N. 5 - Ottobre 2004


ISSN 1720-190X





Monica Campagnoli

Iniziativa sociale ed impegno politico: la cooperazione bianca in Emilia Romagna tra il secondo dopoguerra e la ripresa economica

 

 

Nell'immediato dopoguerra in Emilia Romagna, come nel resto d'Italia, le forze politiche che si apprestavano a guidare il paese si trovarono impegnate nel rispondere ad una duplice esigenza: dare luogo alla ricostruzione fisica del paese, cioè riparare i danni di guerra e, al contempo, occupare tutti gli spazi politici aperti dalla caduta del fascismo con iniziative a carattere democratico (Ginsborg 1989; Lanaro 1992; Vecchio 1999).

La pacificazione sociale in Emilia Romagna giunse tardi rispetto al resto del paese. Non solo, ancora negli anni Cinquanta, in regione, la ripresa economica tardava a decollare, e con i problemi economici permanevano e aumentavano le tensioni sociali. In realtà il ritardo accumulato dall'Emilia Romagna non fu solamente una questione di natura politica. È vero che si trattava di una regione rossa, una delle poche in Italia, inserita in un contesto nazionale di segno opposto e con uno scenario internazionale ferocemente caratterizzato dagli schemi della Guerra Fredda, ma è altrettanto vero che la perdita dei pochi centri industriali situati in regione, basti pensare ai gravi disordini che nel 1951 attraversarono la provincia di Reggio Emilia a causa della smobilitazione delle Officine Reggiane (Spreafico 1968), e la riconversione del sistema agricolo, basato prevalentemente sulla presenza della grande proprietà e del bracciantato, produssero un cambiamento enorme nell'economia regionale e nelle abitudini di vita degli emiliano romagnoli (D'Attorre 1980).

Le condizioni economiche dell'Emilia Romagna dopo il II conflitto mondiale

Quali erano le condizioni dell'Emilia Romagna alla fine della guerra? Gli orientamenti che guidarono la ricostruzione erano quelli propri delle amministrazioni di sinistra che si formarono a partire dal 1946 su quasi tutto il territorio regionale (Varni 1997). La struttura agricola era caratterizzata prevalentemente dalla mezzadria e da una forte presenza della grande proprietà nelle province occidentali. Nel ravennate, così come nella bassa pianura ferrarese e bolognese, il soggetto agricolo preminente era costituito dai braccianti. La piccola proprietà era dunque assente quasi del tutto dal tessuto economico agricolo regionale.

La presenza delle imprese, della grande industria in particolare – escluse le province di Bologna, Modena e Reggio Emilia – era più che altro un'assenza, essendo la regione prevalentemente agricola. La struttura industriale, poco capillare, indebolita dalla guerra, dopo la stretta monetaria del 1947 entrò in una crisi profonda che raggiunse la massima intensità negli anni 1953-1954, e dalla quale non si riprese. La fase espansiva che investì l'economia italiana agli inizi degli anni Cinquanta (Varni 1986; Giovagnoli 1998) non ebbe alcun effetto benefico sull'industria emiliano romagnola, e se in agricoltura i livelli produttivi prebellici erano stati nuovamente raggiunti e superati, restavano però irrisolti il problema bracciantile e quello della struttura mezzadrile che dovevano invece essere necessariamente risolti al fine di ottenere una massimizzazione della produzione.

