N. 5 - Ottobre 2004


ISSN 1720-190X





Sara Valentina Di Palma

Le Edot ha Mizra in Israele


Atlit, campo per immigrati dal 1948 agli anni Settanta.
(foto di Sara V. Di Palma )

 

Una vicenda poco nota

La questione dell' aliah ve klitah (immigrazione e assorbimento, nel senso di integrazione) degli ebrei provenienti dai paesi musulmani si intreccia con diversi aspetti peculiari della società israeliana, attraversata da molteplici fratture. Oltre alla divisione etnico-religiosa tra arabi ed ebrei e a quelle comuni ad altre società che contano varie classi e posizioni politiche, vi sono infatti altre due spaccature in seno alla popolazione ebraica e in parte collegate tra loro: quella religiosa tra laici e religiosi da un lato, ultraortodossi dall'altro, e quella etnica tra gli ebrei di origine occidentale o askenazita e gli ebrei di origine orientale o sefardita.

Il tema delle immigrazioni ebraiche in Israele, centrale nell'ideologia sionista, è stato ad oggi oggetto di studio soprattutto in varie indagini sociologiche sia sugli anni delle cinque classiche aliot (1882-1938), sia sul periodo della nascita di Israele e del consolidamento dello Stato (1948-1956), ma soprattutto su immigrazioni più recenti nella storia israeliana, da quella etiope a quella dall'ex Unione Sovietica. Interessante sarebbe cercare di capire le ragioni della penuria di indagini recenti (non tanto sociologiche e demografiche, quanto storiografiche) sulle immigrazioni nei primi anni di vita del Paese, quando gli studi sono perlopiù governativi e miranti da un lato a individuare i presunti successi dell'assorbimento degli immigrati, dall'altro ad analizzare questioni pratiche ed economiche quali la situazione degli alloggi o l'impiego dei nuovi venuti nell'agricoltura (Keren Hayesod 1951; Sicron 1957). Si tratta, in sintesi, del delicato rapporto tra istituzioni, produzione storiografica ed elaborazione di una memoria collettiva mutevole e connessa ai mutamenti politici e sociali del Paese. Se, infatti, la storiografia ufficiale – inserita nel contesto politico del sionismo laburista e del grande lavoro di creazione dello Stato svolto dagli uomini di Ben Gurion – ha per decenni, anche dopo la sconfitta elettorale del laburismo del 1977, mantenuto l'idea della klitah degli immigrati ebrei di qualunque etnia nella società israeliana, di recente sono emerse narrative diverse.

In una panoramica sulla storiografia israeliana degli ultimi dieci-quindici anni, si ha la sensazione che, dopo il dibattito sul 1948 e sulla nascita, insieme con lo Stato, della questione palestinese, l'attenzione degli studiosi si sia spostata alle tematiche interne di identità, da quella legata alla Shoah , per investire solo in tempi assai recenti anche il problema delle immigrazioni ebraiche e della mancata integrazione delle Edot ha Mizrah . In questo processo, sembra che l'indagine proceda a ritroso nel tempo, dall'attualità – e difatti non è un caso che gli unici studi appartengano al campo sociologico – sino agli anni Cinquanta, in cui vi è stata una massiccia immigrazione di ebrei da Asia e Africa e si sono poste le basi per tutte le questioni tuttora irrisolte di convivenza, integrazione, assimilazione tra comunità occidentali e comunità orientali – senza dimenticare che, spesso, dietro a un'apparente integrazione si celano altre divisioni etniche, e che inoltre da convergenze etniche in un campo, come per esempio la fertilità, non derivano necessariamente convergenze in altri settori, quali il reddito o la residenza in zone etnicamente determinate o meno. Inoltre, si deve analizzare il ruolo delle istituzioni e delle reti sociali nelle comunità – molto importanti soprattutto le relazioni tra famiglie – nel favorire o creare nuovi divari.

La penuria di materiale storiografico sul tema e di informazioni e dati elaborati ha ragioni che varrebbe la pena di analizzare: la questione dell'immigrazione di massa degli anni Cinquanta e dell'integrazione ebraica in Israele è stata ignorata per decenni dalla storiografia sionista, la quale anzi credeva nel paradigma della “fusione degli esiliati”, e solo quando costretta – come nel caso della rivolta del 1959 a Wadi Salib, un quartiere degradato di Haifa, abitato prevalentemente da olim (immigrati) marocchini – ha ammesso in parte le difficoltà nel processo di integrazione.

Con la recente messa in discussione delle politiche sioniste per opera dei cosiddetti “nuovi storici”, la politica laburista inizia ad essere contestata non solo sulle relazioni internazionali con i palestinesi, ma anche in altri campi, come appunto immigrazione ebraica e integrazione. La questione resta però ancora marginale nel dibattito storiografico, che del sionismo indaga soprattutto gli errori in politica estera, mentre la “sociologia critica”, una sorta di sorella della “nuova sociologia”, ha già compiuto grandi passi nella demitizzazione delle politiche sioniste in tema di immigrazione e assorbimento degli immigrati di origine orientale – tra i nuovi storici si ricordano Tom Segev, Benny Morris, Ilan Pappe; tra i sociologi critici Uri Ram, Baruch Kimmerling e Yonathan Shapiro.

Mancano ancora indagini sull'immigrazione ebraica di quegli anni, dato che la questione è vista con sospetto e timore per l'uso che potrebbe essere fatto dei dati e delle fonti, a seconda che siano letti da studiosi filo post-sionisti (di sinistra) o neo-sionisti (di destra), e soprattutto perché l'idea di un'identità israeliana omogenea e coesa appare più funzionale ad affrontare il conflitto con gli arabo-palestinesi. Tuttavia, la presenza di studi innovativi in ambito sociologico sembra suggerire che anche la storiografia, una volta occupatasi della frattura tra arabo-palestinesi ed ebrei, si possa interessare della frattura tra ebrei di origine occidentale ed ebrei di origine orientale. Indagare, da un punto di vista anche storico e non più solo sociologico, le diverse componenti dell'ebraismo israeliano e individuare problemi aperti e politiche discriminanti, significa dover affrontare il passato del laburismo sionista, e quindi il sionismo di Stato che per trent'anni ha governato Israele, mettendo a nudo le contraddizioni nell'applicazione dei suoi ideali. Mentre un'indagine storiografica sulla politica estera israeliana può condurre a una critica delle scelte laburiste, senza discutere però l'intero sistema ideologico fondante il laburismo, una disamina storica diacronica della politica interna condurrebbe – più di quanto non abbia fatto la sociologia, cui interessano i fenomeni in sé e in un dato periodo storico piuttosto che le cause – ad una revisione dell'ideologia sionista laburista.

Storia della definizione di Edot ha Mizrah

Sefarditi, ebrei orientali, mizrahim , Edot ha Mizrah : si tratta di diverse espressioni che definiscono il medesimo gruppo e che sono usate spesso indifferentemente sebbene abbiano sfumature semantiche diverse. In contrapposizione al vocabolo askenaziti – designante in modo un po' schematico gli ebrei di origine americana ed europea, anche orientale, dal vocabolo A skenaz che significa Germania – il termine sefarditi indica, in ebraico medievale, gli ebrei di origine spagnola o i discendenti degli ebrei espulsi dalla Spagna dopo il 1492 – dal termine biblico Sefarad , Spagna, che compare una volta sola nella Bibbia in riferimento a Sardi, capitale della Lidia, in Asia Minore (Benbassa e Rodrigue 2004, p. XVI ).

Per estensione, sono considerati sefarditi gli ebrei del Mediterraneo, dei Balcani e del Medio Oriente, e in generale, anche se impropriamente, gli ebrei che vivono in paesi musulmani, la cui identità è peculiare e non assimilabile a quella degli ebrei bulgari o jugoslavi. Tra queste comunità sefardite, dunque, alcune non hanno né hanno avuto legami con la Spagna, e purtuttavia nel 1971 la Federazione Sefardita Mondiale ha adottato la concezione israeliana di sefarditi come di “altri ebrei di origine non askenazita”. Infatti, askenaziti e sefarditi hanno liturgie sinagogali diverse, pur condividendo le regole essenziali dell'ebraismo in materia di casherut e di festività religiose e di oggetti rituali. D'altronde, la confusione non è recente, giacché sembra che i sefarditi discendenti degli spagnoli abbiano presto iniziato a chiamarsi sefarad tahor , sefardita puro, per distinguersi dagli altri (Benbassa e Rodrigue 2004, p. 317).

