In seguito, nei tardi anni Cinquanta, il ritardo dell'espansione economica si trasformò in una corsa al recupero di grande intensità che, accompagnata da un tasso di produttività regionale più alto rispetto al quadro nazionale e da una trasformazione sociale di ampie proporzioni, trasformarono il volto agricolo della regione in uno altamente industrializzato, con una forte percentuale di crescita della piccola e media impresa, grazie anche ad un intenso processo di formazione dei capitali verificatosi appunto a metà degli anni Cinquanta. A questo punto, con la ripresa economica, ebbe luogo una riqualificazione professionale di quanti si erano trasferiti dalla campagna e dalla montagna alle città, assorbiti in nuovi lavori, nuovi rispetto a quelli tradizionalmente agricoli svolti in precedenza. Anche per questo motivo le lotte bracciantili e mezzadrili, e la tensione sociale già forte, mantennero la caratteristica dello scontro in anni in cui la pacificazione nazionale era un dato assolutamente acquisito nel resto del paese. In Emilia Romagna le tensioni politiche derivanti dalla guerra e dalla liberazione si innestarono con le tensioni economiche di un territorio devastato ed in fase di rinnovamento e trasformazione del suo tessuto economico, prolungando la fase della ricostruzione sino quasi alla metà degli anni Cinquanta. Alla fine della Seconda guerra mondiale la regione era stata caratterizzata dal formarsi di un movimento organizzato di lotte dei mezzadri e dei braccianti su base unitaria, volti alla conquista della terra per quanti la lavoravano direttamente. Lo scontro economico, che a tratti assumeva le caratteristiche di un vero e proprio scontro di classe, fu sostenuto ed alimentato dalla forte presenza del Partito comunista, che ingrossava le proprie fila sostenendo le rivendicazioni economiche di queste categorie (Trionfino 1992). Il problema dei braccianti, assai numerosi, e dell'occupazione delle terre, andava a comporre un difficile quadro regionale nel quale gli altri tasselli erano: penuria di alloggi nelle città, mancanza di derrate alimentari, gravi problemi infrastrutturali (causati dai danni subiti durante la guerra), gravi tensioni politiche e sociali che avevano un'origine non meramente economica perché erano anche conseguenza dell'occupazione tedesca e della Resistenza, ma che tardavano a trovare soluzione a fronte della perdurante crisi del tessuto economico. Diventava quindi assolutamente necessario evitare che la situazione dei braccianti degenerasse in un'azione ai limiti della rivoluzione sociale e che questo consistente gruppo sociale cadesse completamente nelle mani dei comunisti. L'occupazione delle terre si risolse con alcune espropriazioni decise dalle giunte comunali neo insediate e l'emergenza rientrò, inoltre nel corso degli anni Cinquanta, con la fine dell'emergenza economica, i braccianti cessarono di costituire un soggetto “a rischio rivoluzione”, ma continuarono però a costituire una riserva di voti quasi esclusivamente ad appannaggio della sinistra (D'Attorre 1980). I democristiani si ritrovarono a creare e consolidare il partito in un contesto non solo privo dei soggetti designati come interlocutori privilegiati dal livello nazionale (piccoli proprietari agricoli e industriali), ma addirittura caratterizzato dalla prevalenza di quelle forze contrarie, in linea di principio, all'affermazione della Dc e dei valori di cui era portatrice. Ad una situazione già difficile si venne ad aggiungere il mancato arrivo dei fondi elargiti dal Piano Marshall: infatti lo stanziamento di aiuti economici sia internazionali sia governativi interessarono la regione solo in misura risibile (D'Attorre 1980; Crainz 1996). Su scala nazionale gli aiuti americani del Piano Marshall furono indirizzati alla ripresa dei settori della industria ed in particolare dei settori tessile e della meccanica. Per valutare l'entità degli aiuti che giunsero occorre stabilire in che misura questi tipi di industria fossero presenti in Emilia Romagna. Il settore tessile era poco significativo nella realtà regionale e, anche se la grande industria meccanica era presente in Emilia, la quota maggiore degli aiuti fu assorbita dai grandi gruppi industriali del Nord. Certamente la disparità di trattamento ebbe origine anche dal fatto che le città emiliane erano governate da giunte di sinistra e si volle evitare di fornire risorse che potevano rafforzare ulteriormente il Partito comunista. Ma non furono solo gli aiuti americani a mancare, fu anche e soprattutto l'azione del governo che, orientando la spesa pubblica verso il Mezzogiorno e nella ricostruzione dei grandi centri urbani del Nord devastati dalle incursioni aeree, lasciò i cattolici emiliano romagnoli con una sorta di sensazione d'abbandono, che si protrasse a lungo, diventando, a tratti, insofferenza verso la dirigenza nazionale (Parisella 2000).