La regione si trovò impegnata ad affrontare la riqualificazione delle proprie strutture industriali ed agricole, operazione resa drammatica per le condizioni in cui la guerra aveva lasciato l'economia. La ricostruzione dovette necessariamente passare attraverso alcune fasi di grande tensione originata dai cambiamenti culturali che interessarono la società parallelamente a quelli di natura economica. La situazione alla fine del conflitto mondiale si caratterizzava per la presenza di un grande numero di disoccupati, sia per il ritorno dei reduci, sia perché le trasformazioni economiche in atto rendevano professionalmente inutili molti lavoratori non più adeguati rispetto alle richieste del mercato (Minardi 2000). Tali mutamenti misero in atto un processo di redistribuzione territoriale della popolazione che a sua volta provocò gravi squilibri: il depopolamento di vaste aree della montagna emiliana venne ad incidere negativamente sulla situazione delle città e della popolazione in generale. Crebbe infatti, con grande rapidità, la popolazione nei principali centri urbani, accentuando la concentrazione degli insediamenti lungo l'asse della via Emilia: elemento da cui ha avuto poi origine quel tratto caratteristico della regione, per cui il trasferimento demografico avvenuto in senso non unidirezionale ha dato vita ad uno schema policentrico che ha investito le principali città, senza che Bologna esercitasse un ruolo preminente di polo d'attrazione. Le uniche zone che sembrarono sottrarsi a questo trend di spopolamento, furono le zone costiere della Romagna, che vennero anzi configurandosi come zone di popolamento.

Emilia Romagna, Popolazione residente per zone altimetriche e capoluogo di provincia (migliaia di abitanti)

(Fonte: Censimento Istat)

Zone

1951

1961

1971

Variazioni %

 

 

 

 

1951

1961

1961

1971

1951

1971

Montagna

332

276

214

-17,0

-22,3

-35,6

Collina

653

596

605

-8,9

+1,7

-7,4

Pianura

1.501

1.505

1.561

+0,3

+3,7

+4,0

Capoluoghi

1.058

1.290

1.461

+22,0

+13,2

+38,1

Totali

3.544

3.667

3.841

+3,5

+4,8

+8,4

In seguito, nei tardi anni Cinquanta, il ritardo dell'espansione economica si trasformò in una corsa al recupero di grande intensità che, accompagnata da un tasso di produttività regionale più alto rispetto al quadro nazionale e da una trasformazione sociale di ampie proporzioni, trasformarono il volto agricolo della regione in uno altamente industrializzato, con una forte percentuale di crescita della piccola e media impresa, grazie anche ad un intenso processo di formazione dei capitali verificatosi appunto a metà degli anni Cinquanta. A questo punto, con la ripresa economica, ebbe luogo una riqualificazione professionale di quanti si erano trasferiti dalla campagna e dalla montagna alle città, assorbiti in nuovi lavori, nuovi rispetto a quelli tradizionalmente agricoli svolti in precedenza. Anche per questo motivo le lotte bracciantili e mezzadrili, e la tensione sociale già forte, mantennero la caratteristica dello scontro in anni in cui la pacificazione nazionale era un dato assolutamente acquisito nel resto del paese.

In Emilia Romagna le tensioni politiche derivanti dalla guerra e dalla liberazione si innestarono con le tensioni economiche di un territorio devastato ed in fase di rinnovamento e trasformazione del suo tessuto economico, prolungando la fase della ricostruzione sino quasi alla metà degli anni Cinquanta.

Alla fine della Seconda guerra mondiale la regione era stata caratterizzata dal formarsi di un movimento organizzato di lotte dei mezzadri e dei braccianti su base unitaria, volti alla conquista della terra per quanti la lavoravano direttamente. Lo scontro economico, che a tratti assumeva le caratteristiche di un vero e proprio scontro di classe, fu sostenuto ed alimentato dalla forte presenza del Partito comunista, che ingrossava le proprie fila sostenendo le rivendicazioni economiche di queste categorie (Trionfino 1992). Il problema dei braccianti, assai numerosi, e dell'occupazione delle terre, andava a comporre un difficile quadro regionale nel quale gli altri tasselli erano: penuria di alloggi nelle città, mancanza di derrate alimentari, gravi problemi infrastrutturali (causati dai danni subiti durante la guerra), gravi tensioni politiche e sociali che avevano un'origine non meramente economica perché erano anche conseguenza dell'occupazione tedesca e della Resistenza, ma che tardavano a trovare soluzione a fronte della perdurante crisi del tessuto economico. Diventava quindi assolutamente necessario evitare che la situazione dei braccianti degenerasse in un'azione ai limiti della rivoluzione sociale e che questo consistente gruppo sociale cadesse completamente nelle mani dei comunisti. L'occupazione delle terre si risolse con alcune espropriazioni decise dalle giunte comunali neo insediate e l'emergenza rientrò, inoltre nel corso degli anni Cinquanta, con la fine dell'emergenza economica, i braccianti cessarono di costituire un soggetto “a rischio rivoluzione”, ma continuarono però a costituire una riserva di voti quasi esclusivamente ad appannaggio della sinistra (D'Attorre 1980).

