Maurizio Degl'Innocenti
Sul paradigma socialista o del “terzo” partito
Il concetto di paradigma applicato ad un partito, nella fattispecie quello socialista, indicatomi dai curatori come ambito del mio intervento presuppone una chiave di lettura prevalentemente funzionalista o istituzionalista, nei cui confronti lo storico è di solito piuttosto diffidente se non altro per il procedimento di astrazione e di esemplificazione che implica rispetto alla ricerca empirica. Ma tale scelta ha anche il vantaggio di sollecitare un approccio meno autoreferenziale e interno al soggetto esaminato, più attento alla comparazione. Esenta inoltre dalla trattazione dei rapporti interni alla “galassia” socialista o socialdemocratica con un taglio necessariamente descrittivo, per privilegiare invece l'analisi del partito socialista, che di essa costituì certamente il nucleo più aggregante, in relazione al sistema dei partiti, adottando una periodizzazione su questo fondata, dal passaggio dall'Italia monarchica e fascista a quella repubblicana fino alla disgregazione dei primi anni '90. In questa sede, ragioni di spazio impongono di procedere solo per punti.
Il partito politico di massa fu un'importante eredità del Novecento. Ma in Italia ebbe caratteri e dimensioni altrove poco conosciute. Con il fascismo, il partito diventò unico, inquadrò (anzi mise in divisa) buona parte della popolazione attraverso una capillare articolazione per genere e classi di età, e, indirettamente, per attività occupazionale o professionale; si fece sempre più pervasivo nella società e infine assunse lo status di ente pubblico. Il fascismo, la cui articolazione interna è oggi fortemente riconsiderata, fu tuttavia nel complesso fattore di mimetismo sociale, specialmente per i giovani. È davvero difficile sottovalutarne l'eredità sul sistema politico italiano. L'esplosione numerica dei partiti nell'immediato secondo dopoguerra potrebbe leggersi in due modi diversi: nel segno della rottura con il passato, una rottura evidenziata nella Resistenza e nel patto costituzionale a quella ispirato, nella soluzione repubblicana, nell'affermarsi di un sistema rappresentativo-parlamentare, ecc.; ma anche all'insegna di una continuità con il partito fascista, partito di massa, partito-padre e protettore, partito-Stato.
La vicinanza del partito-massa con il partito-Stato fu uno degli elementi costitutivi dell'Italia repubblicana, coltivata a sinistra, in un'accezione marxista-leninista, specialmente dal partito comunista; e in una versione più marcatamente assistenzialista attraverso l'azione della Democrazia cristiana. Ciò contribuì a consolidare la presenza della politica nell'economia e nella società. Tale caratteristica era destinata a dilatarsi in relazione alla contrapposizione frontale (ma nel quadro di una compatibilità complessiva) tra i due partiti maggiori. Due partiti dal forte radicamento: l'uno, forte di un apparato in assoluto tra i più forti del mondo occidentale, con alle spalle – in tutti i sensi – uno Stato continentale, l'Urss, con vocazione ideologica imperiale; l'altro, centrale e dominante nel sistema politico per mezzo secolo, che si avvantaggiava della influenza della gerarchia ecclesiastica e del tessuto pervasivo delle parrocchie e tessuto pervasivo delle opere e organizzazioni cattoliche, in altre parole del sostegno di una Chiesa millenaria e universale con sede nella capitale.
Il sistema politico fondato sui grandi partiti di apparato, con tutti i problemi di gestione anche finanziaria connessi e i relativi collegamenti internazionali, è stato di recente assunto in termini negativi come “partitocrazia” o “regime”, ma occorre considerare che ad esso per quasi mezzo secolo sono andati i consensi degli italiani in modo esemplarmente costante: per restare ai due grandi partiti, essi ottennero nel '46 il 54% dei consensi, nel '53 il 63%, nel '58 il 65%, nel '63 il 64%, nel '68 il 66%, nel '72 il 66%, nel '76 il 73%, nel '79 il 68%, nell''83 il 63%, nell''87 il 61%.
