- Premessa
- Il ruolo di Mussolini...
- ...e di Arnaldo, fratello del duce
- Industriali e senatori
Numerosi studi hanno sottolineato come nei confronti della città-metropoli e dell'urbanesimo si verifichi un mutamento nella cultura europea del primo dopoguerra. Tale mutamento è proprio la risultante degli effetti anzitutto psicologici prodotti dall'esperienza bellica. Il dramma di quello che a tutti apparve come un massacro di massa, eccitò alcuni depresse altri, in ogni caso mise profondamente in crisi non pochi valori della cosiddetta belle époque , soprattutto la fiducia nel progresso e nella tecnica. La scienza applicata a fini bellici mostrava, ad ad esempio, quanto la tecnica potesse essere fonte di distruzione e regresso al punto di far precipitare l'umanità in un' epoca di barbarie (Pick 1993).
Tutta l'idea di modernità fu scossa nelle sue fondamenta, e quindi anche i luoghi deputati all'affermazione del moderno subirono questo tracollo delle certezze e il ritorno di paure ataviche. Tra i simboli più evidenti del moderno vi era la città. Quei filoni culturali che già da tempo avevano denunciato la “decadenza” e la “degenerazione” morale e politica delle società europee dell'epoca borghese e industriale si moltiplicarono e cominciarono ad essere ascoltati come vaticini realizzati. Si pensi al successo che arrise a Oswald Spengler e al suo Tramonto dell'Occidente nella Germania reduce dalla sconfitta e dalla fine dell'impero guglielmino (Spengler 1981; Conte 1997). Nell'opera dominava la paura del numero, del prevalere della quantità sulla qualità, e quindi il rifiuto categorico della democrazia come regime politico delle masse, le quali costituivano il vero spauracchio dei ceti colti d'inizio Novecento. Il primo palcoscenico delle masse era stato quasi sempre la città, in particolare la metropoli figlia di quell'urbanesimo industriale paragonato ad nuovo morbo dilagante (E. Weber 1982; Mangoni 1985; Pick 1989). Poco importava che le dimensioni delle città fossero davvero quelle di una metropoli; contava semmai la percezione che ne aveva l' intelligencija . È sull'antitesi netta tra città e campagna – o meglio fra “metropoli cosmopolita” e “provincia” –che Spengler costruì la sua teoria ciclica delle civiltà. Nel momento in cui la grande città diventava “cosmopoli”, scriveva il filosofo tedesco, “l'uomo della civiltà, che era stato formato spiritualmente dalla campagna, diviene proprietà e strumento della sua stessa creatura, della città, e infine viene ad essa sacrificato” (Spengler 1981, p. 793). Entrando nella metropoli cosmopolita l'uomo perdeva il contatto con la terra e diventava preda di quel denaro che da sempre regolava ogni aspetto della dimensione urbana, comprese le relazioni interpersonali. Si produceva una vera e propria degenerazione antropologica. Quanto mai eloquenti i due passaggi che seguono:
L'uomo ultimo delle metropoli non vuol più vivere: come tipo, come massa, non come singolo; in questo essere collettivo la paura per la morte si spegne. Quel che riempie di un'angoscia profonda e inesplicabile il vero contadino, cioè l'idea dell'estinguersi della famiglia e del perdersi del nome, cessa ora di avere un significato. Il continuarsi del proprio sangue nel mondo visibile non viene più sentito come un dovere per questo sangue, il destino di essere l'ultimo di un ceppo non viene più sentito come una tragedia.
Ma ora appare la donna di Ibsen, la compagna, l'eroina di una tipica letteratura da grande città che va dal dramma nordico al romanzo parigino. Queste donne invece di figli hanno conflitti psichici, il matrimonio per esse è un problema d'arti applicate…. È lo stesso che una signora americana non trovi ragioni sufficienti per far figli perché non vuole perdere nessuna season , che la donna parigina non li voglia perché teme di esser abbandonata dall'amante o che una eroina di Ibsen li rifugga perché “appartiene a se stessa”: di fatto, tutti questi tipi appartengono a se stessi e sono tutti sterili…. Giunti a questo stadio, in tutte le civilizzazioni si inizia il processo plurisecolare di un terribile spopolamento (Spengler 1981, pp. 799 e 801-802).
Come è stato osservato, “i temi presenti in Spengler ritornano, quasi ossessivamente, nella cultura del Novecento: la servitù dell'uomo contemporaneo, la dissacrazione della persona, la responsabilità delle macchine, la violazione empia dell'intatta natura. Ciò che è moderno non coincide più con ciò che è umano” (Rossi 1995, p. 94). Non solo. Gli anni Venti e Trenta rappresentano un'epoca di crisi anzitutto per quell' establishment culturale cresciuto nel corso del XIX secolo tra le file della borghesia urbana, che aveva coltivato la filosofia positivistica parallelamente ad uno sviluppo industriale che sembrava garantirle una prosperità illimitata nello spazio e nel tempo. Ma ancor prima dell'interruzione del progresso provocata dallo scoppio della guerra, quel che colpì e cominciò a preoccupare fu il crescere a dismisura di una società in cui entravano in gioco interessi e aspettative di nuovi soggetti politici e sociali. La diffusione dell'igienismo sociale quale presunto rimedio all'enorme, e a tratti incontrollabile, crescita di molti centri urbani costituiva un segnale in tal senso (Zucconi 1989).
Prima della guerra prevaleva l'ottimismo nell'intervento correttivo della scienza, mentre dopo la guerra – e dopo la rivoluzione d'ottobre – cominciò a farsi sempre più largo la sensazione che contro l'anarchia e la disgregazione dei vecchi assetti sociali e delle vecchie gerarchie politiche e morali fosse ormai quasi impossibile trovare adeguate contromisure che proteggessero l'esistente e addomesticassero il “nuovo che avanzava”, fascinoso e minaccioso allo stesso tempo.
La paura del moderno era presente anche nella cosiddetta belle époque . Trovava però ancora largo credito presso i ceti dirigenti l'idea che si potesse gestire il mutamento sociale senza eccessivi traumi e contraccolpi, mediante il ricorso ad una razionalità pienamente dispiegata. Dopo la guerra questa fiducia era scomparsa perché la tecnica si era mostrata facile preda della causa della distruzione e la presunta razionalità delle élite al potere era stata fagocitata dall'irrazionalità delle masse guidate da élite escluse dal potere. Da più parti si cominciò a vedere quale unica soluzione l'iniezione nelle stanche fibre delle classi dirigenti d'Europa di una dose supplementare di volontà , così come reclamato da molte teorie filosofiche circolanti all'epoca. Di queste teorie Mussolini si avvalse per nutrire l'azione dei suoi fasci di combattimento.
È con il riferimento al mutato clima culturale e psicologico dell'Europa reduce dalla prima guerra mondiale, che si deve introdurre il discorso sull'antiurbanesimo fascista. A fianco di tali premesse occorre aggiungerne un 'altra, di natura statistica.