I democristiani si ritrovarono a creare e consolidare il partito in un contesto non solo privo dei soggetti designati come interlocutori privilegiati dal livello nazionale (piccoli proprietari agricoli e industriali), ma addirittura caratterizzato dalla prevalenza di quelle forze contrarie, in linea di principio, all'affermazione della Dc e dei valori di cui era portatrice. Ad una situazione già difficile si venne ad aggiungere il mancato arrivo dei fondi elargiti dal Piano Marshall: infatti lo stanziamento di aiuti economici sia internazionali sia governativi interessarono la regione solo in misura risibile (D'Attorre 1980; Crainz 1996).

Su scala nazionale gli aiuti americani del Piano Marshall furono indirizzati alla ripresa dei settori della industria ed in particolare dei settori tessile e della meccanica. Per valutare l'entità degli aiuti che giunsero occorre stabilire in che misura questi tipi di industria fossero presenti in Emilia Romagna. Il settore tessile era poco significativo nella realtà regionale e, anche se la grande industria meccanica era presente in Emilia, la quota maggiore degli aiuti fu assorbita dai grandi gruppi industriali del Nord. Certamente la disparità di trattamento ebbe origine anche dal fatto che le città emiliane erano governate da giunte di sinistra e si volle evitare di fornire risorse che potevano rafforzare ulteriormente il Partito comunista. Ma non furono solo gli aiuti americani a mancare, fu anche e soprattutto l'azione del governo che, orientando la spesa pubblica verso il Mezzogiorno e nella ricostruzione dei grandi centri urbani del Nord devastati dalle incursioni aeree, lasciò i cattolici emiliano romagnoli con una sorta di sensazione d'abbandono, che si protrasse a lungo, diventando, a tratti, insofferenza verso la dirigenza nazionale (Parisella 2000).

Cooperative bianche e Dc

La fine della guerra segnò la lenta ripresa dell'attività politica, sociale e soprattutto di quella economica (Colarizi 1996). L'intensità delle devastazioni comportò una ricostruzione pressoché totale del tessuto socio economico emiliano romagnolo e, anche per questo motivo, la ricostruzione divenne essenzialmente appannaggio dei partiti politici (Poggi 2003), le prime forze capaci di riorganizzarsi sul territorio, prima ancora delle giunte amministrative comunali e provinciali ricostituite nel 1946. Nel periodo compreso tra il 1945 ed i primi anni Cinquanta, tanto durò la ricostruzione in questa regione, i rapporti economici e sociali ricalcarono il modello fornito dalla politica: contrapposizione frontale per l'affermazione di un modello di società che sembrava inconciliabile con quello espresso dagli avversari politici.

Eppure per il Pci, come per la Dc, la ricostruzione economica si basò non su modelli contrapposti, ma sulla decisione di investire nel medesimo settore, quello della cooperazione. Il fenomeno cooperativo era parte della storia regionale, costituendo una delle caratteristiche ed una delle peculiarità della regione, sia per la sua diffusione capillare su tutto il territorio, sia per una presenza datata e che aveva le sue radici negli anni Quaranta dell'Ottocento (Desroche 1980).

Una regione prevalentemente agricola, industriale a tratti, in particolare nella zona fra Bologna e Reggio Emilia, con una forte presenza cooperativa che, anche in tempi recenti, ha reso l'Emilia Romagna un modello studiato nel mondo per una marcata e fiorente presenza della piccola e media impresa spesso a carattere cooperativo (Bernardi 1987; Varni 1990; Stella 2002).