Nel bene e nel male, cioè nella sostanziale stabilità e nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, ma anche nella rigidità del sistema, il partito socialista, partito “secondo”, di medie dimensioni, con una rappresentanza elettorale sempre oscillante tra il 9 e il 14% (con la sia pure significativa eccezione degli anni 1945-46) fu l'ultimo dei grandi partiti, e il primo dei partiti medi, sempre aspirante a farsi “terzo polo” dello schieramento politico (unificazione socialista, anni di Craxi). Per l'immediato fu costretto di volta in volta a cercare alleanze con i due partiti maggiori. L'istanza “unitaria”, la “ricerca del dialogo”, la rivendicazione dell'“autonomia” (insomma questioni di schieramento), prima ancora di essere scelte ideologiche, erano il riflesso di un dato derivante dal sistema politico-istituzionale italiano, e perfino di un dato sociale e politico, apparentemente quasi immutabile, e perciò vissuto interiormente in maniera drammatica. Quando si tentò di “forzare” la situazione fu la crisi: la scissione nel 1947, nel 1964, nel 1969, ed infine la frammentazione dopo il 1992. La drammatizzazione era nel fatto che la contemporanea conventio ad excludendum nei confronti delle due ali estreme rendeva la presenza socialista essenziale (almeno dagli inizi degli anni '60) per assicurare la governabilità: nel Psi, partito-cerniera, si dilatavano le tensioni, interne ed esterne dell'intero sistema politico. Quando quest'ultimo entrò in crisi, il Psi subì le conseguenze più laceranti (e con esso tutta l'area democratica e laica).
È bene considerare questo aspetto anche alla luce della sofferente tenuta delle istituzioni democratiche nel paese, che, unico, tra quelli più avanzati del mondo occidentale, conobbe il terrorismo diffuso, la lunga stagione stragista, il deviazionismo dei servizi segreti, ed infine i fenomeni ricorrenti di un populismo di massa sostanzialmente avverso alla rappresentanza parlamentare e al ruolo dei partiti, e il corporativismo aggressivo di settori e corpi dello Stato. Una lettura che traducesse il ruolo di cerniera ricoperto dal partito socialista in una sorta di parametro della tenuta della vita democratica, sarebbe eccessiva, perché a diverso titolo altri partiti potrebbero vantare analoghe benemerenze, e soprattutto perché sarebbe stato semmai l'intero sistema dei partiti a garantire la sostanziale integrazione politica raggiunta nel secondo dopoguerra. Ma certo è che quella particolare “missione” fu percepita dalla leadership socialista, vuoi sotto la specie di una funzione peculiare da assolvere nell'ambito della sinistra come forza minoritaria (si disse: portare e rappresentare i valori della democrazia nella classe operaia), vuoi nell'ambito della politica di alleanze al fine di non determinare pericolosi vuoti di potere. Com'è noto, fu questa una preoccupazione che assillò in particolare Pietro Nenni ai tempi del centro-sinistra.
In effetti la storia del Psi fu caratterizzata da un duplice aspetto: la grande battaglia di idealità democratica, quest'ultima in linea con quelle combattute prima dell'avvento e poi durante il fascismo; e la tendenza a enfatizzare i problemi di schieramento per l'inevitabile accostamento alle due forze politiche maggiori, con il conseguente ricorso ad un formulario politico che apparentemente voleva essere testimonianza di pragmatismo, ma che all'opposto spesso sottintendeva il pedaggio pagato da un lato al tatticismo e dall'altro all'ideologia.
Il tema della ideologizzazione rinvia alla radicalizzazione della sinistra italiana. Nella tipologia del grande partito di massa della sinistra, classista e operaista ma aperto alla confluenza di ceti piccolo e medio borghesi, la proiezione elettorale coincideva con quella educativa, ad esaltazione della funzione della dottrina nel radicamento della obbligazione politica. L'attitudine di esso alla guida fu più accentuata nelle aree periferiche del sistema capitalistico occidentale, dove più forte risultava la resistenza alla cooptazione e alla integrazione delle leadership al potere: in questo contesto trovò terreno di incubazione più favorevole il partito-ideologico, spesso con sollecitazioni alla radicalizzazione del conflitto. In Italia la lotta politica su un piano strettamente ideologico fu favorita ulteriormente dal ruolo tradizionalmente rilevante ricoperto dalle élites culturali, ed anche dalla vicenda del fascismo. Alla politica come entificazione delle idee contribuì infatti non poco l'eredità della cultura dell'esilio e della lotta antifascista sotto il regime di Mussolini, che ben pochi margini lasciava a ipotesi alternative.