Se nei secoli dell'espansionismo musulmano è l'ebraismo sefardita a dominare, dalla modernizzazione economica e sociale europea del XVIII secolo in poi sono le comunità askenazite ad acquistare importanza, mentre gli ebrei sefarditi seguivano le sorti della decadenza del mondo musulmano, divenendo una sorta di “ebraismo del Terzo Mondo” (Poirier 1998, p. 32). Rappresentativo è il caso dello Yishuv (la comunità ebraica in Eretz Israel , in terra di Israele) nell'Ottocento: i sefarditi costituiscono il gruppo dominante – vi abitano da secoli, sono numericamente più consistenti degli askenaziti, sono integrati nella società araba con cui condividono lingua e cultura, il loro Rabbino Capo è riconosciuto come il solo rappresentante degli ebrei nel territorio; sono ai vertici delle istituzioni ebraiche e gestiscono i contributi economici provenienti dall'estero. Nonostante ciò, nel corso del XIX secolo il loro prestigio è progressivamente intaccato dagli askenaziti sionisti, che iniziano numerosi a fare l' aliah e hanno legami con il capitale e il mondo europeo. Il maggior successo conseguito dagli askenaziti è la concessione, da parte dell'autorità ottomana, di rappresentare ufficialmente la comunità ebraica di Gerusalemme. Inoltre, gli ebrei di origine europea riescono a creare le proprie strutture economiche e, alla nascita di Israele, sono gli askenaziti a detenere potere e prestigio (Kaniel 1976; Eliav 1982).

La definizione di sefarditi (Shohat 1999) si adatta però più alle comunità ebraiche turca, bulgara e rumena che non a quelle dei paesi arabi, per i quali si usa preferibilmente l'espressione di ebrei orientali , una definizione creata con l'emergere del problema stesso di un'identità diversa da quella askenazita: infatti, prima che i sefarditi compiessero l' aliah verso Israele, né loro stessi né gli altri pensavano a definirli in una categoria a sé che presupponesse un'appartenenza identitaria diversa da quella di altri ebrei; si trattava semplicemente di ebrei inseriti in società arabe, dove spesso rivestivano posizioni di prestigio e di cui si sentivano parte integrante, colti e raffinati – diversamente da quanto affermato dall'ideologia sionista.

Anche il termine sefarditi per indicare gli ebrei israeliani di origine non occidentale appare alla fine degli anni Sessanta, per accomunare tutti coloro che non condividono l'identità askenazita, senza tener conto però delle differenze interne alle varie Edot (comunità) orientali. Viceversa, gli askenaziti si identificano nel non essere sefarditi e nell'appartenere ad una cultura occidentale, da cui si distinguono però per una minore considerazione delle leggi, per una percezione più debole della democrazia, per il maggior peso attribuito al nazionalismo, per un individualismo meno accentuato (Lotan 1983). Gli ebrei sefarditi differiscono dagli askenaziti nella lingua – in origine, gli askenaziti parlano lo yiddish e i sefarditi il ladino, una lingua nata dalla commistione di ebraico e castigliano, divisa in vari dialetti – come anche nel rituale religioso e nella liturgia, ma ogni gruppo riconosce la validità del Rabbinato e delle regole dell'altro. Inoltre, nei secoli vi sono state spesso vicinanze tra askenaziti e sefarditi, e un esempio è l'Italia, dove membri di ambo le etnie hanno convissuto insieme, come a Venezia.

In Eretz Israel , prima delle aliot sioniste i sefarditi sono la maggioranza, circa il 60% della popolazione, e nonostante immigrino anche tra la fine dell'Ottocento e la fine del mandato britannico sulla Palestina, grazie alla diffusione del sionismo anche nelle moderne e ricettive comunità ebraiche del mondo arabo, che vivono insieme un'occidentalizzazione e una sensibilizzazione al tema del nazionalismo ebraico – tra gli anni Venti e il 1948, ben 15.000 yemeniti e adeniti arrivano dallo Yemen e dal Protettorato di Aden – in questa fase rappresentano solo il 10% dell'immigrazione, tanto che alla nascita di Israele gli askenaziti sono il 77% della popolazione del nuovo Paese. La situazione si capovolge radicalmente nei primi anni di vita di Israele: tra 1948 e 1953 gli immigrati orientali sono il 49%; tra il 1952 e il 1953 raggiungono il 70% – per calare nuovamente nel periodo della guerra del Sinai, tra 1954 e 1957, quando contano lo stesso sempre molto, il 63% degli immigrati. Entro il 1958, vive in Israele quasi tutta la popolazione ebraica di Yemen e Aden, Libia e Iraq, e una buona parte di quella di altri paesi arabi (Encyclopedia Judaica 1995).

Anche la denominazione di “orientali” per indicare gli ebrei immigrati in Israele dai paesi asiatici e africani è, in ogni caso, imprecisa e ambigua, poiché applicata anche agli ebrei maghrebini – vale a dire “dell'ovest”, della parte occidentale dell'impero islamico; il vocabolo nasce dall'arabo al gharb che significa “occidente” –, mentre l'indicazione di “occidentali” è erroneamente usata per indicare gli ebrei askenaziti provenienti dall'Europa orientale. Se la distinzione tra askenaziti e sefarditi c'è sempre stata, in Israele assume infatti caratteristiche peculiari, e i sefarditi sono gli olim africani o asiatici, definiti con il vocabolo “orientali” come eufemismo per indicare i poveri, gli emarginati, i bisognosi. Pertanto, molti membri delle Edot ha Mizrah rifiutano di chiamarsi “orientali”.

Il termine mizrahim significa sempre “orientali”, ma ha il vantaggio di essere autoreferenziale, un concetto nato con la presa di coscienza degli ebrei orientali di essere un gruppo discriminato e in cerca di affermazione positiva di una propria identità, sorta in Israele e proprio dall'esperienza comune del mancato inserimento nella società e del disprezzo con cui gli askenaziti hanno accomunato persone dalle realtà ben diverse, dagli yemeniti ai marocchini, dagli iracheni agli iraniani. Anche la definizione di mizrahim è stata però messa in discussione dagli stessi appartenenti al gruppo, che oggi preferiscono definirsi Edot ha Mizrah (le comunità del Mizrah , vale a dire dell'est, in contrapposizione a Edot ha Maarav , cioè dell'occidente), un'espressione che insiste sulle peculiarità culturali di tali persone piuttosto che su caratteristiche socioeconomiche. Allo stesso tempo, costoro rivendicano un riconoscimento della propria cultura che superi il livello superficiale del folklore, per cogliere la piena autonomia e diversità su un piano paritario. Il termine edah , va ricordato, non è applicabile in generale a qualsiasi gruppo etnico: si tratta, infatti, di un'entità subetnica e subculturale, interna all'unica etnia costituita dal popolo ebraico; le edot sono quindi le comunità, i paesi di origine degli ebrei (Krausz 1986).

Popoli assai diversi tra loro per mentalità, ceto sociale, religiosità, cultura, livello di integrazione nelle società di origine, i sefarditi di Israele scoprono di fatto un'appartenenza comune dapprima plasmata dagli askenaziti che dall'esterno generalizzano le loro caratteristiche definendole in base ai loro pregiudizi, e in seguito fatta propria dagli ebrei orientali stessi nei termini diversi delle rivendicazioni di parità e uguaglianza con gli askenaziti. Analogamente agli arabi di Israele, nei primi anni di vita del Paese i mizrahim sono guardati con diffidenza per la loro posizione mediana tra le realtà araba ed ebraica, troppo orientali per essere considerati “veri” ebrei ma anche sufficientemente ebrei da essere ritenuti idonei alla aliah in Israele e ad un'opera di “conversione” in senso sionista e laburista. Inoltre, è curiosa la percezione che gli altri hanno dei sefarditi e che ogni etnia delle Edot ha Mizrah ha di sé: gli yemeniti si vedono, e sono visti, come gente positiva e laboriosa, diversamente dai marocchini che si descrivono spesso come vittime ma dagli altri sono considerati più propensi alla violenza, all'autocommiserazione e alla delinquenza; gli iracheni sono rispettati in quanto socioeconomicamente vicini agli askenaziti e in una posizione sociale medio-alta, mentre i curdi appartengono ad una fascia socioeconomica più bassa e incontrano meno stima.

Spesso alcuni stereotipi nascono da reali fattori di diversità tra le edot , e a loro volta incentivano le disparità: uno studio sulle donne yemenite e marocchine di bassa estrazione, per esempio, mostra che le yemenite tengono maggiormente al proprio aspetto e alla pulizia, hanno un vocabolario più ricco e sono più ambiziose delle donne marocchine, le quali hanno una minore autostima a causa anche dell'atteggiamento altrui nei loro confronti (Sharni-Hershko 1984). Tuttavia, contrariamente agli stereotipi, non solo le Edot ha Mizrah (come suggerisce la definizione stessa) non sono un gruppo omogeneo, ma anche all'interno dei mizrahim provenienti da un solo Paese vi sono notevoli differenze, come mostra il caso degli ebrei libici: sono quasi tutti religiosi, ma i più parlano e scrivono arabo (spesso con caratteri alfabetici ebraici) e pochi italiano, e qualcuno parla anche ebraico; vivono principalmente a Tripoli ma molti provengono da villaggi; sono per lo più commercianti ma alcuni sono agricoltori; le loro condizioni economiche prima di lasciare la Libia erano le più disparate 1. Inoltre, gli stereotipi sulle varie comunità ebraiche in Israele sono spesso contraddittori, come avviene per gli ebrei yemeniti, da un lato sono considerati poco “costruttivi” 2, dall'altro sono descritti come

[…] volenterosi e imparano presto tutti i lavori e si dedicano con tutta l'anima e corpo al lavoro fisico […]. Imparano con facilità la lingua ebraica e perciò vengono anche assorbiti con facilità nel Paese […] 3.

