N. 5 - Ottobre 2004


ISSN 1720-190X





Michele Finelli

Mazzini nell'Italia monarchica e liberale

 

Il primo gennaio del 1851, Giuseppe Mazzini scriveva all'amica Emilie Ashurst: “La mia idea non è che un'incessante attività per essa; ma un'attività che, all'infuori di pochi casi, è consistita in uno o due milioni di lettere, biglietti, istruzioni, dimenticati, perduti, bruciati”. Di questa “incessante attività” i volumi dell' Edizione Nazionale delle opere di Giuseppe Mazzini rappresentano l'originale testimonianza.

Allo stesso tempo, però, essi costituiscono senza dubbio anche una delle più imponenti operazioni editoriali mai realizzate nel nostro paese. Tra il 1906 ed il 1943, per i tipi di Galeati, tipografia imolese, e sotto la paziente supervisione dello storico romano Mario Menghini, furono dati alla luce ben centosei volumi: sessantaquattro di Epistolario , trentuno di Politica , cinque di Letteratura e sei di Protocollo della Giovine Italia 1. Ad essi ne vanno aggiunti altri undici, usciti nel secondo dopoguerra, sempre per conto della Galeati: quattro di Indici , cinque di Zibaldoni Giovanili e Zibaldone Mazzini e Foscolo , due di Lettere di familiari ed amici a Mazzini 2.

Per chi studia Mazzini, l' Edizione Nazionale rappresenta un passaggio necessario, vero e proprio battesimo del fuoco. Con un pizzico di paradosso, Giuseppe Monsagrati ha osservato che le difficoltà che si incontrano nello studiare un personaggio come Mazzini non nascono “dalla penuria ma dall'abbondanza delle fonti” (Monsagrati 1994), e che proprio l' opera omnia costituisce un primo, difficile scoglio per lo storico.

Quando alla fine del 1995 ho cominciato a lavorare alla mia tesi di laurea su Mazzini, mi sono confrontato con questa realtà, che mi ha aiutato a conoscere il patriota genovese in maniera diretta, rendendo meno difficile l'approccio con l'oceanica bibliografia mazziniana.

Nel 2001 è partita la mia attività di editing degli Scritti mazziniani nell'ambito della loro informatizzazione, e dell' Edizione Nazionale ho cominciato a conoscere nei dettagli la struttura, in un rapporto quotidiano con gli scritti mazziniani, tuttora in corso, che mi sta portando alla lettura completa delle opere del patriota genovese. La mia attività consiste infatti nel revisionare i volumi mazziniani precedentemente acquisiti tramite scanner e convertiti in formato World, uniformarli al testo originale, e prepararli perché successivamente possano essere validati in formato Html.

Per tale ragione la lettura dell' opera omnia mazziniana è totale, ed al suo fascino talvolta si accompagna la sensazione di cimentarsi in un'attività fuori dal comune, se solo pensiamo al numero complessivo delle pagine, circa 40.000.

Ad un interesse strettamente filologico per l'opera, se n'è piano piano affiancato uno di natura più storiografica, sfociato nella pubblicazione de Il monumento di carta , titolo, come vedremo, non casuale.

Ho infatti cominciato a chiedermi come fosse nata e gestita un'operazione editoriale certamente fuori dal comune, e che riguardava un personaggio come Mazzini che fino a quel momento aveva risentito dell'ostracismo delle istituzioni e della cultura ufficiale.

La cosa che maggiormente mi ha stupito è stata la bibliografia deficitaria, se comparata al significato politico ed al valore scientifico dell'opera, sull' Edizione Nazionale : essa è sostanzialmente riconducibile a quattro articoli (Loevinson 1909; Ferretti 1942; Lodolini 1950; Pàsztor 1953). Un paradosso del resto frequente in una storiografia ipertrofica come quella mazziniana, che sovente ha ignorato l'approfondimento di tematiche dalle vaste potenzialità, considerando i centosei volumi un patrimonio acquisito.

Per me invece hanno rappresentato un punto di partenza, poiché in tale progetto avevo la possibilità di far incontrare le due direzioni di ricerca che fino a questo momento hanno caratterizzato il mio percorso di studi: mi riferisco alla pedagogia laica mazziniana ed alla costruzione del consenso e di una memoria nazionale nell'Italia post-unitaria.

Col saggio sulla scuola italiana di Londra (Finelli 1999), avevo concentrato la mia attenzione sugli aspetti didattici e sulla nascita di un potenziale modello scolastico mazziniano; col Monumento di carta , invece, ho spostato la riflessione sugli strumenti che Mazzini utilizzò per una concreta diffusione della cultura, ispirato dai suoi frequenti riferimenti all'editoria popolare e dall'impegno profuso dai più stretti collaboratori perché dopo la morte le sue opere continuassero ad essere pubblicate.

