Andrea Ragusa
Stalin: il dittatore, il mito
Note in margine al convegno Stalin: parabola di un mito
(Messina, 11-12 novembre 2004)Soltanto negli ultimi anni, e con difficoltà metodologiche non ancora superate, la storiografia italiana si è avvicinata al problema della funzione e dell'incidenza del mito nella costruzione della mentalità collettiva. Il lascito dell'idealismo crociano – così fecondo nel fase della ricostruzione e dello sviluppo della ricerca dopo il fascismo – sembrerebbe in questo senso rivelarsi ancora un argine significativo ad un necessario svecchiamento di griglie concettuali, categorie interpretative, strumenti di analisi. Se la crisi della “storia politica” negli anni settanta ha aperto le porte ad una “storia sociale” nutrita dell'accostamento alla letteratura straniera anche sottovalutata in precedenza, è tuttavia indubbio che il nodo della ridefinizione dello statuto scientifico della contemporaneistica italiana appaia ben lontano dall'esser sciolto. Senza pretendere di aprire in questa sede un ragionamento anche superficiale sul complesso rapporto tra il mutamento tematico-metodologico allora intervenuto, e la più generale crisi politico-culturale che vi faceva da sfondo, si può ritenere affatto condivisibile il giudizio che, sulla scorta di precedenti osservazioni di Piero Bevilacqua, dava in merito, nel 1987, Nicola Gallerano, in uno degli ancora non molto frequenti bilanci tratti sul percorso delle discipline storiche in Italia. Osservava infatti Gallerano ( 1987, pp. 16-17) come alla “deideologizzazione” dell'indagine scientifica, avesse in realtà corrisposto una vera e propria “crisi del marxismo”, “la versione italiana, cioè, dell'‘abbandono delle grandi categorie sintetiche che avevano sin qui ispirato la ricerca (Classe, Stato, Capitalismo, etc.) e soprattutto la rinuncia ad un orizzonte analitico-interpretativo dei processi generali di trasformazione della società” 1. Aggiungendo peraltro, a questa prima notazione piuttosto recisa, una sorta di ampia “postilla” nella quale i riferimenti al settorialismo tematico, oltre che all'ampio sviluppo della microstoria, si contrapponevano allo sforzo, pure segnalato, teso alla ricodificazione della storia politica sotto altre forme (come storia della pubblica amministrazione e delle istituzioni, soprattutto), ma anche alla resistenza di una “palude” che mostrava una predilezione evidente per la storiografia politica intesa nel senso più tradizionale.
Il problema dello studio della mentalità collettiva rappresenta, di questo contraddittorio panorama, uno specchio trasparente, considerata la molteplicità di aspetti ed elementi costitutivi che ne entrano a far parte. La mentalità – osservava Jacques Le Goff nel 1981 (pp. 83-88) – “si riferisce ad un campo che è al di là della storia, mira a soddisfare le curiosità di storici decisi ad andare più lontano: ed in primo luogo incontro alle altre scienze umane” 2. Cosicché lo storico della mentalità dovrà farsi di volta in volta etnologo, sociologo, antropologo, psicologo, ed utilizzare strumenti sofisticati per risalire, attraverso le stratificazioni del tempo, alle strutture profonde della storia, ai sistemi di valori, alle resistenze ed alle inerzie, alla lentezza insomma, con cui, anche, la storia procede e si alimenta. Tanto più se si guarda ad un secolo – il Novecento – che a dispetto della accelerazione impressa dai violenti processi di modernizzazione, rileva per la non trascurabile né trascurata persistenza di aspetti tradizionali e premoderni, che non appartengono, oltretutto, ad isolate sacche di attrito, ma sono piuttosto indice di un assai più articolato conflitto tra modernità e conservazione.
Di questo conflitto il mito – come struttura fondante e come espressione simbolico-linguistica della conoscenza – riannoda i molteplici fili, offrendosi come categoria interpretativa tra le più suggestive. Suggestiva ed, almeno potenzialmente, efficace: il Novecento, infatti, secolo della Ragione e della Scienza, del Progresso e dell'Organizzazione, ha conservato elementi di irrazionalità sprigionatisi con forza dirompente ed a tratti persino distruttiva. Il mito, in questo senso, non è tanto elaborazione di un pensiero primordiale che reagisce ai fatti, come suggerito dalla prima antropologia negli ultimi decenni del secolo scorso; né involucro delle forme di vita associata alla maniera di Durkheim. Il mito è piuttosto strumento di decifrazione di un pensiero complesso, che cerca di dare allo spirito risposte che abbraccino al totalità dei fenomeni, quindi posto in una relazione strutturata con la realtà da cui emerge, secondo le raffinate elaborazioni proposte da Claude Lévy-Strauss tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Ed al tempo stesso, ma in senso paradossalmente contrario, espressione del bisogno di sacro da cui la società moderna è avvinta, come indicato dalla riflessione neokantiana di Ernst Cassirër.
