N. 5 - Ottobre 2004


ISSN 1720-190X






Sara Valentina Di Palma

Esigenze pratiche e/o discriminazione delle
Edot ha Mizrah


Le autorità israeliane raccomandano agli agenti del Mossad le-Aliah Bet in Iraq di far inserire, per quanto possibile, ebrei non benestanti nelle liste dei migranti verso Israele stabilite con il governo di Baghdad in vista dell'emigrazione di massa: i membri delle agiate comunità ebraiche, che vivono nei centri urbani ma anche in Libia e Marocco, non avrebbero accettato di essere inseriti nelle zone rurali e nei villaggi di frontiera (Gat 1988 e 1997; Mejcher 2000). Allo stesso tempo si svolgono in seno al governo accesi dibattiti sull'opportunità sia di introdurre delle quote restrittive all'immigrazione, sia di selezionare gli immigrati in base a presunti criteri qualitativi. “Ha-Aretz”, tra gli altri, parla di “materiale indesiderabile” (“Ha-Aretz”, 11 febbraio 1949), tra cui sono da annoverare i bambini, gli anziani, i malati e i disabili, anche a detta dell'Esecutivo sionista. Tali considerazioni, ai nostri occhi inopportune e discriminatorie, vanno tuttavia inserite nel delicato contesto economico del Paese, sorto da poco in condizioni delicate sotto il profilo difensivo e organizzativo.

Gli ortodossi non vogliono, invece, la comunità egiziana dei Caraiti – una corrente dell'ebraismo nata a Baghdad nell'VIII secolo, che non riconosce le interpretazioni rabbiniche della Bibbia –, e i falascià etiopi (gli ebrei del Beta Israel , detti falascià o “stranieri” dagli altri abitanti dell'Etiopia); alcuni, soprattutto tra i sionisti più ferventi, si chiedono se sia opportuno permettere l'immigrazione di capitalisti, con il rischio che non votino per il Mapai . Tutti sfruttano gli olim facendo pressione perché immigrino le persone migliori da questo o da quel punto di vista. Il giornalista Arieh Gelblum divide gli immigrati nelle categorie di migliori, di mezzo e arabo-africani (Gelblum 1949). Si diffonde la dicitura sprezzante di “neri” per definire i sefarditi, che a ragione ritengono sia attuata nei loro confronti una aflaiah , una discriminazione. L'idea che vi siano ebrei più o meno “evoluti” è diffusa anche nelle comunità ebraiche della diaspora, invitate a sostenere Israele nell'opera di assorbimento degli immigrati, come si evince dalla lettura di una pubblicazione dell'Agenzia ebraica rivolta agli ebrei italiani (Jewish Agency for Israel (Jerusalem), Keren Hayesod sd, p. 10):

Alcuni dei nuovi immigranti è come se venissero dal dodicesimo secolo…altri dal sedicesimo…altri ancora dal secolo ventesimo. Alcuni sono venuti con una professione, molti senza. Alcuni sono colti, altri quasi analfabeti.

A differenza degli askenaziti sopravvissuti alla Shoah , che si integrano velocemente nella società israeliana a causa della maggiore affinità socioculturale con il ceto dirigente dello Stato che li assorbe al suo interno, i mizrahim vivranno una lunga discriminazione. È il caso degli yemeniti, impiegati nel lavoro agricolo: alcuni tra loro sono già agricoltori, ma quanti nel loro Paese erano artigiani o commercianti si sentono degradati nella scala sociale e costretti ad un'attività cui non sono neppure preparati e condotta per di più in terre spesso ostili, come sulle montagne, e con paghe inferiori a quelle ebraiche.

Unica e parziale eccezione è rappresentata dagli immigrati di origine irachena. A differenza di altri mizrahim gli ebrei iracheni, già dall'inizio del Ventesimo secolo, hanno generalmente una formazione culturale moderna e fanno parte di una borghesia urbana medio-alta dai costumi occidentali in grado di parlare fluentemente arabo, inglese, francese ed ebraico. Una volta giunti in Israele, gli olim iracheni si integrano più facilmente degli altri mizrahim , come si può notare dalle statistiche ufficiali: circa l'11% degli insegnanti e il 17% dei medici del neonato Stato sono infatti immigrati iracheni (Tourkin-Komet 2003, pp. 3-4). Dall'Iraq, come dagli altri paesi arabi, giungono però anche numerosi commercianti, costretti ad adattarsi a trovare un altro lavoro: si stima che quasi l'80% dei mizrahim che nei paesi d'origine erano commercianti siano stati costretti a cambiare lavoro (Dominitz 1986, p. 4).