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| ANNO | N.Cooperative |
1947 |
37 |
1948 |
31 |
1949 |
35 |
1950 |
36 |
1951 |
22 |
1952 |
27 |
1953 |
32 |
1954 |
38 |
1955 |
36 |
1956 |
14 |
1957 |
13 |
1958 |
25 |
1959 |
37 |
1960 |
37 |
Totale |
420 |
Il grafico lineare sotto riportato mostra bene i numeri della tabella precedente. La crescita della cooperazione bianca in Emilia Romagna nel periodo 1947-1960 è costante, gli unici momenti di stallo furono nel 1951 e nel biennio 1956-57. Il numero di cooperative costituitesi nel 1956 e nel 1957 rimase decisamente sotto la media: 14 e 13 contro le circa 30 cooperative, e oltre, fondate negli altri anni. Ma il dato che suscita maggiori perplessità è quello del 1956, anno elettorale, nel quale sarebbe stato lecito supporre che le organizzazioni collaterali ricevessero maggiori aiuti dal partito di riferimento, ed invece in quell'anno non venne fondata nessuna nuova cooperativa.

Nella tabella, ed emerge in modo vistoso nel grafico, il settore di punta della cooperazione bianca, come per tutta la cooperazione in regione, era, e rimane, quello agroalimentare, legato quindi alla produzione della terra, confermando come l'Emilia Romagna rimanga a lungo una regione prevalentemente agricola. Anche se con una consistenza di settore decisamente inferiore rispetto a quella agro-alimentare, le cooperative bianche si svilupparono anche nei settori abitativo e di Lavoro e Servizi. La ricostruzione del patrimonio abitativo e di infrastrutture, soprattutto nel primo periodo dopo la fine della guerra, fu davvero consistente. Anche lo sviluppo del settore Lavoro e Servizi rientrava fra le esigenze più sentite dopo il conflitto.
N. cooperative per ciascun settore |
|
|
Cod. settore |
Settore |
n. cooperative |
1 |
Federazione Nazionale Consumo |
19 |
2 |
Federazione Nazionale Lavoro e Servizi |
28 |
3 |
Federazione Nazionale Agro-Alimentare |
281 |
4 |
Federazione Nazionale Abitazione |
78 |
5 |
Federazione Nazionale Cultura-Turismo-Sport |
9 |
6 |
Federazione Nazionale Cooperative Pesca |
0 |
7 |
Federsolidarietà |
3 |
8 |
Federasse |
0 |
9 |
Segretariato Mutue |
2 |
|
Totale |
420 |
All'interno del grafico, sugli assi x ed y, sono rispettivamente rappresentati il settore cui appartenevano le cooperative bianche e la consistenza di tale presenza.