Dopo o insieme alla Spd (almeno fino a Bad Godesberg) e al Pcf, la sinistra italiana, e specialmente quella comunista (maggioritaria), fu tra le più ideologizzate del mondo occidentale. Non solo: rispetto allo stesso partito comunista, prese corpo una sinistra ora extra-parlamentare, ora di aperta contestazione delle istituzioni o addirittura eversiva, ora cosiddetta “sociale”, ora terzomondista e antioccidentale, comunque e sempre antiamericana. E tale ideologizzazione si trasferì negli insegnamenti accademici, nella letteratura e nella manualistica, con effetti di lungo periodo. Ancora oggi, non è difficile riscontrarne in letteratura i segni, per un effetto di inerzia rispetto ai tempi, più solleciti e più mobili, dell'evoluzione sociale. Se dunque, come nel resto dell'Europa meridionale, anche su questo fronte il partito socialista subì prima la concorrenza del sindacalismo rivoluzionario e dell'azione diretta, poi del comunismo, è anche evidente che della loro tendenza alla ideologizzazione condivise ampiamente modalità e finalità. Ciò fu particolarmente evidente nel “socialismo di sinistra”, fenomeno europeo, ma che in Italia ebbe uno spessore affatto consistente. Rispetto alle diverse forme di dogmatismo, fu lenta l'opera di affrancamento: essa fu comunque marcata negli anni del centro-sinistra, e definitiva poi con la segreteria di Bettino Craxi.
In generale, se anche in Italia fu indubbia l'evoluzione del partito/i socialdemocratico/i da associazione e movimento a istituzione, da forma esterna ed extraparlamentare a funzione del sistema politico rappresentativo di massa, da organizzazione classista a partito dello sviluppo sociale (quest'ultima tipologia può essere ricondotta anche all'evoluzione dello stesso partito comunista); è anche vero che tale processo fu più faticoso e contraddittorio, e soprattutto tardivo. Inoltre, non si può negare che tutto ciò influì sulla diversificazione o frammentazione della sinistra italiana, che a sua volta incrementò, nei comportamenti mentali o meno, la tendenza alla ricerca di una reciproca distinzione basata innanzitutto sull'identità culturale.
Il giacobinismo intellettuale, propenso alla disputa ideologica nel contesto della mancata formazione di una maggioranza (potenziale) pro-labour , segnò a lungo e in particolare la vicenda socialista favorendone un accentuato frazionismo non sempre ricomposto in un quadro di compatibilità. Al tempo stesso ne rese più forte la permeabilità a sollecitazioni esterne. Infine, l'ideologizzazione non facilitò, ma al contrario ostacolò l'aggregazione di quei ceti operai e popolari, e soprattutto medi e impiegatizi, che i partiti di area cattolica, e di centro, riuscivano a intercettare. Fu anche questo un fenomeno comune a tutta l'Europa centro-meridionale, ma che in Italia, ovviamente, aveva un rilievo tutto particolare. Ad una potenziale espansione del consenso socialista, pertanto, facevano ostacolo sia la concorrenza a sinistra del forte partito comunista, sia quella a destra del partito democristiano. Non fu un caso che il tentativo di competere con entrambi nelle cosiddette organizzazioni di massa e collaterali (organizzazioni sindacali e di categoria, cooperative, associazionismo per il tempo libero e la ricreazione, ecc.) fu relativamente tardivo, e mai compiutamente perseguito. Tra i casi più rilevanti potremmo considerare la costituzione della Uil, che nacque comunque in un ambito socialdemocratico e repubblicano, e l'Aics, ma è significativo che in ogni caso i socialisti rimanessero anche nelle “unitarie” Cgil e Arci, in una posizione fortemente minoritaria.