Anche sotto il profilo religioso bisogna distinguere tra sefarditi e sefarditi: mentre il Gran Rabbinato askenazita unisce le comunità di rito askenazita, il Gran Rabbinato sefardita unisce le comunità di rito non askenazita – spagnola, italiana, marocchina, algerina, greca, turca, eccetera – che non includono comunità sefardite dotate di autonomia, come quella yemenita, indiana, curda, etiope. Si tratta di un'ulteriore conferma, dunque, che le comunità orientali non askenazite, registrate nei censimenti come sefardite, raggruppano etnie assai diverse le une dalle altre, tanto che c'è chi ipotizza l'esistenza di un terzo gruppo tra occidentali e orientali, costituito da sefarditi che non rientrano nel gruppo etnico degli ebrei orientali: jugoslavi, greci, bulgari, spagnoli, italiani, argentini, turchi, egiziani, indiani, pakistani (Weiker 1983).

Provenienza e caratteristiche delle Edot ha Mizrah

Il diritto all'immigrazione del popolo ebraico, prima ancora di essere ufficializzato con la Legge del Ritorno del 1950 e con la Legge di Cittadinanza del 1952 (per la quale ogni ebreo ha diritto alla cittadinanza appena tocca il suolo israeliano), appare chiaramente nella dichiarazione di indipendenza ed è attuato già nel 1948 con un primo provvedimento del governo provvisorio, mirante ad abolire le restrizioni britanniche all'immigrazione e a legalizzare gli olim che i britannici avevano intercettato e classificato come illegali.


Atlit, una torretta di guardia
(foto di Sara V. Di Palma)

Subito dopo la dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele, i primi olim sono gli ex immigranti illegali intercettati dai britannici e detenuti a Cipro. Mentre scoppia la Guerra di Indipendenza (il primo conflitto arabo-israeliano), in Israele giungono 33.000 immigrati, e altri 70.000 arrivano negli ultimi quattro mesi del 1948. Si tratta principalmente di sopravvissuti alla Shoah . Nel 1949, gli olim sono oltre 250.000; i gruppi più consistenti sono costituiti da polacchi (47.000), nordafricani (39.000), adeniti e yemeniti (35.000), turchi (26.000) e bulgari (20.000). Tra la nascita di Israele e la fine del 1949, quindi in poco più di 18 mesi, la popolazione cresce del 50%, e un israeliano su tre è un oleh (Segev 1986, p. 96).

Nonostante l'immigrazione vissuta da Israele, se paragonata in cifre con quella di altri paesi come l'Australia o gli Stati Uniti, appaia insignificante, bisogna tuttavia riconoscere la sua importanza in termini relativi: raddoppiata nel 1949, la popolazione israeliana è addirittura triplicata nel 1951. Il confronto con l'immigrazione in altri paesi è comunque necessario per cogliere le peculiarità del caso israeliano: la popolazione israeliana, come in altri Stati, aumenta più per immigrazione che per crescita naturale – ovvero la differenza tra nascite e morti – e analogamente agli altri paesi industrializzati vi sono in Israele la diminuzione della mortalità grazie ad un migliore sistema sanitario; il passaggio dalla famiglia allargata a quella nucleare; una crescente urbanizzazione; la concentrazione della popolazione in zone etnicamente diverse; l'invecchiamento della popolazione grazie ad una riduzione della fertilità associata all'allungamento della vita; il maggior coinvolgimento statale nella creazione di politiche di welfare .

Tuttavia, Israele è anche un caso unico per la rapidità con cui avvengono tutti questi processi, che altrove hanno richiesto almeno un secolo, mentre in Israele si sono verificati perlopiù nel giro di una generazione, come si nota analizzando la struttura familiare degli ebrei orientali, che in pochissimi anni vede una diminuzione di mortalità infantile e di natalità e un prolungamento dell'età media di vita. Inoltre, Israele si differenzia per alcuni aspetti dai paesi industrializzati, senza però avere neppure analogie con i paesi del Terzo Mondo: ha un tasso di fertilità più alto dei paesi occidentali sviluppati con cui però condivide tassi di mortalità molto bassi, e pertanto si differenzia anche dai paesi in via di sviluppo (Goldscheider 2002, p. 11).

Nei primi anni di vita di Israele le immani perdite umane causate dalla Shoah fanno desistere dall'idea di selezionare gli immigrati verso il nuovo Stato, che necessita di forze per creare le proprie infrastrutture: si devono accettare, anzi stimolare quindi gli arrivi dai paesi arabi. Se “l'ascesa di Hitler aveva portato in Palestina gli ebrei tedeschi, lo sterminio degli ebrei europei portò in Israele gli ebrei del mondo arabo” (Segev 2001, p. 112), ebrei la cui realtà era quasi del tutto ignorata dai sionisti. La Shoah non è la sola causa del minor peso europeo nell' aliah , come ricorda il primo ministro Ben Gurion nella prefazione al quarto Government Yearbook (Ben Gurion 1952, p. 16):

L'annientamento di due terzi degli ebrei europei, il blocco degli ebrei in Unione Sovietica e in molti dei suoi Paesi satelliti, hanno significato che le terre dell'Islam sono divenute i principali centri dell'Aliyah. Quelle terre sono caratterizzate da povertà materiale e spirituale, e la maggior parte degli esiliati che ora fa ritorno è sia mentalmente impoverita sia priva di educazione, ebraica e generale.

Lo sterminio degli ebrei europei per opera del nazionalsocialismo ha avuto un ulteriore effetto che inizialmente sfugge ai membri dello Yishuv : in tutto il mondo, la percentuale degli ebrei sefarditi è aumentata a causa dell'uccisione di quasi sei milioni di ebrei askenaziti; inevitabile dunque che anche nel futuro Stato di Israele gli ebrei orientali siano destinati a rivestire un forte peso.

L'immigrazione è immensa e contraddittoria per i sionisti, i quali intendono per olim gli ebrei askenaziti ed est europei in particolare, e vedono arrivare in Israele soprattutto mizrahim , considerati selvaggi, primitivi, regrediti. Gli immigrati sono chiamati Avak Adam , relitti umani, e sono spesso poveri e in difficoltà in un Paese non preparato ad accoglierli. David Ben Gurion desidera comunque un'immigrazione di massa non solo per ragioni ideologiche – legate al concetto di kibbutz galuyot , la riunione degli esuli – ma anche per ragioni di strategia militare: sebbene gli immigrati siano estranei in Israele, dislocarli in zone di confine rafforzerebbe la sicurezza delle frontiere, e i loro figli saranno tzavrim (nati in Israele) preparati e volenterosi, pronti a difendere la patria. Inoltre, Israele necessita di manodopera per l'agricoltura e per l'industria. Più che gli immigrati come persone, è quindi importante l'immigrazione in sé, anche se a parole l'intento è “salvare” gli ebrei della diaspora, come si evince dai discorsi del premier (Ben Gurion 1950, p. 34):

Il nostro compito supremo e urgente ora è far raccogliere qui quelle comunità che non hanno scelta , che non possono e non vogliono rimanere nella Diaspora. […] Le comunità ebraiche est Europee e dei Paesi islamici vogliono e debbono venire qui. […] è necessario che vengano anche se questo Paese non è ancora pronto ad assorbirli. La maggior parte di loro non possiede nulla. Non hanno capitale, che è stato loro sottratto. Sono stati mal educati e privati di cultura.

D'altro canto, vi è un'ulteriore causa della massiccia immigrazione di ebrei delle Edot ha Mizrah : a metà anni Cinquanta il passaggio del problema palestinese da conflitto locale a questione regionale comporta accessi antiebraici nei paesi arabi e provoca nella classe dirigente israeliana il timore di una seconda Shoah , che si spera possa essere evitata con il tentativo di accogliere nel Paese tutti gli ebrei che si riesca a far immigrare. Va però anche detto che il timore di persecuzioni antiebraiche nei paesi arabi è spesso funzionale alle necessità di ricevere immigrati, e quindi strumentalizzata dalla propaganda sionista. È comunque vero che in alcuni paesi arabi, dopo la nascita di Israele, si scatenano numerosi pogrom e il sionismo diviene un crimine. Segue quindi, all'interno della cosiddetta aliah hamonit dei primi anni di Israele (a liah di massa, detta anche aliah gadolah , grande aliah ), un'ondata immigratoria tale da far parlare di “rifondazione” di Israele – addirittura mitiche sono le operazioni “Tappeto Volante” o “Sulle Ali delle Aquile”, come gli immigrati preferiscono chiamarla riferendosi alla Bibbia, e “Ezra e Nehemiah” che trasferiscono in aereo in Israele la prima (tra 1949 e 1950) i circa 50.000 ebrei adeniti e yemeniti, la seconda (tra 1950 e 1951) circa 120.000 ebrei iracheni 4. Mentre gli iracheni sono liberi di emigrare dal 1951, diversamente da loro gli ebrei yemeniti partono illegalmente, molti fuggendo fino ad Aden (sotto i britannici) dato che le autorità locali non consentono l'emigrazione.

