirettamente avvalorata da una storiografia protesa fondamentalmente a radicare nell'antifascismo e nella Resistenza armata la rigenerazione dello Stato, secondo la quale dopo l'armistizio sottoscritto con gli Alleati, lo Stato italiano andò verso l'estinzione, le forze armate si dissolsero rapidamente e i militari tirarono a salvare la pelle, incuranti del destino di una Patria, di cui si era smarrito il sentimento.
La vulgata del “Tutti a casa”, ben sintetizzata nell'omonimo titolo di un film diventato giustamente famoso, divenne convinzione ampiamente diffusa, che prescindeva da una ricerca storica rigorosa. Valutazioni equilibrate e spunti interessanti, offerti sull'argomento da studiosi autorevoli (Battaglia 1953) nel quadro della storia della Resistenza armata, non ebbero seguito. Per lungo tempo gli approfondimenti andarono in altre direzioni. Si misero a nudo le colpe del fascismo e della monarchia nella conduzione della guerra, del governo Badoglio nella trattazione dell'armistizio e degli alti comandi militari nella gestione dei passaggi successivi. In quell'ottica non c'era spazio per i drammi vissuti dai militari, la cui struttura di appartenenza faceva capo alla monarchia, avversata dalla maggioranza degli italiani, anche se avevano opposto resistenza ai tedeschi e ai fascisti. Con interpretazioni un po' frettolose e stereotipate si puntò ad accreditare come esclusivo l'apporto, certamente essenziale, dell'antifascismo e della resistenza armata alla costruzione del nuovo stato democratico e repubblicano.
Nell'enfasi di valorizzare quell'apporto, si finì per identificare la fallimentare politica dei governanti con la dissoluzione dello Stato, che, invece, per quanto mal governato, ebbe una sua continuità. Le conseguenze di siffatta interpretazione degli avvenimenti storici furono di segno opposto rispetto a quelle desiderate da coloro che le avevano concepite. Intanto si restringeva l'universo resistenziale, assai più ricco e variegato di quanto non venisse rappresentato, lasciandone nell'ombra una parte importante, che pur si manifestò nell'ambito delle forze armate, e quella ancor più significativa, anche se espressa in forma passiva, a cui diedero vita i militari italiani poi internati in Germania.

D'altra parte, se si disconosce in quel contesto l'esistenza di uno Stato italiano, sia pure mal governato e attanagliato dalla contingenza bellica, con le sue norme e le sue strutture, compresa quella militare caoticamente coinvolta negli accadimenti tumultuosi del momento, si legittimano indirettamente, rendendoli accettabili, i tentativi dei fascisti di presentare come continuazione dello Stato italiano la cosiddetta Repubblica sociale italiana (Rsi). La quale, invece, si configurò giuridicamente e politicamente come mero strumento imposto dagli occupanti tedeschi, per coinvolgere nella loro politica di occupazione i residui del fascismo e accalappiare la buona fede di qualche frangia giovanile imbevuta di falsa cultura patriottica.
In quel contesto gli irriducibili del fascismo, messo in liquidazione dai suoi stessi artefici il 25 luglio 1943, potevano denunciare l'armistizio come atto di connivenza col nemico e additare i suoi artefici come traditori della patria.
In realtà lo sganciamento unilaterale dall'Asse e la resa incondizionata agli Alleati si configurava come l'unica via d'uscita dell'Italia dal baratro verso il quale l'aveva trascinata il fascismo. Era l'unico mezzo per cercare di salvare il salvabile e di ridare uno spazio dignitoso nel contesto internazionale all'Italia, colpevole di essersi aggregata alla Germania nel tentativo folle di sottomettere l'Europa e grande parte del mondo. Lo stesso Mussolini già nella primavera del 1943 (Grandi 2003) aveva esperito tentativi in quella direzione, all'insaputa della Germania (la quale per parte sua non si comportava diversamente), che non sortirono alcun effetto solo perché tutti gli Alleati erano concordi nel perseguire la completa eliminazione del fascismo e del nazismo.