La decisione di sostenere le cooperative traeva motivo d'essere non solo dal fatto che la cooperazione era quasi una forma naturale d'organizzazione del tessuto economico, ma anche perché dal punto di vista politico la cooperazione permetteva una “copertura” capillare del territorio. La cooperativa bianca, o rossa o verde che fosse, forniva lavoro e aggregava nuclei famigliari costituendo, per il partito di riferimento, un bacino elettorale circoscritto, raccolto attorno all'attività della cooperativa, e soprattutto controllabile.

La Democrazia cristiana dell'Emilia Romagna fu particolarmente sensibile ed impegnata nel tutelare le cooperative bianche e nel cercare di ottenere delle risorse da destinare alla nascita di nuove cooperative o al rafforzamento di quelle operanti. Se consideriamo che le sezioni del partito, nel medesimo periodo in fase di costituzione, lamentavano invece la mancanza di qualunque sostegno finanziario da parte del partito stesso, comprendiamo quale valore fosse assegnato alla cooperativa al fine di creare una rete ramificata di copertura sul territorio.

La situazione per i cattolici impegnati in politica, ed in particolare per i cooperatori cosiddetti “bianchi” rimase difficile per tutto il decennio (Campanini 1990). Progressivamente lo scontro politico perse i connotati della violenza, ma le risorse, gestite da giunte di sinistra, non erano in alcun modo “raggiungibili” dai cattolici. Per questo motivo la Democrazia cristiana fu efficiente nel fornire copertura alle cooperative bianche, non solo limitatamente alla fase del secondo dopoguerra, ma nel corso dell'intero decennio. In un territorio ostile ai cattolici, oltre al partito, tutti i soggetti componenti il mondo cattolico, come le Acli, il sindacato e l'Azione cattolica, furono attivi e sensibili promotori della cooperazione bianca, rimarcandone l'importanza economica, ma soprattutto quella funzione sociale che rendeva le cooperative utili alla politica (Colasanto 1994).

L'Emilia Romagna rimase una regione prevalentemente agricola e nelle campagne continuarono a concentrarsi gran parte delle lotte sindacali, anche perché la cooperazione fu “il metodo d'impresa” che sia comunisti sia cattolici decisero di adottare per penetrare e controllare il territorio. La formazione di un gran numero di cooperative rosse traeva motivo d'essere dalla convinzione che la cooperazione rappresentasse un utile strumento per la redistribuzione della proprietà. Allo stesso modo anche le organizzazioni cattoliche, in primis la Democrazia cristiana, individuarono nel sentimento solidale alla base dell'agire cooperativo un valore che dal piano economico poteva acquistare peso sul piano politico e trasformarsi in consenso.

Cooperazione bianca in terra rossa: un po' di dati

La nascita del cooperativismo non rappresentò solamente un superamento del mero assistenzialismo, ma significò anche l'affermazione di un modello economico solidaristico, nel quale l'interesse individuale si realizza insieme a quello della comunità, capace di coniugare solidarietà ed efficienza, nel tentativo quasi di “umanizzare” l'economia. Il radicamento territoriale ed un “comune sentire”, che va ben oltre i meri temi economici, costituiscono uno dei tratti caratterizzanti il cooperativismo, a prescindere dalle sfumature politiche, che ne ha fatto un modello di organizzazione e gestione del lavoro che continua ancora oggi a conoscere una certa espansione.