Raramente, però, il movimento sionista si preoccupa di dare una formazione a quanti stanno per fare l' aliah , nonostante gli avvertimenti dell'Agenzia Ebraica sulla pericolosità di tale trascuratezza, e persino le condizioni nei campi di transito prima della aliah sono tenute in scarsa considerazione, come descrive al Dipartimento Immigrazione israeliano il rapporto di un medico che lavora a Marsiglia:

Durante la traversata verso Marsiglia, che dura tre giorni, [gli immigranti dal Nord Africa] non ricevono cibo. Le condizioni a bordo sono pessime.[…] In due dei campi c'è grande penuria di coperte. […]Come risultato delle cattive condizioni degli alloggi e del recente peggioramento nella nutrizione, in questi campi sono morti dodici bambini. […] Mancano sapone e vestiti. […] in tutti i Paesi europei agli immigranti sono dati vestiti mentre gli immigranti nordafricani non ricevono nulla 5.

Anche il campo di accoglienza ad Aden, dove sono raccolti gli ebrei adeniti e yemeniti, versa in condizioni disperate: privo di cucine, mense, servizi igienici, senza le necessarie strutture sanitarie, ha un tasso molto alto di mortalità infantile 6. Sono in realtà le comunità ebraiche locali, più che l'Agenzia Ebraica, ad occuparsi dei campi e dei centri di raccolta per i futuri emigranti: in Algeria, le comunità organizzano le partenze verso Jaffa, e presso Algeri sorge un centro di raccolta da cui partono navi per Marsiglia (dal 1947 tramite il battello Annales ) e per Jaffa.

A yemeniti e iracheni si aggiungono, nei primi anni Cinquanta, gli ebrei della cosiddetta seconda ondata provenienti da Siria, Libano, Giordania, Turchia, Iran, Egitto, Libia, e dal 1956 (quando Tunisia e Marocco ottengono l'indipendenza e vedono un crescere del nazionalismo arabo antisionista) anche tunisini (22.000) e marocchini (120.000) – sebbene i primi marocchini siano arrivati in una prima ondata migratoria dal Maghreb già poco dopo la nascita di Israele, a causa del crescente odio verso gli ebrei. All'inizio del 1947 molti ebrei lasciano di nascosto Tunisia e Marocco per recarsi in campi di transito in Algeria, da dove fare l' aliah ; le prime due navi che partono, Giuda Levita e Shibat Zion , sono scoperte dagli inglesi e inviate a Cipro, mentre una terza nave ( Haporsim ) è fermata dalla polizia francese e rimandata indietro (Toledano 1996, pp. 260-261).

Inoltre, come riporta un settimanale ebraico libico, anche piccole comunità ebraiche della diaspora manifestano il desiderio di fare l' aliah :

In Albania vi sono in tutto 150 anime di ebrei e anche loro hanno espresso il desiderio di immigrare. Nel Canadà molti centri religiosi di ebrei marrani stanno ritornando in grembo all'ebraismo. Questi vogliono immigrare e fondare in Israele dei villaggi agricoli. Lo stesso avviene nelle comunità ebraiche di Gibuti, Asmara e persino nell'Etiopia 7.

Se tra il 1948 e il 1951 oltre la metà degli olim è sefardita, negli anni tra il 1955 e il 1956 gli immigrati sono prevalentemente marocchini (seconda migrazione dal Maghreb ) mentre, dopo la crisi di Suez e la seconda guerra arabo-israelo-palestinese, l'immigrazione in Israele riguarda soprattutto gli ebrei egiziani ed est europei – in conseguenza alla riapertura delle frontiere all'emigrazione ebraica, dopo i fatti di Budapest e il ripresentarsi dell'antisemitismo.

In breve, in Israele le Edot ha Mizrah raggiungono una consistenza numerica superiore agli askenaziti – persa solo in tempi assai recenti, con l'immigrazione di circa un milione di ebrei askenaziti dall'ex Unione Sovietica, anche se non si deve dimenticare che, nonostante dalle statistiche non appaia, la maggioranza degli immigrati provenienti dalle repubbliche caucasiche e asiatiche dell'ex Urss è sefardita e non askenazita –, siccome immigrano molto più degli ebrei europei: solo tra il 1951 e il 1956, sono 257.000 gli olim orientali contro 140.000 dall'Europa e in piccola parte dalle Americhe (Greilsammer 1998, p. 265) 8. Una terza consistente aliah riguarda infine, all'inizio degli anni Sessanta, di nuovo gli ebrei marocchini e tunisini, nella terza e ultima migrazione dal Maghreb – mentre negli stessi anni gli algerini scelgono la Francia. Alla fine delle tre immigrazioni di massa in Israele il gruppo etnico più consistente è quello dei marocchini (quasi 260.000), seguito dagli iracheni (130.000).

Le Edot ha Mizrah in Israele: insediamenti e problemi di integrazione

In un testo programmatico dell'Agenzia Ebraica, in cui sono esaltati i risultati conseguiti nei primi vent'anni di Israele, il tesoriere e membro dell'esecutivo A. L. Dulzin (1969, p. 13) induce ad una riflessione interessante, seppure condotta in toni un poco altisonanti:

In molti Paesi si spendono energie nel calcolare la somma di investimento necessaria a formare ogni individuo alle mansioni di cui la società ha bisogno. […] Ma qualcuno si è mai chiesto quale sia l'investimento di denaro, in prezzi correnti, necessario a “fare” uno Stato? Questo significa la creazione di uno Stato ex nihilis . Il “fare” qui descritto riguarda un'agricoltura intensiva per cui è stato necessario […] convertire un deserto in suolo fertile. È stato necessario convertire lavoratori non qualificati in agricoltori […]. È stato necessario creare industrie e formare una generazione di lavoratori da persone che non avevano mai lavorato nell'industria. Ha riguardato la preparazione del terreno, il rimboschimento, la creazione di un sistema di irrigazione, creare strade nel deserto e nella pianura, stabilire un sistema educativo, sanitario e sociale […].

Tutto ciò è indubbiamente vero, ed è avvenuto in un periodo in cui ai costi della creazione dello Stato si sono aggiunti quelli per la difesa e per la klitah . I metodi dell'assorbimento degli immigrati, e dunque anche i risultati di tali politiche, variano nel tempo, secondo il flusso degli olim , la situazione politica, economica e sociale del Paese al loro arrivo, e soprattutto le disponibilità finanziarie dello Stato e degli altri organi che forniscono aiuto.

All'inizio dell'immigrazione di massa, tra 1949 e 1951, si provvede alle necessità materiali di un primo alloggio provvisorio e dei beni essenziali quali cure mediche, vestiario, cibo; all'inizio degli anni Cinquanta sorgono le mabarot , campi provvisori già ideati in vista di un inserimento degli immigrati nel mondo del lavoro – che inizialmente è pensato solo nel campo agricolo, poi anche nell'industria manifatturiera, soprattutto nelle cosiddette “città di sviluppo” sorte dalla metà degli anni Cinquanta. Tuttavia, la prima causa della difficile integrazione degli immigrati dipende dal fatto che una volta sorto lo Stato di Israele il governo preferisce investire i propri fondi nella spesa per l'immigrazione di nuove persone, prima di incrementare le condizioni di vita di quanti languiscono nei campi di accoglienza.

Il problema degli insediamenti e degli alloggi è centrale non solo per quanto concerne le politiche governative in merito alla klitah , ma anche e soprattutto per la realizzazione del sogno sionista di creare Israele prima, e di rafforzarlo poi. Lo Yishuv si adopra da sempre ad acquistare la terra e a farla fruttare, e dalla prima aliah i pionieri cercano nuove e diverse forme di insediamento che soddisfino le loro esigenze ideali, politiche e sociali. Gli insediamenti, e in particolare il lavoro della terra, sono infatti funzionali alla creazione dell' homo novus israeliano, libero dai retaggi della diaspora. Anche lo Stato di Israele, sulla scia dello Yishuv , crea vari tipi di insediamento che rispondano alle necessità del Paese e che facciano fronte all'immigrazione di massa.