Purtroppo la Monarchia, a cui erano stati restituiti il 25 luglio i poteri già sottratti dalla dittatura, e i governanti che essa scelse non furono all'altezza della situazione. Attanagliati da vistose contraddizioni e paralizzati da paure di diversa natura, essi non ebbero la capacità di condurre con destrezza e lungimiranza le trattative armistiziali, ma soprattutto mancò loro la volontà e la capacità di predisporre un adeguato piano di resistenza e di difesa del suolo nazionale dal prevedibile attacco dell'ex alleato, quando si fosse giunti all'armistizio.
L'Italia disponeva ancora di una forza militare consistente, che poteva contare sul sostegno di una popolazione schifata dalla guerra ma decisamente avversa alla presenza teutonica, la quale avrebbe potuto fronteggiare con ampie possibilità di successo attacchi anche portentosi, se fosse stata impiegata nel quadro di un piano strategico adeguato alla situazione del momento e guidata con perizia ed intelligenza. Le colpe di quella classe politica non sono dunque riconducibili a un presunto tradimento della patria, di cui, secondo alcuni, sarebbe prova anche l'abbandono della capitale, che invece fu decisione saggia e necessaria per evitare che i vertici istituzionali e militari dello Stato fossero catturati dagli invasori, ma piuttosto all'incapacità di governarla efficacemente in un momento particolarmente difficile della sua storia. Si trattò ovviamente di colpe gravi, che, per quanto incentivassero la disgregazione di un tessuto politico e sociale già fortemente lacerato dalla guerra, non certificavano “la morte della patria” (Galli della Loggia 1996), ma piuttosto un maldestro tentativo di recuperarne il valore autentico, fortemente svilito dalla retorica mistificatoria del fascismo. Il quale aveva rielaborato il concetto di patria, svuotandolo delle sue connotazioni più autentiche e sostanziandolo astrattamente di una volontà espansionistica, che aveva avuto la sua espressione nell'aggressione prima all'Etiopia, poi agli altri paesi europei nell'ambito della guerra scatenata dalla Germania.

Fu proprio all'interno di quel tessuto lacerato e disgregato che si risvegliò il patriottismo autentico. Molti italiani avvertirono il bisogno di riscoprire la propria identità, di sentirsi parte di una comunità, che aveva storicamente condiviso costumi, cultura e valori, che vedeva ora sviliti e calpestati. In quella accezione la patria non era più uno slogan inneggiante alla presunta grandezza di un popolo, che aveva radici lontane, uno stendardo da piantare in suoli stranieri irrorati con sangue innocente, ma si identificava con la propria casa, con la propria terra da difendere dall'occupazione di un esercito straniero, che disconosceva le scelte di uno Stato sovrano; era l'orgoglio di sentirsi italiani, era la rivendicazione di una dignità di uomini, che non intendevano rinnegare il giuramento di fedeltà prestato alle istituzioni legittime del loro paese. Naturalmente questo genuino sentimento di patria non riuscì a rifiorire nelle coscienze di tutti coloro che si trovarono coinvolti in quelle vicende. Un parte di costoro, abbastanza modesta per la verità, visse l'armistizio come un atto di vigliaccheria, come tradimento della ideologia da cui era stata affascinata per anni. Di conseguenza non riuscì ad uscire dal labirinto, nel quale era stata cacciata, e, nella convinzione disperata e sofferta di rendere un servizio alla patria, offerse la propria generosa collaborazione a coloro che ne stavano calpestando il suolo e la dignità.
