Francesco Marcheselli
Impiegati. Figure del mondo del lavoro nel Novecento
Centro Studi per la storia del lavoro e delle comunità territoriali della Fondazione Cassa di risparmio di Imola
a cura di Guido Melis
Torino, Rosemberg & Sellier, 2004, pp. 216 Il volume, primo di un progetto dedicato all'evoluzione nei ruoli e nelle gerarchie delle principali figure lavorative nel corso del Novecento, si propone – come sintetizzato nell' Introduzione da Angelo Varni – di aiutare a capire le vicende storiche del lavoro di là dei luoghi comuni vecchi e nuovi che ne hanno “attenuato la visibilità”. Per questo la prima e più emblematica categoria da studiare è proprio quella impiegatizia: il “burocrate”, eternamente trascurato e disprezzato eppure veramente rappresentativo del tipo nazionale del cittadino medio; l'“eroe anonimo di un'epopea borghese” che ha costruito l'Italia e l'ha tenuta in piedi durante più di un secolo e mezzo della sua storia unitaria, cominciando a perdere terreno, nella generale crisi di ogni valore di continuità, in questi ultimi trentacinque anni. Il primo saggio, di Sabino Cassese, esamina brevemente il mondo del pubblico impiego evidenziando l'aspetto della sua tradizionale continuità. Alla luce della provenienza spesso meridionale degli impiegati pubblici, fedeli allo “Stato datore di lavoro” ma in disparte dalla politica, questa appare intrinseca alla logica del “posto sicuro” ma ha l'indiscutibile merito di aver mantenuto, nel corso delle vicende storiche, la stabilità e la coerenza dei meccanismi di base della nazione. Tale fondamentale continuità ha cominciato ad essere scardinata, a partire dagli anni Settanta, dalla perdita di importanza (qualitativa e quantitativa) del pubblico impiego – coi blocchi delle assunzioni e il rallentamento del turnover – e, soprattutto, dalla sempre maggiore femminilizzazione degli organici e dalla precarizzazione (voluta dai governi della “Seconda Repubblica”) dei vertici burocratici, d'ora in poi rinnovabili al cambiare dei governi.
Guido Melis, nel suo massiccio contributo, traccia con puntuali riferimenti ai numeri, alle carriere e agli stipendi, l'identikit dell'impiegato pubblico nel corso della storia, ricordandone l'ambiguità della collocazione sociale: la prima caratteristica della categoria risulta infatti essere, a parte le figure di vertice che fanno effettivamente parte dell'alta borghesia o perfino della classe dirigente, l'eterna mediocrità degli stipendi, che tanto contribuirà allo stereotipo del dipendente pubblico, borghese per estrazione, mansioni e cultura, ma spesso sottoproletario per le possibilità economiche. L'età d'oro della burocrazia appare essere quella della Belle époque che la vede “costruttrice della nuova Italia” con l'impulso dato alla modernizzazione dell'amministrazione, all'istruzione ed ai lavori pubblici: l'impiegato, chiamato ad uniformarsi ad un modello di etica ed efficienza che è, idealmente, quello dell'amministrazione e della nazione stessa, vede il suo lavoro come una missione che richiede qualità morali e abnegazione… e, indubbiamente, questa autopercezione gratificante costituirà per molto tempo la caratteristica fondante della categoria e ne forgerà l'anima basilare. Né le difficoltà economiche né il progressivo gonfiarsi e meridionalizzarsi degli organici – e tanto meno la progressiva sindacalizzazione del Novecento o la Prima guerra mondiale – riusciranno a modificarla profondamente. Perfino il fascismo, pur ostentando disprezzo per il “burocrate” borghese, farà tesoro delle capacità e delle inclinazioni della categoria, che passeranno virtualmente intatte attraverso la seconda guerra, ed è significativo il parallelismo nell'atteggiamento di protezione della continuità istituzionale e della “fedeltà all'ufficio” che ambedue le amministrazioni assumono, del tutto naturalmente, nell'Italia spaccata di fine guerra. La crisi della burocrazia tradizionale comincia con la perdita di importanza dell'aspetto conservativo dell'amministrazione, negli anni del boom economico: la concorrenza dei grandi Enti, l'introduzione di diversi metodi di lavoro, l'aumento – soprattutto insegnanti e soprattutto donne – e la sindacalizzazione degli organici tendono ormai a cancellare la tradizionale identità della categoria e a livellarla culturalmente a tutte le altre.