Gli insediamenti agricoli sono visti, infatti, come via ideale per l'assorbimento degli immigrati per molteplici ragioni: la rapida crescita della popolazione ebraica avviene dopo l'abbandono di molti villaggi arabi in seguito alla guerra di indipendenza, a seguito della quale ci sono terre incolte e riduzione della produzione agricola cui gli olim possono sopperire; i villaggi agricoli permettono di disseminare la popolazione sul territorio evitando la concentrazione urbana delle grandi metropoli costiere, Tel Aviv e Haifa in particolare; l'ideologia sionista del ritorno alla terra; la possibilità di trasformare gli ebrei orientali, privi di una formazione adatta all'economia israeliana, in agricoltori utili al Paese (Bachi 1977, p. 61). Nessuno comprende, tuttavia, che gli ebrei delle comunità orientali non desiderano né lavorare la terra, né essere dislocati in zone periferiche e prive di infrastrutture.

Oltre due terzi degli ebrei arrivati tra il 1948 e il 1950, in prevalenza askenaziti, dopo essere passati per i campi di accoglienza – di solito ex campi dell'esercito britannico, come per esempio Atlit (campo di detenzione per immigrati illegali fino al 1948, poi campo di accoglienza fino agli anni Settanta, e oggi museo) e altri costruiti appositamente – sono fatti insediare in città e villaggi, in parte abbandonati dagli arabi, in parte di nuova fondazione. Meno di un terzo rimane invece nei campi per immigrati o in alloggi temporanei, il cui eccessivo sovraffollamento peggiora con l'arrivo degli ebrei orientali ed è affrontato nel corso del 1950 da Levi Eshkol, allora direttore del Dipartimento Insediamenti dell'Agenzia ebraica, con la creazione di mabarot , i campi di transito per immigrati dotati di baracche e costruiti in principalmente in prossimità di città, dove gli olim possono facilmente procurarsi un lavoro. I campi, infatti, sono sovraffollati e abitati da persone che, dopo l'emergenza bellica del 1948 e la conseguente possibilità di essere impiegati nell'esercito e in altre attività, non riescono più a trovare un lavoro e sono sia demoralizzati sia sempre più avvezzi a contare sul fatto di essere mantenuti gratuitamente nei campi.


Atlit, interno di una baracca dormitorio.
I beni degli immigrati sono appesi al soffitto per guadagnare spazio
(foto di Sara V. Di Palma)

Se queste sono le difficoltà materiali e psicologiche degli immigrati nei campi di accoglienza, anche lo Stato affronta ingenti difficoltà per mantenere i campi e crearne di nuovi: alla fine del 1948 vi sono 28.000 persone nei campi, che salgono a 92.500 nell'ottobre dell'anno seguente. Il governo calcola che con la somma necessaria a mantenere i campi per un mese si potrebbero costruire 3.100 case per 10.000 persone ogni mese, o fornire un'abitazione a 120.000 persone all'anno (Drabkin-Darin 1957, p. 45).

L'ideazione della mabarah permette dunque da una parte di decongestionare i campi sovraffollati e di investire meglio il denaro a disposizione, dall'altro di affiancare ad un luogo fisico di ricovero anche delle opportunità lavorative. Iniziano infatti, parallelamente alla costruzione di mabarot , grandi opere pubbliche che impieghino gli immigrati; i fondi destinati a tali imprese, che vanno dal rimboschimento alla costruzione di edifici alla pavimentazione di strade, sono reperiti dal governo e da altri organi pubblici come il Fondo Nazionale Ebraico – aumentando la dipendenza degli olim dalle istituzioni e rafforzando l'immagine degli immigrati come un peso economico per lo Stato (Hacohen 2002, pp. 179-180) 9.

Lo scopo dei campi di transito è dunque duplice: limitare il tempo di residenza nei campi di accoglienza e spesso, tramite il lavoro stesso degli olim , accelerare la costruzione delle case loro necessarie. Le mabarot si diffondono pertanto nelle vicinanze di Gerusalemme, Tiberias, Beer Sheva e altre città. Esiste poi un secondo tipo di mabarah , chiamata rurale e situata presso vecchi insediamenti agricoli dove gli immigrati possano ugualmente trovare un impiego in agricoltura, e un terzo tipo costruito in zone isolate e da cui cresceranno le “development towns” o città di sviluppo – località nuove (come Shderot, Dimona, Ofakim o Netivot, tutte nel Negev, o Kyriat Shmonah, nell'estremo nord del Paese) ideate per creare una rete connettiva tra i grandi centri e le zone meridionali e di confine, mediante l'edificazione di abitati di medie dimensioni, posti di fatto in mezzo al nulla e avvertiti come tali dagli immigrati che vi sono mandati. Entro il marzo 1951, il 27% delle mabarot nelle zone di sviluppo è situato in Galilea e il 18% nel Negev. Nell'anno 5713 (dall'aprile 1951 al marzo 1952) il governo intende mandare il 18% degli immigrati nel Negev e il 25% in Galilea 10.

Tuttavia, anche vivere nelle mabarot non è facile: inizialmente gli olim sono alloggiati in tende ( badonim ), poi in capanne di lamiera ( pahonim ) o di legno ( tserifonim ) prive di elettricità e di acqua corrente; vi sono bagni pubblici la cui igiene è assai scarsa; le scuole e le cliniche mancano di personale e di materiale. Gli abitanti avvertono la provvisorietà della situazione e vi si adattano con difficoltà, anche a causa della mancanza di intimità familiare: gli abitanti delle tende e delle baracche sono costretti a vivere per lo più all'aperto o nei punti di ritrovo quali il bar, ma la situazione è logorante e spesso nascono diverbi. Inoltre, le baracche sono soggette alle intemperie, dato che quelle fatte di tendoni sono poco adatte all'inverno e, viceversa, quelle di lamiera sono soffocanti d'estate. Alla fine del dicembre del 1951, le piogge torrenziali e temporali particolarmente violenti danneggiano circa l'8% delle mabarot , costringendo all'evacuazione 1.642 famiglie e 1.175 bambini di 13 mabarot e campi di lavoro su un totale di 136. Molte persone, tra cui 4.600 bambini, erano state già allontanate prima del maltempo, nella cosiddetta “operazione rifugio”, condotta con la collaborazione di volontari e dell'esercito (Drabkin-Darin 1957, pp. 48-49). Ad ogni modo, nelle mabarot , la vita è migliore rispetto ai campi, dove spesso si verificano incidenti, come a Rosh Haayin dove nel 1949 un oleh è ucciso da un poliziotto durante una protesta (Greilsammer 1998, p. 264). Accade poi di frequente che gli olim manifestino davanti alla Knesset per ottenere un miglioramento delle loro condizioni di vita.

Anche la situazione delle mabarot è inadeguata, e il governo decide sia di cercare di migliorarne lo standard qualitativo, sia di trovare una terza alternativa ai campi di accoglienza e alle mabarot , con la costruzione di abitazioni definitive per i lavoratori, in modo che la loro qualità di vita progredisca permettendo loro di migliorare anche la produttività e l'inserimento sociale. Nel corso dell'anno 5714, tra il 1952 e il 1953, il Dipartimento Assorbimento dell'Agenzia ebraica stabilisce pertanto un piano di liquidazione delle mabarot , da attuarsi negli anni successivi in varie fasi che prevedono la sostituzione delle tende con baracche; poi la sostituzione delle baracche di alluminio con baracche di legno e infine la dislocazione degli olim in abitazioni permanenti. Entro il 5714, nove mabarot sono chiuse definitivamente e la chiusura di altre 20 è prevista entro la fine del 1953 11.

Dagli anni Cinquanta, il governo costruisce quindi shikunim , case per immigrati, preferibilmente vicino alle città per facilitare l'inserimento nel mondo del lavoro, e allo stesso tempo per minimizzare i costi di costruzione. Si tratta di edifici di scarso pregio, piccoli e modesti, che negli anni vivranno un abbandono crescente da parte degli askenaziti (Gonen e Hasson 1974). Il criterio di assegnazione dell'alloggio definitivo prevede la precedenza in base all'ordine di arrivo nel Paese, ma i casi socialmente gravi hanno la priorità, insieme con particolari situazioni lavorative o familiari. Ad assegnare gli alloggi provvede il Central Housing Committee del Dipartimento Assorbimento dell'Agenzia Ebraica 12.

Dal 1954 l'Agenzia ebraica inaugura un nuovo metodo di integrazione degli immigrati per non sovraffollare i campi di accoglienza ed evitare la formazione di bidonville, nonché per risolvere la situazione comunque provvisoria delle mabarot : come terza soluzione, è ideato il cosiddetto metodo “dalla nave al villaggio”, con cui gli olim saltano la fase della mabarah per essere accolti allo sbarco e avviati verso il luogo di residenza, teoricamente definitivo, studiato in base a questionari fatti compilare agli immigranti prima dell'arrivo in Israele da una apposita Commissione Assorbimento. Il nuovo metodo permette pertanto di non dividere le famiglie e attivarne immediatamente la produttività agricola, dato che gli immigrati sono mandati soprattutto in zone di sviluppo agricolo.