Elaborando i dati delle anagrafi comunali forniti dall'Istituto centrale di Statistica (Istat), Anna Treves ha ricavato, sia pure in via approssimativa e con il limite legato al tipo di rilevazioni compiute all'epoca, il numero delle persone iscritte ogni anno in un comune diverso da quello di precedente residenza. Dai dati raccolti emerge subito un fenomeno che colpisce e che attesta la presenza di un fenomeno di urbanesimo addirittura crescente nel periodo successivo alla prima guerra mondiale. Mentre per i primi vent' anni del secolo i movimenti migratori si erano mantenuti sostanzialmente stabili, segnando una media di circa 600.000 iscrizioni annue (596.000 dal 1902 al 1918, pari al 16,3 per mille della popolazione totale media annua), a partire dal 1923 si registrò un' impennata piuttosto vistosa. Dalle 542.143 iscrizioni del 1922 si passò alle 681.535 dell'anno successivo e la media per il quadriennio 1923-1926 fu di 816.000 iscrizioni annue (pari ad un quoziente del 20,5 per mille). Si trattava di un vero e proprio record cui seguirono ancora anni di ulteriore incremento annuo, maggiormente sorprendenti se si pensa che già dai primi mesi del 1930 si fecero sentire gli effetti della crisi economica che, se da un lato poteva incentivare l'esodo dalle zone più depresse, dall'altro poteva però disincentivare la fuga verso centri industriali notoriamente in crisi. Fatto sta che nel 1927 si superò il milione di iscrizioni (per l'esattezza, 1.025.184) e per tutti gli anni Trenta, fino al 1942 compreso, non si scese mai sotto il milione, con una punta di 1.486.868 iscrizioni registrate nel 1937 (Treves 1976, pp. 17-9, 168-9).
La storiografia ha fino ad oggi individuato nel cosiddetto “discorso dell'Ascensione”, pronunciato da Mussolini alla Camera dei Deputati nella tornata del 26 maggio 1927, l'avvio ufficiale della lotta all'urbanesimo. Che il discorso del 26 maggio 1927 fosse importante per l'intera futura linea politica adottata dal regime lo ammise lo stesso duce del fascismo, dichiarando già in apertura che la terza parte del suo intervento avrebbe indicato le “direttive politiche, generali attuali e future dello Stato”. Nella prima parte Mussolini esaminò la “situazione del popolo italiano dal punto di vista della salute fisica e della razza”, mentre nella seconda valutò il complessivo “assetto amministrativo della nazione” (Mussolini 1957, p. 361; Mussolini 1940, p. 172). Le considerazioni specificamente dedicate al fenomeno dell'urbanesimo facevano seguito a quelle relative alla situazione demografica dell'Italia. Menzionava l'imposta sui celibi (istituita col regio decreto 19 dicembre 1926, n. 2132, ed entrata in vigore il 1° gennaio 1927), la quale costituiva un primo avvertimento agli italiani, “una frustrata demografica alla nazione” (Mussolini 1957a, p. 364). Soprattutto, affermava con forza un principio che ribadirà più volte negli anni successivi: il numero è forza, politica e militare, ossia una nazione occupa un posto di rilievo nel consesso internazionale anche in misura della quantità di popolazione (possibilmente giovane e sana) che la abita.
Affermo che, dato non fondamentale, ma pregiudiziale della potenza politica, e quindi economica e morale delle nazioni, è la loro potenza demografica. […] L'Italia, per contare qualche cosa, deve affacciarsi sulla soglia della seconda metà di questo secolo con una popolazione non inferiore ai sessanta milioni di abitanti.
Riecheggiavano quindi già temi spengleriani, ma appartenenti più in generale alla Kulturkritik dell'epoca. A conferma di queste letture e influenze culturali di marca germanica si può vedere la recensione che Mussolini dedicò l'anno successivo al libro di Richard Korherr, Regresso delle nascite: morte dei popoli , e che poi uscì pure come prefazione alla traduzione italiana, corredata peraltro di un'introduzione dello stesso Spengler (Korherr 1928; Mussolini 1957b, pp. 209-16). Di questa recensione Renzo De Felice ha scritto che “non vi è dubbio che questo scritto possa e debba essere considerato il manifesto ideologico del ruralismo mussoliniano” (1974, p. 150).
Sul finire degli anni Venti il pensiero politico di Mussolini si impregnò di molti temi e umori spengleriani e dalla Weltanschauung del tedesco il duce del fascismo trasse non pochi elementi per alimentare la propria visione della società contemporanea e dell'intera storia mondiale. Tra questi l'avversione alla metropoli e, in generale, alla civiltà urbana e industriale (Mariani 1976, pp. 73-85). Non si trattò certamente di un trapianto di idee interamente nuove, quanto semmai della conferma autorevole di tesi e concezioni che Mussolini già si era formato autonomamente, seguendo un proprio percorso in cui avevano influito sia l'origine “paesana” sia il tipo di socialismo assorbito in gioventù, di cui faceva parte quel malthusianesimo poi ripudiato, nonché altre letture giovanili, da Nietzsche a Gustave Le Bon.
Tornando al discorso del 26 maggio 1927, Mussolini, una volta analizzati gli indici di natalità e mortalità di vari paesi europei, passava ad una valutazione della situazione demografica in Italia. Questa non era ancora disperata né irrecuperabile, ma vi erano a suo avviso sintomi preoccupanti che andavano affrontati in modo consapevole ed energico. Molte regioni d' Italia erano scese al di sotto del 27 per mille, per quel che riguardava l'indice di natalità. Tra quelle positivamente in controtendenza, spiccava la Basilicata, una delle regioni più povere d'Italia ma al contempo una delle più prolifiche, ed era quest' ultimo aspetto ad entusiasmare il duce. I dati complessivi erano comunque negativi e preoccupanti per Mussolini: nel 1925 la popolazione era aumentata di 470.000 abitanti, e nel 1926 era cresciuta solo di 418.000. La causa principale di questo decremento, apparentemente inarrestabile, era individuata chiaramente e senza ombra di dubbi nell'urbanesimo.
C'è un tipo di urbanesimo che è distruttivo, che isterilisce il popolo, ed è l'urbanesimo industriale. Prendiamo le cifre delle grandi città, delle città che si aggirano sul mezzo milione di abitanti o lo superano. Non sono brillanti queste cifre. Torino, nel 1926, è diminuita di cinquecentotrentotto abitanti. Vediamo Milano: è aumentata di ventidue abitanti. Genova è aumentata di centosessantotto abitanti. Queste sono tre città a tipo prevalentemente industriale. Se tutte le città italiane avessero di queste cifre, fra poco saremmo percossi da quelle angosce che percuotono altri popoli. Fortunatamente non è così…. Ma voi credete che, quando parlo della ruralizzazione dell'Italia, io ne parli per amore delle belle frasi, che detesto? (Mussolini 1957a, p. 366)
Mussolini pretendeva dunque di essere ascoltato con la massima attenzione e che il ruralismo, inaugurato con la “battaglia del grano”, fosse preso sul serio. Evidentemente numerose erano le perplessità circa la consistenza e la effettiva volontà della nuova linea ruralista adottata dal duce del fascismo. La insistenza di Mussolini pareva dunque dettata dall'esigenza di convincere i riluttanti e gli scettici. Fra questi gli industriali erano i primi destinatari del messaggio implicito in quelle parole. Ma anche la piccola proprietà contadina era coinvolta:
Ed a che cosa conducono queste considerazioni?
– Che l'urbanesimo industriale porta alla sterilità le popolazioni.
– Che altrettanto fa la piccola proprietà rurale.
Aggiungete a queste due cause di ordine economico la infinita vigliaccheria delle classi cosiddette superiori della società… Se si diminuisce, signori, non si fa l'impero, si diventa una colonia! Era tempo di dirle queste cose; se no, si vive nel regime delle illusioni false e bugiarde , che preparano delusioni atroci. Vi spiegherete quindi che io aiuti l'agricoltura, che mi proclami rurale; vi spiegherete quindi che io non voglia industrie intorno a Roma; vi spiegherete quindi come io non ammetta in Italia che le industrie sane, le quali industrie sane sono quelle che trovano da lavorare nell'agricoltura e nel mare (Mussolini 1957a, p. 367).
Dunque, la lotta all'urbanesimo si affiancava al lancio della campagna demografica, e di questa l'antiurbanesimo rappresentava un aspetto complementare e per certi versi supplementare, diciamo una sorta di effetto collaterale.