Alla costruzione del consenso nell'Italia post-unitaria è invece collegato un altro mio interesse, relativo alla scarsa incisività di Mazzini nella memoria collettiva del paese. Perché, come osserva Roland Sarti (2003, p. 56), “tra le figure dei ‘Padri della Patria' quella di Mazzini è la più sfuggente?”. Parte della risposta risiede nella disorganicità del suo pensiero, ma anche nel modo in cui le istituzioni ed i mazziniani stessi gestirono l'immagine del patriota dopo la morte, puntando più sulla diffusione dei suoi scritti che sulla realizzazione di un monumento nazionale.

L' Edizione Nazionale è la chiave di lettura per entrambi i problemi. Se da un lato rappresenta la più completa espressione di un modello di cui lo stesso Mazzini aveva dato vita nel 1861 cominciando a pubblicare i suoi Scritti editi ed inediti presso l'editore milanese Gino Daelli 3, dall'altro simboleggia il monumento che lo stato unitario, piuttosto tardivamente, gli tributò.

Per quale ragione lo stato monarchico finanziò a partire dal 1904 la pubblicazione dell' opera omnia mazziniana, ma abbandonò il progetto di monumento nazionale a Mazzini, approvato dal parlamento nel 1890? In tal senso per me l' Edizione Nazionale ha avuto la stessa funzione che un reagente chimico ha per lo scienziato: l'ho collocata nel periodo storico in cui è nata e si è sviluppata, verificando come intorno ad essa si siano mossi gli attori politici che intorno a Mazzini hanno combattuto una battaglia sotterranea ma intensa. Nathan, “offrendo” Mazzini alla monarchia, cercava consensi e legittimazione per il suo progetto dei “blocchi popolari”, antagonista a quello di Giolitti, che alla fine uscì vincitore.

Elemento determinante per l'inizio delle ricerche, data l'esiguità di materiale bibliografico sull' Edizione Nazionale è stata la presenza, ad Imola, dell'archivio della cooperativa Galeati. Al suo interno è conservata la documentazione relativa all'opera: materiale pubblicitario, documenti amministrativi, corrispondenza. In particolare ho concentrato la mia attenzione sulle persone che alla realizzazione dell'opera dedicarono la loro vita: i già citati Ernesto Nathan e Mario Menghini, nonché Ugo Lambertini, direttore tecnico della tipografia. A Nathan va ascritto il merito di aver raccolto gli autografi mazziniani e di aver creduto fino in fondo alla realizzazione dell'opera, a Menghini e Lambertini quello di averla realizzata materialmente. Ciò conduce in presenza di un altro grande paradosso dell' opera omnia mazziniana: a fronte della sua vastità e degli sforzi che essa richiedeva, vi lavorarono solo due persone. A fianco di questi personaggi offrirono il loro contributo altri esponenti della politica e della cultura italiana: Andrea Costa, Vittorio Emanuele Orlando, Giosue Carducci, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Il loro nome si accostò all' Edizione Nazionale non solo per ragioni culturali, ma anche per esigenze politiche.

Rimandando ovviamente alla lettura del libro per una visione più completa sull'argomento, mi soffermerò in questa sede sulla genesi politica dell'opera e sulla sua struttura editoriale, chiudendo con alcune riflessioni più generali.

Nathan, Giolitti, Vittorio Emanuele III e Mazzini.

Il decreto istitutivo dell' Edizione Nazionale , promulgato da Vittorio Emanuele III nel marzo del 1904, rappresenta il risultato di manovre politiche cominciate circa dieci anni prima, con la nomina nel 1897 di Ernesto Nathan a Gran Maestro della Massoneria, e trovò sicuramente fertile terreno nel rinnovato clima politico e sociale che grazie a Zanardelli e Giolitti si respirava nel paese all'inizio del secolo.

Di Ernesto Nathan, a parte rare eccezioni (Ugolini 2003), si è parlato troppo poco, riducendo la sua azione politica alla fortunata ed innovativa esperienza amministrativa romana, cominciata nel 1907. In realtà la politica dei “blocchi popolari”, risultata vincente a Roma, nell'intento di Nathan doveva diventare un modello di politica nazionale da contrapporre alla gestione giolittiana del potere. Cosa c'entra Mazzini in tutto questo? Secondo Nathan, un Mazzini istituzionalizzato ed inserito finalmente tra i “Padri della Patria” avrebbe senza dubbio sdoganato i repubblicani e legittimato proprio la politica dei “blocchi popolari”.