La storia della klitah degli ebrei iracheni, dunque, è ben diversa da quella, per esempio, degli ebrei yemeniti o marocchini, per ragioni sociali, economiche e culturali. Un esempio dell'integrazione degli immigrati iracheni è Shlomo Hillel, divenuto esponente del Mapai poi deputato della Knesset a soli ventisette anni, prima della nascita del primo figlio avuto dalla moglie, una askenazita sopravvissuta alla Shoah – anche il loro matrimonio è un esempio della particolarità dell'immigrazione irachena, che più di altre etnie mizrahim rinuncia a matrimoni intraetnici. Un altro caso è l'ex parlamentare Mordechai Ben-Porat, anche lui immigrato iracheno sposato ad una askenazita.

L'atipicità del caso iracheno è confermata anche dalle tipologie di insediamento: la maggior parte degli olim rifiuta di essere inviata in zone periferiche e depresse del Paese, insistendo per restare nell'area metropolitana di Tel Aviv o di Gerusalemme, dove può continuare ad esercitare le proprie professioni di impiegati, insegnanti, medici, invece di essere destinata all'agricoltura. Culturalmente più vicini al ceto dirigente, gli ebrei provenienti dall'Iraq sono anche i meno religiosi tra i mizrahim , e tale caratteristica li avvicina all'ideologia laburista. Infatti, i padri della patria chiedono a tutti gli olim , i sopravvissuti alla Shoah prima e le Edot ha Mizrah poi, di rinunciare alla loro identità in nome della rivoluzione culturale e nazionale, come anche gli stessi pionieri avevano rinnegato le proprie origini – per esempio, nel 1951 è proibito di recitare in yiddish in teatro, ad eccezione delle compagnie teatrali straniere (Sternhell 1999, p. 518). In seguito, i sopravvissuti alla Shoah vengono in un certo senso “riabilitati” agli occhi degli israeliani dello Yishuv e grazie all'assunzione collettiva della memoria dello sterminio nazista anche loro si integrano, con più o meno successo secondo il trauma psicologico subito, nella società israeliana.

Diverso è invece il caso degli orientali, e non si può certo concordare con quanto riporta Fausto Coen, affermando che gli ebrei sefarditi si assimilano rapidamente nella società israeliana grazie allo “spirito di solidarietà, di fraternità, al fervore che animarono gli israeliani in quegli anni” (Coen 1989, p. 56). In realtà, i laburisti disprezzano gli ebrei orientali, tanto che lo stesso Ben Gurion li ha definiti “selvaggi” alla Knesset , e gli altri politici askenaziti non la pensano tanto diversamente, ritenendoli di fatto poco intelligenti per ragioni culturali o congenite. Persino in ambito accademico, alcuni universitari di origine europea, interpellati sulla questione dell'immigrazione delle Edot ha Mizrah , non esitano a parlare di “mentalità primitiva” degli olim a causa della loro provenienza geografica, e giungono a paragonare i mizrahim alla “espressione primitiva dei bambini, dei ritardati, o delle persone mentalmente disturbate” (Segev 1986, pp. 156-157). Anche la stampa tratteggia per lo più negativamente gli immigrati: poco avvezzi alla pulizia personale e all'uso della carta igienica, sono poveri, problematici e pericolosi per la modernizzazione del Paese. È quanto scrive il quotidiano “Ha-Aretz” degli ebrei tunisini, afgani, iraniani, iracheni 1.