La pubblicistica fascista, intendendo qui tutta la produzione di scritti che facevano esplicito riferimento alla legislazione pro-natalista varata dal regime, considerava la relazione tra urbanesimo e denatalità alla stregua di un nesso causale praticamente automatico, diremmo quasi meccanico. Maggiori sfumature presentava la letteratura precedente e studi recenti confermano come non in tutti i casi esista un rapporto di causa ed effetto tra urbanizzazione e decremento della natalità, tra crescita urbana e limitazione volontaria delle nascite. Il ruolo che la città assume nel processo di modificazione dei comportamenti demografici non è legato infatti agli effetti meccanici dell'inurbamento ma dipende da un delicato intreccio tra mobilità, età media della popolazione, speranza di vita, riduzione della fecondità. E se è indubbio che il livello di “reddito, i livelli sociali e culturali hanno generalmente una correlazione negativa con il livello di fertilità” (Pressat 1972, p. 78; Roncayolo 1978a; 1978b), l'inurbamento, qualora non sia stato provocato o accompagnato da un adeguato sviluppo produttivo, non comporta nella maggioranza dei casi un repentino cambiamento né della situazione economica né della collocazione sociale, né tanto meno della mentalità e delle consuetudini familiari. Questo fatto è maggiormente evidente nel caso del rapporto tra numero dei giovani e incremento delle nascite: la presenza di un maggior numero di persone in età centrale ed attiva, così come la più favorevole composizione delle classi di età al matrimonio contribuiscono, almeno in un primo momento, a mantenere i tassi di natalità nei centri urbani su valori identici, se non superiori a quelli delle campagne e dei centri più interni e a rendere quasi stabile il rapporto nascite-matrimoni con una composizione della famiglia sostanzialmente immutata. Quel che appare indubitabile è che le considerazioni appena svolte hanno valore se ci limitiamo alla primissima fase dell'inurbamento mentre gli effetti all'epoca temuti si sarebbero poi realmente verificati nel medio - lungo periodo.
Per alcuni studiosi, da Anna Treves (2001) a Carl Ipsen (1996), l'antiurbanesimo fascista sarebbe da intendersi come un capitolo della più generale politica demografica e pro - natalista lanciata da Mussolini nella seconda metà degli anni Venti. In altre parole, politica antiurbana sarebbe un modo diverso per dire politica antimigratoria. Ne sarebbe una prima conferma la natura “vincolista” delle misure adottate dal regime fascista, a partire dalla prima legge introdotta proprio sulla scia delle dichiarazioni contro l'urbanesimo industriale fatte da Mussolini nel discorso dell'Ascensione (legge 24 dicembre 1928, n. 2961). Sempre in quella occasione Mussolini collegava la creazione delle diciannove nuove province alla necessità di “meglio ripartire la popolazione” e di frenare l'esodo dalle campagne e dai piccoli centri verso le grandi città. Un motivo centrale di questo esodo era da Mussolini individuato nella monotonia della vita di provincia.
L'accorpamento e la dotazione di nuovi strumenti decisionali connessi alla promozione al rango di provincia costituivano in primo luogo una gratificazione psicologica per l'abitante del piccolo centro, per il cittadino comune (che tale cominciava a sentirsi: cittadino ) oltre che per i notabilati locali, modificandone anzitutto l'auto-percezione. La presenza diretta e costante di autorità rappresentative dello Stato centrale rendevano possibili soluzioni immediate e concrete a richieste e problemi che nascevano sul territorio. O almeno questa era la speranza che si dava alle popolazioni locali con la creazione della provincia. È in tal senso che va letta la motivazione addotta dal capo del governo:
questi centri provinciali, abbandonati a se stessi, producevano un' umanità che finiva per annoiarsi, e correva verso le grandi città, dove ci sono tutte quelle cose piacevoli e stupide che incantano coloro che appaiono nuovi alla vita (Mussolini 1957a, p. 367).
Con questa affermazione la posizione di Mussolini risultava meno ideologica di quanto a prima vista apparisse. Non che le letture spengleriane e l'estrazione sociale provinciale e piccolo-borghese non esercitassero la loro influenza sul capo del fascismo: certamente agivano in lui anche considerazioni di ordine pratico. L'avversione contro l'urbanesimo non era indiscriminata e totalmente accecata da un'ideologia antimodernista, nonostante questa fosse presente soprattutto là dove la modernità minacciava di scardinare i costumi morali e sessuali tradizionali e quindi “liberare” e maturare in qualche misura una società civile italiana (De Felice 1965; Monelli 1950) . Nostalgie paesane non mancavano nei fratelli Mussolini, sia in Benito che in Arnaldo. Quest' ultimo deve essere menzionato perché la sua influenza sulle decisioni del fratello era importante, senz' altro era tra le persone cui il duce prestava maggiore attenzione (De Felice 1974, pp. 166, 303-4; Ingrassia 1998; Lupo 2003, pp. 188-189). In un editoriale sul “Popolo d'Italia” del 29 dicembre 1928, dunque a pochi giorni di distanza dalla promulgazione della prima legge anti-urbana, Arnaldo precisava i termini entro i quali si muoveva la politica ruralista del governo fascista.
Vi è qualcuno in Italia che nella politica rurale, fermamente perseguita dal Governo, vede con esagerato pessimismo il tramonto triste e la fine ingloriosa delle città. Vi sono persino dei semplicisti, magari di recente inurbanati [ sic], che si attendono l'usciere in famiglia con una carta di diffida per far rientrare al paesello di origine i profughi scesi verso le città tentacolari. Non bisogna tener conto di questi orecchianti. Vi è invece tutta una categoria di… ultramoderni intenti a dimostrare che la politica rurale è un regresso nella vita civile; a sentire questa gente il Fascismo vorrebbe arenare nei campi il corso della modernità. Questi sono degli elementi pericolosi e disintegratori…. Noi ci chiediamo prima di tutto: le città che si sono affollate in modo inverosimile nel dopo guerra, che cosa hanno guadagnato in fatto di civiltà e che cosa hanno acquisito per la storia?
Arnaldo cita i sobborghi malfamati di Londra, New York e le sue “follie borsistiche”, Parigi, città regina della “corruzione dei costumi”, Berlino, affogata nel “cemento armato”, Mosca e la sua “miseria”, Vienna ancora città dei “divertimenti”, anche se ormai priva del suo impero. In generale, quindi, da “queste capitali non viene dunque la luce per il genere umano”, afferma Arnaldo. Insomma, “non è detto che l'agglomeramento affini la sensibilità e migliori la razza. È vero precisamente il contrario”. Come si vede però, il fratello del duce faceva riferimento alle metropoli, alle “città giganti, piene di esigenze materiali, di null'altro perplesse e preoccupate che di uno sciopero dei trasporti, di una epidemia infettiva, della mancanza di approvvigionamenti”. È in questo tipo di città che “la vita diventa arida, il carattere dei più si fa nevrastenico”. L'alternativa non era perciò individuata nel ripudio di qualsiasi centro urbano e nella fuga indiscriminata dalle città.
Significativa conferma in tal senso è una lettera che Arnaldo scrive al fratello il 10 maggio 1927, dunque poche settimane prima del discorso dell'Ascensione. Relazionando sulla situazione fascista milanese, che languiva per leadership e iniziative, Arnaldo osservava:
Certamente, se qui non si prende quota, entro dieci anni Milano sarà un grosso borgo e per moltissime ragioni – soprattutto di forze economiche – ciò sarebbe gran male ed è un gravissimo errore non cercare di evitarlo. Non dimentichiamo che Milano concorre per la sesta parte a formare il bilancio dello Stato (Susmel 1954, p. 85).
