N. 6 - Maggio 2005


ISSN 1720-190X





Amedeo Osti Guerrazzi

L'“Asse” in guerra
Politica, ideologia e condotta bellica 1939-1945

(Roma, 13-15 aprile 2005)

Si è tenuto a Roma, dal 13 al 15 aprile 2005, il convegno internazionale di studi dedicato a L'Asse in guerra , organizzato dall'Istituto storico germanico di Roma, dall'Istituto per la Storia contemporanea di Monaco di Baviera e dall'Istituto nazionale per la Storia del movimento di liberazione in Italia. I lavori si sono articolati in quattro sessioni, dedicate, rispettivamente, a L'Asse Roma-Berlino. Pretesa e realtà di un'alleanza difficile ; Il sogno dell'impero. Obiettivi strategici e disposizioni ideologiche in Italia e Germania ; Condotta bellica e occupazione. L'Asse in Africa, Europa Sudorientale e nell'Urss ; Dall'alleanza all'occupazione. Percezione della guerra, collaborazionismo e guerra civile .

Il convegno è stato veramente denso, i tre giorni di lavori hanno visto alternarsi sul palco ventiquattro relatori e si è concluso con una tavola rotonda presieduta dall'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Lo scopo del convegno era quello di mettere a confronto i migliori e più affermati studiosi europei della materia, come Giorgio Rochat e Mac Gregor Knox, ad esempio, con giovani studiosi quali Gianluigi Gatti, Lidia Santarelli o Davide Rodogno.

Non è possibile in questa sede riproporre la sintesi delle varie relazioni proposte che, abbiamo detto, sono state ben ventiquattro dato che i relatori, caso veramente raro, si sono presentati. (Gli abstract sono comunque consultabili sul sito www.thule.it). A giudizio di chi scrive il convegno è stata la “consacrazione” di un nuovo filone di studi che in Italia si sta imponendo dalla seconda metà degli anni Novanta. Si tratta di una corrente che si è presentata al pubblico non specialistico nel 1997, con un'intervista dello storico tedesco Lutz Klinkhammer a Simonetta Fiori per “Repubblica”. In questo colloquio l'autore de L'occupazione tedesca in Italia e studioso dell'Istituto storico germanico di Roma sottolineava come nella storiografia italiana si fosse sempre, fino a quel momento, utilizzato in maniera acritica un mito creato già durante la guerra, cioè quello sintetizzabile nella formula “italiani brava gente”. Klinkhammer è stato il capofila di un filone di studi che si può tranquillamente definire “revisionista”, nel senso alto della parola, perché ha messo in crisi una tradizione storiografica consolidata ma oramai abbondantemente superata, e che si basava principalmente sull'abbondantissima memorialistica. Pensiamo, ad esempio, all'enorme quantità di diari e di memorie pubblicate sulla ritirata di Russia, che presentano sempre i medesimi stereotipi e che presentano gli italiani come vittime, mentre tacciono sul periodo precedente, quando l'Armir procedeva vincitore affianco alla Wehrmacht ma anche accanto agli Einsatzgruppen. Ora queste ricostruzioni, alla luce dei documenti che poco alla volta vengono portati alla luce da una nuova generazione di storici, non reggono assolutamente più, e la riprova è stata proprio la tendenza prevalente al convegno. Tutte le relazioni migliori hanno seguito questo tipo di impostazione. Ad esempio Thomas Schlemmer, raccontando le vicende dell'esercito italiano in Russia, ha posto l'accento sulla comune visione ideologica di crociata antibolscevica che animava Wehrmacht e regio esercito, Nicola Labanca ha ricordato gli orrori della guerra coloniale italiana in Africa Orientale mentre Lidia Santarelli e Davide Rodogno hanno sottolineato la violenza e la brutalità delle politiche di dominio italiane nei Balcani. Un esempio mi è sembrato particolarmente significativo. Ruth Nattermann ha analizzato la politica dell'amministrazione italiana in Crozia, che una tradizione che risale agli anni '50 porta come esempio palmare della differenza tra gli “italiani brava gente” e i “cattivi tedeschi”, in quanto i primi avevano difeso gli ebrei rifugiatisi nella zona d'occupazione italiana. Ora, attraverso anche i diari di Pietromarchi, un collaboratore di Ciano, la studiosa ha messo in evidenza come, in realtà, non fosse stata assolutamente una differenza culturale o addirittura “antropologica” quella che aveva portato gli italiani a difendere i “loro” ebrei, ma soltanto un conflitto di potere e una difesa del proprio prestigio, mettendo quindi in risalto una sostanziale unanimità di vedute tra italiani e tedeschi nei confronti del “problema ebraico”.

In conclusione il convegno ha definitivamente posto in dubbio delle conoscenze stratificatesi nel tempo, mettendo in campo nuovi argomenti a sostegno della stagione di studi che si è andata consolidando nell'ultimo decennio.




Download
Scarica il testo del saggio in formato PDF





Carattere grandeCarattere piccolo





 

Privacy - Norme Redazionali - Contatti: info@storiaefuturo.com
©2003-2008 Storia e Futuro - Una produzione Luxor srl