Del rinascente sentimento patrio si nutrì, invece, la resistenza di una parte cospicua delle forze armate italiane ai piani di disarmo e di occupazione del suolo italiano messo in atto dall'esercito tedesco a partire dal 9 settembre 1943. Fu una resistenza caotica e ampiamente improntata alla spontaneità, frutto il più delle volte di iniziative personali, la quale non riuscì a farsi progetto, perché venne a mancare, per grave colpe dei governanti, un piano strategico e una direzione unificante, ma fu assai più ampia e consistente di quanto non sia apparso per molto tempo. Essa non si limitò a sporadici episodi di eclatante eroismo come quelli verificatisi a Cefalonia, Corfù, Lero, Roma o quelli più fortunati della Corsica e della Sardegna, che per la loro consistenza si sono imposti da subito all'attenzione degli storici. Si dispiegò diffusamente, quando i tedeschi intrapresero l'esecuzione di un piano, che mirava a bloccare velocemente ogni potenzialità reattiva delle forze italiane. Astutamente le truppe germaniche avviarono manovre di accerchiamento, rendendo difficili i collegamenti fra le varie unità militari. Circondarono avamposti, presidi e caserme nel tentativo di renderli innocui, attraendoli nella loro orbita o disarmandoli velocemente nel modo più incruento possibile.
I primi approcci furono apparentemente amichevoli, ammantati da finto spirito cameratesco. In genere si contattavano i nostri comandi, esprimendo rammarico per il “tradimento” della causa comune perpetrato dai governanti italiani e dalle alte gerarchie militari, che li avevano abbandonati a se stessi, invitando i comandanti a continuare la lotta comune contro gli Alleati. In questo caso si garantiva collaborazione piena, protezione e assistenza, lasciando intravedere conseguenze drammatiche qualora le scelte fossero state di diversa natura.
Pur nella confusione, nell'assenza o nell'ambiguità degli ordini, che avrebbero dovuto giungere dall'alto, in un clima di sofferenza generalizzata, scattò quasi istintivamente una reazione negativa agli approcci dei Tedeschi, che si trasformò in molti casi in resistenza vera e propria.
Solo studi recenti (Vallauri 2003) hanno fornito un quadro abbastanza esaustivo, convincente e realistico, dell'estensione e della consistenza di quella resistenza, evidenziandone il valore nel processo di rigenerazione della patria e il peso, che avrebbe poi avuto nel ricollocamento dell'Italia nel cotesto internazionale. Ovviamente restano questioni aperte, che meritano ulteriori approfondimenti, in particolare per quanto attiene ai costi sopportati in quel frangente dalle nostre forze armate in termini di vite umane.
Sotto una diversa angolatura, ma nella medesima ottica, sono state condotte ricerche, tese a delineare quali fossero gli stati d'animo prevalenti nei militari italiani nel momento in cui furono disarmati o costretti alla resa (Casadio 2004), dalle quali sono emersi dati per certi versi sorprendenti. Sono state raccolte centinaia di testimonianze di protagonisti di quelle vicende ancora viventi, consultati materiali e diari, molti dei quali scritti in tempo reale, che forniscono una visione assai diversa rispetto a quella a lungo prevalsa, secondo la quale la maggioranza dei militari italiani, dopo l'armistizio, erano propensi a liberarsi il più velocemente possibile delle armi e a tornarsene a casa. I documenti utilizzati e le testimonianze acquisite, per quanto vadano depurate da un tasso rilevante di alterazioni, prodotto dai vissuti successivi e dalle conseguenti rielaborazioni mnemoniche, convergono su un punto: tutti coloro che indossavano una divisa vissero con angoscia e sofferenza quei momenti. Anche quanti, di primo acchito, avevano gioito, nutrendo per un attimo l'illusoria speranza che tutto stesse per finire e si potesse finalmente ritornare liberi alle proprie case, confessano di essersi sentiti coinvolti in un dramma che li angosciava. E quando fu imposta loro la resa o furono costretti alla consegna delle armi da parte dei tedeschi, la stragrande maggioranza dei militari visse un sentimento profondo di frustrazione e di umiliazione, che avrebbe voluto riscattare continuando a combattere appena se ne fossero create le condizioni. La conferma della concretezza di quella propensione la si ebbe nei casi, non molti per la verità, in cui i comandanti delle unità operative, prima di decidere la resa, interpellarono i sottoposti e la truppa per conoscerne gli orientamenti, che furono sempre favorevoli a resistere. L'episodio di Cefalonia, dove il generale Gandin, comandante della divisione Acqui, prima di decidere di combattere i tedeschi, raccolse il parere dei sottoposti, che fu pressoché unanime, non fu l'unico, anche se fu sicuramente il più eclatante e per questo è diventato famoso.