Analoga storia, seppure con maggiori difficoltà iniziali nello stabilire la propria identità, mostrano di aver avuto gli impiegati del lavoro privato, dei quali si occupa Giovanna Tosatti nel saggio seguente. Meno numerosi e meno omogenei di quelli pubblici, costituiscono un ceto medio-basso in bilico fra la classe padronale e quella operaia – senza le possibilità dell'una e la forza contrattuale dell'altra – concentrati soprattutto al Nord, per le esigenze della nuova industrializzazione; il miglioramento nelle loro condizioni dovrà attendere il primo dopoguerra, quando la classe dirigente comincia, attraverso leggi favorevoli, ad assicurarsi la fedeltà della categoria, meno politicizzata e intellettualmente più vicina a sé che alle masse operaie. Per tutto il periodo fascista, l'inquadramento legislativo – ma anche lo stile di vita – degli impiegati privati tende, nonostante la maggiore varietà delle competenze e delle specializzazioni, a ricalcare quello dell'impiego pubblico: le difficoltà economiche della crisi e poi della seconda guerra, tuttavia, si fanno sentire maggiormente, specie sulla fascia impiegatizia inferiore. Il dopoguerra invece, pur in un impoverimento generale, tenderà ad omogeneizzare i livelli retributivi abbassando quelli medio-alti a vantaggio degli inferiori, specialmente col meccanismo della “scala mobile”. Analizzata anche l'evoluzione delle modalità lavorative, con le differenti specializzazioni dei comparti industriale, commerciale e terziario e con l'introduzione sempre più massiccia delle macchine da ufficio; dal punto di vista legislativo e previdenziale, è trainante il settore bancario che per primo ottiene un contratto nazionale di lavoro, la parificazione dei salari fra donne e uomini, la settimana corta e l'orario a meno di quaranta ore settimanali. Il saggio ci conduce fino ai primi anni Settanta quando, parallelamente alla politicizzazione, compaiono anche nell'impiego privato nuove mentalità e modelli di vita.
Nel suo documentatissimo intervento, Patrizia Ferrara analizza l'impiego femminile dai primi, difficili, inizi negli uffici dei Lavori pubblici; poi, attraverso le Poste e telegrafi e la Pubblica istruzione, raccontandocene l'infiltrazione lenta ma inarrestabile per tutto l'Ottocento; la prima guerra, chiamando al fronte gli uomini, fornisce l'occasione per una più massiccia presenza femminile dapprima nel settore pubblico, poi in quello privato. Alla fine della guerra, determinate mansioni (dattilografia, copisteria, archivio, poi, sempre più, l'insegnamento) sono ormai percepite come femminili, e tali rimarranno. L'impiegata tipo appartiene alla piccola borghesia, più o meno istruita ma sempre discriminata nell'accesso alle mansioni, nella retribuzione, nelle possibilità di carriera e perfino nell'obbligo al nubilato. La diffusione dei grandi magazzini fornisce un altro lavoro al femminile, per lo più appetito dalle ragazze di estrazione operaia: la commessa. Pur con la crisi e i provvedimenti discriminatori del fascismo, la presenza femminile nell'impiego non scompare, anzi, la seconda guerra, come già la prima, la rende indispensabile: le discriminazioni, tuttavia, rimangono. Solo con la Costituzione repubblicana comincia ad aprirsi alle donne qualche possibilità di carriera, ma l'effettiva parificazione è contrastata con pari ostinazione, nella pratica, sia dalla destra sia dalla sinistra, unite nell'auspicare per la donna un ruolo puramente domestico. Le cose cominceranno ad evolvere con una serie di leggi che, dal 1963 al 1977, anche attraverso la riforma del Diritto di famiglia, hanno portato all'abolizione delle discriminanti e all'accesso a tutte le carriere. Da allora la presenza femminile negli uffici non ha fatto che aumentare fino a superare, in determinati compartimenti, quella maschile.
