Alberto Malfitano
Il mosaico Italia. Riflessioni su una difficile costruzione nazionale
(Bologna, 10 dicembre 2004)Il 10 dicembre 2004, una decina di studiosi di storia di diverse università italiane si sono incontrati nel Dipartimento di discipline storiche dell’Università di Bologna, su invito di Angelo Varni, per discutere del problema dello sviluppo nazionale e del modo in cui esso è avvenuto, ciascuno portando l’apporto specifico dei propri studi e del proprio campo di ricerca. Il titolo dell’incontro seminariale (Il mosaico Italia. Riflessioni su una difficile costruzione nazionale) precisava infatti lo scopo dell’incontro, quello di esaminare gli sviluppi compiuti dalla storiografia sul nostro Paese in differenti campi di studio, nei quali si divide il lavoro degli storici alla ricerca costante del giusto nesso tra necessità della specializzazione e visione globale. L’obiettivo non era tanto di pervenire ad una nuova sintesi, ma di individuare nuove problematiche e quindi nuovi percorsi di ricerca per approfondire, al tempo stesso, i molteplici aspetti e le grandi tendenze di fondo che hanno caratterizzato il processo della modernizzazione, con il quale chiunque si cimenti con lo studio della storia contemporanea deve confrontarsi. Dall’incontro, la costruzione nazionale è emersa sotto differenti punti di vista (politico, sociale, istituzionale), aggregati attorno ad alcuni nodi interpretativi forti. I principali sono stati il rapporto tra centro e periferia e quello generazionale, con particolare riferimento alla storia dei giovani: due lenti interpretative privilegiate attraverso le quali i partecipanti hanno esposto di volta in volta un panorama storiografico dei propri campi di studio e suggerito riflessioni e tematiche su cui ci si è confrontati nel dibattito di fine mattina e in quello conclusivo.
Ne è nata una discussione intensa e ricca di stimoli di cui si propone qui una sintesi breve quanto, per forza di cose, incompleta.
Dopo l’introduzione di Angelo Varni, Maurizio Degl’Innocenti, dell’Università di Siena, ha articolato la propria relazione in quattro punti: l’evoluzione dello Stato moderno, i rapporti tra centro periferia, il ruolo del partito, le politiche locali. In maniera specifica è emersa la centralità del rapporto tra centro e periferia: una questione antica che occorre rivisitare, evidenziando la natura dinamica, sempre in evoluzione, di questo nesso ed evitando di incappare in analisi che si concentrino invece sull’unidirezionalità, tea a spiegare l’evoluzione unitaria solo considerando gli stimoli in partenza dal centro verso la periferia. Al contrario, per Degl’Innocenti il localismo apporta una tale serie di contributi alla vita politica e sociale (dalla formazione della classe politica allo sviluppo della cittadinanza, ai servizi ai cittadini, ecc.) da giustificare una nuova stagione di studi in questo senso.
Insistendo su questo rapporto, Guido Melis, dell’Università di Roma “La Sapienza”, ha offerto una panoramica degli studi finora compiuti sulle istituzioni, suddividendola in tre parti: una sulle strutture, su cui rimane ancora molto da fare (mai il Parlamento è stato studiato nella sua dinamica interna, per esempio), una seconda sul personale, nella quale la situazione si presenta migliore, nonostante qualche lacuna, una terza sul funzionamento delle istituzioni che sono fatte di una loro specifica densità e sono in perenne movimento e correlazione tra loro, ma che finora non è mai stata affrontato. Melis ha poi sottolineato il peso rilevante che nella storia delle istituzioni assume il concetto di continuità, in particolare tra fascismo e Italia repubblicana, che è stato spesso ribadito anche in interventi successivi, e ha sottolineato la necessità di studiare la routine delle istituzioni e non solo i momenti eclatanti, per rendersi conto meglio del loro funzionamento effettivo.
Edoardo Borruso, dell’Università Bocconi di Milano, ha spaziato sul tema dello sviluppo economico italiano dall’Unità in poi, ponendo attenzione in particolare al rapporto tra un’Italia decentrata rispetto ai paesi motori dello sviluppo e alla maggiore o minore vicinanza nei diversi periodi storici con essi. D’altro canto gli stimoli provenienti dall’esterno furono accolti sostanzialmente grazie all’intervento pubblico, che poi ebbe un effetto trainante anche sull’iniziativa privata, a partire dall’età giolittiana. Lo stesso tema è stato affrontato da Giorgio Pedrocco, dell’Università di Bologna, ma con un focus maggiore sulla storia dell’industria in Italia e in particolare della siderurgia, le cui vicende riassumono in sé tanti elementi caratteristici della storia industriale nazionale, con un pubblico fortemente finanziato e un settore privato che utilizza solo una parte del ciclo produttivo.