Quella repulsione alla consegna delle armi, quella volontà di resistenza avevano motivazioni sicuramente riconducibili al rinnovato sentimento patrio. Ci si sentiva italiani umiliati dalla prepotenza tedesca, ampiamente manifestatasi anche durante il conflitto e mal sopportata da sempre, si voleva mantenere fede al giuramento prestato alle istituzioni legittime del proprio Stato e soprattutto si intuiva che la resa avrebbe aperto una prospettiva drammatica per la nazione. Per questo, là dove svanì ogni possibilità di resistere proficuamente, non pochi furono coloro che tentarono di sottrarsi alla cattura, dileguandosi con le armi in pugno, per utilizzarle al momento opportuno in altro contesto. Non tutti i tentativi andarono a buon fine, ma da quelli riusciti prese avvio e consistenza la resistenza armata.

Quando non ci furono più alternative alla resa e la struttura militare declinò verso il disfacimento, oltre settecentomila militari italiani finirono in mano tedesca e furono forzatamente avviati alla prigionia, attraverso un calvario difficilmente descrivibile. Efficaci sintesi emblematiche di quel calvario emergono solo dai ricordi di coloro che ne furono protagonisti. Basta riportarne una per tutte. “Fummo condotti a Patrasso con marce forzate. Di lì, dopo qualche giorno, fummo stipati in carri bestiame e avviati col treno verso una destinazione ignota. Viaggiammo per ventinove giorni, senza scendere mai dal treno. Ci furono lunghe fermate, per lo più in aperta campagna, ma i carri restavano sbarrati dall'esterno. Ogni due o tre giorni qualcuno saliva, portando un po' d'acqua e qualche pagnotta, ma nessuno poteva scendere. Ci si liberava allora degli escrementi accumulati e qualche volta anche dei cadaveri dei commilitoni, che non avevano resistito a quel supplizio. Nel carro dove ero rinchiuso io, le vittime furono tre e si dovette convivere per giorni coi loro cadaveri, perché, nonostante le invocazioni di aiuto, nessuno apriva le porte dei carri. Il viaggio si concluse in un Lager vicino a Minsk, dove cominciò un nuovo incubo” (Casadio 2004, p. 73).
Circa il 90% di quei settecentomila militari italiani trascinati nei lager diede origine ad una resistenza passiva, che avrebbe pesato assai positivamente sulle sorti dell'Italia futura, la quale, però, è rimasta sostanzialmente nell'ombra. Solo a partire dalla fine degli anni '80 del secolo scorso sono comparsi alcuni studi, che affrontavano in modo abbastanza sistematico e con adeguati approfondimenti la complessa questione, analizzandone la consistenza, rivelando i drammi umani, che la connotarono (Giannoccolo 1989; Schreiber 1992; Hammermann 2004).