La cooperazione era sorta inizialmente come movimento unitario ed autonomo, ma poi l'organizzarsi delle cooperative aveva richiamato l'interesse della politica che cercò di sostenere, e quindi di controllare, un fenomeno di vaste proporzioni ma soprattutto allettante come serbatoio elettorale. La Federazione delle cooperative italiane, sorta nel 1886, solo nel corso del Novecento era divenuta un'organizzazione collaterale del Partito socialista; anche l'impegno sociale dei cattolici, fortemente auspicato dal pontefice Leone XIII nella Rerum Novarum , si era coniugato con l'azione cooperativa, che ebbe tra i suoi principali teorizzatori Giuseppe Toniolo e don Luigi Sturzo. L'avvento del fascismo aveva coinciso con il tentativo di gestire il mondo della cooperazione e di svuotarlo dei suoi contenuti infatti, colpendo le cooperative, il fascismo aveva cercato di eliminare quella solidarietà economica tra lavoratori che, non importava se di matrice socialista o cattolica, era comunque contraria al modello della grande proprietà agraria ed industriale. La fascistizzazione delle cooperative aveva seguito il “copione” già utilizzato per il sindacato: cessavano di esistere le centrali autonome, sia la Lega che la Confederazione furono sciolte, e nel 1926 venne istituito l'Ente nazionale della cooperazione. L'inquadramento all'interno del regime significò l'interruzione per un ventennio dell'esperienza cooperativa di tipo democratico (Rossini 1966).

La fine della Seconda guerra mondiale riaccese l'ideale che, sulla base di valori solidali, si potesse plasmare la nuova società italiana (Salvati 1999; Giovagnoli 2000; Malgeri 2002). Tra la fine di aprile ed il mese di maggio del 1945 fu ricostituita Confcooperative, una rinascita che poté contare sull'appoggio delle Acli, di Ac, della Cisl, della Coltivatori Diretti e del Partito cattolico (Parisella 2000). Lo Stato italiano fornì al mondo cooperativo, nel secondo dopoguerra, un quadro legislativo di riferimento all'interno del quale crescere e riaffermarsi come soggetto economico di primaria importanza.

Alla fine del conflitto lo scenario internazionale, caratterizzato dall'alleanza antifascista, declinò rapidamente verso un clima di sospetto, tensione ed in breve di ostilità e competizione. La Guerra fredda segnò tutti i rapporti politici interni ed esterni ai singoli paesi. Gli stati rimasti nella sfera d'influenza sovietica furono più o meno costretti ad abbracciare il sistema comunista. Quelli del blocco occidentale godettero certamente di maggiore libertà e benessere economico ma nazioni come l'Italia o la Francia, dove si trovavano due dei maggiori partiti comunisti d'Europa, dovettero affrontare il problema di una rottura politica che poteva mettere in pericolo l'appena ritrovata pace ed unità nazionale. In Italia lo scontro fra democristiani e comunisti portò non solo all'uscita dal governo delle forze di sinistra, ma anche alla scissione nel mondo del lavoro, con la rottura dell'unità del movimento sindacale. Le stesse divisioni politiche favorirono la disgregazione anche del movimento cooperativo. La cooperazione, così come altre forze sociali, sino agli inizi degli anni Sessanta, mancò di elaborare una strategia autonoma e di esercitare fino in fondo il proprio peso economico, sociale e politico, rimanendo all'ombra del ruolo svolto dal partito di riferimento. Sia il clima di pesante divisione, sia la possibilità di ricevere risorse da parte dei partiti, giocarono a favore di questa situazione.

In Emilia Romagna la decisione di dare vita ed articolare il livello regionale di Confcooperative, con la fondazione della Confcooperative Emilia Romagna appunto, è relativamente recente, ed è datata 1968 ma, sulla base dei dati disponibili, è comunque possibile ricostruire la presenza geografica e di settore della cooperazione bianca sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. La presenza delle cooperative bianche rispetto a quelle rosse, e in Romagna anche rispetto a quelle di matrice repubblicana, rimase decisamente inferiore per numero durante l'intero arco cronologico considerato. Lo sviluppo della cooperazione fu comunque costante in quasi tutte le province, ed in particolare la zona di Modena conobbe una crescita rilevante. L'intera regione ebbe una battuta d'arresto generale nel biennio 1956-57, anche se risulta difficile spiegare l'origine di questa crisi. Nel corso del periodo preso in esame (1947-1960) nessuna delle cooperative terminò di svolgere la propria attività, mentre delle 420 cooperative bianche, quasi la metà, cessa di esistere, come cooperativa bianca, nel periodo 1987-1992.