Come ha ben evidenziato Romano Ugolini, Nathan fu mazziniano nella formazione morale, ma garibaldino in quella politica: egli preferiva cioè “la figura di Mazzini ‘ispiratore' su quella del ‘cospiratore', fornendo quindi un'immagine che poteva entrare nella coscienza nazionale priva di quei connotati di parte che, di fatto, lo avrebbero caratterizzato negativamente agli occhi dell' establishment liberale” (Ugolini 2000, p. 95). Del resto Nathan non fu mai un repubblicano ortodosso, e neppure un antimonarchico. Egli infatti vedeva nella monarchia un elemento propulsivo per il progresso civile del paese, nel re un arbitro imparziale ed autorevole della lotta politica.

Per arrivare a far finanziare l' opera omnia mazziniana dallo stato, Nathan seguì una politica dei piccoli passi. Il 29 dicembre del 1900 egli raggiunse con l'allora ministro della Pubblica istruzione Gallo un'intesa per la donazione dei manoscritti mazziniani (di cui aveva l'esclusiva) allo stato, in modo che dopo la sua morte fossero custoditi nella biblioteca Vittorio Emanuele o nel costituendo archivio “dove possa in futuro essere stabilito, con disposizione legislativa, che siano raccolti e conservati i cimeli del Risorgimento italiano”, mentre nel 1903 vinse la sua sfida più importante, quella dell'adozione scolastica dei Doveri dell'uomo come testo di educazione civica nelle scuole elementari e medie del regno. Ad affiancarlo in questa battaglia culturale, l'autorevole personalità di Giosué Carducci e il ministro della Pubblica istruzione del governo Zanardelli, Nunzio Nasi. Impegno culturale, certo, ma anche politico, se consideriamo la comune appartenenza massonica dei tre.

Per Nathan non fu affatto facile: oltre alle reticenze delle istituzioni egli dovette vincere quelle dei repubblicani ortodossi, Colajanni su tutti, che non accettarono i tagli all'edizione scolastica dei Doveri dell'Uomo , poiché cassavano i passaggi in cui Mazzini si esprimeva apertamente a favore della repubblica.

Da cosa fu motivato l'atteggiamento di Nathan? Da puro cinismo? Da uno spregiudicato uso personale dell'immagine di Mazzini? Non proprio. Nathan era consapevole del fatto che “sacrificare” Mazzini costituiva un'operazione rischiosa, ma credeva fortemente nella politica dei “blocchi popolari”, che secondo lui avrebbe consentito alla sinistra riformista di governare autonomamente il paese senza essere risucchiata dal “trasformismo” giolittiano e avrebbe garantito, come in ogni stato realmente liberal-costituzionale, alternanza al governo.

Nel momento in cui questo modello non sfondò a livello nazionale, è indubbio che il suo fallimento costò caro anche all'immagine di Mazzini.

Per quanto concerne Giolitti, la sua posizione restò piuttosto defilata, avendo egli lasciato la regia dell'operazione al ministro della Pubblica istruzione Vittorio Emanuele Orlando. Del resto Giolitti apparteneva ad una classe dirigente giovane, emotivamente slegata dalle battaglie risorgimentali e post-unitarie, e quindi in grado di affrontare con minori implicazioni sentimentali il confronto con Mazzini. Pragmatico e realista come Nathan, voleva governare, e si rendeva conto che nell'ambito del suo progetto politico mirante a tagliare le estreme ed in cui aveva già coinvolto socialisti riformisti e radicali, una rivalutazione di Mazzini avrebbe freddato le velleità repubblicane, che del resto non rappresentavano un pericolo concreto per l'equilibrio politico istituzionale del paese.

Vittorio Emanuele III, rappresentante della monarchia combattuta da Mazzini, merita un discorso a parte. Senza dubbio la sua firma in calce al decreto istitutivo dell' Edizione Nazionale era un atto dovuto, ma ciò non significa che il re non cogliesse l'opportunità mediatica offerta da tale operazione. Ispiratosi più al modello del nonno che a quello del padre, il giovane re desiderava risultare il sovrano di tutti gli italiani, e patrocinare la pubblicazione delle opere di Mazzini equivaleva a risaltare la sua modernità ed apertura. Inoltre la lealtà di Nathan, di cui era amico, verso l'istituto monarchico, costituiva per lui ulteriore elemento di garanzia politica. Non è un caso che il 22 giugno 1905 spettò a Nathan, in presenza del re, la commemorazione ufficiale per la celebrazione del centenario della nascita di Mazzini.