La ricerca di Casadio (2004) ha arricchito e ampliato il quadro delle conoscenze, collocando quella resistenza nel contesto complessivo della lotta resistenziale. Essa ne ha indagato, in un'ottica non convenzionale, il procelloso percorso anche in relazione al ruolo svolto dalla Rsi, la quale venne palesandosi sempre più come supporto dell'occupazione tedesca in Italia e non come propulsore di una guerra civile, che, secondo alcuni storici (De Felice 1997), avrebbe poi insanguinato l'Italia nel corso dei due anni successivi, contrapponendo partigiani e fascisti repubblichini. Classificare gli eventi che si verificarono in quel periodo come guerra civile è apparso per lo meno improprio e fuorviante ai fini di una loro corretta comprensione. L'espressione “guerra civile” indica correttamente lo scontro armato fra due fazioni di uno stesso popolo, che si contendono la direzione dello Stato. I fascisti, in quella accezione, avrebbero potuto scatenare la guerra civile dopo il 25 luglio 1943, quando la maggioranza dei loro capi si autoescluse dal potere e l'allora capo dello Stato, Vittorio Emanuele III, insediò un nuovo governo. Essi allora avrebbero potuto opporsi con le armi, di cui disponevano abbondantemente, alla soluzione imposta dalla Corona. Invece si dissolsero come neve al sole, senza opporre alcuna resistenza significativa, perché sapevano di essere invisi alla stragrande maggioranza degli italiani e che ben pochi li avrebbero seguiti. Riapparvero dopo l'armistizio, sotto l'usbergo delle armi di una potenza occupante, ammantandosi da rivoluzionari e da patrioti, ma nella sostanza desiderosi di vendicarsi per l'affronto subito, che ne aveva messo a nudo l'isolamento. Nei fatti i fascisti armati della Rsi, più che protagonisti di una guerra civile, si configurarono come un manipolo di irriducibili disperati, disposti ad immolare la loro vita per la causa del Terzo Reich nell'illusione magari di servire la patria, che si trovava invece dall'altra parte.
La Rsi, a prescindere dalle intenzioni di coloro che vi aderirono, si sostanziò dunque come uno strumento operativo degli occupanti, il quale contribuì a rendere ancora più difficile la vita degli italiani. Un riflesso importante di questa connotazione si ebbe proprio sulla condizione dei nostri militari finiti in mano tedesca.
Non potevano esserci dubbi sul fatto che i militari italiani catturati in armi dopo l'8 settembre, molti dei quali, seguendo le disposizioni del governo legittimo del loro paese, avevano combattuto anche strenuamente per sottrarsi alla cattura, fossero a tutti gli effetti prigionieri di guerra. E come tali avrebbero dovuto essere trattati, nel rispetto dei diritti e delle garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra, sottoscritta nel 1929 dalle potenze impegnate nella guerra. Tale convenzione assicurava ai prigionieri un'assistenza internazionale e prevedeva, fra l'altro, specifici controlli della Croce rossa internazionale per verificarne le condizioni di vita.
La Germania trovò nella costituzione della Rsi un preteso per non rispettare gli obblighi sottoscritti. Essendo stato costituito sul territorio italiano occupato un simulacro di Stato indipendente, che si definiva suo alleato, essa ebbe buon gioco nel rifiutarsi di attribuire ai militari catturati la qualifica di prigionieri di guerra, asserendo che non potevano essere considerati tali i cittadini di uno Stato alleato. E, poiché essa sapeva che la stragrande maggioranza di quei soldati le erano ostili e avversavano decisamente il fascismo, li rinchiuse nei campi di concentramento etichettandoli come “Internati Militari”; espressione questa utilizzata dal diritto internazionale per indicare il militare di una potenza belligerante, che viene a trovarsi sul territorio di un paese neutrale. Era un'etichettatura assolutamente impropria, che offrì grandi vantaggi ai suoi ideatori e procurò inaudite sofferenze ai prigionieri. Infatti la Germania, avendo sottratto con quell'espediente i militari italiani fatti prigionieri al controllo internazionale, poté sfruttarli fino all'inverosimile per le proprie esigenze belliche, impiegandoli in lavori massacranti, senza limiti di orario, riducendoli alla fame e sottoponendoli ad ogni forma di violenza.
Di non minor rilevanza fu il ruolo svolto dalla Rsi nel sostenere il progetto perseguito dai tedeschi per indurre i militari italiani, con blandizie, minacce e ricatti di ogni genere, a rinnegare il giuramento di fedeltà prestato alle legittime istituzioni della patria, continuando a combattere contro gli Alleati.