Arnaldo mostrava quindi di non perdere di vista le contingenze storico-economiche, di non trascurare le esigenze reali a vantaggio di pure e semplicistiche reazioni ideologiche antimoderne. La posizione sua e del fratello nei confronti dell'urbanesimo era dunque più complessa. L'obiettivo principale era impedire l'elefantiasi metropolitana, secondo una preoccupazione che abbiamo visto già diffusa in America e nel resto d' Europa tra fine Ottocento e inizio Novecento. Certo, nell'articolo di Arnaldo Mussolini si evocavano anche piccoli borghi rurali o semi-rurali, come la Barga di Giovanni Pascoli. Erano quindi ben presenti accenti “strapaesani”, nella misura in cui si coglieva “ l'italianità” nella tradizione municipale, nelle piccole realtà di provincia, compresi i borghi rurali, da cui erano scaturiti esperienze artistiche e intellettuali di assoluta grandezza, tali da essere esportate fuori dalla penisola, nel mondo intero. Anche realtà urbane più
grandi e complesse, come poteva essere la Firenze di fine Quattrocento, erano assai lontane dalle metropoli europee affollate fino all'inverosimile, necrotizzanti e alienanti e tutt' altro che fonti di creatività e crescita dell'individualità in armonia con le leggi della comunità che abitava entro le mura. Insomma, la grande città dei Medici era molto più “a misura d' uomo”.
Questa era la visione che dell'urbanesimo aveva il fratello del duce e che il duce stesso condivideva almeno in parte, seppure ad essa associasse quel senso pratico e di opportunità che contraddistingueva l'animale politico dal semplice studioso di scienze agrarie (Staglieno 2003). Secondo Arnaldo, mancava anzitutto un impero coloniale capace di soddisfare quell'aumento del livello medio dei consumi, che tutti – anche gli esperti – addebitavano alle città di dimensioni medio-grandi. La parte finale dell'articolo era piuttosto eloquente:
Siamo noi per questo contrari alle città? No. I paesi e i grandi centri sono egualmente organismi indispensabili alla elaborazione della nostra fatica. Tutto ciò che vive in noi e per noi, si ingrana nella vita e negli interessi dei nostri simili. Il lavoro e i suoi prodotti vengono elaborati e lanciati. Vicino alla produzione dei campi, cento altre forme di attività, artigiane e industriali, completano la vita.
Le città sono un complesso necessario, civile e vitale, del mondo rurale. Ma noi non dobbiamo dimenticare che non possediamo impero e colonie ricchissime capaci di recare alle nostre città i prodotti di altre terre e di altri popoli: siamo quindi costretti ad equilibrare tutte le esigenze della vita, con le nostre sole possibilità. A tal fine è indispensabile alimentare la campagna, elevare la produzione agricola, aumentare il benessere, lasciando alle nostre città il senso austero della vita, senza renderle idropiche, mostruose, senza pietrificarle nei patrimoni e nello spirito.
Il fratello del duce rovesciava il rapporto città-campagna, almeno nei termini in cui questo si era configurato all'indomani della rivoluzione industriale. La città in funzione della campagna: questo pare in filigrana il pensiero di Arnaldo Mussolini, o quanto meno l'auspicio. Il modello di società vagheggiato dai due Mussolini era una campagna che sapesse trasmettere alla città uno stile di vita austero, sobrio, incline al rispetto delle gerarchie sociali e delle tradizioni culturali.
Solo così, ponendo in armonia la politica rurale del Regime con la politica sana delle città, potremo fare veramente dell'Italia nostra la Nazione armoniosa, che nel secolo XX appare, ogni giorno di più, un monito e un esempio per gli altri popoli del mondo.
Che la posizione di Arnaldo sull'urbanesimo fosse il riflesso di una visione ideologica più coerente e chiara, e soprattutto meno condizionata dalle contingenze politiche rispetto a quella del fratello, lo dimostrava un editoriale del 28 dicembre 1926. Ancor prima che fosse inaugurata da Benito la politica contro l'urbanesimo, Arnaldo interveniva sulla questione del “primato urbano”, della gara tra le città (A. Mussolini 1926) . Il fratello del duce temeva che una crescita senza freni delle città, soprattutto se dovuta allo sviluppo industriale, avrebbe comportato la perdita di un controllo politico e sociale del territorio che il fascismo faticosamente andava costruendo grazie al varo di numerose misure amministrative (Corner 2002). Una volta garantito che tutto ciò che si svolgeva a livello locale poteva essere riferito immediatamente a Roma, la promozione delle più diverse attività e lo sviluppo della rete assistenziale erano non solo bene accette ma addirittura auspicate.
L'idea di fondo di Arnaldo era però che la distribuzione della popolazione non mutasse, se non nel senso di un ripopolamento di certe zone su cui incombeva una vera e propria emorragia demografica, come quelle montane. Sia Arnaldo che Benito nutrivano una visione del rapporto città - / campagna non molto diversa dalla teoria corporativa che sosteneva l'articolazione di una società su base gerarchica e funzionalistica. Non a caso, quindi, rimandava ad una divisione dei ruoli: città del mare, città dell'interno. Negli anni Trenta, con il varo delle cosiddette “città nuove” e delle “città autarchiche”, si assisterà allo sviluppo di questa visione “corporativistica” dell'insediamento umano sul territorio nazionale.
La posizione di Arnaldo Mussolini in materia di urbanesimo merita un ultimo accenno. A conferma di come questo tema fosse per lui centrale e persistente, come del resto lo era per suo fratello, c' è un documento d' archivio risalente al maggio del 1929, a un anno di distanza quindi dal discorso dell'Ascensione. Arnaldo aveva chiesto al giornalista Luigi Barzini uno studio sull'urbanesimo in America.
Barzini, firma autorevole del “Corriere della Sera” di Luigi Albertini, si era stabilito sin dai primi anni Venti a New York dove aveva fondato nel gennaio del 1923 un quotidiano in lingua italiana, il “Corriere d'America” (Melograni 1965). Il giornalista era quindi ormai addentro la realtà politica e sociale degli Stati Uniti. Il 7 maggio del 1929, scriveva questa lunga lettera, di cui ci permettiamo di citare ampi brani perché ha in fondo la natura di un resoconto (consta di ben 6 pagine dattiloscritte):
Caro Arnaldo,
per lo studio che mi hai chiesto sull'urbanesimo in America, mi sono procurato una grande quantità di dati e di statistiche. Ma sono arrivato a conclusioni così paradossali che non è possibile trarne alcun insegnamento utile al nostro paese. L'America si trova in condizioni specialissime, per cui tutte le nostre leggi economiche, etniche, sociali, sembrano smentite.
Il fenomeno dell'urbanesimo è qui formidabile, ma non produce gli effetti deleteri e gli squilibri che esso ha in Europa. Trenta anni fa l'America era una nazione eminentemente agricola; ora la popolazione delle sue campagne è ridotta ad appena il 24 per cento della popolazione totale. Ma la produzione della terra non è diminuita, anzi vi è crisi di sovrapproduzione, le città non soffrono di agglomeramenti eccessivi di popolo – certo non più del passato e forse meno – l'assestamento appare spontaneo e perfetto.
Barzini proseguiva nel descrivere il principale strumento grazie al quale l'urbanesimo, sicuramente tumultuoso al di là dell'Atlantico, era stato affrontato e complessivamente risolto:
L'emigrazione dai campi alle città è, come ho detto, enorme; ma essa è assorbita dalle industrie, in continuo aumento. In pari tempo le statistiche registrano una forte corrente che, apparentemente, va dalle città alle campagne. È un ritorno ai campi? Nemmeno per sogno! È una parte della popolazione delle città che, per la moltiplicazione e la rapidità dei trasporti moderni, va a stare di casa in campagna. Io stesso abito a 23 chilometri da New York e vado da casa all'ufficio in 35 minuti, cioè presso a poco il tempo che impiegherei a traversare Milano. Il decentramento è rapidissimo e fantastico. A 50 chilometri da New York e da Chicago si è in veri sobborghi cittadini, con villette, giardini e tutti i mezzi di locomozione possibili a disposizione. Gli abitanti di New York vivono in grande maggioranza fuori di New York, serviti da innumerevoli ferrovie, che passano sotto ai fiumi in ogni direzione. Innumerevoli paesi che erano centri di cultura agricola, adesso sono centro di residenze. Nelle città, in continua trasformazione, spariscono i quartieri infetti, dove si agglomeravano (e ancora si agglomerano in qualche punto) le popolazioni più povere in condizioni igieniche pietose, e sorgono enormi case di appartamenti ariose e moderne. Ed i poveri, che non sono più tanto poveri, sfollano e passano anche loro i fiumi, il viaggio costando che 5 cents. Con 5 cents si percorrono fino a 70 miglia. Le Comunicazioni hanno risolto il problema (Barzini 1929).