Restano da analizzare tre aspetti, solo in apparenza secondari, che ci dimostrano come intorno alla memoria di Mazzini si stesse giocando una importante partita politica. Uno è relativo alla scelta del presidente della commissione ministeriale che avrebbe dovuto seguire la realizzazione dell'opera, l'altro è legato alla casa editrice cui sarebbe stato assegnato l'appalto per la stampa dei volumi, mentre il terzo riguarda Mario Menghini, curatore dell'opera.

Per quanto concerne la presidenza della commissione, Vittorio Emanuele Orlando, Ernesto Nathan e Mario Menghini fino all'ultimo cercarono di convincere Giosué Carducci ad assumerla.

Il ministro della Pubblica istruzione scrisse così al poeta nel febbraio del 1904: “Maestro, mentre l'arte apparecchia a Giuseppe Mazzini l'immagine votiva, decretata per mirabile consenso di Governo e di Ordini rappresentativi, cui un'altra manifestazione di volontà diede anticipata conferma, ho pensato che un altro monumento, la magnifica mole di grandezza e di sapienza civile da lui medesimo eretta, abbia una riconoscente consacrazione in una completa edizione nazionale delle opere di lui. […] Ora, dopo il giudizio sereno della storia, dopo l'augusto e memorando esempio di giustizia resa alla virtù animatrice di Giuseppe Mazzini , mal si ritarderebbe un atto di reintegrazione doverosa, al cui altissimo significato ardisco sperare che Ella non ricuserà una singolare conferma, accettando la presidenza della Commissione che alla divisata edizione nazionale attenderà devotamente” (Orlando a Carducci 1904, in Levi 1945, p. 97).

Carducci rifiutò a causa delle precarie condizioni di salute. Furono Ernesto Nathan e Mario Menghini ad insistere. Il primo, il 17 marzo del 1904, pochi giorni dopo l'emanazione del decreto: “Se voi non potete contribuire al lavoro quotidiano, potete determinare i criterii su cui deve procedere, vegliare sull'andamento […] Caro amico, non abbandonateci; siate con noi a dirigere e a consigliarci a fin di compiere insieme l'atto di solenne onoranza al Maestro comune […] Menghini ed io avremo a piacere ed onore il venire a Bologna da voi” (Nathan a Carducci 1904, in Levi 1945, p. 98).

A Nathan Carducci rispose che declinava perché non era “uomo di decoramentazione, da far figura e non lavoro” (Carducci a Nathan 1904, in Levi 1945, p. 98).

Toccò a Menghini l'ultimo tentativo, nell'aprile del 1904: “Perché non accetta? Se me ne fa scrivere un cenno, io farò sapere all'Orlando che giova insistere. Pensi, professore, dove si può cadere! Con Lei saranno il Fiorini, il Mazzatinti, e il sottoscritto” (Menghini a Carducci 1904, in Barbieri 1971, p. 185).

La risposta, più concisa di quella data a Nathan, aveva lo stesso tono: “Io fui avvezzo a lavorare quanto potevo: e non fo l'uomo decorativo” (Carducci a Menghini 1904, in Barbieri 1971, p. 185).

È indubbio infatti che la presidenza affidata all'anziano poeta, impossibilitato per ragioni di salute ad onorare un impegno così gravoso, avrebbe assunto un valore di garanzia politica, accontentando i repubblicani e gli ambienti massonici, che da Carducci si sarebbero sentiti ben rappresentati e tutelati, la famiglia reale, e più in generale i moderati e i non mazziniani, che difficilmente potevano mettere in dubbio lo spessore del poeta. Sfumata la presidenza super partes , si decise di conferire l'incarico al ministro della Pubblica istruzione in carica.

Anche la scelta della Galeati si ispirò a scelte di natura politica. In verità, la stampa dell' opera omnia mazziniana non doveva sembrare molto appetibile, dato che “due licitazioni pubbliche erano andate deserte” (archivio Galeati 1905), ma la cooperativa ottenne l'incarico grazie alle pressioni di Andrea Costa, deputato del collegio di Imola, che nel 1900 si era battuto per la fusione delle quattro tipografie esistenti sul territorio in un'unica cooperativa tipografica per rispondere alla crisi del mercato (Galassi 1989; Alaimo 1991).

Esigenze di collegio da un lato, ed omaggio alla figura di Mazzini, il cui pensiero era stato determinante per la sua formazione politica, spinsero dunque Andrea Costa a muoversi in questa direzione. Utilizzando un'espressione mutuata dal linguaggio politico moderno, potremmo definire il deputato imolese un “non allineato”, perché proprio in quegli anni la polemica tra socialisti e mazziniani raggiunse toni aspri in occasione dell'adozione scolastica dei Doveri dell'Uomo , cui i primi erano contrari. (Colajanni 1903) C'è un altro particolare da non sottovalutare: l'amicizia tra Costa ed Ernesto Nathan. I due fin dal 1890 avevano collaborato alla politica dei “blocchi”, candidandosi nella stessa lista alle elezioni nel collegio di Pesaro, ed entrambi erano massoni.