Come già si è accennato, in molti casi tale progetto era decollato, con scarso successo, fin dal momento della cattura. Esso si dispiegò pienamente non appena i prigionieri furono segregati nei campi prima di raccolta e poi di internamento. Qui si presentavano sistematicamente e congiuntamente ufficiali tedeschi ed alti esponenti della Rsi, i quali informavano i prigionieri italiani, stremati da lunghi e tormentosi viaggi segnati da migliaia di vittime, affamati e laceri nello spirito e nel corpo, che avrebbero potuto porre termine subito alle sofferenze, che stavano patendo, se avessero accettato di “servire nell'esercito fascista, anche sotto comando tedesco e in piena fedeltà al Duce e al Fuhrer”. In quel caso sarebbero stati nutriti, ben pagati e avrebbero potuto rientrare in Italia da soldati liberi. Avvertivano, poi, con estrema durezza, che in caso contrario dovevano considerare la loro condizione presente un privilegio, perché erano destinati “a marcire” nei campi di concentramento.
Spesso si allestivano apposite baracche, dove si raccoglievano quei pochi che aderivano all'invito, ai quali veniva subito assicurato un trattamento speciale: cibo e birra a volontà, sigarette, vestiario adeguato alla temperatura, la paga e la possibilità di uscire dalla baracca per spenderla. Contemporaneamente si sottoponevano ad ogni sorta di angherie coloro che non intendevano cedere: costrizione a passare intere giornate in piedi sui piazzali sferzati dai venti, sotto pioggia e neve; sospensione per lunghi periodi della distribuzione della brodaglia con cui erano tenuti in vita; divieto di spedire o ricevere posta; segregazione in baracche fredde, umide e buie durante le lunghe notti autunnali. Particolarmente dura era la pressione esercitata nei confronti degli ufficiali, che non potevano essere sottoposti forzatamente al lavoro, senza suscitare scandalo a livello mondiale, i quali, dovendo essere comunque mantenuti, sia pure a un livello minimo di sussistenza, sarebbero diventati solo un peso per la Germania, se non avessero optato per la collaborazione.

Per sottufficiali e truppa gli interventi coercitivi, tesi ad ottenere la loro adesione all'inquadramento nei ranghi militari combattenti, furono, in genere, meno prolungati e insistenti, anche se sempre improntati a brutale violenza, perché era stato pianificato fin dal momento della cattura il loro massiccio impiego lavorativo. Gli italiani avevano fama di lavoratori capaci e indefessi e la Germania aveva estremo bisogno di mano d'opera. Lo sfruttamento di una forza lavoro non retribuita, che poteva essere impiegata senza limiti di orario e di tempo, a beneficio della macchina bellica e degli imprenditori tedeschi, si profilava come evenienza assai più redditizia e vantaggiosa di un qualunque impiego militare. Per questo, anziché perdere troppo tempo in lunghi tentativi di persuasione, che cadevano sostanzialmente nel vuoto, truppa e sottufficiali furono inviati velocemente al lavoro. Si trattò sempre, anche nei casi più fortunati legati alle attività agricole, di un lavoro duro, dal ritmo massacrante, imposto spesso con la violenza a persone denutrite, costrette a vivere in ambienti malsani, senza adeguata assistenza sanitaria, che avrebbe causato decine di migliaia di morti e procurato invalidità permanenti in molti di coloro che vi furono coinvolti. Queste connotazioni di lavoro coatto, in cui fu immerso un universo umano pressoché schiavizzato, furono una costante di tutto l'internamento, qualunque fosse il contesto e il luogo in cui si realizzava e si protrassero sostanzialmente per l'intero periodo della prigionia. Non furono significativamente intaccate neppure dall'artificioso mutamento di status, introdotto soprattutto per ragioni propagandistiche a partire dal settembre 1944, in applicazione di un accordo fra Hitler e Mussolini, in base al quale gli internati militari italiani avrebbero dovuto essere considerati “lavoratori civili”. In realtà l'applicazione dell'accordo, che ebbe caratteristiche assai disomogenee e spesso contraddittorie, non aprì alcuno spazio di civiltà e tanto meno di libertà, lasciando stanzialmente immutate le precedenti caratteristiche dell'internamento.