In ultima analisi, Barzini sottolineava la sostanziale incomparabilità del caso americano con quello italiano, e quindi l'inutilità di fondo di uno studio sull'urbanesimo a stelle e strisce:
Il fenomeno dell'urbanesimo non può essere in nessun modo paragonato a quello di altri paesi, e soprattutto dell'Italia. Questo non è un paese saturo di popolazione; ha meno di tre volte la popolazione dell'Italia ed ha invece circa trenta volte la superficie dell'Italia. non mi è dunque possibile scrivere articoli che mi chiedi, mancando qui ogni base di analogia con le cose del nostro Paese.
Al di là del contenuto specifico di questa lettera- reportage , che peraltro prosegue con considerazioni sull'impatto della pubblicità americana presso il pubblico italiano e sui danni – in termini di concorrenza e consumo – che ciò causava ai prodotti nazionali, quel che ci interessa è la testimonianza della centralità che l'urbanesimo riveste nella Weltanschauung dell'influente fratello del dittatore d' Italia.
Non era un caso che, a fianco dell'urbanesimo industriale, Benito Mussolini annoverasse tra le cause della crescente sterilità tra la popolazione anche la piccola proprietà rurale e più in generale una mentalità borghese, cioè edonistica e privatistica, egoistica nei confronti delle direttive provenienti da uno Stato che reclamava impegni e sacrifici per il bene collettivo.
Senz' altro, non possiamo ignorare il momento storico in cui la campagna contro le grandi città e l'urbanesimo industriale fu lanciata. Nel maggio 1927 eravamo in piena “crisi da rivalutazione”, ossia nel periodo di maggiore tensione tra gli industriali e Mussolini a causa della “quota novanta” voluta con ostinazione dal secondo e assai sgradita ai primi (De Felice 1968, pp. 226-261). La politica deflattiva sostenuta mediante la rivalutazione della lira aveva il chiaro scopo di assestare l'andamento dei cambi, obiettivo che se per Volpi, ministro delle Finanze, rimaneva di ordine tecnico e finanziario per Mussolini acquisiva un valore politico ben preciso, legato sia al prestigio del governo da lui guidato (capace di dare fiducia agli investitori stranieri) sia alla tutela degli interessi di quei ceti che avevano in buona parte sostenuto il fascismo all'inizio del suo cammino ma che, da qualche tempo, tale sostegno avevano ritirato o comunque fortemente ridotto (Romano 1997, pp. 142-154; Villari 1972, p. 153). E in effetti la rivalutazione della lira premiò la base sociale ed “elettorale” del regime attraverso il consolidamento di quei risultati (buoni del Tesoro, potere d' acquisto dei redditi, depositi bancari) che i ceti medi avevano conquistato negli anni precedenti. Basti dire che il flusso dei depositi presso le casse di risparmio salì in modo vertiginoso tra il 1926 e il 1927, passando dalla media mensile di 16 milioni a 79 milioni di lire, che, come è stato osservato, corrispondeva ad un volume finanziario che era quasi quattro volte quello del 1913 (Castronovo 1975, p. 273; Sylos Labini 1988, pp. 76-77).
Decisamente diverso il discorso per le classi più umili, il proletariato industriale e quello delle campagne. Per questi, rivalutazione significò soprattutto un saldo negativo tra potere d'acquisto dei salari e costo della vita, dovuto in primo luogo al fatto che agli industriali Mussolini dovette dare qualcosa in cambio dopo l'imposizione di “quota novanta”. Sin dal maggio del 1927, infatti, i salari subirono una prima decurtazione del 10%, che divenne di circa il 20% nell'ottobre dello stesso anno.
È sotto questo aspetto che si può cogliere meglio l'appello reiterato dalla propaganda alla “ruralità”: un tentativo di alleggerimento delle conseguenze negative del processo deflattivo (dall'aumento del costo di produzione alla disoccupazione, specie nel Sud). In tal senso va letto l'intervento in Senato di Volpi, m M inistro delle Finanze, nella seduta del 17 febbraio 1928. Protezionismo, interventismo statale e concentrazione industriale: erano queste “le grandi linee d' una strategia che mirava a stabilizzare – gli operai nelle fabbriche, i contadini nei campi e i disoccupati nei cantieri – la società italiana” (Romano 1997, p. 159).
Dietro l'antiurbanesimo proclamato nel maggio del 1927 c' erano anche motivazioni di ordine pubblico, legate al controllo del territorio e dei movimenti della popolazione ivi residente. Lo testimoniava l'accenno che nel discorso dell'Ascensione veniva fatto alla circolare del 5 gennaio 1927 ai prefetti del Regno con la quale veniva stabilita in modo pressoché definitivo la posizione del partito fascista all'interno dell'architettura politico-amministrativa del regime.
Comunque, già nel 1925 Mussolini era ben conscio del fatto che gli anni che separavano l'Italia fascista dall'Italia liberale erano ancora pochi e che quindi certe memorie di lotta di classe erano ben vive nel proletariato industriale. Ad esso si riferiva nel telegramma dell'8 marzo 1925, con il quale ordinava a Edmondo Rossoni – leader della Confederazione dei sindacati fascisti dei lavoratori – di sospendere lo sciopero metallurgico: “ Est inutile fare questa specie di corsa al più rosso, perché mia opinione est che masse urbane sono in stragrande maggioranza refrattarie fascismo” (AcS, m M inistero Interno, Ps cat D 13 – Brescia 1925).
Le masse urbane erano, almeno in questa occasione, identificabili totalmente con gli operai delle fabbriche. Costituivano una componente importante che rischiava di influenzare negativamente anche la restante parte della popolazione residente e/o abitante in città. La preoccupazione di Mussolini non diminuì col tempo, e anzi, se possibile, aumentò. Sempre nel discorso dell'Ascensione egli ribadì fiducia negli esiti positivi dell'azione di inquadramento del sindacalismo fascista nelle campagne, ma mostrò forti perplessità – persino disillusione e sfiducia – sulla capacità di penetrazione “fascistizzante” di quello stesso sindacalismo nelle città, a causa anche della solita “refrattarietà” ed estraneità del proletariato industriale.
I sindacati vanno bene. Specialmente quelli che inquadrano le solide, fedeli masse rurali. Non bisogna però farsi illusioni eccessive per quello che concerne il cosiddetto proletariato specificamente industriale: è in gran parte ancora lontano e, se non più contrario come una volta, assente (Mussolini 1957a, p. 384).
La soluzione atta a rimuovere una simile assenza di “affetto” politico e di adesione ideologica non veniva neppure ricercata in provvedimenti ad hoc di indottrinamento e pedagogia politica, o almeno non con particolare convinzione. Ci si affidava piuttosto al naturale passaggio di generazioni, cioè al fisiologico trapassare di chi si era formato come operaio in epoca pre-fascista, avendo potuto conoscere e vivere la stagione d'oro del movimento socialista quale forza politica in piena ascesa (Gribaudi 1987, pp. 124-157). Mussolini dichiarava così nel maggio 1927:
È evidente che noi dovremo essere aiutati anche dalle leggi fatali della vita. La generazione degli irriducibili, di quelli che non hanno capito la guerra e non hanno capito il fascismo, ad un certo punto si eliminerà per legge naturale. Verranno su i giovani, verranno su gli operai e i contadini che noi stiamo reclutando nei balilla e negli avanguardisti: potenti istituzioni, potenti organismi, che ci danno modo di controllare la vita della nazione dai sei ai sessanta anni, e di creare l'italiano nuovo, l'italiano fascista.