Per quanto riguarda le modalità di insediamento territoriale, le tipologie abitative, l'educazione, il lavoro, le condizioni sociali, tanto gli arabo-israeliani quanto gli ebrei sefarditi sono relegati in una posizione marginale, cittadini di status secondario rispetto alla dominante etnia askenazita laburista. Il sionismo attua misure vissute come prevaricatrice dai nuovi olim , per esempio costringendo gli yemeniti al taglio delle peot – i riccioli laterali che si lasciano crescere gli ebrei ultraortodossi e i chassidim . Anche se le ragioni del taglio dei capelli nei campi di accoglienza per immigrati sono igieniche, gli olim percepiscono la vicenda come un sopruso, tanto che si diffonde la voce di ripetuti episodi del taglio delle peot e il governo istituisce una commissione di inchiesta che faccia luce sulla vicenda e chiarisca in che misura gli episodi si sono verificati e se oltre alla motivazione sanitaria ve ne siano altre.


Atlit, baracca della disinfezione
(foto di Sara V. Di Palma)

Inoltre, il governo accetta i nuovi immigrati non solo perché ha “perduto” uomini, donne e bambini nella Shoah , ma anche per far fronte alle necessità del nuovo Paese in costruzione: si tratta dunque di “buon materiale umano” (Segev 2002, p. 34) funzionale ad esigenze pratiche dello Stato, che invece non è detto sia funzionale alle esigenze degli olim . Molti immigrati delle Edot ha Mizrah , infatti, andrebbero volentieri altrove se ne avessero la possibilità, o meglio non lascerebbero neppure il loro Paese se lì non fossero sempre più discriminati con l'accusa (infondata e irragionevole) di essere sionisti solo perché ebrei. L'immigrazione in Israele dipende dunque non solo dalla volontà del migrante, ma anche dalle condizioni sia in Israele sia nel Paese di provenienza, nonché dalle possibili alternative all' aliah (Della Pergola 1986, p. 183).

Le Edot ha Mizrah sono cooptate nel lavoro agricolo e sfruttate da un Paese che concede loro la terra ma li priva di reali diritti sindacali e della possibilità di un salario; le loro competenze di piccoli artigiani e negozianti non sono tenute in considerazione alcuna e la loro formazione culturale è ignorata, senza neppure prepararli al lavoro agricolo. Salvo poi, quando l'occupazione dei territori nel 1967 farà affluire sul mercato del lavoro una consistente manodopera araba non qualificata e a basso costo, rimpiazzare i lavoratori sefarditi con gli arabi. Indicativa in tal senso può essere la lettura di un testo sionista (Weitz 1949, p. 122) sulla colonizzazione in Israele e sulla funzionalità degli immigrati a tale scopo:

[…] noi non abbiamo tempo. La colonizzazione di ogni terra libera deve seguire immediatamente la conquista, perché questa possa mutarsi in definitivo possesso. […] Le nostre forze dell'avvenire sono costituite dalle decine di migliaia di nuovi immigranti, che rappresentano pur sempre un elemento umano considerevole. Questi immigranti costituiscono il materiale con cui costruiremo un nuovo edificio: il villaggio ebraico popolato da masse contadine.

I laburisti non solo cercano di mutare l'identità delle Edot ha Mizrah facendole divenire israeliani, ma soprattutto sfruttano i nuovi arrivati all'interno di un programma di distribuzione del capitale e di differenziazione sociale – per esempio, i mizrahim sono spinti ai margini del proletariato, non hanno rappresentanti politici né culturali, mentre gli askenaziti salgono la scala sociale divenendo media e ricca borghesia. Inoltre, il sionismo pionieristico dei padri fondatori, basato su ideali socialisti e sulla necessità di uno Stato laico in cui tutte le componenti etniche si armonizzino, si scontra con la situazione oggettiva di diversità tra le parti e si cristallizza su posizioni estere sempre più nazionaliste – la mobilitazione militare permanente crea forse sì coesione, ma da difensiva diviene poco a poco aggressiva ed espansionistica – e interne sempre meno tolleranti.


Atlit, autoclave per la disinfezione dei vestiti degli olim
(foto di Sara V. Di Palma)

Disprezzati e considerati primitivi, umiliati psicologicamente e fisicamente – dalle disinfezioni con DDT al loro arrivo per evitare che portino malattie causate dalla loro scarsa igiene, all'isolamento da tutti gli altri cittadini, alle campagne culturali volte a infondere loro l'ideologia sionista – gli ebrei orientali sono spinti sempre più ai margini della scala sociale. Qualche giorno dopo la protesta di Wadi Salib, la commissione d'inchiesta composta da politici e universitari incaricati di indagare sui fatti ascolta un giovane di origine africana, David Ben Harouche, la cui testimonianza sulla miseria incontrata in Israele scuote l'opinione pubblica israeliana, ma non il suo governo (Greilsammer 1998, pp. 290-291). La commissione, infatti, conclude che la discriminazione scatenante la rivolta è stata involontaria da parte dello Stato, e causata dai problemi degli immigrati stessi.