Quale fu invece il ruolo di Mario Menghini, che a Mazzini dedicò tutta la sua vita? Senza Menghini oggi non avremmo un' Edizione Nazionale così imponente e completa. Romano, collaboratore di Carducci, che lo presentò a Nathan agli inizi del Novecento, studioso di letteratura e storia, Menghini rinunciò a prospettive di carriera più gratificanti all'interno della Pubblica amministrazione o nell'università, per portare a compimento l' opera omnia mazziniana, cui lavorò anche dal letto di casa, fino alla morte, avvenuta nel 1945. Nonostante ciò, ad eccezione di alcuni articoli commemorativi, o a rapidi cenni in biografie mazziniane, l'attenzione prestata a Menghini è sempre stata limitata. Il suo nome, e non potrebbe essere altrimenti, è sempre stato associato all'opera mazziniana, ma nessuno si è mai sforzato di andare oltre una valutazione scientifico-storiografica del suo impegno. In questo modo l'impressionante lavoro compiuto da Menghini è stato ridotto ad una fatica ai più incomprensibile e ad un estenuante lavoro di redazione e meticolosa ricostruzione storica, che difficilmente spiegano, da sole, la sua dedizione all' Edizione Nazionale . Leggendo infatti le centotrentaquattro lettere inedite che tra il 1911 ed il 1943 Menghini indirizzò alla “Paolo Galeati”, il primo dato che appare evidente è che egli non si limitò a curare semplicemente l'aspetto editoriale dell'opera, ma gestì i difficili rapporti tra la casa editrice, la commissione ed il ministero della Pubblica istruzione al fine di tenere in vita l'edizione mazziniana. La sua opera di mediazione fu determinante nel 1921, quando con la crisi del primo dopoguerra sembrava che il ministero volesse sospendere il finanziamento dell' Edizione Nazionale , e nel 1933, quando fu stipulato il quarto ed ultimo contratto tra la società ed il ministero. Il 22 febbraio del 1939 faceva notare al Lambertini che “dopo di aver dato tutta la mia vita all'edizione mazziniana, che dicono e scrivono monumentale, sono ridotto a lavorare per arrotondare la mia modesta pensione” (Menghini a Lambertini 1939), segno che la passione dello storico era accompagnata da una frustrazione vissuta con grande dignità. Ho cercato allora di capire da dove provenisse tale attaccamento nei confronti dell' Edizione Nazionale , perché oltre alla competenza ed al talento c'era in Menghini una forte componente passionale. Sono stati di aiuto Walter Maturi, il quale ha sottolineato come Menghini “non era solo uno studioso esemplare, […] ma era anche un mazziniano di stretta osservanza” (Maturi 1962, p. 680), e Alberto Maria Ghisalberti, che collegava le origini della passione di Menghini per Mazzini ed il Risorgimento ad un suo zio materno, il Rubicondi, che “aveva fatto le schioppettate a Roma, nel '49, tra i legionari polacchi” (Ghisalberti 1955, p. 120).

Lo storico romano era dunque un mazziniano. Discreto e riservato, esplicitò la sua ammirazione per Mazzini in due lettere indirizzate a Giosué Carducci. La prima risale al 13 marzo del 1901. All'epoca stava curando l' Epistolario mazziniano voluto da Nathan presso l'editore Sansoni; in essa descriveva con entusiasmo la sua attività: “Ho scritto a Casalini che le mandi i fogli del Mazzini. Sono contento che l'epistolario vada a genio a Lei. D'altri non curo, dopo il suo giudizio. Ella vedrà che figura ne balza fuori. Che continuità di pensiero politico! Che lezione per certe coscienze di velluto che fingono di tenerla in disparte” (Menghini a Carducci 1901). La seconda invece reca la data del 5 giugno 1902. Menghini si occupava dell'edizione scolastica dei Doveri dell'Uomo , probabilmente ancora ignaro dei tagli che il Nathan vi avrebbe apportato, e chiedeva a Carducci una piccola prefazione: “Ci pensi, professore, e me ne dica. Nessuno, più di Lei, ha il diritto di condurre dinanzi ai giovinetti il decalogo italiano come ammonimento alla generazione che sorge tra l'epopea del Risorgimento d'Italia, e il putridume, nato da questo Risorgimento, e impostosi al nostro popolo” (Menghini a Carducci 1902).

