Alberto Malfitano
Fabio Bertini
Risorgimento e paese reale
Riforme e rivoluzione a Livorno e in Toscana (1830-1849)
Firenze, Le Monnier, 2003, pp. 771 La frammentarietà della partecipazione è uno dei tratti tipici del Risorgimento nazionale. Accanto a zone della penisola che presero parte attivamente alla lotta, ve ne sono altre rimaste più in ombra, o addirittura avverse ad essa. All'interno di ogni società, poi, è nota la frattura tra mondo urbano e delle campagne, l'uno più attivo, l'altro spettatore degli eventi od ostile arma della reazione. È importante quindi ricostruire il ruolo svolto da ciascuna comunità, per comporre il mosaico di questa fondamentale epoca per la storia d'Italia.
Per quanto riguarda il caso di Livorno, il compito è stato assolto recentemente da Fabio Bertini, docente presso l'università di Firenze e animatore del “Comitato livornese per la formazione dei valori risorgimentali”, con un volume che ripercorre le vicende cittadine in un intervallo di tempo compreso tra il 1830 e il 1849. Si tratta di circa un ventennio che fu decisivo nel far decantare i fermenti che avevano scosso la società italiana già nel 1821, pochi anni dopo l'esperienza napoleonica, e ancora nel 1830, e permettere l'emersione e l'affinamento di posizioni ideologiche e programmatiche più mature, il mazzinianesimo in primo luogo, che nel 1849 trovarono espressione compiuta nelle esperienze repubblicane nello Stato pontificio e nel Granducato di Toscana.
Lo studio di Bertini, che è ricerca rigorosa e allo stesso tempo intenso omaggio alla propria città, ha infatti un punto di riferimento preciso: la resistenza offerta da alcune centinaia di cittadini livornesi a dodicimila soldati dell'esercito austriaco che nel maggio del 1849 si presentarono alle porte di Livorno per restaurarvi l'antico ordine. Ad animare lo studio e divenirne il punto di riferimento è questo evento, e con esso la domanda sui motivi che portarono tanti a combattere senza alcuna speranza di vittoria. Che non si trattasse di una drôle de guerre , di una testimonianza simbolica della decisione di piegarsi solo ad una forza preponderante, lo dimostrano le decine di morti, molti dei quali fucilati dagli austriaci senza alcun processo, che la città pagò come tributo per la sua resistenza. L'interessante documento riprodotto in appendice illustra i nomi, i mestieri, l'età dei quattrocento arrestati che la repressione austriaca colpì nelle settimane successive alla conquista della città. Emergono il ceto artigianale livornese (sarti, calzolai, barbieri), tanto attivo anche in altre realtà urbane durante il Risorgimento, ma anche soggetti popolari come i facchini, numerosi e agguerriti in una città portuale come Livorno.
Ecco allora che i diciannove anni precedenti vanno letti alla luce dell'evento che segnò la città, e in qualche la dipinse da allora, agli occhi dell'opinione pubblica moderata, come città ribelle e tendenzialmente refrattaria all'ordine costituito.
Invece la realtà di Livorno emerge da queste pagine come estremamente composita, e mal si presta a facili banalizzazioni. Città portuale, quindi di frontiera, era la porta di una Toscana prevalentemente mezzadrile e poco incline alle suggestioni rivoluzionarie o riformiste, fatte salve le isole urbane e universitarie, più sensibili di altre alle idee nuove che circolavano con insistenza. Queste idee avevano un punto privilegiato di approdo in regione proprio a Livorno, centro di traffico di merci, ma anche di libri proibiti con altre città portuali importanti nella storia risorgimentale, come Marsiglia e Genova, entrambe “patrie” mazziniane. Grazie a questo ruolo quasi naturale di “deposito ideologico”, come lo chiama l'autore, non c'è da stupirsi allora del nascere di una generazione rivoluzionaria proprio a Livorno. Ma certo una tale interpretazione sarebbe ancora troppo semplicistica; occorre invece tenere conto dei tanti protagonisti che animavano la città: dal ceto artigianale a quello borghese che il commercio del porto alimentava e arricchiva, dalla comunità ebraica ai lavoratori minuti, fino a personalità di rilievo come Guerrazzi, protagonista di assoluto rilievo nel biennio 1848-1849. Un coacervo di spiccate individualità e di gruppi sociali, infiltrati da spie della polizia granducale e informatori stranieri, punteggiato di patrioti temerari e altri pronti a vendere i propri compagni al primo arresto, che rendeva estremamente fluida la situazione e per nulla ovvio un approdo repubblicano nel 1849.
Il libro di Bertini ricostruisce fin nei minimi dettagli il respiro della città, le tante associazioni, l'opera dei rivoluzionari per educare il popolo, le rivendicazioni sociali di ciascuna categoria sociale, le richieste riformiste dei moderati, i rapporti con il resto della Toscana e altre zone che avevano dimostrato una particolare propensione alla sovversione patriottica, come la non distante Romagna. Ne emerge un mosaico fatto di tanti nomi, episodi, di protagonisti anche piccoli, che l'autore strappa all'oblio delle carte d'archivio; il rischio, per il lettore, di perdersi in questo quadro movimentato e tanto minuzioso, sorretto da un accurato lavoro di ricerca, è controbilanciato dalla chiarezza d'esposizione e dalla capacità di tendere il filo della narrazione fino alla sua tragica conclusione, il supplizio della città sopraffatta da un numero preponderante di austriaci. Un episodio drammatico che però segnava il definitivo, e fino ad allora non scontato, tramonto della stella granducale, aprendo la porta agli eventi che nel giro di un decennio avrebbero inserito Livorno e tutta la Toscana nella compagine nazionale a guida monarchica.