L'apparato dei partiti di massa come sopra indicato aveva un costo enorme, di gran lunga il più alto tra i paesi di tradizioni parlamentari. Le analisi sui costi della politica non sono state frequenti, e risultano essere state affidate per lo più alla pubblicistica, spesso con finalità scandalistiche o sulla scia delle iniziative giudiziarie. Ancora di recente il “Corriere della sera” (7, 10, 14, 16 e 20 febbraio 2004) ha condotto una documentata inchiesta sulla travagliata gestione del patrimonio della Dc, costituito da 508 immobili. In sede storiografica invece il tema è stato rimosso per comprensibili difficoltà nel reperimento delle fonti, ma anche per pregiudizi di natura ideologica, e si è preferito parlare delle strategie dei generali e dei movimenti delle truppe più che del vettovagliamento. Infine, si è accreditata di fatto la versione, fornita da versanti opposti ma con esiti analoghi, che l'“approvvigionamento” dei mezzi finanziari necessari o comunque utilizzati dalla politica ne costituisse una sorta di dimensione tecnica, puramente strumentale, niente affatto suscettibile di modificarne finalità e comportamenti, oppure che nelle manifestazioni più equivoche e controverse esso fosse riconducibile all'iniziativa specifica e dunque alla responsabilità di individui, in un ambito sostanzialmente sottratto alla competenza della “comunità” politica. Gli stessi partiti, spesso direttamente o indirettamente ispiratori della letteratura su se medesimi, non avevano interesse a rendere di dominio comune le fonti del proprio finanziamento, per accreditare piuttosto l'immagine di una loro identità il più possibile autonoma da condizionamenti. In realtà l'ipotesi che lo studio dell'intendenza non possa offrire dati utili per comprendere gli orientamenti, le attitudini, le relazioni (interne e internazionali) delle forze politiche è assai poco fondata.
Sia qui sufficiente ricordare come rispetto al fabbisogno finanziario che andava dilatandosi per la fibrillazione elettorale e la crescente spettacolarizzazione della politica degli anni '70 e '80, le quote contributive degli iscritti e il finanziamento pubblico ai partiti e ai loro organi di stampa, che era stato introdotto anche con la pretesa di moralizzare la politica, non fossero affatto sufficienti. I bilanci denunciati pubblicamente dai partiti erano lontani dalla realtà, e nascondevano il ricorso a forme di finanziamento aggiuntivo, direttamente o, più spesso, indirettamente acquisito, talvolta attraverso società di comodo o ambigue sponsorizzazioni o aperture di linee di credito bancario altrettanto ambigue (dal momento che gli istituti di credito erano per lo più amministrati da personale di nomina politica), molto spesso in modo elusivo rispetto alla normativa vigente o addirittura in forme illegali. La mancanza di trasparenza evidenziava un paradosso, percepito dall'opinione pubblica in termini assai negativi: la politica in quanto “discorso” si rendeva esplicita e attraente, ma le sue condizioni “materiali” erano oscure o nascoste.