Fu dunque anche la sua fede in Mazzini a guidarlo per quarant'anni. In una situazione che lui stesso definì di “putridume”, aveva notato i tentativi di appropriazione di Mazzini da parte delle istituzioni e delle forze politiche. In silenzio, comprese che l'unica cosa da fare davvero per onorare Mazzini era mantenere l'integrità dei suoi scritti e conservarli per il futuro. E lo fece con estrema correttezza e professionalità, dopo che il 30 novembre 1906, con un decreto ministeriale era stata ufficializzata la sua posizione di segretario della commissione. Nelle introduzioni ai centosei volumi, esaminate e lette con attenzione, non emerge alcuna presa di posizione politica, ed è risaputo che Menghini non volle mai apporre la sua firma in calce all'introduzione dei volumi perché il lavoro della commissione, organo puramente formale, non sfigurasse.

Non c'è dubbio comunque che intorno alla memoria di Mazzini, si stava dunque giocando una partita politica importante, sull'esito della quale tornerò in sede di conclusioni.

Struttura dell'opera e limiti editoriali

Tecnicamente parlando, un'Edizione Nazionale è “la pubblicazione di un' opera omnia di un autore in edizioni condotte secondo i più rigorosi criteri della filologia moderna, fondate sulla ricognizione di tutte le stampe o i manoscritti conosciuti” (Scotti e Cristiano 2002, p. 9), sostenuta, e questo è l'elemento che la rende nazionale, non da un ente privato, ma dallo stato. La redazione dell'opera è affidata ad una commissione composta di studiosi, esponenti della cultura e rappresentanti del governo. Quella di Mazzini fu la terza Edizione Nazionale ad essere messa in cantiere, dopo quelle di Galilei e Machiavelli, ed il patriota genovese fu il primo italiano contemporaneo a ricevere tale onore.

Ma quale criteri furono seguiti dalla commissione per allestire ed impostare un lavoro così impegnativo, soprattutto se si tiene conto della prolificità di Mazzini? L'impianto di base è stato quello disegnato da Mazzini con la già citata edizione Daelliana delle sue opere, con la divisione degli scritti in Letterari e Politici . In realtà, attraverso un esame più attento si può comprendere come questo sia l'unico punto in comune tra le due opere. La Daelliana infatti non voleva essere la raccolta completa delle opere mazziniane, ma una selezione, compiuta prima dallo stesso Mazzini e poi da Aurelio Saffi, in base alle esigenze del momento politico, senza alcuna attenzione riposta all'ordine cronologico del materiale. Ciò costituiva un grande limite poiché non dava ai volumi quell'uniformità e continuità che era fondamentale per gestire una produzione disorganica e di difficile controllo come quella di Mazzini. La prima esigenza della Commissione regia era dunque quella di razionalizzare il lavoro utilizzando criteri rigidamente storiografici. Il primo fu quello di rispettare la cronologia degli scritti mazziniani: per tale ragione il primo volume della serie è di Letteratura , “essendo gli scritti letterari prioritari di data rispetto ai politici nella produzione giovanile del Mazzini” (Scotti e Cristiano 2002, p. 55). Altro caso di organizzazione del materiale è dato dall'accorpamento negli stessi volumi di scritti che nella Daelliana si trovavano in ordine sparso: un esempio è costituito dagli articoli pubblicati da Mazzini nell'“Apostolato Popolare”, che la commissione raggruppò interamente nel XXV volume, mentre nella Daelliana furono pubblicati nel V e nel VI, senza alcun ordine.