Se, come visto, negli anni Settanta i sefarditi iniziano un'ascesa politica di successo, più lenta è invece l'integrazione economica, culturale e sociale: le professioni intellettuali restano nelle mani degli askenaziti, che continuano a detenere il primato per livello di scolarizzazione; anche la dislocazione urbana continua a vedere la separazione tra zone ricche, bianche e askenazite, e quartieri poveri abitati da orientali. Ancora all'inizio degli anni Settanta, il 95% dei poveri e il 90% dei delinquenti è formato da sefarditi, che costituiscono il 45% della popolazione e contano meno del 10% di studenti universitari e per il 24% vivono in oltre quattro persone per stanza (contro il 2,1% degli askenaziti) (Toledano 1996, p. 265).

I nuovi immigrati trovano in Israele un ambiente assai diverso da quello cui erano abituati nei paesi arabi: per esempio, la tradizionale autorità dell'uomo capofamiglia nelle comunità delle Edot ha Mizrah mal si concilia con il clima socialista diffuso in Israele, la cui cultura e i cui modelli di vita sono assai diversi da quelli dei mizrahim . Anche a livello socioeconomico, mentre nei loro paesi d'origine i sefarditi erano per lo più commercianti, ora si adattano con difficoltà alle attività agricole cui sono destinati. Lo smembramento delle famiglie, le condizioni di vita disagevoli, il fallimento dell'indottrinamento politico sionista comportano nella popolazione delle Edot ha Mizrah la crescita di disagi sociali, dalla prostituzione alla criminalità, dall'uso di stupefacenti all'alta disoccupazione e bassa scolarizzazione. Tutto ciò non fa poi che confermare e rafforzare i pregiudizi askenaziti e laburisti nei confronti di un popolo considerato diverso, inferiore, indolente e delinquente.

Paradossalmente, gli ebrei orientali indotti a modificare in modo radicale e totale le proprie abitudini di vita, le proprie usanze religiose e persino la mentalità, iniziano ad odiare non solo l'elite askenazita vista – non a torto – come prevaricatrice, ma anche gli arabi cui sono accomunati dagli stereotipi e con cui condividono realmente origine socioculturale e discriminazione – “i nostri genitori, li avete fatti diventare i vostri arabi” (Oz 1984, p. 36), accusa un immigrato sefardita nell'indagine di Oz tra gli immigrati di Bet Shemesh, e se i territori occupati saranno restituiti agli arabi, continua l'intervistato, gli askenaziti ricominceranno a far fare i lavori peggiori ai sefarditi. Tra i sefarditi, si diffondono senso di inferiorità, vergogna e disprezzo per i propri caratteri orientali e arabizzanti, con una conseguente perdita di identità e di cultura. Gli ebrei di Asia e Africa sono relegati in una posizione marginale, dove non c'è spazio neppure per il folklore, e la cui unica possibile integrazione suggerita dagli ebrei occidentali è l'assimilazione (Shuval 1966).

In ogni caso, i risultati sociali, culturali ed economici della politica laburista nei confronti dei sefarditi sono disastrosi, e neppure nel lungo periodo gli ebrei orientali riescono a raggiungere il livello degli askenaziti: ancora alla fine degli anni Ottanta, mentre i figli degli askenaziti migliorano sempre più i loro standard, i figli dei sefarditi si mantengono a quelli dei genitori immigrati negli anni Cinquanta, vedendo dunque aumentare il gap etnico; se quasi il 50% degli askenaziti consegue una laurea, gli ebrei orientali laureati sono meno del 18%, e in generale i mizrahim frequentano in media un anno e mezzo in meno di scuola; sempre quasi il 50% degli askenaziti ha la possibilità di un impiego di alto livello, contro il 20% dei sefarditi – dati non a caso omogenei con quelli relativi al grado di istruzione (Smooha 1993, pp. 316-318).