N. Cooperative per ciascuna provincia |
|
Provincia |
N.Cooperative |
BO |
64 |
FO |
23 |
FE |
14 |
MO |
72 |
PC |
25 |
PR |
91 |
RA |
31 |
RE |
100 |
TOTALE |
420 |

Questa tabella mostra il numero di cooperative bianche per ciascuna provincia articolandola per settore:
Conteggio di Settore |
Prov |
|
|
|
|
|
|
|
|
Settore |
BO |
FE |
FO |
MO |
PC |
PR |
RA |
RE |
Totale complessivo |
1 |
8 |
|
|
1 |
2 |
3 |
2 |
3 |
19 |
2 |
6 |
3 |
4 |
5 |
3 |
4 |
1 |
2 |
28 |
3 |
24 |
7 |
12 |
50 |
13 |
78 |
11 |
86 |
281 |
4 |
26 |
2 |
6 |
15 |
7 |
6 |
11 |
5 |
78 |
5 |
|
2 |
1 |
|
|
|
4 |
2 |
9 |
7 |
|
|
|
|
|
|
2 |
1 |
3 |
9 |
|
|
|
1 |
|
|
|
1 |
2 |
Totale complessivo |
64 |
14 |
23 |
72 |
25 |
91 |
31 |
100 |
420 |
Parma Reggio Emilia e Modena furono le province con il maggior numero di cooperative operanti nel settore agroalimentare. Le 24 cooperative di Bologna, attive nello stesso settore, sembrano non reggere il confronto. Il settore abitativo fu invece più presente a Bologna, probabilmente sia perché i danni abitativi ed alle strutture, subiti durante la guerra, furono maggiori rispetto alle altre province, sia perché la costruzione di infrastrutture che interessarono Bologna, nel secondo dopoguerra, fu certamente rilevante. La presenza delle cooperative di Consumo e di Servizi è equamente divisa fra le 8 province. Nel corso dell'arco cronologico 1947-1960 la provincia maggiormente caratterizzata dalla presenza della cooperazione bianca fu Reggio Emilia, seguita da Parma e Modena. Ferrara Forlì e Ravenna sono invece quelle contraddistinte da una presenza minore. La cooperazione in Romagna fu prevalentemente di tipo “rosso” e “verde”, cioè di sinistra o di stampo repubblicano. Il Ferrarese, quasi una sorta di zona di confine, stretta tra la Romagna ed il Veneto, particolarmente infelice per le condizioni economiche, nel dopoguerra fu infatti una delle province che affrontò le maggiori difficoltà, rappresenta nel quadro emiliano romagnolo la provincia con il minore numero di cooperative bianche. L'analisi del grafico lascia emergere anche un altro aspetto. Il triangolo rosso Parma-Reggio-Modena è particolarmente rilevante per l'analisi e la ricostruzione della geografia regionale del mondo cattolico. In una recente ricerca nella quale ho preso in considerazione diversi parametri quali: i risultati elettorali, i tesseramenti di Azione cattolica, la consistenza della cooperazione bianca, o ancora l'articolazione interna al partito, ho riscontrato come quest'area fu, negli anni Cinquanta, l'area bianca per eccellenza in Emilia Romagna. Non solo perché ogni soggetto analizzato era presente, ma anche perché il livello di presenza di ogni componente si attestò su livelli significativi.
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| Anno | BO |
FO |
FE |
MO |
PC |
PR |
RA |
RE |
Totale |
1947 |
2 |
1 |
1 |
1 |
0 |
18 |
1 |
13 |
37 |
1948 |
6 |
5 |
1 |
2 |
0 |
26 |
8 |
20 |
68 |
1949 |
16 |
6 |
2 |
4 |
2 |
35 |
10 |
28 |
103 |
1950 |
26 |
8 |
4 |
5 |
5 |
40 |
15 |
36 |
139 |
1951 |
30 |
8 |
4 |
6 |
6 |
45 |
17 |
45 |
161 |
1952 |
35 |
10 |
4 |
13 |
6 |
46 |
18 |
56 |
188 |
1953 |
42 |
10 |
5 |
25 |
9 |
51 |
19 |
59 |
220 |
1954 |
48 |
11 |
5 |
33 |
13 |
58 |
23 |
67 |
258 |
1955 |
51 |
12 |
5 |
42 |
16 |
69 |
24 |
75 |
294 |
1956 |
51 |
14 |
6 |
46 |
16 |
71 |
25 |
79 |
308 |
1957 |
53 |
15 |
8 |
48 |
17 |
74 |
25 |
81 |
321 |
1958 |
57 |
15 |
10 |
51 |
20 |
78 |
26 |
89 |
346 |
1959 |
59 |
21 |
11 |
61 |
21 |
85 |
28 |
97 |
383 |
1960 |
64 |
23 |
14 |
72 |
25 |
91 |
31 |
100 |
420 |
La crescita di Modena è forse una delle più interessanti da seguire:

È vero che la presenza delle cooperative bianche modenesi è inferiore rispetto a quelle parmensi e reggiane, ma deve essere considerata l'affermazione lenta e costante della cooperazione bianca su un territorio provinciale, quale quello modenese, fortemente segnato dalle lotte dei braccianti. La presenza di questi lavoratori nella zona di Modena fu uno dei fattori di maggiore forza del Pci e delle organizzazioni ad esso facenti capo, come sindacato e cooperative rosse. Eppure proprio a Modena, ad esempio, la presenza della Cisl fu una delle più significative della regione. La pacificazione sociale a Modena arrivò tardi, la presenza delle cooperative bianche a Modena, nel 1947, era di una unità, mentre a Parma e Reggio era rispettivamente di 18 e 13. Sino al 1951 la presenza cooperativa cattolica a Modena rimase scarsa, ma dal 1952 prese ad intensificarsi, conoscendo l'aumento maggiore per numero di cooperative fondate per anno, e sino a diventare la terza provincia per importanza. La crescita del movimento cooperativo è quella che con più evidenza mostra come, a partire dal 1952, il mondo cattolico si era rafforzato grazie ad un consolidamento delle singole componenti, come risulta chiaramente dalla visualizzazione grafica:

Nel modenese l'articolazione delle organizzazioni professionali fu di estrema importanza anche per la difficile situazione sociale che si creò nel dopoguerra. Nel novembre del 1945, ben 50.000 lavoratori agricoli giunsero da tutta la provincia per manifestare a Modena il loro malessere.