La mancanza di trasparenza favoriva i comportamenti non virtuosi. L'operazione giudiziario-mediatica degli inizi degli anni '90 definita “tangentopoli” rivelò comunque lo spaccato di un'Italia illegale e senza controlli, con una mentalità e una pratica orientate all'illegalità diffusa. La politica, così come l'imprenditoria, vi si nutrì moltiplicandone gli effetti, invece di operare per circoscriverli. Non volle, o non poté farlo per le ragioni sopra descritte. L'area grigia delle attività lobbystiche, degli scambi e delle protezioni anomale, delle clientele, che sempre aveva accompagnato la vita dei partiti, andò assumendo infatti dimensioni sempre più consistenti, fino a rivestire in qualche caso aspetti sistemici. La sovrapposizione della politica, intesa qui come sistema dei partiti, su larghi settori della società e dell'attività economica, facilitata dalle dimensioni della imprenditoria pubblica e dell'apparato statale, e nello stesso tempo la tradizionale vicinanza dell'imprenditoria privata ai poteri pubblici, per ricavarne favori e protezioni, ne facilitavano la dilatazione. Fu un fenomeno in rapida crescita a partire dagli anni '70, e che infine fu avvertito da settori sempre più ampi dell'opinione pubblica come un fatto degenerativo: si tornò a parlare di partitocrazia. Ciò risultò in particolare all'indomani del crollo dell'Unione sovietica, cioè della fine irreversibile della “guerra fredda”, e dell'accelerazione del processo comunitario europeo. Il concetto stesso di partito diventò sempre meno attraente. Non fu un caso, infatti, che per molti anni le nuove formazioni politiche, sorte nel clima drammatico della fine della cosiddetta “prima repubblica”, si guardarono bene dall'assumere quella denominazione tradizionale, preferendo evocare il movimento piuttosto che l'organizzazione di apparato (“rete”, “lega”, “alleanza”, “arcobaleno”), o appellarsi al paese in implicita polemica con l'identità di parte (“Forza Italia”, “Italia dei valori”), o scegliere generici riferimenti floreali (ma non sono mancati neppure quelli faunistici!) per evocare orizzonti più tranquillizzanti e sottintendere la partecipazione ad un progetto comune non gerarchicamente stabilito, o richiamarsi con immediatezza agli stessi iscritti (“democratici di sinistra”, “socialisti democratici”).
Considerando infine il finanziamento inequivocabilmente illegale, occorre ricordare che tutti i partiti (del cosiddetto arco costituzionale) vi furono coinvolti, tanto più che in uno degli aspetti decisivi coinvolgeva il sistema degli appalti e delle forniture di servizi pubblici, in un rapporto stretto tra centro e periferia dell'amministrazione dello Stato. Ma ciascuno di essi lo fu con proprie caratteristiche in quanto a selezione del personale, criteri organizzativi, relazioni interne e internazionali, mentalità, gestione. Non è affatto arbitrario sostenere che, come in uno specchio deformato, non sarebbe difficile cogliervi l'immagine speculare. Il Psi, a lungo il parente povero dei grandi partiti ma con l'aspirazione a concorrere ugualmente con essi, fino al 1956 aveva attinto alle medesime fonti finanziarie del Pci, ma in dimensioni più ridotte, e soprattutto con l'avallo e la garanzia di questo. Entrato nell'area di governo, aveva avuto maggiori possibilità di utilizzare canali di finanziamento privato o legati alle partecipazioni statali, con l'avallo della Dc. Negli anni di Craxi, quando il fabbisogno economico della politica si era dilatato enormemente, partecipò al sistema consociativo dei finanziamenti da protagonista: quanto maggiore fu il suo dinamismo in politica, volto all'occupazione in tempi rapidi del centro del sistema, tanto più consistente fu la ricerca di fonti di finanziamento, mediante una struttura organizzativa che si avvaleva di canali paralleli e autonomi, che avevano come comune referente politico la Segreteria. Nella geografia del finanziamento illegale della politica Milano (e la Lombardia) svolse una funzione importante (fu la capitale di “tangentopoli”). Quando la “questione giudiziaria” esplose prima a Milano, poi nel resto d'Italia (ma in misura diversa), il “protagonismo socialista”, che aveva il suo centro propulsivo nella metropoli lombarda, ben presto divenne per l'opinione pubblica e probabilmente per taluni settori della magistratura simbolo e dato paradigmatico dell'intera vicenda. La gestione Craxi avrebbe lasciato un deficit di oltre 160 miliardi (secondo gli ultimi amministratori del partito), un monte di debiti tale da lasciare insolvente il partito, impossibilitato ora a trovare ulteriori crediti presso le banche, tanto più che decapitato del gruppo dirigente, si frantumò in molteplici spezzoni. Data la situazione, fu impossibile mantenere in vita la stessa ragione sociale del partito, di quel partito che era stato fondato nel 1892: il che non era avvenuto neppure con il fascismo.