Ma c'era un altro problema, ben più rilevante, con cui si dovevano fare i conti, ed era quello dell'abbondanza e della indeterminabilità del materiale mazziniano in circolazione. Di questo problema fu cosciente a suo tempo lo stesso Mazzini, che fece inserire nel contratto con Daelli una clausola in base alla quale si dichiarava che “l'indole della raccolta non permette[va] all'autore di fissare il numero dei volumi. Egli sarà [era] dunque libero in ciò, non dovendo avere altra norma che la integrità e perfezione della edizione” 4. Ma il patriota genovese ed Aurelio Saffi avevano una libertà di cui la regia commissione non poteva godere. Il vincolo previsto dal decreto di edizione completa delle opere, implicava, una volta verificatane la veridicità, la pubblicazione di tutti gli inediti di cui la commissione fosse venuta in possesso, soprattutto lettere. Il primo contratto tra la Galeati ed il ministero della Pubblica istruzione, risalente al 1905, stabiliva le dimensioni dell' Edizione Nazionale in un numero di quaranta volumi. Il calcolo si rivelò ben presto in difetto, perché oltre a sottovalutare il fatto che anche gli Scritti politici sarebbero aumentati, non si tenne conto delle lettere. È stato infatti l' Epistolario a costituire la reale differenza tra le due edizioni, facendo lievitare nettamente il numero dei volumi. La scelta di non pubblicare le lettere di Mazzini all'interno della Daelliana era abbastanza ovvia. Quando partì la pubblicazione dell'opera il patriota era ancora in vita, e quindi avrebbe avuto poco senso; secondariamente c'erano difficoltà oggettive nel reperire le sue lettere, sparse in tutta Europa e in mezzo mondo, e che lui stesso chiedeva ai suoi corrispondenti di distruggere per evitare che fossero scoperti i suoi piani insurrezionali. Nel 1909, quando fu licenziato il primo volume di Epistolario , la commissione possedeva più di ottomila lettere: nuovi autografi mazziniani venivano direttamente scoperti dalla commissione o pubblicati in svariate raccolte da altri studiosi. Curiosamente, però, proprio nell'introduzione al primo volume delle lettere, la commissione spiegava che “pure avendo formata una numerosa raccolta di lettere, le quali, tra edite ed inedite, superano ormai l'ottavo migliaio, avrebbe assai di buon grado differito la pubblicazione di questo primo volume dell' Epistolario , e continuato invece ad allargare ed approfondire le sue ricerche, se non avesse dovuto tenere conto delle impazienze degli studiosi; i quali, più che negli scritti di argomento politico e letterario, intendono con ragione di vedere, nella corrispondenza epistolare, rappresentare il sorgere e lo svolgersi graduale dell'azione e del pensiero mazziniano” 5. Curiosamente, perché se la commissione avesse deciso di raccogliere tutte le lettere di Mazzini, l' Edizione Nazionale non sarebbe mai stata portata a termine.

L'ammontare di autografi mazziniani incideva pesantemente sull'andamento dei lavori, anche perché il solo Menghini era capace di muoversi con agilità nella complessa scrittura mazziniana, che pure gli creò numerosi grattacapi. Le lettere di Mazzini rappresentavano un ostacolo per due ragioni di fondo. La prima legata alla qualità della carta: i fogli, sottilissimi, facevano trasparire l'inchiostro da una parte all'altra della pagina, creando problemi di lettura. La seconda, ben più consistente, era la scarsa propensione di Mazzini ad apporre la data nelle sue lettere. Raramente indicava il giorno, mai il mese e l'anno. Per stabilire la data Menghini finì per utilizzare come principale parametro il timbro postale, mentre in caso di assenza del timbro, fece ricorso agli avvenimenti storici descritti nelle lettere. Per tale ragione le date su cui vi era assoluta insicurezza furono accompagnate con un punto interrogativo, mentre quelle più attendibili, di cui non v'era però esatta certezza, vennero chiuse tra due parentesi quadre. Il fatto che quasi tutte le date siano tra parentesi, indica comunque che le difficoltà poste dalle lettere di Mazzini, erano, e sono, insuperabili. Per valutare l'impatto dell' Epistolario sull'opera nel suo complesso basta pensare che sui 106 volumi pubblicati tra il 1906 ed il 1943 ben sessantaquattro sono di lettere: cinquantotto più sei di appendice, contenenti gli autografi che andavano ad integrare le annate già pubblicate. Tra edite ed inedite, la maggior parte, presero posto nei volumi dell' Edizione Nazionale 10.860, circa un quarto di quelle stimate in circolazione.

Di fronte a questa mole di lavoro, svolto dai soli Menghini e Lambertini, è chiaro che sorgessero innanzitutto problemi nella consegna dei volumi da parte della casa editrice. Al primo contratto, quello che prevedeva appunto la pubblicazione di quaranta volumi tra il 1905 ed il 1914, se ne aggiunsero altri tre: uno dal 1915 al 1923, uno dal 1924 al 1932, ed uno dal 1933 al 1941. Non è questa la sede per entrare nei dettagli, ma è indubbio che la Galeati non possedesse i mezzi per far fronte a questa operazione editoriale, sul cui rallentamento incise anche la Prima guerra mondiale. A più riprese, gli stessi dirigenti dell'azienda, espressero i loro dubbi sull' Edizione Nazionale (Grilli 1964). Da parte loro, le istituzioni non fecero nulla per cessare questo rapporto, ed anzi furono prima Benedetto Croce e poi Giovanni Gentile, con la “benedizione” di Benito Mussolini, a mantenere in vita un'operazione visibilmente in perdita. Inoltre, la scelta della casa editrice di venderla per abbonamenti, si rivelò perdente: chi è che poteva aspettare quarant'anni per completare un'opera?