Numero di cooperative per anno di fondazione

   ANNO   

    N.Cooperative   

1947

37

1948

31

1949

35

1950

36

1951

22

1952

27

1953

32

1954

38

1955

36

1956

14

1957

13

1958

25

1959

37

1960

37

Totale

420

Il grafico lineare sotto riportato mostra bene i numeri della tabella precedente. La crescita della cooperazione bianca in Emilia Romagna nel periodo 1947-1960 è costante, gli unici momenti di stallo furono nel 1951 e nel biennio 1956-57. Il numero di cooperative costituitesi nel 1956 e nel 1957 rimase decisamente sotto la media: 14 e 13 contro le circa 30 cooperative, e oltre, fondate negli altri anni. Ma il dato che suscita maggiori perplessità è quello del 1956, anno elettorale, nel quale sarebbe stato lecito supporre che le organizzazioni collaterali ricevessero maggiori aiuti dal partito di riferimento, ed invece in quell'anno non venne fondata nessuna nuova cooperativa.

Nella tabella, ed emerge in modo vistoso nel grafico, il settore di punta della cooperazione bianca, come per tutta la cooperazione in regione, era, e rimane, quello agroalimentare, legato quindi alla produzione della terra, confermando come l'Emilia Romagna rimanga a lungo una regione prevalentemente agricola. Anche se con una consistenza di settore decisamente inferiore rispetto a quella agro-alimentare, le cooperative bianche si svilupparono anche nei settori abitativo e di Lavoro e Servizi. La ricostruzione del patrimonio abitativo e di infrastrutture, soprattutto nel primo periodo dopo la fine della guerra, fu davvero consistente. Anche lo sviluppo del settore Lavoro e Servizi rientrava fra le esigenze più sentite dopo il conflitto.

N. cooperative per ciascun settore

 

Cod. settore

Settore

n. cooperative

1

Federazione Nazionale Consumo

19

2

Federazione Nazionale Lavoro e Servizi

28

3

Federazione Nazionale Agro-Alimentare

281

4

Federazione Nazionale Abitazione

78

5

Federazione Nazionale Cultura-Turismo-Sport

9

6

Federazione Nazionale Cooperative Pesca

0

7

Federsolidarietà

3

8

Federasse

0

9

Segretariato Mutue

2

 

Totale

420

All'interno del grafico, sugli assi x ed y, sono rispettivamente rappresentati il settore cui appartenevano le cooperative bianche e la consistenza di tale presenza.

La tabella ed il grafico successivi illustrano il dato quantitativo, cioè il numero delle cooperative bianche all'interno delle singole province. Nell'arco dell'intero periodo, 1947-1960, le province che conobbero la presenza più significativa furono Parma, Reggio Emilia e Modena. Ferrara rimase poco importante durante l'intero spazio di tempo. Le province romagnole (Ravenna e Forlì), tranne che per alcune zone come Faenza dove la cooperazione bianca era radicata, dovevano affrontare quella che potremmo definire una doppia sfida, posta da un lato dalla cooperazione rossa e dall'altro da quella verde, di matrice repubblicana, che aveva le sue roccaforti proprio in Romagna.

N. Cooperative per ciascuna provincia

Provincia

N.Cooperative

BO

64

FO

23

FE

14

MO

72

PC

25

PR

91

RA

31

RE

100

TOTALE

420

Questa tabella mostra il numero di cooperative bianche per ciascuna provincia articolandola per settore:

Conteggio di Settore

Prov

 

 

 

 

 

 

 

 

Settore

BO

FE

FO

MO

PC

PR

RA

RE

Totale complessivo

1

8

 

 

1

2

3

2

3

19

2

6

3

4

5

3

4

1

2

28

3

24

7

12

50

13

78

11

86

281

4

26

2

6

15

7

6

11

5

78

5

 