Assunta, sia pure in maniera distorta, a via della trasformazione politica, la questione giudiziaria divenne la fonte legittimante (caso unico nel mondo occidentale): la categoria del nuovismo, ora attribuito ad una dimensione prepolitica, diventò di uso diffuso, con tinte moraleggianti, spesso con tratti di populismo qualunquistico, ugualmente diffuso a destra quanto a sinistra. La cooptazione di una nuova classe dirigente nel passaggio dalla “prima” alla “seconda repubblica”, se tale fu, coincise con l'introduzione e gli effetti del sistema maggioritario che di per sé era penalizzante per i partiti minori, ma lo fu ancora di più nel contesto dato. Il ceto politico di formazione laico-socialista fu posto ai margini, e quella parte di esso che venne recuperata lo fu sotto vesti e bandiere diverse, o confinata in spazi di pura testimonianza. Non mancarono in effetti atteggiamenti recriminatori e nostalgici, che in quanto tali testimoniavano una evidente sofferenza politica, anche se, in condizioni difficili, non furono assenti neppure comportamenti politici assai dignitosi di gruppi di modesta consistenza o a livello individuale. Tuttavia, nei gruppi che scaturirono dalla frantumazione del partito non fu meno grave il mancato ricambio dei quadri e dei gruppi dirigenti, anch'esso indiscutibile segno di una crisi profonda, e al tempo stesso ipoteca assai negativa per il futuro. Il fatto, paradossale solo in apparenza, fu che nell'avvicinarsi e poi nell'approdare all'area di governo dopo il crollo del muro di Berlino e la fine del comunismo sovietico il sostanziale vincitore del duello a sinistra, che era stato durissimo, e cioè il Pci, evolutosi in Pds al prezzo di una scissione a sinistra, pur rivendicando l'appartenenza alla famiglia socialista europea, non prese mai in seria considerazione l'ipotesi di esplicitare apertamente l'identità socialista-democratica all'interno, e non solo per motivi tattici nei confronti dei concorrenti a sinistra di Rifondazione comunista. Sarebbe ingenuo supporre che si trattasse solo di un problema formale. In realtà, uno spazio politico, precedentemente occupato dal Psi e dai partiti di democrazia laica, si era indebolito, quasi disperso, aprendo un problema di non poco conto almeno nel breve-medio periodo.
Tale aspetto potrà essere meglio valutato ritornando in conclusione sulla tradizionale vocazione socialista a costituire il terzo grande polo del sistema politico, negli anni del centro-sinistra e poi, in maniera più decisa, con la leadership craxiana. Occorre osservare infatti che esso non potrebbe considerarsi affatto come velleitaria aspirazione di un settore minoritario del sistema politico italiano, magari di grandi tradizioni e con la presenza di forti personalità politiche, ma ormai superato dagli eventi e condannato ad una funzione di testimonianza di fronte a forze nuove e dirompenti, in grado di dare voce alle grandi masse e dunque con forte radicamento sociale. Il “protagonismo socialista” di quegli anni va piuttosto rapportato ad esigenze reali, in analogia con quanto era avvenuto o stava avvenendo nei paesi europei più avanzati, dove operavano da tempo sinistre di governo, con maggioranze pro-labour . L'europeizzazione dell'Italia, in questo senso, sembrava costituirne la incoraggiante premessa. In mancanza di una maggioranza pro-labour , tale prospettiva si tradusse nell'ipotesi minore – e paradossalmente velleitaria – di rappresentare tutta la sinistra al governo. Questo disegno si concretizzò nel riformismo programmatico al tempo del centro-sinistra, che postulava la insostituibilità della funzione mediatrice della politica e del diffuso interventismo statale nella promozione tanto degli interessi deboli, quanto di quelli emergenti. Divenne la ricerca degli “equilibri più avanzati” nei primi anni '70, quando il Psi cercò di fare del sindacato (dove i comunisti erano in maggioranza!) il quinto partito della coalizione, e il tramite per l'apertura alla società civile. Incoraggiò la strada alla personalizzazione della politica e la ricerca della grande riforma istituzionale, anche come mezzo risolutivo (polemicamente fu definito “una scorciatoia”) per l'auspicato requilibrio dei rapporti di forza con il Pci.