Se la società moderna governa la propria massificazione attraverso processi razionali, ma anche, di converso, attraverso meccanismi di rafforzamento e demolizione, costruzione o annullamento, di dimensioni irrazionali, il mito emerge dunque come una delle chiavi interpretative fondamentali di questo sforzo. Tanto più se – come nel caso del recente convegno organizzato dal Dipartimento di Studi sulla Civiltà Moderna dell'Università di Messina, e dalla Fondazione Bonino-Pulejo, meritoria istituzione culturale della città peloritana – il mito in questione è quello di un personaggio centrale nella storia del Novecento, come Stalin. Ciò perché intorno a Stalin, alla sua figura ed alla sua rappresentazione, al personaggio, cioè, ed, appunto, al mito, si incrociano spunti problematici e prospettive metodologiche tali da offrire un filtro davvero innovativo all'interpretazione del mondo contemporaneo, e della dimensione simbolica che lo ha universalmente attraversato.
In questo senso il convegno messinese – che si è svolto nei gironi 11 e 12 novembre 2004, contribuendo tra l'altro, lo ha ricordato il preside Vincenzo Fera, ad accrescere di prestigio e notorietà internazionale la nuova sede della facoltà di Lettere e Filosofia da poco inaugurata – ha costituito una occasione importante di confronto innanzitutto per il fatto di aver confermato al centralità di tale dimensione, calibrandone l'analisi su di un mondo che dell'universo simbolico ha fatto elemento fondativi determinante. Vero è che i lavori hanno evidenziato per lunghi tratti il rischio di ricadere in una prospettiva – non meno interessante, ma certo più tradizionale – attenta soprattutto allo stalinismo come problema, periodo, momento della storia sovietica, che non al mito di Stalin . A parte l'intervento di Massimo Longo Adorno, che ha toccato con passione erudita e ricchezza documentaria il nodo dell'atteggiamento di Stalin di fronte al problema ebraico, evidenziandone gli accenti persecutori e gli eccessi quasi maniacali, è stato soprattutto nella relazione di Piero Orteca, responsabile culturale della Fondazione Bonino-Pulejo, che l'approccio è sembrato prevalere. Ponendo al centro l'interrogativo su continuità e rottura nel passaggio dalla Nep alla collettivizzazione, Orteca ha infatti sottolineato – nel solco di una linea interpretativa largamente diffusa seppur con segno contrapposto, a seconda delle finalità che le si è voluto attribuire – gli elementi di forte continuità che accomunerebbero le diverse fasi della storia sovietica 3. Indicando nella fase del “comunismo di guerra” il momento che avrebbe impresso definitivamente al sistema sovietico le stimmate delle future degenerazioni antieconomiche, il ragionamento ha infatti portato alla conclusione in base alla quale sarebbe stata la stessa pianificazione a contenere in sé i geni strutturali dell'inefficienza, proprio in quanto essa avrebbe significato non soltanto controllo dell'economia, ma piuttosto controllo capillare dell'intera società. Conferma ne sarebbe stato ad esempio – secondo Orteca – il riferimento fatto da Lenin già all'VIII Congresso del Pcus nel 1919, ad un governo non più degli operai , bensì per gli operai , prodromo di una degenerazioni cui non avrebbe fatto argine il tentativo di introdurre alcuni elementi di concorrenza con la Nep, del resto stroncato dalla morte dello stesso Lenin. Essa si sarebbe anzi aggravata fino ad acquisire forme deliranti, come nel caso del “complotto degli specialisti” che avrebbe investito anche Bucharin, colpevole, come è stato sostenuto citando la sua ultima lettera a Stalin, di aver operato alcune scelte in campo economico non condivise dal dittatore sovietico.