Le due grandi ondate di immigrazione delle Edot ha Mizrah , del 1954-1956 e del 1962-1965, avvengono difatti nel periodo della creazione delle città di sviluppo, tanto che gli olim sono spesso inviati in luoghi che esistono solo sulle carte, soprattutto in Galilea e nel Negev, come avviene per i primi abitanti di Dimona, in una zona semi desertica poco più a sud di Beer Sheva: qui i mizrahim che vi arrivano nel 1955 trovano solo delle baracche prefabbricate, e il resto è da costruire. Pare che gli immigrati si rifiutino a lungo di scendere dai camion che vorrebbero lasciarli in mezzo al deserto (Poirier 1998, p. 88). Come accusa un orientale nel corso di un'indagine giornalistica condotta dallo scrittore Amos Oz per “Davar” nel 1982 (Oz 1984, p. 40), seppure con un po' di esagerazione,

Quando voi [askenaziti, ndr] eravate al vertice, ci avete nascosti in buchi, in mosciavim e in development town , in modo tale che i turisti non ci vedessero, e che noi non rovinassimo la vostra immagine, e che loro pensassero che questo era un Paese bianco. Ma ora è tutto finito, perché siamo usciti dai nostri buchi.

Nel 1948, solo l'8,7% della popolazione abita nell'estremo nord del Paese, Galilea compresa, ma entro la fine del 1955 la popolazione di queste zone cresce del 181%, raggiungendo il 10,7% della popolazione complessiva; analogamente nel 1948 unicamente l'1% degli abitanti risiede nel Negev e sulla costa meridionale, ma entro il 1955 la popolazione cresce del 1.130% raggiungendo il 5,2% della popolazione totale (Drabkin-Darin 1957, p. 76). Anche conclusa la fase di assorbimento, solo il 15% degli immigrati nordafricani vive in una grande città (a Tel Aviv sono l'8%, contro il 42% degli iracheni, il 30% dei rumeni e il 45% dei polacchi e dei russi); i più sono stati mandati in zone di sviluppo – dove è stato fatto insediare il 48% dei maghrebini contro il 14% degli iracheni e il 18% dei rumeni e l'11% dei polacchi e dei russi – e ciò determina anche un tasso di mobilità geografica molto alto, come indica il censimento del 1961: il 40% dei maghrebini cambia residenza nei due primi anni di vita in Israele 13.

Ci si può chiedere se il raggruppamento di persone provenienti dallo stesso Paese in una medesima città di sviluppo non limiti il processo di integrazione con il resto della popolazione, alimentando l'idea di essere un gruppo coeso e discriminato, ma l'alta mobilità della popolazione israeliana – tra il 1956 e il 1961 quasi il 18% della popolazione cambia luogo di residenza; tra essi la percentuale dei marocchini che si muovono è di oltre il 27% 14 – propenderebbe a smentire tale ipotesi, giacché gli spostamenti dovrebbero favorire gli incontri di persone diverse. Tuttavia, le migrazioni interne risolvono solo in parte e in modo contraddittorio il divario etnico (Ben-Moshe 1989).

I più lasciano le zone rurali, e sono pertanto soprattutto gli abitanti ivi insediati, cioè i mizrahim , ad avere le percentuali di abbandono maggiori, decretando il fallimento della politica governativa, che sconta il peso di una cattiva gestione nel coordinamento dei piani di sviluppo e nella creazione di posti di lavoro per le persone fatte insediare nelle città di sviluppo. Se infatti il disagio è forte già nelle mabarot , che pure sono una realtà provvisoria, la rabbia cresce nella condizione definitiva delle città e dei villaggi di sviluppo, dove la realtà ostile è avvertita come definitiva. La sensazione di isolamento, insieme con la mancanza di infrastrutture adeguate, favorisce il malessere degli abitanti esacerbando negli anni gli animi, nei kibbutzim più che nei mosciavim a causa del carattere meno individualista dei primi rispetto ai secondi. Abbandonati a situazioni di povertà e miseria, in gran parte analfabeti e lontani dalla vita di una società moderna il cui modello è l'Europa, i sefarditi devono affrontare l'ostilità degli ebrei europei, come questi ultimi avevano dovuto affrontare l'avversione degli tzavrim .

I villaggi di immigrati, soprattutto quando si tratta di ex abitati arabi, versano in condizioni davvero critiche: spesso vige la povertà, manca la corrente elettrica, le case sono in rovina o mal ristrutturate, il tasso di disoccupazione è alto e c'è la necessità di un intervento statale che stenta ad arrivare, nel tentativo di stimolare l'autosufficienza agricola – quando per lo più gli olim non hanno ricevuto l'istruzione adeguata e non sanno neppure da che parte iniziare con terreni e animali. Anche l'edificazione di nuovi villaggi e di nuove case negli abitati già esistenti procede troppo lentamente, oltre ad avere uno standard qualitativo basso. Il Ministero del Lavoro, per esempio, promette che nel corso del 1949 saranno costruite entro l'anno 30.000 abitazioni, ma per la fine dell'anno sono costruite solo 18.000 case ( Segev 1986, pp. 132-134) . Diversa è la prospettiva governativa in merito: gli alloggi costruiti per gli immigrati dal 1948 in poi hanno in ogni caso risolto il problema di persone che non avrebbero altrimenti avuto un tetto, e anche se gli alloggi sono di qualità scarsa, bastano alle persone per cui sono edificati ( Jewish Agency for Israel (Jerusalem), Keren Hayesod sd, p. 16) :

Il livello delle costruzioni è modesto, sufficiente a soddisfare le esigenze più elementari. Le case non vengono date gratuitamente. L'affitto è tenuto basso e gli inquilini sono incoraggiati ad acquistare le loro case a buone condizioni. Le entrate di questo cespite servono a costruire altre case perché altri attendono il loro turno.

Scopo principale del governo è non tanto creare alloggi, quanto crearli in luoghi tali da incentivare il lavoro degli immigrati, e in particolare il lavoro agricolo. Il Dipartimento Insediamenti dell'Agenzia Ebraica e il Merkaz Haclai (Centro Agricolo) della Federazione Ebraica del Lavoro sono impegnati soprattutto nella fase di programmazione degli insediamenti, primo dei quali dopo la fondazione dello Stato è il Kibbutz Haiotzrim in Galilea occidentale; entro la fine del 1948 sono creati 47 nuovi insediamenti, che entro il 1949 divengono 127 – oltre il 50% di quelli creati nei cinquant'anni precedenti dai coloni sionisti (Drabkin-Darin 1957, p. 69). Il governo incontra difficoltà, più che nella creazione di strutture, nella trasformazione degli olim in agricoltori, che si scontra con la loro insoddisfazione per i luoghi aridi in cui sono inviati e per doversi occupare di un'attività cui non sono preparati e che non interessa loro. Ne è un esempio l'insediamento di olim marocchini nel Mosciav Oren, vicino alla striscia di Gaza, nel 1954: ex artigiani, non hanno alcuna esperienza agricola e non riescono ad adattarsi alla nuova vita in Israele (Weingrod 1966).

Soprattutto due tipi diversi di insediamenti sono ideati per integrare gli olim nell'agricoltura: i moscvei ovdim ( mosciavim ) e i kibbutzim . Il mosciav ovdim , chiamato anche solo mosciav , è un villaggio in cui abitano da cinquanta a centoventi famiglie; la terra (due o tre ettari) è fornita dallo Stato insieme con un prestito a lungo termine con bassi interessi affinché gli agricoltori avviino l'attività. Ogni famiglia coltiva la terra individualmente, ma i prodotti sono smerciati dalla cooperativa degli agricoltori che possiede anche i mezzi di produzione, e provvede a fornire una pensione in caso di malattia o di incidente. Il kibbutz , invece, è un insediamento agricolo in cui vivono da cento a settecento famiglie; è fondato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, sulla collegialità delle decisioni di gestione, sull'educazione in comune dei bambini, sulla organizzazione comune del lavoro, sull'abolizione della proprietà privata e del salario.

Le costruzioni negli insediamenti rurali sono ritenute particolarmente importanti dal governo, al fine di incentivare la produzione agricola del Paese. Pertanto, gli sforzi economici più consistenti sono diretti nell'edificazione di abitazioni nei nuovi villaggi, tanto che su oltre 22.600 case costruite nei mosciavim entro il 1955, ben l'85% si trova in 230 nuovi villaggi, e solo il restante 15% negli 85 villaggi sorti in precedenza. Diverso è il caso dei kibbutzim , dove le abitazioni sorgono per lo più nei 139 vecchi insediamenti nati prima del 1948, mentre solo il 23% delle case è costruito negli 82 nuovi kibbutzim (Drabkin-Darin 1957, p. 76). Rispetto ai mosciavim , infatti, l'economia collettiva dei kibbutzim assorbe di continuo nuove persone, mentre il mosciav basato sulla conduzione familiare della terra non può assorbire molti membri in più.