Peraltro, colpisce il fatto che questa “irriducibilità” del proletariato urbano industriale fosse in definitiva una delle poche note dolenti in tema di “consenso” e sostegno al regime. Insomma, l'operaio inurbato continuava a mostrarsi a Mussolini come l'irriducibile “alieno” rispetto a ciò che il fascismo intendeva rappresentare.
Da sottolineare è la profonda diffidenza che Mussolini nutre dei confronti di quel popolo che controlla ma che pensa di non avere ancora convinto a sufficienza. E non si tratta del solo proletariato. Quanto segue va letto più come l'ammissione di una preoccupazione e di un auspicio che come la constatazione di una situazione politica e sociale effettivamente realizzata:
Che cosa ero lo Stato, quello Stato che abbiamo preso boccheggiante, roso dalla crisi costituzionale, avvilito dalla sua impotenza organica? Lo Stato che abbiamo conquistato all'indomani della Marcia su Roma era quello che c' è stato trasmesso dal ‘ 60 in poi. Non era uno Stato; ma un sistema di Prefetture malamente organizzate, nel quale il Prefetto non aveva che una preoccupazione, di essere un efficace galoppino elettorale. In questo Stato, fin al 1922 il proletariato – che dico?! – il popolo intero, era assente, refrattario, ostile. Oggi preannunziamo al mondo la creazione del potente Stato unitario italiano, dall'Alpi alla Sicilia, e questo Stato si esprime in una democrazia accentrata, organizzata, unitaria, nella quale democrazia il popolo circola a suo agio, perché o signori, o voi immettete il popolo nella cittadella dello Stato, ed egli la difenderà, o sarà al di fuori, ed egli l'assalterà.
Quello della “refrattarietà” della popolazione, specie urbana e ancor più quella proletaria, era dunque un punto debole e dolente del regime ed era sicuramente un ' ” ossessione del dittatore fascista. Ripercorrendo la genealogia del movimento delle camicie nere tra il 1919 e il 1922, il fascismo nelle città industriali si mostrò un fenomeno di importanza e influenza circoscritta, non di rado minoritaria, specie in termini di consenso e sostegno. Questa situazione permase almeno fino allo sciopero “legalitario” dell'estate del 1922 (De Felice 1963). In certi casi, come quello di Parma, la reazione e la resistenza operaia, o più genericamente, antifascista, fu assai energica e tale da mettere in enorme difficoltà uno squadrismo – come quello capeggiato da Balbo – risultato fino ad allora vincente e tendenzialmente inarrestabile. Proprio il caso di Parma mostra come il fascismo fosse all'indomani del biennio rosso una forza meno travolgente di quello che sembrava, ma soprattutto molto più eterogeneo e disarticolato di quel che il successo finale abbia poi indotto a credere (Sereni 2002).
La solidità del movimento operaio a Genova e a Milano negli anni dell'ascesa del movimento mussoliniano era testimoniata anche dal fascista Giacomo Lumbroso, il quale ricordava a pochi anni di distanza come, prima dello sciopero generale dell'agosto 1922, momento del crollo finale e fatale, nei “due grandi centri industriali… le organizzazioni rosse avevano mantenuto intatta la loro compattezza” (Lumbroso 1925, p. 41). I disordini che si verificarono a Torino nel novembre 1930 non fecero che confermare a distanza di qualche anno, e a campagna antiurbanista e antimigratoria avviata, quanto i timori di Mussolini fossero fondati: “consenso” c' era, ma in alcuni grossi centri industriali poteva bastare poco ad accendere le polveri del malcontento (Aquarone 1995, pp. 541-44). Nonostante il consolidamento del regime, si temeva la persistenza o l'estensione di ciò che era l'esatto opposto del “consenso” così metodicamente e accanitamente ricercato. Si stava raggiungendo la fascistizzazione delle istituzioni, ma non quella delle mentalità.
L'avversione nei confronti della grande città di queste motivazioni si nutriva. E se dunque il discorso dell'Ascensione merita particolare attenzione, in quanto avvio ufficiale decretato dalla massima autorità del regime, non possiamo dimenticare come le premesse alla “svolta” del 1927 fossero numerose e ben presenti già nei due anni precedenti. Procediamo pertanto all'analisi di quel che si agitava nel regime in tema di urbanesimo, soprattutto a livello di dibattiti nel mondo industriale e nelle aule del Parlamento.
Il disegno di legge che varò ufficialmente la legislazione contro l'urbanesimo fu presentato al Senato da un breve discorso introduttivo di Mussolini. Il provvedimento scaturiva dalla necessità di dare una risposta al progressivo aumento della popolazione residente nei centri urbani, e per comprovarlo si faceva notare che nei soli 92 capoluoghi di provincia vivevano ben 10 milioni di individui, pari al 25 per cento della popolazione nazionale. I pericoli venivano indicati soprattutto nella corruzione della “sanità fisica e morale della stirpe” (Senato del Regno 1929). Al di là di questo riferimento, le note di commento al provvedimento erano però piuttosto blande nei toni tanto da precisare che non si trattava di un dispositivo da applicare uniformemente a tutto il territorio nazionale in modo tassativo e univoco. Si riconosceva che, “ « in una materia così delicata, non è possibile dettare regole uniformi e assolute, poiché le varie condizioni dei luoghi esigono diversità di discipline e di rimedi ” » . Per questo motivo lo schema di legge, consistente in un unico, breve articolo, si limitava ad assegnare al prefetto la facoltà di emanare ordinanze, sentito il parere del Consiglio provinciale dell'economia. Queste ordinanze avevano forza obbligatoria, e il chiaro scopo di limitare l'eccessivo aumento della popolazione residente nelle città.
Per andare incontro alle esigenze del mondo imprenditoriale, si era conferito al Consiglio provinciale dell'economia quel potere consultivo che rendeva possibile a quel mondo una relativa autonomia e flessibilità nella gestione dei flussi migratori urbani, sia pure in coordinamento con l'autorità politica e statuale centrale rappresentata dal prefetto. Del provvedimento, peraltro, si sottolineava la natura di “monito preciso” e di “richiamo”, non dissimile in questo dal decreto istitutivo della tassa sui celibi, e sapendo che di certo non sarebbe stato sufficiente un semplice dispositivo legislativo a “risolvere il problema dell'urbanesimo ” . Le ordinanze del prefetto sarebbero state eseguite in via amministrativa, indipendentemente dall'esercizio dell'azione penale (Treves 1976, p. 94). I motivi di un provvedimento così generico, che prevedeva l'adozione di “semplici” misure di sicurezza senza riferimenti ad alcun disegno organico, sono da ricercarsi anche nel fatto che non vi fu in generale una accoglienza favorevole.
Negli ambienti industriali si ebbero reazioni negative, se pur mascherate da semplice cautela e perplessità. Il fatto che riuscissero a filtrare persino la stampa ufficiale, e l'organo ufficiale del Pnf, induce a pensare che l'entità del disagio alla base di queste reazioni critiche fosse consistente. Sul “Popolo d'Italia”, infatti, un lungo articolo rendeva conto del dibattito svoltosi a Milano nel corso della seduta plenaria del Consiglio Provinciale dell' Economia, tenutasi il giorno precedente, 15 marzo 1929. Rileggendo quegli interventi si avverte che diffuso era il timore che si potessero ingabbiare movimenti di uomini e cose che avevano un' utilità sia sotto il profilo economico-industriale sia sotto il profilo politico del prestigio di governare città in crescita. E a proposito di Milano, non si può dimenticare che il capoluogo lombardo aveva sofferto al pari e forse più di altre città l'effetto destabilizzante della rivalutazione della lira a
“quota novanta” (Susmel 1954, p. 86).