Allo stalinismo come problema storiografico si sono indirizzati anche gli altri due contributi della prima sessione, presieduta da Antonello Biagini. Sul peso e sull'incidenza dello stalinismo nella storia russa e dell'Europa Orientale, nella storia del movimento comunista internazionale, e nella storia generale del XX secolo, si sono soffermati, infatti, con panoramiche, peraltro, di respiro più ampio, tanto Francesco Benevenuti, quanto Vittorio Strada: il primo mettendo al centro L'attenzione internazionale per le dinamiche del potere sovietico ; il secondo con una suggestiva prolusione intitolata a Stalin ieri e oggi . Ne è emerso, innanzitutto, un giudizio assai più problematico ed articolato, se non più cauto, sul problema del rapporto leninismo-stalinismo, anche alla luce degli ultimi contributi storiografici, nutriti dalle nuove possibilità documentarie offerte dall'apertura degli archivi dell'ex Unione Sovietica, che soprattutto Benevenuti, legato al rigoroso magistero di Giuliano Procacci, ha passato in rassegna. Dai lavori di Robert Service (1999; 2001), in particolare, si trae l'immagine di una molto maggiore vicinanza tra i due leader : da un lato per effetto di un ritratto più spietato di Lenin; dall'altro per il riconoscimento di una statura intellettuale a Stalin, senz'altro maggiore rispetto alla rozzezza tradizionalmente accreditata. Differenti sarebbero state, semmai, le condizioni storiche in cui essi operarono: diverse le ragioni della carestia intervenuta al tempo della guerra civile e di quella del '30-32; niente di simile alla collettivizzazione del 1929-30 durante il segretariato di Lenin; diverse, infine, le condizioni politiche internazionali, come ha rilevato Strada, perché Stalin non avrebbe visto avverarsi l'attesa rivoluzione mondiale, ma piuttosto l'inattesa reazione fascista, da ciò traendo quella sensazione di accerchiamento che, ben più della tendenza espansionista, lo avrebbe portato a privilegiare il problema della sicurezza. L'occupazione e la sovietizzazione dell'Europa Orientale – secondo la tesi di Mastny (1998) anch'essa ripresa e discussa da Benevenuti – sarebbe servita a costruire una sorta di “cordone sanitario” geo-politico, tale, tra l'altro, di stratificare su Stalin anche una certa immagine di “stratega internazionale” che non poco avrebbe influito sulla costruzione del mito, secondo le osservazioni svolte da Biagini nella sessione successiva. Una sostanziale differenza di personalità non è stata, peraltro, negata: ed anzi la vittoria di Stalin su quelle possibilità alternative indicate dai lavori di Deutcher, pure richiamati 4, porta alla testa del Partito Bolscevico e dello Stato Sovietico un uomo che concepisce l'imprescindibilità del rapporto tra terrore e rivoluzione, affatto diversa da quella del proprio predecessore. Se dunque è accettabile l'idea che le basi sociali dello stalinismo sussistano già nel periodo precedente, è tuttavia altrettanto innegabile l'aspetto della degenerazione criminale dello stalinismo e della sua dimensione di sistematicità, documentata dalle nuove impressionanti cifre sulle purghe degli anni Trenta, emerse dopo il 1991.
La polemica intercorsa in proposito tra lo stesso Benevenuti e Victor Zaslavsky, convinto assertore dell'idea secondo cui l'apertura degli archivi avrebbe piuttosto confermato e documentato sensazioni ed ipotesi già largamente accreditate in precedenza tra gli storici, ha così riportato al centro del dibattito l'interrogativo intorno al quale tutto il convegno è ruotato: chi sia stato Stalin – cioè – personaggio tra i più significativi del secolo appena trascorso, morto da vincitore e processato da uno dei suoi più stretti collaboratori. E se, del pari, sia possibile darne oggi un giudizio equilibrato, cadute le contrapposizioni che ne avevano cristallizzato l'immagine di statista e di assassino cinico, sfaccettatasene la critica in molteplici versioni, dopo il superamento di un antistalinismo militante. È sembrato, in questo senso, che il riconoscimento a Stalin della statura di più grande dittatore del XX secolo, operato da Strada non senza una vena di paradossale provocatorietà, consentisse di ricondurne nella prospettiva più corretta la valutazione. Ciò perché, soprattutto, il giudizio di Strada ha condotto il dibattito in maniera più precisa sul problema del mito di Stalin, sovrapposto storicamente a quello dell'Unione Sovietica, ed inscindibile dalla vicenda del movimento comunista internazionale, facendo così del convegno messinese un contributo non trascurabile all'interno di un filone di ricerca che soprattutto negli ultimi anni ha evidenziato – come si è detto – un crescente impegno, ma nel quale, anche, l'attenzione specifica al mito dell'Urss rimane ancorata ad alcuni lavori già lontani nel tempo 5.