Nel primo anno (aprile 1948 – marzo 1949) , solo 662 famiglie sono insediate in dieci cooperative di immigrati sorte in villaggi arabi abbandonati, mentre l'anno seguente (aprile 1949 – marzo 1950) gli insediamenti agricoli aumentano tanto che ben 5.700 famiglie trovano alloggio in cooperative e villaggi agricoli. Una volta finiti gli insediamenti ex arabi, nuovi insediamenti agricoli sono edificati nel Paese, soprattutto nel Negev. Gli olim preferiscono insediamenti individualisti in piccoli villaggi cooperativi, di solito costituiti da persone provenienti dallo stesso Paese: il governo sa che comunità omogenee possono ritardare i tempi di inserimento culturale e sociale, ma ritiene che siano comunque positive perché favoriscono la coesione degli abitanti. Soprattutto in Galilea e nel corridoio di Gerusalemme nasce il villaggio di lavoro, dove si recano immigrati cui è assicurato, per 5-7 anni, lavoro in opere pubbliche come il rimboschimento; ogni famiglia riceve un pezzo di terra da cui negli anni possa sviluppare una fattoria autonoma all'interno di una cooperativa di villaggio.

Nei primi due anni (aprile 1948 – marzo 1950), oltre 400 famiglie si uniscono a precedenti cooperative di piccoli proprietari terrieri, circa 600 hanno scelto insediamenti individuali, e 200 tra queste ultime si sono inserite in colonie di precedente fondazione in Galilea. Circa 8.000 olim , di cui il 50% orientale, sono andati in kibbutzim e in kvutzot , ma il 20% tra essi non riesce ad inserirsi e lascia l'insediamento dopo alcuni mesi 15.

Per quanto concerne il tema della concentrazione etnica in determinate aree geografiche, si deve premettere che, in qualsiasi realtà moderna, le società urbane caratterizzate da un'alta mobilità sociale vivono anche una grossa mobilità geografica, giacché ogni cambiamento nello status socioeconomico di una famiglia porta a cambiare residenza per migliorare la qualità della vita, in relazione sia ad un'abitazione più spaziosa e confortevole, sia ai servizi fruibili in una determinata zona. Ne consegue che stratificazione sociale e struttura demografica possono essere legate alla composizione etnica di una popolazione, in cui si può verificare una segregazione etnica che dipende dalla condizione socioeconomica e dalla conseguente somiglianza della richiesta di un certo tipo di abitazioni in determinate zone da parte della popolazione appartenente allo stesso ceto (Shachar 1986, pp. 381-383).

Un'analisi di lungo periodo, mirante a verificare se le differenze geografiche su base etnica – con i mizrahim residenti in zone più remote o nei quartieri più degradati delle principali città – siano tuttora vigenti, deve chiedersi innanzi tutto se la mobilità geografica interna abbia ridistribuito equamente la popolazione sefardita e askenazita; se i figli degli immigrati, cresciuti in situazioni locali su base etnica, abbiano sviluppato caratteristiche residenziali diverse dai genitori; infine quale sia la situazione della terza generazione. Mentre nelle aree di più antico insediamento, come nelle zone più ricche delle città, vivono cittadini di origine perlopiù europea, e solo in qualche caso – più facilmente nelle grandi città – abitanti di origine orientale si sono integrati con quelli di origine askenazita, la gran parte degli ebrei di origine africana o asiatica è sempre più concentrata in zone urbane degradate, nelle città di sviluppo, nelle periferie cittadine e del territorio nazionale. Per esempio, solo il 5% della popolazione di Bet Shean nel nord del Paese, e di Ofakim e Netivot nel sud, è di origine occidentale, pur costituendo il 40% su scala nazionale.

Accade anche che le Edot ha Mizrah non si concentrino solo nelle zone di sviluppo in cui sono stati inviati nei primi anni Cinquanta, o nelle periferie urbane dove le case sono state costruite velocemente e con materiali più deteriorabili nel periodo dell'immigrazione di massa, ma anche in alcune zone urbanizzate: è il caso di Rosh Haayin, fondato nel 1948 come campo yemenita presso Petach-Tikvah e i cui abitanti sono tuttora per l'80% yemeniti (Goldscheider 2002, p. 98). Anche la popolazione delle città di sviluppo continua ad essere costituita soprattutto da orientali, economicamente svantaggiati, con un livello di istruzione più basso, con una posizione lavorativa e un reddito inferiori. La concentrazione etnica non concerne solo gli orientali in senso generico, ma anche le singole etnie al loro interno, che si sono specializzate in settori economici diversi: a Dimona e a Kiryat Shmona nel tessile, a Yeroham nel minerario e chimico. La concentrazione etnica riguarda poi specifici gruppi specializzati in particolari attività: gli yemeniti nel tessile, i marocchini nel minerario, i libici nella fabbricazione di cemento, algerini e tunisini nell'industria del legname (Goldscheider 2002, p. 122) 16.

Ne consegue che, nei distretti urbani ad alta immigrazione, il livello di vita e gli standard educativi economici siano più alti e riguardino una popolazione in prevalenza occidentale, mentre nelle città di sviluppo vi siano una crescente emigrazione per le difficoltà occupazionali, e standard socioeconomici e culturali via via decrescenti, in una polarizzazione tra etnie ricche e povere, ma soprattutto tra ricchi e poveri anche nella stessa etnia, che si accentua con il passare degli anni. Per quanto concerne poi kibbutz e mosciav , nel primo la composizione etnica è rimasta prevalentemente occidentale – si ricordi che già negli anni Cinquanta il kibbutz non aveva attratto gli olim sefarditi, diretti maggiormente verso i mosciavim , i quali sono però economicamente in difficoltà a causa di un sostegno statale insufficiente, problemi gestionali, incapacità agricole dei nuovi abitanti.

Anche se, come si è detto, molti mizrahim hanno avuto una forte mobilità interna e si sono trasferiti dalle zone disagiate, tale evento ha paradossalmente avuto l'effetto di segregare ancora di più la popolazione orientale che non ha avuto la possibilità e la capacità di spostarsi. Ne consegue che il legame tra luogo di residenza ed etnia non dipenda solo dall'iniziale dislocazione degli olim , ma possa variare nello spazio pur mantenendo le sue caratteristiche di separazione tra gruppi diversi di popolazione. Si tratta, piuttosto, di una nuova alchimia tra divisione etnica e, anche all'interno della stessa etnia, tra persone capaci di ascendere socialmente, e quanti restano indietro, confinati nella povertà e nei luoghi degradati, dove per un circolo vizioso le opportunità di mutare la propria posizione, soprattutto attraverso l'istruzione e quindi migliori occasioni lavorative, sono sempre più esigue. La mobilità interna appare dunque selettiva, capace di coinvolgere solo quanti si svincolano dai legami etnici per migliorarsi economicamente e socialmente.

La politicizzazione delle Edot ha Mizrah

Alla fine degli anni Cinquanta i mizrahim , la cui prolificità e crescita demografica sono maggiori, iniziano ad avanzare rivendicazioni sociali e politiche; all'epoca il 10% delle famiglie ebree urbane è sefardita e ha l'1,6% del reddito complessivo, mentre il 10% delle famiglie altolocate è europea e detiene il 24,2% del reddito. Anche per gli alloggi la situazione è grave, si formano quartieri degradati dove cresce la delinquenza; solo il 4% dei liceali è orientale (Barnavi 1996, p. 108). Proprio per quanto concerne gli alloggi emerge una disparità di trattamento tra olim askenaziti e sefarditi: i primi godono di più spazio, siccome la densità media dell'occupazione di una casa è di 2,52 quando il capofamiglia è sefardita, e solo di 1,18 quando è askenazita 17.

È nel contesto delle rivolte degli ebrei orientali iniziate a Wadi Salib e proseguite negli anni Sessanta che inizia l'ascesa politica di Menachem Begin tra i sefarditi: egli ascolta le loro rivendicazioni e riesce a sua volta a presentarsi abilmente come un emarginato politico, a capo di un partito (l' Herut ) poco considerato nel panorama politico israeliano, pur essendo l'erede del Partito Revisionista fondato da Vladimir Zeev Jabotinsky 18. Va infatti sottolineato come, sino alla fine degli anni Cinquanta, gli ebrei orientali non accordino le loro preferenze all' Herut , che non è neppure enumerato tra i partiti politici “legittimi” e la cui politica nazionalista è poco attenta alle necessità pratiche dei sefarditi di trovare un lavoro e un'abitazione. Per esempio, alle elezioni per la quarta Knesset del novembre 1959, il Mapai esce vincitore con 47 seggi, mentre l' Herut ne ottiene solo 17, seguito dal Fronte Religioso Nazionale che ne ha 12 19.