Fu chiaro dunque fin da subito che la vita sarebbe diventata un inferno per tutti coloro che avessero deciso di non optare per la collaborazione coi nazifascisti. Tuttavia la stragrande maggioranza degli internati scelse di resistere. Preferì una prigionia che si prospettava di incerta durata, carica di umiliazioni, di violenze, di fatiche e di denutrizioni, a cui non si era certi di poter sopravvivere, alla collaborazione con coloro che li stavano umiliando e tiranneggiando. Si trattò spesso di scelte sofferte, maturate nella coscienza di uomini tormentati dalla solitudine, frustrati e angosciati per il distacco dalla loro terra e dagli affetti familiari, le quali, pur scaturendo da valutazioni diverse e complesse, si nutrivano di alcuni elementi comuni. C'erano a fondamento di quelle scelte l'orgoglio di sentirsi italiani, la volontà di rimanere fedeli alle legittime istituzioni della patria, a cui si era prestato giuramento, l'avversione alla guerra, il disprezzo per i tedeschi e per i fascisti, che l'avevano voluta e la volontà di non contribuire in alcun modo al suo prolungamento.
La recente ricerca, già richiamata, ripercorrendo l'intera vicenda dell'internamento, riporta, fra l'altro, una vasta gamma di testimonianze e di documenti, che comprovano questi assunti, lasciando pochi dubbi sulle motivazioni, che indussero una così larga parte dei militari italiani in mano tedesca a intraprendere la via di una resistenza, spesso passiva ma non per questo meno efficace. Una resistenza che seppe affrontare a testa alta il calvario di un prigionia obbrobriosa, sostanziata di gratuita violenza, di sfruttamento disumano, di sadico cinismo, di totale annientamento della persona, la quale fu pagata a caro prezzo. Basta scorrere le testimonianze dei protagonisti per rendersene conto. Una di esse (Casadio 2004, p. 136) è sufficiente, per sintetizzarne emblematicamente miglia di altre e per darci un'idea precisa di ciò che accadde veramente a coloro che avrebbero dovuto essere lavoratori civili in terra tedesca. La testimonianza non si riferisce ad un campo di sterminio per Ebrei o detenuti politici, per i quali era stata programmata la morte, ma allo Stalag IV, che si trovava nelle vicinanze di Muhiberg sull'Elba, destinato a prigionieri di guerra. “Il campo era immenso e raccoglieva prigionieri italiani e russi, separati da filo spinato.

La vita era al limite della sopravvivenza fin dai primi giorni, poi le cose andarono peggiorando velocemente. Nel febbraio del 1944 il campo divenne luogo di raccolta dei prigionieri che, a seguito del lavoro massacrante loro imposto nelle miniere o nelle fabbriche tedesche e della scarsa alimentazione, erano ridotti in condizione di non poter più lavorare. Io ebbi la sventura di essere scelto per l'assistenza a quei disgraziati. Con me c'erano alcuni commilitoni che abitavano in paesi vicino al mio. Il nostro compito consisteva nell'andare alla stazione a prendere in consegna i prigionieri, che tornavano al campo dopo essere stati nelle miniere o nelle fabbriche. Quando aprivamo i carri, dove erano stati rinchiusi, lo spettacolo che si presentava ai nostri occhi era raccapricciante. Molti di loro erano morti. Gli altri erano degli scheletri viventi, che faticavano a muovere le gambe. Il fetore che si respirava all'apertura delle porte era insopportabile. Dei morti si utilizzava tutto: i vestiti, le scarpe e quanto era contenuto negli zaini. I cadaveri venivano caricati su un mezzo e fatti sparire. Noi trasportavamo quelli viventi al campo, dove avrebbero dovuto essere curati. In verità la maggiore parte moriva. Morì anche un mio compaesano, che si chiamava Lambertini. Su molti cadaveri, non so perché, veniva fatto sul luogo l'autopsia, alla quale ero spesso costretto ad assistere. Venivano sezionati anche i crani, forse per fare degli esperimenti. Gli stomaci di quei disgraziati erano quasi sempre pieni di sola terra. I miseri resti venivano fatti sparire ogni giorno”.