Nel merito si propose come risposta all'esigenza di modernizzazione della vita politica e dell'apparato statale, tale da governare e indirizzare lo sviluppo e la crescita della domanda sociale fattasi impetuosa all'indomani del “miracolo economico”. È difficile sottovalutarne le analogie tra il riformismo programmatorio e tecnocratico degli anni del centro-sinistra con i progetti di modernizzazione del sistema-paese (o nazione, se si preferisce) del laburista Harold Wilson in Inghilterra o del socialdemocratico Kreysky in Austria. Così come è difficile non rapportarne il dinamismo dell'“era craxiana” al successo del made in Italy negli anni '80. Il tema del sostegno e del governo dello sviluppo in un mercato sempre più allargato, la considerazione del sistema-paese come contesto-operativo, la correlazione tra efficienza dello Stato e vicinanza di esso al cittadino come premessa al buon esito dell'impulso riformatore e delle politiche sociali, la istruzione diffusa e l'attenzione alla ricerca – tutti elementi, questi, presenti nelle fasi politiche con più alta incidenza socialista – ponevano, così come pongono, problemi reali.
In secondo luogo il Psi si pose sempre alla testa di un fronte che si fece interprete, sia pure con alterna fortuna, dell'allargamento della cittadinanza sociale e, parallelamente, della creazione del Welfare state, in parallelo al compimento del processo di laicizzazione e di secolarizzazione della società accelerato dalla grande trasformazione iniziata con il “miracolo economico”. Tale processo sembrò rivestire particolare urgenza a fronte del perdurante peso della gerarchia ecclesiastica in un paese – l'Italia – nel quale era prevalente la cultura cattolica e il recente e diffuso passato rurale aveva lasciato una forte eredità culturale, e dove l'opposizione di sinistra, e in particolare il Pci, era più interessata a recuperare la vecchia unità antifascista fra le forze popolari che a introdurvi elementi di frattura. In Italia, che aveva tenuto a battesimo il fascismo, non rare erano le manifestazioni di intolleranza e perfino di autoritarismo conservatore in ambito politico-istituzionale; ricorrente fortuna – a destra e a sinistra – trovavano fenomeni populistici in chiara polemica contro la logica della rappresentanza politica e il principio democratico della maggioranza del consenso elettorale; la cultura politica antisistema se non addirittura sovversiva, comunque antiamericana e antioccidentale sembrava avere caratteri endemici; le transizioni si erano sempre palesate assai difficili, ed anzi si erano infine determinate solo per via traumatica: nel primo dopoguerra, dall'Italia liberale al fascismo; dall'Italia fascista a quella repubblicana, parlamentare e pluripartitica; dalla cosiddetta “prima” alla “seconda repubblica”. Come dunque non apprezzare in politica la prospettiva dell'allargamento della cittadinanza sociale, i tentativi di qualificazione delle politiche pubbliche, il superamento del pregiudizio nei confronti dell'altro anche come via al consolidamento delle incerte basi democratiche del paese e, alla fine, degli stessi meccanismi di ricambio? L'impronta laico-democratica, peculiare sia pure non esclusiva dell'intera vicenda storica del partito socialista nel secondo dopoguerra, va dunque valutata anche sotto questa ottica. Non a caso, sui temi dell'allargamento della cittadinanza sociale e della laicizzazione della società il Psi conseguì i maggiori successi presso un elettorato progressista, stabilì le alleanze più durature, consolidò l'immagine di partito democratico, tollerante e aperto, vicino e amico del mondo del lavoro, impegnato nella modernizzazione del paese.