Anche se in anni recenti la politica dei matrimoni misti (aumentati dal 7% degli anni Cinquanta a quasi il 25% degli anni Ottanta; Margalit 2001, p. 46) sembrava indicare un possibile superamento dei divari etnici, economici, sociali e culturali, oggi le previsioni sono meno ottimistiche: le classi medio-basse della scala sociale sono prevalentemente composte da mizrahim , mentre gli askenaziti sono leggermente in vantaggio nel ceto medio e di molto nelle classi alte. La classe sociale continua a condizionare la scelta del coniuge, incontrato normalmente tra la cerchia di persone che si frequenta nel proprio ambiente. Inoltre, nonostante gli interventi statali, soprattutto in materia di istruzione, le misure sono state rivolte più a impedire l'approfondirsi del divario etnico, che a colmarlo. Nell'inchiesta tra orientali condotta da Oz a Bet Shemesh, un intervistato fa riflettere sulla immutabilità dei divari sociali (Oz 1984, p. 36):

Quando ero un bambino, la mia maestra d'asilo era bianca e la sua assistente nera. […] A scuola, il mio maestro era iracheno e il direttore polacco. Nelle costruzioni per cui ho lavorato, il mio supervisore era un rosso di Solel Boneh. In clinica l'infermiera è egiziana e il dottore askenazita. Nell'esercito, noi marocchini siamo caporali e gli ufficiali vengono dal kibbutz. In tutta la mia vita sono sempre stato in basso e voi in alto.

Ancora aperta è la questione sulla casualità della discriminazione degli ebrei orientali da parte della dirigenza askenazita e laburista: mentre alcuni studiosi legati alla sociologia critica, come Uri Ram (1993), propendono per una spiegazione “colpevolista” che imputa ai laburisti una politica di consapevole discriminazione etnica, altri ritengono che il divario socioeconomico tra askenaziti e sefarditi non sia stato prestabilito, ma sia stato decretato dalle circostanze: l'ignoranza sulla realtà sociale e culturale dei nuovi olim , l'inadeguatezza delle risposte date ai problemi di integrazione, l'incapacità di fornire agli immigrati una preparazione professionale adeguata.

Gli studiosi meno critici nei confronti del laburismo considerano anzi già un successo che Israele sia riuscito, nonostante i problemi di sicurezza e lo stato di guerra con i paesi arabi, a passare rapidamente da 650.000 persone a oltre un milione e mezzo in maniera tutto sommato poco traumatica, se non altro dal punto di vista di chi non ha subito politiche discriminatorie. Nonostante ciò, il dato che mi sembra rilevante è la contraddizione attuale tra lento attenuarsi del divario etnico, soprattutto in ambito politico, mentre ancora incerti sono i risultati in campo economico e sociale, determinando la presenza reale di un problema etnico sebbene, ed è importante sottolinearlo, i sefarditi non sostengano movimenti etnici e non si sentano discriminati etnicamente. In un sondaggio del 1988, alla domanda su quale identità sia importante – risiedere in patria, la nazionalità, lo status socioeconomico, l'identità araba/ebraica, la cittadinanza, la religione, l'osservanza religiosa, l'etnia sefardita o askenazita – solo il 28,8% dei cittadini (ma è indicativo che si tratta del 32,6% sefarditi e del 26,4% askenaziti) ha risposto indicando l'etnia (Smooha 1993, pp. 323-324). Allo stesso tempo, gli askenaziti mantengono il loro predominio economico, sociale e culturale, alimentando un disagio latente nei mizrahim , acuito dall' aliah di massa degli anni Novanta dall'ex Unione Sovietica, che da una parte ha assorbito energie economiche consistenti, dall'altra ha nuovamente ribaltato la maggioranza etnica – askenazita alla nascita dello Stato, poi sefardita con l'immigrazione dei mizrahim negli anni Cinquanta, ora nuovamente askenazita.