Sembra ragionevole sostenere che “quota novanta” fu, da un lato, un'operazione che in Mussolini rispose a ragioni di prestigio e ad obiettivi di consolidamento del potere nei confronti di quegli ambienti industriali da sempre cauti nella loro adesione al regime, dall'altro, fu anche il segnale e l'espressione di una precisa visione che il capo del fascismo aveva della società italiana. Pare in questo senso condivisibile quel che scrive Piero Melograni nel suo studio sul rapporto tra Mussolini e gli industriali:
L'Italia, secondo Mussolini, era e doveva rimanere una nazione a economia mista, con una forte agricoltura, con una piccola e media industria sana, con una banca aliena dalle speculazioni, con un commercio agile e razionale (Melograni 1972, p. 263).
Che poi questa visione rimanesse in buona parte sulla carta non incide minimamente sulla comprensione della volontà politica (e pedagogica) che animava Mussolini e il suo regime. Che poi il pragmatismo di un uomo di governo, tanto più di un dittatore, producesse una serie di compromessi, anzitutto col mondo industriale, non significa che il duce – e una parte cospicua del suo entourage – nutrissero l'obiettivo di trasformare la società italiana secondo una certa immagine. Le affermazioni pubbliche e private di Mussolini sono al riguardo numerose, e già comparivano in quel manifesto programmatico che era stato il discorso dell'Ascensione (Volt 1926; Beltramelli 1923; Gentile 1996, 2001).
Tra le altre correnti presenti all'interno del fascismo ve n' era una che non proveniva dalle file dello squadrismo e che non auspicava una “seconda ondata” rivoluzionaria, ma incarnava piuttosto la vecchia classe dirigente pre-fascista che si era fatta fiancheggiatrice del regime mussoliniano. Era un' ala conservatrice, prevalentemente legata al mondo agrario o ad un patriziato urbano che paventava gli addensamenti nei quartieri popolari ed auspicava che il fascismo fosse forza al contempo restauratrice di vacillanti gerarchie sociali e formatrice di un proletariato docile e obbediente. Il Senato vide una massiccia presenza di esponenti di questo schieramento, non organico ma comunque coeso per interessi e obbiettivi comuni. Fra questi spiccarono per il ruolo assunto durante fasi diverse del regime due personaggi.
Il primo è il conte Girolamo Marcello, senatore del Regno, nato a Venezia nel 1860 e discendente addirittura da una famiglia che annoverava un doge e numerosi ambasciatori, ammiragli e illustri letterati della Repubblica di San Marco. Deputato tra le file della destra liberale dalla XXII alla XXIV legislatura, era stato sottosegretario di Stato alle Poste nei due ministeri Salandra. La sua nomina a senatore avveniva il 18 novembre 1924, dunque sotto regime fascista, per volontà dello stesso Mussolini. Anche questo è dato significativo di come il duce si muovesse nei confronti della vecchia classe dirigente liberale, e su come incentivasse l'ingresso nel “palazzo” di esponenti di una visione sostanzialmente conservatrice della società italiana, specie sotto il profilo dei costumi.
A differenza dell'altro personaggio di rilievo di cui tratteremo più avanti, il senatore Marcello non nutriva un'avversione pregiudiziale nei confronti dello sviluppo industriale, ma senz' altro temeva gli sconvolgimenti sociali e culturali connessi ad un' espansione incontrollata del fenomeno dell'urbanesimo. Ancora prima che la lotta a tale fenomeno diventasse la bandiera della politica ruralista e pro-natalista di Mussolini, in Senato presero forma le prime iniziative per arginare un fenomeno visto come minaccia assai grave di consolidati assetti sociali ed economici. Marcello fu tra i promotori e i protagonisti dei primi dibattiti che si tennero in aula sull'argomento. Già nel dicembre del 1925, in qualità di relatore dell'Ufficio centrale del Senato, egli fece un lungo intervento in cui richiamò l'attenzione del Governo, oltre che della camera alta del Parlamento, su un fenomeno che già veniva bollato come socialmente e politicamente pericoloso. L'occasione dell'intervento fu offerta dalla conversione in legge di alcuni decreti recanti provvedimenti a favore dell'industria edilizia e per la costruzione di case popolari (AcS, Pcm 1926, f. 3.11, n. 987).
In alcuni appunti preparatori di questa relazione il senatore veneziano elencava alcuni possibili rimedi individuati di primo acchito per “contribuire alla lotta contro l'urbanesimo”. Tra questi individuava le costruzioni di case coloniche e l'appoderamento, il decentramento amministrativo, e soprattutto il miglioramento delle condizioni di vita nelle campagne, dove la razza rinvigoriva e si poteva “costituire la massa dei combattenti”.
Già da questi appunti sparsi si ricava una visione chiaramente statica della società, in cui si auspica l'affievolimento del controllo dello Stato proprio allo scopo di rinsaldare vecchie gerarchie e autorità a livello locale, tramite notabilati ereditari dell'amministrazione statale. Il decentramento proposto da Marcello pare intendere questo obiettivo politico-sociale. Non è in netta contraddizione il fatto che di lì a pochi anni, il senatore veneziano si fece portavoce dei sostenitori della necessità di collegamenti tra Venezia e la terraferma e di chi si batteva a favore della costruzione del ponte per autoveicoli in modo da affiancare quello della ferrovia, costruito e aperto al traffico nel 1846 (Giuriati 1981, pp. 210-5). Quel che semmai tale posizione rileva è che alla istanza antiurbana spesso e volentieri si associava l'esigenza di sviluppo economico, almeno della città in cui fiorenti erano interessi e affetti personali – come nel caso di Venezia per la famiglia Marcello.
In un discorso pronunciato al Senato nella seduta del 5 giugno 1931, durante la discussione del bilancio delle finanze, Marcello deplorava infatti che Venezia si trovasse “avulsa dal movimento”, che vivesse “ai margini, non nel cuore dell'attività industriale e commerciale del Paese” (Marcello 1931, p. 18). Continuava il senatore a perorare la causa di una modernizzazione del capoluogo veneto, anzitutto nel sistema viario, per consentire una maggiore e più rapida mobilità tra laguna e terraferma .
Affermazioni che sorprendono se si pensa poi che Marcello era stato quasi tre anni prima il relatore in Senato del disegno di legge relativo al Conferimento al prefetto della facoltà di emanare ordinanze obbligatorie, allo scopo di limitare l'eccessivo aumento della popolazione residente nelle città. Fatto sta che l'aristocratico senatore si schierò a favore del ponte stradale sulla Laguna, un progetto che prevedeva anche la realizzazione di un grande piazzale ai margini della città per il traffico e il parcheggio automobilistico. Come ai tempi del dibattito sul ponte ferroviario, svoltosi circa cento anni prima, l'opinione pubblica veneziana si divise. Come ha scritto Sergio Romano (1997, p. 201),
l problema non era soltanto economico, ma anche culturale e sociale perché investiva l'essenza di Venezia, la sua identità. Occorreva scegliere fra due modelli: una città-isola, circondata dalle acque e costretta a misurare sul ritmo delle acque quella della propria esistenza, o l'appendice lagunare d' una grande metropoli di terraferma destinata a coprire di strade, piazze e ponti il tratto d' acqua che ancora la separava dal continente.