2

1

 

 

 

4

2

9

7

 

 

 

 

 

 

2

1

3

9

 

 

 

1

 

 

 

1

2

Totale complessivo

64

14

23

72

25

91

31

100

420

Parma Reggio Emilia e Modena furono le province con il maggior numero di cooperative operanti nel settore agroalimentare. Le 24 cooperative di Bologna, attive nello stesso settore, sembrano non reggere il confronto. Il settore abitativo fu invece più presente a Bologna, probabilmente sia perché i danni abitativi ed alle strutture, subiti durante la guerra, furono maggiori rispetto alle altre province, sia perché la costruzione di infrastrutture che interessarono Bologna, nel secondo dopoguerra, fu certamente rilevante. La presenza delle cooperative di Consumo e di Servizi è equamente divisa fra le 8 province. Nel corso dell'arco cronologico 1947-1960 la provincia maggiormente caratterizzata dalla presenza della cooperazione bianca fu Reggio Emilia, seguita da Parma e Modena. Ferrara Forlì e Ravenna sono invece quelle contraddistinte da una presenza minore. La cooperazione in Romagna fu prevalentemente di tipo “rosso” e “verde”, cioè di sinistra o di stampo repubblicano. Il Ferrarese, quasi una sorta di zona di confine, stretta tra la Romagna ed il Veneto, particolarmente infelice per le condizioni economiche, nel dopoguerra fu infatti una delle province che affrontò le maggiori difficoltà, rappresenta nel quadro emiliano romagnolo la provincia con il minore numero di cooperative bianche. L'analisi del grafico lascia emergere anche un altro aspetto. Il triangolo rosso Parma-Reggio-Modena è particolarmente rilevante per l'analisi e la ricostruzione della geografia regionale del mondo cattolico. In una recente ricerca nella quale ho preso in considerazione diversi parametri quali: i risultati elettorali, i tesseramenti di Azione cattolica, la consistenza della cooperazione bianca, o ancora l'articolazione interna al partito, ho riscontrato come quest'area fu, negli anni Cinquanta, l'area bianca per eccellenza in Emilia Romagna. Non solo perché ogni soggetto analizzato era presente, ma anche perché il livello di presenza di ogni componente si attestò su livelli significativi.

N. cooperative attive per provincia ed anno

Anno

BO

FO

FE

MO

PC

PR

RA

RE

Totale

1947

2

1

1

1

0

18

1

13

37

1948

6

5

1

2

0

26

8

20

68

1949

16

6

2

4

2

35

10

28

103

1950

26

8

4

5

5

40

15

36

139

1951

30

8

4

6

6

45

17

45

161

1952

35

10

4

13

6

46

18

56

188

1953

42

10

5

25

9

51

19

59

220

1954

48

11

5

33

13

58

23

67

258

1955

51

12

5

42

16

69

24

75

294

1956

51

14

6

46

16

71

25

79

308

1957

53

15

8

48

17

74

25

81

321

1958

57

15

10

51

20

78

26

89

346

1959

59

21

11

61

21

85

28

97

383

1960

64

23

14

72

25

91

31

100

420

La crescita di Modena è forse una delle più interessanti da seguire:

È vero che la presenza delle cooperative bianche modenesi è inferiore rispetto a quelle parmensi e reggiane, ma deve essere considerata l'affermazione lenta e costante della cooperazione bianca su un territorio provinciale, quale quello modenese, fortemente segnato dalle lotte dei braccianti. La presenza di questi lavoratori nella zona di Modena fu uno dei fattori di maggiore forza del Pci e delle organizzazioni ad esso facenti capo, come sindacato e cooperative rosse. Eppure proprio a Modena, ad esempio, la presenza della Cisl fu una delle più significative della regione. La pacificazione sociale a Modena arrivò tardi, la presenza delle cooperative bianche a Modena, nel 1947, era di una unità, mentre a Parma e Reggio era rispettivamente di 18 e 13. Sino al 1951 la presenza cooperativa cattolica a Modena rimase scarsa, ma dal 1952 prese ad intensificarsi, conoscendo l'aumento maggiore per numero di cooperative fondate per anno, e sino a diventare la terza provincia per importanza. La crescita del movimento cooperativo è quella che con più evidenza mostra come, a partire dal 1952, il mondo cattolico si era rafforzato grazie ad un consolidamento delle singole componenti, come risulta chiaramente dalla visualizzazione grafica:

Nel modenese l'articolazione delle organizzazioni professionali fu di estrema importanza anche per la difficile situazione sociale che si creò nel dopoguerra. Nel novembre del 1945, ben 50.000 lavoratori agricoli giunsero da tutta la provincia per manifestare a Modena il loro malessere.

Le agitazioni dei braccianti, le condizioni economiche, l'occupazione di terre ed aziende agricole, mantennero il clima al limite dello scontro fisico sino ai primi anni Cinquanta. La cooperazione fu considerata, da ogni componente politica, una possibile soluzione alla disoccupazione e, sia la Dc che il Pci, si spesero per rafforzare un tessuto cooperativo che oltre a risolvere la situazione economica, al contempo, consentisse loro di consolidare le diverse posizioni politiche.

I diversi soggetti che andavano a costituire il mondo cattolico modenese erano nati o avevano rilanciato la propria attività grazie all'azione ed allo slancio delle medesime persone impegnate su più versanti, sociale, politico ed economico. Il protrarsi della lotta e delle tensioni sociali contribuirono a mantenere compatto, nel tempo, questo articolato mondo che, in un ambiente particolarmente ostile, seppe ricavare da questo saldo legame la capacità e la forza di continuare la lotta. Prima per sopravvivere come cattolici, poi per consolidarsi, infine per aumentare una presenza che divenne radicata ed estesa, come dimostrano i grafici riportati, sino ad essere un reale competitore, non solo dal punto di vista politico, ma sotto tutti i profili, della forza socialcomunista.

Nel modenese i cattolici si distinsero per la capacità di organizzare una rete di attività economiche (sindacato e cooperative), per il livello di penetrazione nella società (Azione cattolica) e per la capacità di trasformare questo insieme di azioni in consenso politico. La Democrazia cristiana restò indiscutibilmente una minoranza rispetto al Partito comunista, ma nel corso degli anni Cinquanta divenne una minoranza di tutto rispetto, capace di esercitare nel territorio il proprio ruolo di antagonista al modello comunista, cui fu in grado di opporre, concretamente, un modello alternativo basato sulla rete delle sezioni, delle parrocchie e delle cooperative.

Da queste considerazioni emerge come il voto alla Dc fosse il risultato di un meccanismo complesso, prodotto da una fitta rete di rapporti che legavano il partito al territorio grazie anche, e soprattutto, all'azione svolta dalle organizzazioni confessionali e professionali. Se l'affermazione del partito fosse disgiunta da questi legami allora non avrebbe nemmeno senso parlare e studiare il collateralismo (Parisella 2000). Il collateralismo rappresentò l'azione di supporto svolta da una serie di soggetti “cattolici” a favore del partito che li garantiva e che, in cambio di questo sostegno, offriva una serie di risorse. La consistenza del contributo che le cooperative bianche furono in grado di offrire alla Democrazia cristiana in Emilia Romagna resta, a mio parere, ancora largamente sconosciuta. La cooperazione bianca ha sofferto a lungo di un pregiudizio: poiché minoritaria rispetto alla presenza della cooperazione rossa in Emilia e rispetto a quella repubblicana in Romagna, si è diffusa la percezione che anche il contributo ed il significato fossero di tono minore. Se non mancano gli studi volti a ricostruire il volto della cooperazione bianca, la lacuna da colmare riguarda invece la ricostruzione della rete di rapporti nella quale erano inseriti i cooperatori bianchi e di quale ruolo svolsero.

 




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Autore Campagnoli Monica
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