Nella disquisizione sulle responsabilità volontarie o involontarie della dirigenza laburista nella discriminazione degli immigrati delle Edot ha Mizrah , un fattore mi fa propendere per alleggerire le accuse mosse al governo israeliano – senza negare gli effettivi risultati negativi ma riconducendoli alla situazione oggettiva del Paese – ma un altro dà credito alla tesi “colpevolista”. Da un lato, in favore dei laburisti è importante citare gli studi che già in passato hanno cercato di esaminare, anche in seno agli organi governativi, le cause degli errori commessi nei confronti delle Edot ha Mizrah , e ne ricordiamo in particolare uno, emblematico del ripensamento teorico sulla klitah .

In Israele, l'integrazione degli ebrei algerini in Francia esorta negli anni Sessanta a ripensare da una parte alle strategie di assorbimento israeliane rispetto a quelle francesi, che appaiono più adeguate, dall'altra ad un'analisi dettagliata dell'integrazione economica degli immigrati nei due paesi. In Francia, suggerisce uno studio condotto dall'Agenzia Ebraica di Gerusalemme, vi è attenzione non solo per la macroeconomia (che legge la crescita economica come somma dei fattori quantitativi del lavoro e del capitale), ma anche per la microeconomia, che prende in considerazione anche il fattore qualitativo socio-psicologico della capacità di integrare il lavoratore e di farlo sentire soddisfatto della propria vita e del proprio lavoro. Mente in Francia si cerca di inserire l'immigrato nel lavoro che preferisce, che svolgeva nel Paese d'origine o per cui mostra le competenze – e analogamente lo si invita a risiedere dove meglio crede –, in Israele la via macroeconomica disloca gli olim in base al loro numero e alle necessità (soprattutto agricole) del Paese, senza tener conto del passato e delle aspirazioni degli immigrati (Berger 1966, p. 11):

In Israele, il problema dell'assorbimento esiste nei termini di somme, di blocchi; non c'è il problema dell'immigrante come individuo.

L'errore, in sostanza, consiste nel concepire l'assorbimento degli immigrati in base alle esigenze economiche – e aggiungeremmo politico-strategiche – del Paese, e non come categoria concettuale in sé e per sé, bisognosa di strategie specifiche e indipendenti da qualsiasi altra necessità. L'autore dello studio cita proprio il caso degli alloggi, che come si è visto è un punto dolente nella mancata integrazione dei mizrahim : quando si voleva risparmiare capitale è stato introdotto il sistema delle mabarot , invece di costruire case, per poi passare sì all'edificazione di abitazioni ma in luoghi remoti – nella speranza di attrarvi l'economia –, e analogamente sono state costruite industrie in luoghi lontani da abitati con l'intenzione di trasferirvi gli immigrati a lavorare. Si tratta di un fallimento tanto nella politica di assorbimento dell'immigrazione, quanto nella sfera economica (Berger 1966, pp. 17 e 19):

Ogni nuova ondata di immigrazione mette in luce il fatto che in Israele non si ha un'idea chiara di assorbimento economico bilanciato in accordo con i bisogni dell'economia nazionale. […] il lento tasso di crescita economica di Israele è cresciuto non in proporzione diretta alla crescita dell'immigrazione, ma in proporzione diretta al suo fallimento ad incorporare tale immigrazione negli anni passati in un sistema produttivo compatibile con le necessità economiche. […] Dobbiamo, comunque, considerare le difficoltà specifiche che Israele incontra quando, nel processo di assorbimento, deve conciliare gli interessi personali degli immigranti con quelli dell'economia nazionale. […] Pertanto, il giusto metodo di assorbimento economico dovrebbe essere basato sul coordinamento tra interessi macroeconomici (quelli dell'economia nazionale di Israele) e microeconomici (quelli dell'individuo).

D'altro canto, il recente arrivo della comunità etiope e degli ebrei dall'ex Unione Sovietica sembra confermare i pregiudizi della popolazione di origine occidentale contro quella di origine orientale. In Israele si è discusso se lasciar loro l'opportunità, negata all'epoca ai mizrahim , di formare comunità chiuse dalla forte identità socio-culturale, con il rischio che non si integrino, o se disperderli nel Paese; e alla luce degli errori commessi in passato è prevalsa l'idea di lasciare che ognuno scelga liberamente dove abitare, per non ripercorrere una strada che si è rivelata dannosa. Infatti, dagli anni Settanta il governo preferisce evitare un'eccessiva interferenza delle istituzioni nel processo di assorbimento, scegliendo la via del cosiddetto “assorbimento diretto”, che fornisce all'arrivo degli olim una cifra per il primo anno di vita nel Paese, allo scopo di introdurre una decentralizzazione del potere rispetto all'assorbimento centralizzato e dualistico (governo e Agenzia ebraica) in vigore nei decenni precedenti. Tuttavia, va rilevato come anche tale sistema si sia mostrato inefficace, rivelando come una minore dipendenza dell'immigrato dalle autorità competenti la klitah non sia sufficiente a lasciare all'individuo la libertà di scelta sulle modalità di integrazione (Hacohen 2002, pp. 181-182).

