Francesco Silvestri
Sandro Setta
L'uomo qualunque, 1944-1948
Bari-Roma, Editori Laterza, pp. 342 Con tante ottime pubblicazioni di Storia che ogni mese riempiono le librerie, può stupire che si scelga di recensire un volume pubblicato per la prima volta quasi 30 anni fa. L'uscita nel corso del 2004 della quinta edizione della sua ristampa, avvenuta nel 1995, rappresenta tuttavia l'occasione per verificare quanto la parabola de L'Uomo Qualunque , prima settimanale satirico e poi movimento politico, sia al tempo stesso perfetta fotografia di un preciso periodo storico (dalla Liberazione all'affermazione elettorale democristiana del giugno 1948), e vicenda di grande attualità.
Sotto il profilo storico, l'avventura de L'Uomo Qualunque ha avvio alla fine del 1944, quando Guglielmo Giannini, commediografo e giornalista napoletano con una grande quanto malcelata passione per la politica, ottiene l'autorizzazione per pubblicare un nuovo settimanale. La sferzante penna di Giannini, autore di almeno il 90% degli articoli, si scaglia fin dal principio contro quei “10.000 politici di professione” che con il loro arrivismo rovinano l'esistenza a 45 milioni di esseri umani. Da questa premessa, la richiesta di uno Stato minimo, guidato da un gruppo di tecnici capaci con un mandato a breve termine e non dall'inutile classe politica assetata di potere e poltrone. Il simbolo stesso del giornale, in questo senso, rappresenta già un proclama: un torchio mosso da mani ignote che schiaccia un semplice cittadino, incarnazione appunto dell'uomo qualunque.
La protesta di Giannini, che troverà rapidamente eco nel Paese, come testimoniato dal successo in edicola della pubblicazione e dal seguito che il movimento politico da lui creato conoscerà negli anni successivi, ha come bersaglio principale i partiti anti-fascisti raccolti nel Comitato di Liberazione Nazionale, colpevoli di “indulgere in alto e colpire in basso” con la loro politica di epurazione, di trascurare i problemi reali del Paese obnubilati, soprattutto a sinistra, da considerazioni puramente ideologiche, di avere fatto cadere il popolo “dalla padella del fascismo, nella brace dell'anti-fascismo”.
Il discorso di Giannini trova il proprio pubblico privilegiato nella classe media borghese italiana; si tratta della maggioranza di italiani – soprattutto nel Centro-Sud, meno scosso dalla Guerra di Liberazione – di ispirazione cattolica, che ha apprezzato le garanzie sociali introdotte dal fascismo, una maggioranza moderata e poco interessata alla politica. Colpevolmente trascurato dai partiti anti-fascisti, illusi di una voglia di cambiamento e di un progressismo che, alla prova dei fatti, non era affatto diffusa nel popolo, questo ampio segmento di elettorato oscillerà così negli anni a venire tra un rancoroso disinteresse per la politica e l'adesione a movimenti di destra.
La sbandierata indifferenza ideologica di Giannini e del Qualunquismo , che alla lunga finirà per rappresentare la causa principale del suo tracollo, è in realtà indice di una notevole volubilità del personaggio: fortemente interessato, nonostante i proclami in senso opposto, ad intraprendere una carriera politica vera e propria, Giannini è una personalità contraddittoria, che oscilla senza grandi problemi di coscienza tra l'europeismo ed il nazionalismo; pronto a flirtare con le sinistre, non mancherà di farsi strumentalizzare dalla destra neo-fascista, ai tempi ancora impossibilitata ad uscire allo scoperto; di profonde convinzioni liberali, non esita ad entrare in competizione con la DC per accreditarsi come portatore dei veri sentimenti cattolici; infine, di ostentate simpatie repubblicane, concluderà la propria carriera politica tentando un'improbabile elezione tra le file del Partito Nazionale Monarchico, dominato da quello stesso Achille Lauro che era stato uno dei principali responsabili del repentino disfacimento del Fronte dell'Uomo Qualunque.
Pubblicista sagace, Giannini – con un fondamentale alter ego nel vignettista Giuseppe Russo (Girus) – inaugura uno stile diretto e popolare, che scade presto nell'insulto personale e nel turpiloquio, quando l'autore diviene oggetto dei duri attacchi dell'altra stampa di partito.
L'ennesimo rifiuto al tentativo di trasbordare il consenso raccolto attraverso il settimanale – che raggiungerà anche una tiratura di 800.000 copie! – ed il quotidiano Il Buonsenso all'interno del Partito Liberale Italiano, lo spinge a fondare un proprio movimento politico; è così che, nel novembre del 1945, a neanche un anno dalla fondazione del settimanale, nasce il Fronte dell'Uomo Qualunque.
La aperta critica di Giannini nei confronti della “esarchia” e del CLN guadagna presto al Fronte il consenso dei movimenti monarchici e dei gruppi neo-fascisti in via di riorganizzazione, un appoggio che l'empirismo del Fondatore, interessato in primo luogo ad accrescere il peso politico del partito, probabilmente nell'ingenua convinzione di potere ancora arrivare ad una fusione con il PLI, accetta senza particolari remore ideologiche. Ma proprio la mancanza di un più preciso indirizzo ideologico e di una proposta in termini positivi anziché puramente critici, relega il Qualunquismo in una posizione asfittica, che lo porterà in breve all'implosione.
La parabola del Fronte dell'Uomo Qualunque sarà molto rapida: dai trionfali esordi del giugno 1946, quando fa registrare 1,2 milioni di voti (5,3% del totale) ed elegge 30 membri dell'Assemblea Costituente (con Giannini terzo per preferenze dopo De Gasperi e Togliatti), il qualunquismo conosce il picco di consensi alle amministrative di cinque mesi dopo; in questa occasione il Fronte raccoglie il voto di protesta degli esponenti del ceto medio, delle destre, dei cattolici preoccupati del persistere della collaborazione tra DC e sinistre. Ma quando il mutato clima internazionale e l'aperto appoggio statunitense consentono a De Gasperi di rompere l'alleanza originata dal CLN, la DC ha gioco facile nel riconquistare il ceto medio e nel porsi come riferimento per i circoli confindustriali. L'improvviso venir meno dei necessari appoggi finanziari costringe Giannini a chiudere Il Buonsenso (novembre 1947), mentre le elezioni del 18 giugno 1948 decretano la fine dell'esperienza qualunquista: il Fronte dell'Uomo Qualunque cessa così di esistere, anche se il settimanale resisterà fino al 1960, sopravvivendo di un anno al suo stesso fondatore.
L'esperienza de L'Uomo Qualunque , nonostante la sua brevità e lo scarso peso avuto sulle sorti dello Stato post-bellico, fa registrare almeno due effetti rilevanti sul modo di concepire la partecipazione alla vita pubblica nell'Italia repubblicana. Da un lato, il suo contributo allo smantellamento del “clima CLN”, favorisce una più rapida emersione e riorganizzazione dei settori legati al passato fascista e meno disposti al rinnovamento sociale; dall'altro, è soprattutto grazie ad esso che diventano patrimonio comune di gran parte dei cittadini la impolitica come valore e la fiducia in una presunta superiorità dei tecnici, che si mantiene l'abitudine a dare credito a personaggi tribunizi e populisti, che prende forza, per dirla con Lussu, il partito del “Piove, Governo ladro!” Atteggiamenti con cui la politica italiana si trova a dovere fare i conti anche ai giorni nostri.