La centralità delle campagne e quindi dell'agricoltura nella politica economica del regime fascista era stata da sempre presente nel pensiero e nell'attività parlamentare di Girolamo Marcello. Già nel dicembre 1925, egli aveva anticipato in Senato propositi e proposte che Mussolini avrebbe maturato e tradotto in provvedimenti pratici solo più tardi. Già all'epoca Marcello riteneva che molto si fosse fatto per i centri urbani e che fosse dunque giunto “il tempo di pensare con eguale amore a rendere meno dura la vita dei coltivatori dei campi” (AcS, Pcm 1926, f. 3.11, n. 987).
La linea sostenuta in questa occasione da Marcello si concentrava sull'importanza di svolgere un' opera di incoraggiamento dei contadini a restare nelle campagne. A tale scopo sarebbe stato necessario incrementare i fabbricati rurali, migliorare i pochi già esistenti, dividere e appoderare i latifondi, “unico mezzo per richiamare alla terra la popolazione agricola che le città attraggono nel loro malefico cerchio”. Del resto, già la relazione al bilancio 1925-26 della Commissione di finanza in Senato aveva lanciato analogo grido di allarme:
È unanime l'apprensione di tutti gli economisti e di tutti i sociologi di fronte al fenomeno dell'urbanesimo, unanime la deplorazione dello abbandono dei campi e quindi della rarefazione della popolazione rurale in confronto del complessivo aumento demografico, ma purtroppo le parole differiscono dai fatti come la parvenza dalla sostanza!
Marcello chiudeva la sua relazione con una proposta formulata dall'Ufficio centrale del Senato e che invocava dal parte del Governo un intervento teso alla costruzione ed ampliamento dei fabbricati colonici, “condizione essenziale per la rinascita dell'agricoltura nazionale”, che, come ai tempi di Roma, doveva tornare ad essere “regina” dell'ordinamento economico. I concetti espressi in questa occasione vennero ribaditi poco dopo, sempre in Senato, il 25 gennaio 1926. Le argomentazioni addotte a sostegno di una più decisa ruralizzazione erano meglio precisate e ci mostrano come l'antiurbanesimo si nutrisse dei problemi innescati dalla crisi degli alloggi, di cui si prevedeva l'ulteriore aggravamento una volta rimosso il blocco degli affitti, risalente al periodo bellico (decreto luogotenenziale del 30 dicembre 1917, n. 2046) e, salvo parziali “liberalizzazioni”, prorogato a più riprese sino al 1930.
Arturo Marescalchi è il secondo protagonista di questa battaglia che in Senato si conduce contro l'urbanesimo ancor prima che il duce ne faccia una bandiera ideologica del regime. Importante possidente agrario di Casale Monferrato, nell'Alessandrino, Marescalchi era anche presidente della locale cattedra ambulante di agricoltura, interessato particolarmente alla viticoltura, essendo fra l'altro a capo di un' azienda che produceva e commerciava vini (AcS, Spd/Co 514.262).
Deputato liberal-conservatore da lungo tempo, Marescalchi simpatizzò sin da subito con il fascismo, da lui considerato un “meraviglioso movimento di sana reazione”, mantenendo però una posizione relativamente autonoma, testimoniata dal fatto che la sua iscrizione al partito fascista avvenne soltanto nell'ottobre del 1925 (Marescalchi 1925). A motivazione della decisione adduceva la constatazione che con Mussolini “l'agricoltura italiana ha finalmente il Capo di Governo – invano atteso per tanti anni – che ne comprende e sente l'importanza preminente nel divenire del nostro Paese” (AcS, Spd/Co 514.262).
Questo tema era già apparso centrale nell'attività politica di Marescalchi, motivandone l'impegno che lo portò nel settembre 1929 a ricoprire la carica, che manterrà fino al gennaio 1935, di sottosegretario di Stato al Ministero dell'Agricoltura e Foreste, appena costituito e dotato di uno speciale sottosegretariato per i servizi della Bonifica integrale che fu affidato ad Arrigo Serpieri, anch' egli in carica fino al 1935 (Missori 1986, p. 303; Stampacchia 2000). Sarà nominato senatore nel 1934, ma Mussolini lo tenne in grande considerazione sin dalla seconda metà degli anni Venti, specialmente per le questioni inerenti l'agricoltura e affini.
La visione di Marescalchi era quella di un autentico conservatorismo (ma potremmo pure dire “reazionarismo”) agrario, con toni paternalistici particolarmente evidenti nei suoi frequenti interventi su quotidiani e riviste (Marescalchi 1926). Basterebbe citare questo monito rivolto nel 1930 al contadino, in cui il paternalismo sfocia più volte in una pur involontaria ridicolizzazione:
E ricordati quello che rappresenta il tuo lavoro nella vita di questa Italia in cui sei nato. Il nostro paese vive principalmente colla sua agricoltura. Non ha il carbone, non ha il ferro con cui alimentare la grande industria. Ma ha la sua terra che il lavoro tuo rende feconda, ha il meraviglioso suo sole che le fa ottenere frutti invidiati da tutti i paesi…. È un lavoro duro, ti dicono. È più facile e più leggero, ti sussurrano, star davanti a un torno a girare una manovella, che vangare la terra, seminare, raccogliere in pieno sole. Ma il lavoro lieve intorpidisce le membra; è contrario ad un armonico e generale sviluppo di tutto il corpo. La fatica, il sudore sono elementi di vera vita : coll'allenamento essi non si sentono, e fanno invece tanto bene, e assicurano vita lunga e senza malanni.
Ovviamente, secondo un refrain già ascoltato e che abbonderà nella pubblicistica degli anni Trenta, alla salubre e patriottica vita di campagna si contrapponeva la corrotta e corruttrice vita di città.
Le sappiamo le lusinghe della città: i comodi tram che si sostituiscono all'igienica camminata, i teatri, tutti divertimenti, più a portata. Belle cose! Ma esse ti invitano a sprecare danaro che invece tu sai risparmiare per comprarti il pezzo di terra e la casetta; essi ti corrompono l'animo, ti tolgono la serenità e i tuoi sonni tranquilli riposanti, e le gioie pure della tua famiglia…. La maggior paga che prendi ti va tutta appunto in quelli che ti sembrano i nuovi comodi e gli ambiti divertimenti; ti va nelle maggiori pigioni che paghi per abitare un quarto piano in piccole stanze dove i tuoi figlioli cercano invano lo spazio per correre, e l'erba, le piante per giocare; ti va nel maggio prezzo cui sei costretto a pagare ogni più modesto ortaggio e ogni altro cibo. Fa conto, e a fine anno ti troverai con minori avanzi e con minor salute. E penserai con nostalgia ai tuoi campi, alla vita libera, all'aria sana, e rimpiangerai di aver lasciato la tua dimora della campagna semplice, l'aria di pace e di tranquillità…. Contadino, non lasciarti sedurre da false teorie. Tieniti alla tua terra, buona madre di tutti.
Marescalchi pretendeva dire al contadino quale fosse e dovesse essere la “giusta aspirazione”, coltivata da “mille e mille anni”: “diventare padrone di un pezzo di terra e di una casetta che serva a sostentare e ad albergare la tua famiglia”. La politica governativa di “sbracciantizzazione”, lanciata nel 1929, intendeva muoversi proprio in tale direzione, cercando di aumentare la stabilità sociale nella campagne mediante l'aumento del numero dei mezzadri, dei coloni parziari e dei compartecipanti. Marescalchi manterrà queste sue posizioni nel corso di tutti gli anni Trenta, ricoprendo importanti incarichi, a cominciare da quello di sottosegretario del Ministero dell'Agricoltura e Foreste.
Legenda
AcS = Archivio Centrale dello Stato
Co = Carteggio Ordinario
Minculpop = Ministero della Cultura Popolare
Pcm = Presidenza del Consiglio dei Ministri
Spd = Segreteria Particolare del Duce
b. = busta
f. = fascicolo