Spostandosi l’analisi sulla società italiana dal 1861 in poi, Maria Luisa Betri, dell’Università Statale di Milano, ha offerto una panoramica degli studi compiuti sul mondo agrario in Italia, sottolineandone due elementi di grande interesse: il primo, riguardante il rapporto tra arretratezza e modernità, non più da leggersi solamente come oppositivo, ma fortemente intrecciati tra loro; in secondo luogo, dopo le grandi sintesi storiografiche che hanno visto la luce negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo, si è avviata una fase di studi concentrati sulla dimensione locale o su precisi soggetti sociali. Ne è emerso un quadro estremamente ricco di esperienze ma che, d’altro canto, rischia la dispersione e la frammentazione, per cui si sente forse il bisogno di una nuova visione di insieme.
Il dibattito che ha chiuso la prima parte della giornata di studi, moderato da Angelo Varni, è partito dal rapporto tra centro e periferia per sviluppare meglio il concetto di rete e applicarlo ai diversi campi di ricerca fino a quel momento esposti, per cui ogni innovazione parte dal centro ma si scontra poi in Italia con una rete di interessi locali molto forte, che neppure il regime fascista ha potuto ignorare, ma con il quale ha dovuto fare i conti.
La sessione pomeridiana ha visto le relazioni di vari studiosi afferenti al Dipartimento bolognese. La prima è stata la relazione del direttore Alberto De Bernardi, che ha affrontato il tema della storia unitaria dal punto di vista dei giovani, categoria storiografica di recente scoperta. In particolare, De Bernardi ha sottolineato il ruolo svolto dall’endiadi giovani/modernità nel processo di trasformazione della società, che nel caso italiano ha specifici motivi di interesse, a partire dall’esperienza dei giovani nazionalisti di inizio Novecento, per passare poi al ruolo della gioventù, specie come mito politico e oggetto di irregimentazione, sotto il fascismo, fino alla lunga durata del ’68 italiano, che lo distingue dalle esperienze similari di altri paesi.
Maria Malatesta ha affrontato il rapporto tra le professioni e gli enti pubblici: ambiguo, persino schizofrenico in certi casi, a causa della mansione, a volte sindacale, a volte pubblica, che gli ordini professionali hanno rivestito nella storia, come nel caso degli avvocati, mentre per i medici si è avuto un più netto ruolo sindacale che ne ha esaltato la conflittualità, almeno fino alla riforma del 1977. Si tratta comunque di una professionalità che, come il caso bolognese dimostra, non ha nulla a che vedere con la vecchia rappresentanza notabilare, ma che ha origini differenti e costituisce una grossa novità, dovendo agli enti pubblici la propria identità e la propria importanza nella società.
Al ruolo degli enti pubblici tra fascismo e periodo repubblicano e alla continuità che esiste in questo passaggio ha dedicato la propria relazione Mariuccia Salvati. Partendo dalla grande frattura costituta dalla Prima guerra mondiale, l’analisi ha illustrato la parabola di questi enti pubblici post-nittiani: in auge durante i primi anni del fascismo, quando è necessario convogliare verso il Sud capitali altrimenti riottosi, meno innovativi negli anni Trenta quando il Pnf fa sentire il proprio peso e ragioni politiche rispetto alla visione razionalizzatrice precedente, infine gestiti nella transizione all’Italia democratica da una classe dirigente democristiana non lontana dalla cultura corporatista. Una classe dirigente che sposa la modernità e la civiltà industriale che essa comporta, che assume la totale responsabilità della guida dello Stato e dell’economia pubblica, fino all’ingloriosa morte per corruzione di molti di questi enti.
Fiorenza Tarozzi ha invece proposto una panoramica degli studi sul tempo libero, e in particolare, sul tema dello sport, che va ad agganciarsi a quello svolto da De Bernardi sui giovani e sul loro ruolo attivo o passivo nel coinvolgimento della popolazione nella costruzione nazionale. Dal tiro a segno alla ginnastica, all’importanza riconosciutagli dal fascismo, lo sport assume il compito dapprima di completare il Risorgimento, poi di formare “l’uomo nuovo”. Allo stesso tempo, il Tci o il Cai, su cui esistono recenti studi, dimostrano la volontà delle classi dirigenti di organizzare il tempo libero a fin ben precisi, nella volontà di nazionalizzare le masse.
A conclusione dell'incontro, un nuovo dibattito ha ribadito i concetti storiografici più forti emersi durante la giornata.
È stata confermata la validità della giornata di studi come confronto delle rispettive conoscenze ed ipotesi di analisi, il che rende possibile ipotizzare per il futuro nuove tappe di questo percorso di confronto.