I laburisti contano un forte elettorato tra le Edot ha Mizrah , e dagli anni Sessanta escono dalle loro fila i segretari dei consigli operai nelle città di sviluppo , cui seguono nei decenni successivi i sindaci sefarditi dei comuni delle città di sviluppo come Dimona e Kiryat Shmona (Toledano 1996, p 267). Solo il cambiamento strategico di Begin porta a prestare attenzione alle esigenze delle Edot ha Mizrah decretando una svolta di consenso: Begin si orienta ora verso tematiche di odio antilaburista e di odio antiarabo (Reznik 1996). La tendenza degli ebrei orientali a votare per la destra si accentua proprio negli anni Settanta, parallelamente alla contestazione delle Panterim sheorim (le Pantere Nere sefardite – un movimento nato nei quartieri degradati di Gerusalemme, i cui membri sono soprattutto figli di immigrati dal Nord Africa che avanzano rivendicazioni sociali sulla scia dei movimenti di liberazione dei neri statunitensi), non solo per il peso demografico crescente degli ebrei sefarditi, ma anche per altre ragioni, prima tra tutte il richiamo ad un ebraismo tradizionale ben diverso da quello laico diffuso dai laburisti. Si tratta, dunque, di un voto “etnico” (Diskin 1985; Peres e Shemer 1984). Inoltre, anche se il sostegno dei mizrahim all' Herut sembra un paradosso giacché Begin è askenazita, egli raccoglie tuttavia consenso per essere da sempre all'opposizione e contro i laburisti, il cui potere è per gli ebrei orientali il simbolo della loro discriminazione.

Il Likud , blocco di destra in cui confluisce l' Herut nel 1973, attuerà poi un'acuta politica di difesa delle minoranze ebraiche, sia orientali sia religiose, nonché per aiutare gli ebrei diasporici in difficoltà: per esempio, Begin in persona si adopra per l' aliah degli ebrei etiopi, avversata dal Gran Rabbinato sefardita. Anche la memoria della Shoah crea una frattura tra le due componenti etniche: i mizrahim , che non l'hanno vissuta, abbracciano negli anni Settanta l'estremismo verbale del Likud di Begin talvolta anche per acquisire anche loro una Shoah , individuata nella politica degli arabi (considerati come nuovi nazisti) e degli stessi israeliani che li vorrebbero allontanare dai territori occupati (Nirenstein 1996, p. 128). La questione araba è un nodo centrale sapientemente sfruttato dalla destra per ottenere il consenso degli ebrei orientali, i quali non capiscono come i laburisti possano preoccuparsi della pace con gli arabi prima che di risolvere i problemi dei mizrahim .

D'altra parte, è uno stereotipo askenazita, tuttora vitale, a dipingere i mizrahim di Israele come nazionalisti estremisti in senso antiarabo – chi vota Likud lo fa magari pensando possa e sappia negoziare con gli arabi meglio dei laburisti, e che possa garantire una minima ascesa sociale impedita per decenni dalle politiche laburiste – e come fanatici religiosi. Tale teoria, che si lega alla sociologia culturale, individua nel sostegno degli ebrei orientali al Likud una causa prettamente culturale: gli orientali non si sarebbero pienamente integrati e, venendo nell'immaginario collettivo accomunati agli arabi per cultura e ceto sociale, vogliono prenderne le distanze per affermare la loro identità ebraica; di contro il Partito Laburista appare loro debole in occasione della guerra del 1973 (Cohen 1983).

In sintesi, le posizioni dure degli ebrei sefarditi in merito alla questione palestinese e ai rapporti con gli Stati arabi sono riconducibili a cinque fattori: il senso di rivincita di quanti erano una minoranza quando vivevano nei paesi arabi; la rivalsa di chi è in posizione inferiore rispetto agli askenaziti, sugli arabi collocati ancora più ai margini della scala sociale; il tentativo di rafforzare la propria identità ebraica fugando ogni sospetto di condivisione con l'aspetto fisico, la mentalità e la cultura araba; una cultura politica nazionalista; un maggior tradizionalismo religioso e un attaccamento più forte ad Israele (Seliktar 1984).

Il sostegno sefardita al Likud dipende, dunque, da molteplici fattori, e non è riconducibile né alla sola cultura politica degli ebrei orientali, come vorrebbe la sociologia culturale, né solo alla protesta etnica per lo sfruttamento economico subito, come afferma l'approccio di classe di Swirski (1984). Si tratta piuttosto di una serie di cause concomitanti e molteplici, visto che gli orientali non detengono una sola cultura e un solo livello socioeconomico: il Likud è funzionale all'elettorato delle Edot ha Mizrah perché sfida l'establishment laburista che ha per decenni emarginato gli orientali, e perché concede ai mizrahim la possibilità di un'ascesa politica che permetta loro l'accesso alle cariche istituzionali.

Anche se gli ebrei orientali si organizzano in propri partiti, sarà all'interno dei principali schieramenti politici che faranno carriera. Infatti, sebbene in vista delle elezioni del 1959 nascano numerosi schieramenti sefarditi, tra cui una lista specifica di immigrati dal Marocco, il loro peso politico resta del tutto inconsistente; il partito formato dalle Pantere nere per le elezioni del 1973 non conquista seggi. Tuttavia, l'elevato numero dei partiti orientali è indice di un'insoddisfazione crescente per la politica governativa: nel 1959 esistono, su 24 schieramenti, ben 5 costituiti da orientali – Likud-Immigranti Nord Africani , Yemeniti , Unione Nazionale delle Comunità Sefardite e Orientali , Partito Nazionale Sefardita e Comunità Orientali , Nuovi Immigranti 20.

A poco a poco, i sefarditi riacquistano terreno e trovano spazio nella vita politica, venendo eletti soprattutto nei partiti tradizionali. La politica israeliana si orientalizza sempre di più, permettendo l'ascesa di uomini nuovi, di origine sefardita e soprattutto marocchina, catalizzati nella destra attenta alle rivendicazioni sociali, economiche e religiose dell'elettorato orientale. Inizia il processo che porterà all'elezione di ebrei orientali a cariche importanti, dal primo Presidente della Repubblica sefardita (dal 1978, Yithzak Navon) al primo ministro maghrebino Aaron Uzan (tunisino, ministro dell'agricoltura, delle telecomunicazioni e degli affari sociali), dal leader del Likud e ministro degli affari esteri di origine marocchina David Levy a Moshe Katsav, che dal 2000 è Presidente della Repubblica di origine iraniana. Per molti di loro, il Likud ha sempre costituito una casa più che un partito, e questo spiega il forte senso di appartenenza alla destra nella gran parte dei mizrahim .

Il fallimento della politica di omogeneizzazione delle diversità ebraiche è sancito prima dalla sconfitta elettorale del Partito Laburista nel 1977, dal rafforzamento elettorale del Likud nel 1981 e infine dalla nascita, nel 1984, del partito religioso degli ultraortodossi sefarditi, lo Shas (Guardiani Sefarditi della Torah ), il quale raccoglie i consensi delle Edot ha Mizrah , e dei marocchini in particolare: costoro avanzano rivendicazioni sociali, culturali ed economiche accusando apertamente la dirigenza askenazita di discriminazione. Lo Shas , primo partito apertamente sefardita – dopo il tentativo del Tami , che pur parlando di discriminazione non si presenta come sefardita e comunque scompare nel 1988 – è benvisto per le sue politiche populiste, per gli attacchi al laicismo, per aver creato scuole religiose nelle zone degradate di Gerusalemme, per gli aiuti finanziari in occasioni religiose (come una circoncisione o un matrimonio) alle famiglie disagiate, e soprattutto per il suo mostrarsi come difensore della tradizione 21. In generale la capacità degli ultraortodossi di organizzare l'istruzione e lo stato sociale per i più poveri ha decretato il successo dei loro partiti. Tuttavia, le radici dell'emergere dei partiti religiosi ultraortodossi risalgono agli anni dell'immigrazione di massa, quando sono numerosi gli ebrei delle Edot ha Mizrah che si aggrappano alla religiosità tradizionale per sfuggire ai tentativi sionisti di laicizzarli forzatamente: molti iscrivono i figli a scuole ultraortodosse e si orientano verso una radicalizzazione dell'osservanza religiosa e dei costumi.

La vittoria della destra del Likud nel 1977 e il peso politico crescente degli ultaortodossi sostenuti dai sefarditi nascono anche dall'errore di valutazione degli askenaziti, che sin dalla nascita di Israele hanno guardato con superiorità sprezzante i loro “fratelli poveri”, non curandosi troppo delle loro richieste di legittimazione e di affermazione. Solo nel 1997 e in modo poco convincente, al primo congresso laburista svoltosi in una città di sviluppo , Netivot, in nome del suo partito Ehud Barak si è scusato per le discriminazioni attuate dal laburismo nei confronti delle Edot ha Mizrah nei trent'anni del loro governo (Margalit 2001, p. 38).

 




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Autore Di Palma Sara Valentina
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