Ad un primo livello di definizione, la categoria di mitologia assoluta ha sostituito quella, più classica e ben più diffusa in letteratura, di religione secolare . In questo senso, già proponendo un elemento distintivo rispetto al tratto irrazionale e carismatico delle religioni laiche dei regimi totalitari, soprattutto Strada ha accentuato la componente volontaria e razionale adottata da Stalin nella propria mitopoiesi. La sublimazione della “mistica della tecnica”, che ebbe il proprio apice nell'invenzione di un'etica produttivistica come lo stakhanovismo; il mito della onniscienza e della “competenza a tutto campo” di Stalin, per riprendere le due articolazioni costitutive indicate nel 1962, in un pionieristico articolo, da Georges Gurevitch, sarebbero state infatti il frutto di una interpretazione del marxismo che Strada ha definito con originale problematicità come “fusione di utopismo e scientismo in una politica pragmatica senza limiti morali”. Nel quale non sarebbe mancato, peraltro, un forte elemento utopistico cristallizzato però nel mito della purezza e della disciplina del partito, da tutelare anche con mezzi feroci (ecco le purghe!) ed attribuendo al nemico volti anche molto diversi ma sempre accomunati dal pericolo fascista. Il mito diviene così invenzione del mito , aprendo al delicato problema della gestione del consenso e della propaganda toccato nelle due relazioni di Valentina Motta ed Andrea Borgia, rispettivamente dedicate ad Arte e propaganda nello stalinismo ed al Cinema sovietico negli anni di Stalin . La mitologia assoluta dello stalinismo fu in effetti lo strumento complementare indispensabile per accompagnare la brutalità del “terrore di massa”: non solo per legittimare la militarizzazione forzata su cui si diede unità ad uno stato a-nazionale come l'Unione Sovietica; ma anche – lo ricordava già Giuseppe Boffa (1990, p. 269) nella sua importante Storia dell'Unione Sovietica pubblicata la prima volta nel 1976 – per “cicatrizzare le lacerazioni sociali dei primi anni Trenta”. Imperniata su quella sorta di “vangelo” che fu il Breve corso di storia del Partito Comunista (bolscevico) dell'Unione Sovietica , stampato in 14 milioni di copie in tutte le repubbliche, l'operazione propagandistico-pedagogica di Stalin si fondò sulla costruzione di un'etica socialista, che metteva al primo posto l'obbedienza cieca alle direttive del capo, e che si esprimeva – tanto nel cinema quanto nell'arte figurativa e letteraria – con un “nuovo metodo critico di verità e combattività rivoluzionaria”. La produzione del mito finì in questo senso per generare una tendenza innovativa capace di spazzar via ogni distanza tra l'oggetto (Stalin) ed il destinatario (il “soldato di Stalin”). Così Alexander Solženitzyn ( 1974, p. 121) avrebbe ricordato a distanza di anni quanto la gestione della propaganda fosse riuscita a penetrare nell'immaginario collettivo in maniera invasiva, in una pagina che rimane emblematica:
sull'ottomana – era la descrizione dei momenti successivi alla morte del dittatore sovietico – giaceva l'uomo la cui effigie era stata scolpita in statue, dipinta ad olio, ad acquerello, a guazzo, a seppia, disegnata a carboncino, a gesso, a mattone tritato, composta con sassolini, con conchiglie di mare, con quadrelli, con semi di soia e di grano, intagliata nell'avorio, fatta crescere nell'erba, intessuta nei tappeti, disegnata da squadriglie di aerei, ripresa nelle pellicole cinematografiche tante volte quanto mai quella di nessun altro uomo 6.