Inoltre, la disparità nel trattamento riservato agli immigrati dall'ex Urss rispetto agli etiopi denota il persistere degli stessi pregiudizi etnici che negli anni Cinquanta hanno impedito l'integrazione delle Edot ha Mizrah , e che ora mettono in difficoltà la popolazione etiope. Se, infatti, agli immigrati russi, costituiti in gran parte da persone altamente professionalizzate, è stata offerta la klitah yeshirah (diretta), gli etiopi sono stati invece inviati ai merkazeh klitah (centri di integrazione) dove sono stati tenuti per circa un anno, senza poter decidere della loro vita (Ashkenazi e Weingrod 1984). Tale episodio mi sembra emblematico, nonostante diversi segnali e la volontà di non commettere nuovamente gli errori degli anni Cinquanta, di una disparità nel trattamento degli immigrati secondo le loro origini, tanto più che ad oggi gli etiopi vivono ancora in condizioni di disagio materiale e sono oggetto di razzismo, come mostra lo scandalo del sangue donato dagli etiopi e poi gettato via con il sospetto che, vista l'alta incidenza dell'Aids in Africa, potesse essere infetto (Vidal e Algazy 1999).

L'immigrazione russa ha dunque sortito due effetti negativi, da un lato sotto il profilo della concorrenza per le abitazioni e per il lavoro; dall'altro ravvivando la tensione etnica e l'amarezza degli ebrei orientali che hanno avvertito di essere nuovamente discriminati sia perché i russi occidentali, pur arrivati dopo di loro, si sono integrati prima, sia perché altri orientali come loro, gli etiopi, hanno ricevuto un trattamento diverso da quello attuato nei confronti dei russi da parte del potere politico degli askenazim – o, come provocatoriamente dicono gli orientali, aske-nazìm nel senso di nazisti.

In conclusione, anche se il dibattito sulla causalità versus intenzionalità della discriminazione è tuttora acceso e destinato a protrarsi nei prossimi anni, ritengo che dietro ai problemi di integrazione delle Edot ha Mizrah vi sia sì una questione di incomprensione culturale e mentale tra le parti, ma anche una incapacità di entrambi di accettare le difficoltà contingenti. Gli olim , infatti, vorrebbero immediatamente una vita migliore di quella condotta nei paesi di provenienza e non comprendono di dover pazientare, mentre gli israeliani ritengono che l'arrivo degli olim in Israele debba comportare la piena e immediata accettazione della società e dei comportamenti ivi presenti.

Come ho riportato numerosi esempi dell'errato atteggiamento laburista nei confronti degli immigrati, vorrei ora citare un documento emblematico della mentalità dei migranti e soprattutto della considerazione che essi ricevono da parte dei membri della loro stessa comunità di provenienza: la commissione delle Comunità israelitiche della Tripolitania, inviata in Israele per rilevare i problemi incontrati dagli olim della Libia, afferma che gli immigrati sono disorganizzati, e che già nel corso del viaggio verso Israele mostrano irritabilità, scarso spirito di cooperazione e un'assoluta mancanza di pazienza in un viaggio che non è certo una crociera, tanto che ricordano “un gregge senza pastore” 2. Se, dunque, gli stessi ebrei libici hanno una tale opinione dei loro fratelli, significa che di là dai pregiudizi degli tzavrim e della dirigenza politica israeliana nei confronti degli immigrati sussistono reali ragioni di incomprensione e di insofferenza sia nei confronti degli olim il cui comportamento non è sempre dignitoso ed esemplare, sia nei confronti dell'accoglienza che ricevono in Israele.

 






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Autore Di Palma Sara Valentina
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