N. 5 - Ottobre 2004


ISSN 1720-190X





Michele Finelli

Valeria P. Babini
Il caso Murri
Il Mulino, Bologna, pp. 309



Bologna, venerdì 28 agosto 1902. Il conte Francesco Bonmartini viene brutalmente assassinato con tredici pugnalate. Cinque giorni dopo il suo corpo è ritrovato in avanzato stato di decomposizione dopo che la polizia, avvertita dalla portinaia del centralissimo palazzo Bisteghi, aveva fatto irruzione nell'appartamento da lui abitato.

Non è l'inizio di un romanzo noir , ma di una vicenda giudiziaria che, come ben ci fa notare l'autrice, assunse le dimensioni di un “fenomeno collettivo di vasta portata sociale”. Un caso come tanti, “un episodio di cronaca nera dell'Italia d'inizio Novecento” destinato a cadere nell'anonimato mediatico, se nella vicenda non fossero stati coinvolti Tullio e Linda Murri (moglie del conte assassinato), figli di Augusto, “noto esponente della cultura scientifica italiana”.

Valeria Babini insegna Storia della Psicologia presso l'Università degli Studi di Bologna, e partendo dalle discipline di suo interesse – la psichiatria e la psicologia si affacciarono in maniera così dirompente nelle vicende processuali italiane proprio in occasione di questo processo – ha costruito un libro pregevole, storiograficamente solido (sono ben 17 gli archivi cui ha fatto riferimento, spulciando tutte le carte processuali e l'infinita mole di pubblicistica, di qualità più o meno buona, sviluppatasi a margine del processo) e, aspetto altrettanto importante, di piacevole lettura non solo per gli addetti ai lavori.

Per gli studiosi di storia, la lettura di questo saggio è consigliata poiché offre un interessante ed originale spaccato dell'Italia giolittiana, osservata nell'inusuale prospettiva delle aule processuali di Bologna e Torino, dove il processo fu spostato per legittima suspicione . E fu proprio all'interno della sede giudiziaria, infatti, che si trasferì la lotta politica, frutto delle grandi trasformazioni che il paese stava attraversando.

Augusto Murri, medico e docente universitario di chiara fama, era esponente di “quel ‘catechismo laico' che riassumeva il proprio programma nel motto mens sana in corpore sano ”, e non nascondeva la sua simpatia per le idee socialiste. Non è un caso che a farsi paladino della crociata contro Tullio, peraltro consigliere comunale del Partito socialista, e Linda fu il cattolico l'“Avvenire”, che cavalcò anche gli aspetti più torbidi ed oscuri della vicenda: nell'omicidio furono infatti coinvolti Carlo Secchi, l'amante di Linda, Rosa Bonetti, amante di Tullio ed il medico Pio Naldi.

Più che attaccare gli imputati in relazione al delitto compiuto, il foglio cattolico prese di mira la loro educazione, frutto delle visioni razionaliste di un padre descritto come freddo e arido di reali sentimenti. Nel momento in cui le gerarchie ecclesiastiche stavano per frenare gli eccessi politici di un altro Murri, certo meno drammatici di quelli degli omonimi bolognesi, coi quali non c'era peraltro alcuna parentela, il mondo cattolico e conservatore fece di Augusto Murri un capro espiatorio. Non bisogna del resto dimenticare che se un impegno politico diretto dei cattolici era impensabile in quegli anni, la questione della partecipazione politica cominciava ad essere impellente per il Vaticano, dal momento che lo schieramento laico e progressista, legato soprattutto alla massoneria guidata da Ernesto Nathan, stava conducendo una forte campagna per l'istituzione di una legge sul divorzio.

Il matrimonio del conte Bonmartini e di Linda Murri non era certo dei più felici. Il collegio di difesa e quella parte di opinione pubblica favorevoli ai Murri accreditarono l'omicidio come unica via di fuga di Linda da una situazione familiare invivibile, in assenza di appropriati strumenti legali. Un'ulteriore sfumatura che aggiunge un'altra tessera al mosaico politico del processo.

Ernesto Nathan, che lasciò la guida del Grand Oriente d'Italia nel 1904, fu interpellato dai giudici in merito ad un suo favoreggiamento della fuga di Tullio Murri dall'Italia immediatamente dopo l'omicidio. Bisogna infatti ricordare che in un primo momento i sospetti caddero sulla Bonetti, e che solo grazie alla testimonianza di Augusto Murri si giunse all'incriminazione di Tullio e Linda. Indipendentemente dal coinvolgimento di Nathan in questa vicenda, peraltro mai provato, è evidente l'intento di colpire un altro dei personaggi politici chiave di quel periodo. Nathan, infatti, mostrava segni di grande dinamismo politico e stava lavorando alla creazione dei “blocchi popolari”, un soggetto politico laico e riformista che si poneva in maniera antagonistica nei confronti dei cattolici ma anche di Giolitti.

In difesa di Tullio e Linda accorsero i socialisti. Enrico Ferri, allora direttore dell'“Avanti”, entrò nel collegio di difesa dei figli di Augusto, forse più per proteggere l'uomo di scienza e le idee che rappresentava, più che i due fratelli. In quella che da vicenda giudiziaria si era trasformata in una lotta politica senza quartiere, “Ferri sembrava orientato a difendere le proprie scelte culturali più che Tullio Murri”. Un atteggiamento che non giovò a Tullio, condannato a trent'anni di reclusione più dieci di sorveglianza, insieme a Pio Naldi. Per Carlo Secchi e Linda Murri gli anni furono dieci, mentre per Rosa Bonetti la condanna fu di sette anni e sei mesi. L'11 agosto del 1905 si chiudeva dunque il caso giudiziario più controverso dell'età giolittiana.

Le responsabilità di Tullio e Linda, trattati non tanto e non solo come autori di un terribile crimine, ma come prodotto di una cattiva educazione, si abbatterono sul padre come un ciclone: Augusto Murri, oltre a vivere un terribile dramma personale, divenne oggetto delle accuse di chi metteva in discussione “i valori che avevano costituito l'asse portante del processo di formazione e di crescita della nuova nazione; socialismo, radicalismo, scienza, positivismo, massoneria furono al centro di un acceso dibattito che dalle pagine dei giornali richiamò l'attenzione collettiva per almeno quattro anni”.

E il processo Murri ebbe una conseguenza rilevante anche per la stampa, non solo quella politica, ma anche quella popolare, che conobbe grazie a questo processo una fase di evoluzione verso il giornalismo investigativo.

Difficile, nello spazio di poche battute, rendere giustizia ad un libro così intenso e pieno di spunti, un'opera che non si limita alla trattazione degli aspetti psicologici e criminologici del processo, ma offre un nuovo ed originale punto di osservazione sull'età giolittiana.

 




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Autore Finelli Michele
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