Eppure nel mito di Stalin non si tradusse soltanto la capacità operativa della Sezione di propaganda ricostituita presso il Comitato centrale del Pcus nel 1938. Fu anche, quel mito, epifania del sacro , bisogno di autoidentificazione, gestione dell'irrazionale come veicolo di assorbimento all'interno di una società, per usare le categorie metodologiche di Georg Rimmel, che si esprime in ogni epoca ed in ogni regime politico. Sotto questo rispetto l'esame del culto di Stalin nella sinistra italiana – svolto nella relazione di Santi Fedele, ed in quella, depositata agli atti, di Maurizio Degl'Innocenti – ha consentito di spostare il discorso su di un secondo livello di analisi: quello, cioè, inerente il mito come elemento costitutivo dell'universo simbolico della politica . Stalin “genio militare” riconosciuto dai comunisti ed esaltato dai socialisti almeno a partire dalla guerra di Spagna, si sovrappose al mito, già presente, dell'Unione Sovietica e della Rivoluzione d'Ottobre, che anche “Giustizia e Libertà”, secondo le postille scritte da Carlo Rosselli agli articoli di Andrea Caffi e Lionello Venturi, “amava” e si “impegnava a difendere” come fatto rivoluzionario epocale. All'URSS “paese del lavoro e della gaiezza”, come lo definiva Angelica Balabanoff alla fine degli anni Venti, si accostava l'immagine del “capo amato dei lavoratori di tutto il mondo” ed addirittura del “padre”; e perfino il singolare elogio della Costituzione Sovietica svolto nel 1936 da Silvio Trentin. A partire dalla vittoria di Stalingrado e dalla sconfitta del nazifascismo, infine, il mito di Stalin crebbe con forza inarrestabile in ogni parte del mondo, penetrando anche la vita privata dei militanti attraverso quadri, cartoline, “santini”, scritti, citazioni, in una diversificazione capace di ricondurne il motivo dall'uno ai molti, e da una identità ormai immateriale e metastorica ad una umana e vicina, continuamente presente. Contribuendo a fondare una dimensione liturgica destinata a durare ben oltre la fine storica dello stalinismo (con fenomeni di costume anche curiosi come quello – ricordato da Degl'Innocenti – del tifo sportivo per le squadre dell'Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti) proprio perché intimamente connesso alla natura ed al radicamento sociale dei partiti della sinistra. In questo senso, con il contributo dello studioso fiorentino e con quello di Pasquale Fornaio, il convegno ha avuto il più degno compimento metodologico. Fornaio, infatti, specialista di storia dell'Europa Orientale, ha dimostrato come l'emulazione di Stalin abbia prodotto il singolare paradosso di uno “stalinismo di ritorno” adottato dai vari dittatori dell'Est come risposta ad una esigenza di autonomia dalla centrale moscovita, operazione favorita dalla straordinaria durata del loro potere. A fronte di questa, che ha comunque circoscritto il problema ai regimi dittatoriali, l'analisi del mito di Stalin nell'Italia del secondo dopoguerra ne ha invece allargato le implicazioni al più ampio orizzonte dei partiti di massa ed al ruolo da essi svolto nei processi di modernizzazione.
Quando Stalin morì, nel febbraio del 1953, “Rinascita” ne salutò il genio augurandogli “gloria eterna”, celebrandolo negli scritti teorici come nelle espressioni dell'affetto popolare. Le manifestazioni commosse che attraversarono la penisola, toccandone gli angoli più remoti, non furono il frutto di una imposizione, ma l'espressione spontanea del cordoglio di uomini e donne che avevano visto nel dittatore sovietico il simbolo delle proprie attese rivendicative. Soltanto tre anni dopo il XX Congresso del Pcus avrebbe svelato la tragedia nascosta dietro un mito di cui si compiva allora una rapida quanto forse affrettata demolizione. Eppure le strutture profonde che i miti incarnano mantengono una propria inerzia che sembra resistere alla storia per riemergere nei periodi di crisi. Ecco perché il problema del ritorno di un mito di Stalin nella Russai post-sovietica, aperto da Lev Gudkov in una lunga analisi di carattere sociologico, ha chiuso il convegno lasciando al dibattito futuro un altro interrogativo centrale: come si cancelli, cioè, si trasformi o al limite si razionalizzi storicamente un mito che dimostra oggi tutta la sua attualità. Se da una zona lontana e periferica come la campagna senese alziamo gli occhi dopo aver letto una lettera indirizzata ingenuamente, nel 1990, a “Caro Baffone”, nella quale una anziana mezzadra si dichiara “tradita” da Stalin, che ella ha atteso “come una innamorata aspetta il proprio sposo”, ci accorgiamo del resto come la fine del sistema di socialismo reale abbia significato ben più che la fine di una stagione politica. La storia sembra essersi rimessa in cammino: nuovi miti attendono forse di indicarne la strada, di stabilizzarne l'irrazionalità.