Molti italiani lasciarono la vita in simili bolge infernali. Sul numero esatto dei deceduti le fonti non sono concordi. È certo comunque che centinaia di migliaia furono le invalidità permanenti e quelli che tornarono apparentemente sani, si portarono per sempre nell'anima i segni demolitori di quella esperienza.
Per avere un quadro completo dello scarso consenso, di cui godette fra i militari italiani il richiamo nazifascista, è opportuno rivolgere un attimo lo sguardo anche verso coloro che decisero di optare per la collaborazione. È lecito ipotizzare che molti di essi facessero quella scelta allettati più dalla prospettiva di rientrare in Italia che dal desiderio di tornare a combattere al fianco dei tedeschi. Diversamente non si spiegherebbe il fenomeno della consistente diserzione, su cui si è finora poco indagato, che si verificò fra coloro che avevano accettato di essere inquadrati nei ranghi del sedicente esercito della Rsi e che furono poi rimpatriati con lo scopo di inviarli a combattere contro gli Alleati al fianco dei Tedeschi. Non pochi di costoro, quando misero piede sul suolo patrio e si sentirono sufficientemente liberi, cercarono di raggiungere i paesi di origine e si eclissarono nelle clandestinità o si aggregarono addirittura a formazioni partigiane combattenti.
Nella sostanza coloro che optarono con convinzione profonda per la collaborazione, decisi a combattere ancora per la guerra fascista furono veramente pochi. La stragrande maggioranza degli militari italiani finiti in mano tedesca dopo l'8 settembre 1943, scelse la strada della non collaborazione, dando origine ad una forma di resistenza passiva, che certo non aveva lo spessore culturale e le pulsioni ideali, che infiammarono l'animo di quelli che combatterono nelle brigate partigiane, per scacciare gli invasori e conquistare la libertà. La loro fu una resistenza anonima, rimasta poi sostanzialmente nell'ombra, la quale, però, anche se carente di motivazioni ideali, ebbe un ruolo importante, se non decisivo, nel fare risalire l'Italia dall'abisso, in cui l'aveva trascinata il fascismo.
È noto che alcuni degli Alleati, in particolare la Francia, ma anche l'Inghilterra, volevano fare pagare duramente all'Italia le avventurose e sciagurate aggressioni, perpetrate a danno di altri popoli a fianco della Germania, riservandole un trattamento più o meno analogo a questa. La salvarono da quel pericolo la resa separata, la cobelligeranza e la guerra partigiana. Furono questi elementi decisivi che testimoniarono l'avversione al fascismo del popolo italiano. Su quegli avvenimenti puntò la diplomazia dei governi di unità nazionale nei rapporti con gli Alleati e in sede di definizione dei trattati di pace, per sostenere che gli italiani non potevano essere chiamati a pagare gli errori di una politica di cui erano stati vittime. Quelle argomentazioni, sostenute con molta convinzione soprattutto da Alcide De Gasperi, ottennero ascolto e l'Italia uscì dignitosamente da una guerra perduta. Solo se si pensa che quei postulati sarebbero stati ampiamente vanificati, nel caso in cui gli oltre settecentomila militari italiani internati avessero deciso di continuare la guerra contro gli Alleati, aggregandosi alle forze armate tedesche o entrando nei ranghi della Rsi, si avrà chiara l'idea di quale sia stato l'apporto della resistenza dei militari italiani alla rinascita dell'Italia e alla sua ricostruzione come grande potenza democratica europea.