Le agitazioni dei braccianti, le condizioni economiche, l'occupazione di terre ed aziende agricole, mantennero il clima al limite dello scontro fisico sino ai primi anni Cinquanta. La cooperazione fu considerata, da ogni componente politica, una possibile soluzione alla disoccupazione e, sia la Dc che il Pci, si spesero per rafforzare un tessuto cooperativo che oltre a risolvere la situazione economica, al contempo, consentisse loro di consolidare le diverse posizioni politiche.
I diversi soggetti che andavano a costituire il mondo cattolico modenese erano nati o avevano rilanciato la propria attività grazie all'azione ed allo slancio delle medesime persone impegnate su più versanti, sociale, politico ed economico. Il protrarsi della lotta e delle tensioni sociali contribuirono a mantenere compatto, nel tempo, questo articolato mondo che, in un ambiente particolarmente ostile, seppe ricavare da questo saldo legame la capacità e la forza di continuare la lotta. Prima per sopravvivere come cattolici, poi per consolidarsi, infine per aumentare una presenza che divenne radicata ed estesa, come dimostrano i grafici riportati, sino ad essere un reale competitore, non solo dal punto di vista politico, ma sotto tutti i profili, della forza socialcomunista.
Nel modenese i cattolici si distinsero per la capacità di organizzare una rete di attività economiche (sindacato e cooperative), per il livello di penetrazione nella società (Azione cattolica) e per la capacità di trasformare questo insieme di azioni in consenso politico. La Democrazia cristiana restò indiscutibilmente una minoranza rispetto al Partito comunista, ma nel corso degli anni Cinquanta divenne una minoranza di tutto rispetto, capace di esercitare nel territorio il proprio ruolo di antagonista al modello comunista, cui fu in grado di opporre, concretamente, un modello alternativo basato sulla rete delle sezioni, delle parrocchie e delle cooperative.
Da queste considerazioni emerge come il voto alla Dc fosse il risultato di un meccanismo complesso, prodotto da una fitta rete di rapporti che legavano il partito al territorio grazie anche, e soprattutto, all'azione svolta dalle organizzazioni confessionali e professionali. Se l'affermazione del partito fosse disgiunta da questi legami allora non avrebbe nemmeno senso parlare e studiare il collateralismo (Parisella 2000). Il collateralismo rappresentò l'azione di supporto svolta da una serie di soggetti “cattolici” a favore del partito che li garantiva e che, in cambio di questo sostegno, offriva una serie di risorse. La consistenza del contributo che le cooperative bianche furono in grado di offrire alla Democrazia cristiana in Emilia Romagna resta, a mio parere, ancora largamente sconosciuta. La cooperazione bianca ha sofferto a lungo di un pregiudizio: poiché minoritaria rispetto alla presenza della cooperazione rossa in Emilia e rispetto a quella repubblicana in Romagna, si è diffusa la percezione che anche il contributo ed il significato fossero di tono minore. Se non mancano gli studi volti a ricostruire il volto della cooperazione bianca, la lacuna da colmare riguarda invece la ricostruzione della rete di rapporti nella quale erano inseriti i cooperatori bianchi e di quale ruolo svolsero.
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