Da un punto di vista strettamente filologico, la struttura dell'opera resta impeccabile. Non deve certo stupire se essa sia piena di refusi di stampa o che una stessa lettera possa essere stata riprodotta due volte. Siamo in presenza di limiti fisiologici giustificabili, se consideriamo che stiamo parlando complessivamente di più di quarantamila pagine, corrette letteralmente a quattro mani da Menghini e Lambertini.

Se ci fu un errore commesso da Menghini, è stato a mio parere quello di aver sovraccaricato eccessivamente le introduzioni dei volumi e le note a piè di pagina. Per quanto concerne le prime, alla descrizione dei singoli saggi, articoli, scritti presenti nel volume, vengono presentati brani inediti, differenti versioni di testo, lettere indirizzate a Mazzini dai suoi corrispondenti, al punto che non è errato ipotizzare la possibilità di ricavare singoli volumi dal materiale presente nelle introduzioni. Un esempio su tutti: nell'introduzione al XLVI volume degli Scritti politici , è contenuto un Manifesto agli Italiani attribuibile alla “Società degli amici d'Italia”, fondata da Mazzini nel 1851 a Londra: tale documento viene presentato nella sua integrità poiché in esso l'esule “dovette avere certamente mano” 6, ma senza l'assoluta certezza che ciò fosse accaduto.

Per quanto concerne l'impianto delle note, rigoroso, completo ed efficace, esso si rivelò eccessivo quando piuttosto che rimandare semplicemente alla fonte o ad un volume, riportava per pagine e pagine un intero documento. È il caso delle lettere di George Sand a Giuseppe Mazzini: Menghini non si limitò a indicare il testo di riferimento, ma le trascrisse nella loro interezza, andando quindi a gonfiare il numero delle pagine ed il lavoro di correzione delle bozze.

Conclusioni

Con questo articolo non potevo certo esaurire gli argomenti affrontati nel libro, ma ho cercato di sottolineare l'elemento di contraddizione che a mio parere ha segnato sin dalla nascita l' Edizione Nazionale , che ha certamente fallito nel suo scopo principale, quello di avvicinare Mazzini agli italiani.

A scapito dell'immagine di perdente, triste e menagramo, Mazzini, personaggio ingombrante e scomodo rispetto agli altri “Padri della Patria”, ha influenzato la storia politica del nostro paese più di quanto si creda. Tutti i leader politici e le forze politiche dell'Italia liberale prima, e gli stessi fascisti successivamente, hanno dovuto fare i conti con lui, non solo perché come sosteneva ironicamente Arcangelo Ghisleri ognuno ebbe, “anche se finì ministro del re, qualche breve rapporto con le congreghe mazziniane” (Ghisleri a Grandi 1916, p. 60), ma perché Mazzini era parte integrante della storia politica italiana. Crispi, Nathan, le diverse anime del repubblicanesimo, Gentile, inconsapevolmente lo stesso Vittorio Emanuele III, crearono un Mazzini a loro immagine; il Mazzini pragmatico e disposto a collaborare con la monarchia di Crispi e Nathan non era molto diverso da quello dei liberali; quello dei mazziniani ortodossi era rimasto antiparlamentare quando i repubblicani riformisti volevano cominciare a combattere dal parlamento le battaglie per la laicità dello stato, mentre il Mazzini di Gentile era il “profeta” di un Risorgimento che secondo il fascismo finì il 28 ottobre 1922, con la marcia su Roma. Ma esiste un Mazzini a cui tutti gli italiani possano unanimemente rapportarsi?

Di questa contraddizione l' Edizione Nazionale è lo specchio. Voluta dallo stato più come atto dovuto che per sincero omaggio, si trasformò col tempo in un gigantesco monumento di carta la cui diffusione non giovò all'immagine del patriota, e costò notevoli sacrifici umani ed economici a chi vi lavorò. Per la Galeati rappresentava una perdita, ma la tipografia non poteva liberarsene per non rinunciare ad altre commesse statali, mentre lo stesso ministero avrebbe probabilmente smesso di finanziarla senza il continuo interessamento di Menghini, e successivamente, di Giovanni Gentile.

Oggi che riposa nelle biblioteche e sui banchi degli antiquari, nonostante l'insuccesso mediatico, l' Edizione Nazionale rappresenta una delle più belle pagine della storia culturale del nostro paese, ed è la più completa e rigorosa testimonianza della vita di Mazzini.

Io ho voluto inquadrarla nella vicenda politica del nostro paese per riflettere sulla mancata metabolizzazione della figura di Giuseppe Mazzini da parte della cultura italiana, metabolizzazione auspicabile ora che il bicentenario della nascita è alle porte.

 




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Abstract
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Autore Finelli Michele
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