Ne La privatizzazione dell'impiego pubblico , infine, Angelo Mari esamina i fattori e gli avvenimenti che stanno rivoluzionando le burocrazie statali, a partire dagli anni Settanta quando alcuni provvedimenti nel settore privato (in particolare lo Statuto dei lavoratori) cominciano ad erodere la tradizionale separazione fra l'impiego privato e quello pubblico, che non rappresenta più necessariamente vantaggi rispetto al primo; vediamo come una sempre maggior presenza sindacale e l'esistenza della “giungla retributiva” portino, nel pubblico impiego, a riforme quali quella che ha introdotto le qualifiche funzionali, con l'abolizione delle carriere precedenti e la riduzione delle fasce di inquadramento, e come nuovi strumenti di lavoro, fra i quali fotocopiatrici e computer, rivoluzionino non solo i concetti di archiviazione e copia, ma perfino gli orari di lavoro e le mansioni, alcune delle quali spariranno del tutto. Tuttavia, la ristrutturazione degli apparati burocratici trova le maggiori resistenze proprio nella burocrazia che ne è oggetto, fino al punto di far dubitare che una vera privatizzazione dell'impiego pubblico sia possibile, nonché auspicabile: la trasformazione della pubblica amministrazione si concreta nella realizzazione delle autonomie locali, nei nuovi criteri di trasparenza e nell'applicazione dei diritti sindacali previsti dello Statuto dei lavoratori; ma non esiste tuttora un Testo unico per la regolamentazione organica del pubblico impiego; e non sembra che il contratto individuale o il lavoro flessibile costituiscano effettivi miglioramenti né per l'impiegato né per l'amministrazione. Irrisolti restano il problema del numero, della professionalità e dell'imparzialità dei dirigenti pubblici: nonostante la creazione del “ruolo unico” dei dirigenti, restano per lo più indefiniti gli obbiettivi e i risultati della loro attività, e la selezione che viene operata non è per merito ma per fedeltà ai politici, il che contrasta con il servizio alla comunità. Tuttavia il processo di trasformazione è avviato: precarizzazione e informatizzazione sono recepite sempre meno traumaticamente, e la pubblica amministrazione, modernizzando le sue tradizionali mentalità (soprattutto man mano che vi approderanno i giovani dotati delle nuove lauree ad indirizzo amministrativo), diviene sempre più integrata alla realtà sociale.
Segue un'interessante catalogo degli studi storici sugli impiegati. Dopo aver visto come non esista ancora, in Italia, una tradizione di studi storici (quasi tutto quello che si è fatto fino ai primi anni Settanta ha un taglio piuttosto sociologico) apprendiamo come solo dagli anni Ottanta si siano “scoperte” le fonti inerenti al personale (statistiche, organici, fascicoli personali degli impiegati, annuari ecc.). Dalle iniziali ricerche su singole burocrazie pubbliche (magistratura, diplomazia, Esteri, Colonie, Pubblica istruzione) e in particolare sui prefetti, cominciano poi le ricerche sulle burocrazie regionale e comunali e infine sulla sindacalizzazione del pubblico impiego e sugli Enti. Negli anni Novanta si mira a studi più sistematici e compaiono un paio di riviste di riferimento. I volumi degli Atti dei seminari annuali del Centro studi di storia del lavoro di Imola hanno “consentito di ricostruire ormai con carattere di relativa esaustività l'evolversi del rapporto di impiego pubblico nei suoi vari aspetti”.