Paolo Sorcinelli
Imago. Laboratorio di ricerca storica e di documentazione iconografica sulla condizione giovanile nel XX secolo. Una decina d'anni dopo la pubblicazione della prima edizione della sua Storia sociale della fotografia, Ando Gilardi faceva questa considerazione:
La fotografia ha un secolo e mezzo, ma con essa da tempo si producono in un giorno qualunque più immagini di quante non ne siano state realizzate con tutti gli altri mezzi nella storia dell'uomo.
In effetti nella seconda metà dell'Ottocento la fotografia è già un fenomeno sociale e di massa. Grazie a fotografi ambulanti e agli studi fotografici la fotografia si afferma come la democratizzazione del ritratto e penetra a livello di mentalità collettiva il principio che la fotografia può essere usata per canalizzare sentimenti e stati d'animo, fissare i ricordi, testimoniare affetti, lasciare un segno della propria esistenza, documentare il tempo che passa. Il successo della scoperta di Daguerre, dopo pochi decenni, è immediato e coinvolge ogni livello di vita.
Infatti, accanto ad un uso privato, la fotografia assurge anche ad un ruolo pubblico e sociale: la fotografia viene usata per fissare gli eventi della storia, per studiare e documentare la malattia psichiatrica, per comunicare gli eventi, per supportare il controllo sociale con la schedatura visiva dell'identità individuale, per allargare l'immaginario erotico.
Nel 1888 il “British Journal of Photography” lancia un appello per la creazione di un grande archivio storico della fotografia nella convinzione che le immagini “sarebbero state i documenti più preziosi entro un secolo”; Robert Taft negli anni Trenta ripropone la questione caldeggiando la costituzione di grandi archivi fotografici come una “replica visiva del passato”, mentre Jean Albert Keim, nel 1974, torna a sostenere l'uso sistematico dell'immagine fotografica come testimonianza del proprio tempo.
Eppure la fotografia come documento storico stenta ad affermarsi. Gli storici usano le immagini come corredo ausiliario, quasi mai come documento, come fonte storica autonoma. I motivi principali di tale fenomeno sono diversi: fra essi il fatto che una fotografia coglie una staticità temporale, mentre l'analisi storica presuppone un processo, un flusso temporale; il fatto che la fotografia descrive la superficie, il mondo sensibile, ma oscura la realtà profonda. In realtà entrambe queste proposizioni tendono a nascondere che a storici, economisti e sociologi manca un linguaggio per leggere le immagini nella loro ottica disciplinare. Ma perché questo è possibile ad esempio per l'iconografia medioevale (vedi Ariés, Duby, Le Goff) e non per l'immagine contemporanea?
Oggi si calcola che in un anno si producano 10 miliardi di fotografie. Quale uso si fa di tutto questo materiale? La maggior parte serve per la cronaca, a livello pubblico, oppure, a livello privato, per la nostalgia e per il rimpianto di qualcosa che è stato; in alcuni casi la fotografia viene recuperata per la produzione di fotolibri che troppo spesso però appartengono alla collana del “mulino bianco”, cioè del “come eravamo”.
Andrea Emiliani in un saggio dal titolo L'archivio totale della città, pubblicato in un volume del 1992, Fotografia e fotografi a Bologna , scrive:
L'enorme avvolgente sapore dell'archivio totale, del vissuto collettivo che emana dalla fotografia storica, non è ancora riuscito a invadere adeguatamente la nozione di memoria positiva, e sembra piuttosto limitarsi, ogni volta, al ricordo di costume e alla citazione personale. La grande divulgazione della fotografia, insomma, anziché imporsi come il primo, gigantesco archivio della società moderna, ha finito per agevolare l'uso personale e intimistico dell'informazione. Questo grande strumento non possiede ancora la potenza evocativa del documento archivistico e storico tradizionale.
Non è un caso che Imago Online, il Laboratorio di Ricerca storica e di Documentazione iconografica, recentemente inaugurato nel Polo Scientifico e Didattico di Rimini, abbia lo steso nome del catalogo delle opere grafiche conservate nei musei, biblioteche e archivi dell'Emilia Romagna. C'è infatti la consapevole “presunzione” di catalogare una parte delle raccolte fotografiche familiari. Un recupero di immagini “spontanee e anonime” (destinate altrimenti a restare nascoste) che raffigurano l'esistenza quotidiana del loro tempo, non per leggerle come se fossero dei nodi nel fazzoletto, ma come un reticolo di segni, di tracce, dei veri e propri documenti su cui interpretare il passato.
Secondo un concetto positivista, ogni immagine dovrebbe valere mille parole; in realtà le immagini sono come i documenti scritti, i documenti d'archivio: di per sé sono muti e dunque occorre un lavoro di destrutturazione, di interpretazione, di critica, di analisi perché riescano a porsi come “una fonte” per la ricostruzione storica.
Il progetto Imago va in questa direzione: far parlare le immagini, nella consapevolezza, come ricorda Antonio Trabucchi in Si sta facendo sempre più tardi (Feltrinelli 2001, p. 24), che, di fronte ad “un album di fotografie, di uno qualsiasi, di una persona qualsiasi, come me, come te, come tutti”, ci si accorge che “la vita è lì, nei diversi segmenti che stupidi rettangoli di carta rinchiudono senza lasciarla uscire dai loro stretti confini”. Il problema è tutto qui: la fotografia è uno “stupido rettangolo di carta” e allo storico è demandato il compito di leggere “la vita gonfia, impaziente” che sta dentro o dietro “quel rettangolo di carta”. Più o meno stupido, più o meno importante, ma sempre nella consapevolezza che l a fotografia costituisce una straordinaria documentazione per l'analisi e la comprensione del passato e delle trasformazioni generazionali. È ormai sempre più palpabile il distacco che i giovani manifestano nei confronti della storia, anche di quella più recente. Troppo spesso questa viene percepita come un inutile esercizio mnemonico, privo di senso e di agganci con il presente. Le esperienze didattiche – condotte all'interno dell'insegnamento di Storia sociale – hanno dimostrato che la ricostruzione del passato attraverso le fotografie conservate in famiglia, contribuisce a creare attorno alle immagini di bisnonni, nonni e genitori un interesse che può trasformarsi in un reticolo di conoscenze storiche che vanno aldilà del nucleo familiare, per abbracciare l'intera società, le visioni e le rappresentazioni del mondo. L'immagine fotografica è una rete di appunti che l'obbiettivo ha schiacciato in una immagine d'assieme. La scomposizione dei diversi tasselli permette di fornire di ciascuna immagine una lettura diacronica e comparativa delle mutazioni strutturali, della cultura e delle mentalità collettive attraverso i cicli generazionali.
In questo senso Imago Online sta lavorando alla creazione di un database di immagini inedite, tratte dagli “archivi” familiari, sulla condizione giovanile nel XX secolo, in collaborazione con quanti operano o dispongono di raccolte fotografiche per dar vita ad iniziative didattiche, editoriali ed espositive. Le immagini raccolte e inserite nel data-base sono catalogate all'interno di queste macro-categorie di lettura:
• Politica
• Lavoro
• Tempo libero
• Vacanze
• Motorizzazione
• Affettività
• Amicizia
• Mode
• Costumi
• Famiglia
• Scuola
• Musica
• Matrimonio
• Riti
Attualmente sono consultabili circa 5000 records, ma il database è aggiornato in progress e il nostro obbiettivo è di raggiungere 10.000 immagini alla fine del prossimo anno.