Ho inteso in altra sede ( Storia del Psi. Dal dopoguerra ad oggi , Bari, Laterza, 1993) indicarne gli esiti pratici. A quella rimando, limitandomi qui a ricordare sommariamente solo due punti, relativi alle fasi di maggiore protagonismo. La secolarizzazione della società iniziata negli anni del centro-sinistra, ebbe un incremento notevole dopo il 1968-69, per dispiegarsi diffusamente nei decenni successivi, quando assunse caratteristiche nuove: più forte organizzazione degli interessi, affermazione dell'individuo con un'opinione già formata e non indistinta; prevalenza della sfera privata su quella pubblica. Allora il tradizionale ruolo mediatore della politica (costantemente riproposto dai socialisti, ma insufficientemente esercitato per la mancata maggioranza pro-labour ), fu messo in discussione: per la prima volta Welfare state e secolarizzazione apparvero termini potenzialmente divaricanti, e delle disfunzioni del primo (in precedenza quasi universalmente accettate) fu attribuita responsabilità ad un sistema politico nel quale il Psi svolgeva funzioni di cerniera. Con Craxi, il Psi fu tra i più solleciti a interpretare la crescente autonomia della società civile e cercò di farsene un elemento di forza incoraggiando il “partito del leader” e la spettacolarizzazione della politica, indirizzandosi insomma verso il consenso di opinione. Ciò fu una delle ragioni del suo iniziale successo, e poi diventò un motivo aggravante della sua crisi.
Fedele all'immagine di partito del progresso, tra gli anni '50 e '60 i socialisti avvertirono che si svolgeva una partita decisiva per le sorti future del paese, in connessione alle modalità della grande trasformazione; ed infine che si rischiava di non cogliere tutte le potenzialità dello sviluppo, se non addirittura di perdere al riguardo un'occasione storica. Cercarono allora di dare ad esso un ordine e una direzione, o, come si diceva, di tradurre lo sviluppo quantitativo in una crescita qualitativa. Insieme alla sinistra democristiana, si posero l'obiettivo di garantire all'economia italiana autonome fonti di energia e un indirizzo che in qualche modo contenesse le conseguenze, talvolta disastrose, del “miracolo economico”, di cui l'esodo dalle campagne e il caotico urbanesimo furono tra i segni più vistosi. Al tempo stesso indicarono la prospettiva della soluzione degli squilibri territoriali tradizionali e con essa la riduzione della storica sacca di disoccupazione. La sfasatura dei tempi delle riforme e degli interventi congiunturali, l'eccesso di ideologismo statalista e di giacobinismo intellettuale, la scarsa dimestichezza con gli strumenti e l'apparato del sistema monetario, e l'incapacità di dare respiro europeo e internazionale alla politica economica e finanziaria costituirono i limiti più vistosi di quel disegno riformatore. Ma più in generale esso scontò la tradizionale carenza di una cultura industriale ed economica diffusa, la debolezza dell'imprenditoria italiana sempre sollecita a correre sotto l'ombrello protettore dello Stato, la permanenza di umori fortemente anticapitalistici (di matrice comunista e cattolica) in settori estesi dell'opinione pubblica. Lo sviluppo rimase in larga misura senza governo; furono poste le basi del Welfare state, poi compiutamente realizzato negli anni '70, ma in maniera abnorme, con effetti negativi che si sarebbero fatti sentire nel lungo periodo. Più tardi, con la leadership di Craxi, il Psi sembrò interpretare le istanze imprenditoriali e di una società che intendeva essere competitiva sul mercato internazionale, cioè di un paese che si scopriva grande tra i grandi. Furono posti allora con decisione i problemi della governabilità e della riforma dello Stato. Favorita da una congiuntura favorevole negli anni della presidenza Craxi, questa scelta sembrò vincente. Tale immagine, però, si incrinò verso la fine degli anni '80, quando la crisi economica e monetaria internazionale si fece più acuta. Si scontò allora la sottovalutazione degli effetti della dilatazione del deficit pubblico, nel contesto della integrazione europea.
Sia nel primo, sia nel secondo caso il disegno riformatore, pur configurandosi tra i momenti più alti della storia politica dell'Italia repubblicana, apparve – e tale fu percepito – come incompleto, frutto di compromessi, certamente assai riduttivo rispetto alle ambizioni iniziali. La frustrazione fu grande in entrambi i casi. Gli avversari si sentirono incoraggiati. La nascita del terzo grande polo, socialista, che nelle attese avrebbe dovuto essere il corrispettivo all'interno del sistema politico della auspicata modernizzazione del sistema-paese, venne meno.
Sul piano della cultura politica, occorre ricordare l'ampiezza delle culture di opposizione, in forme esplicite o nascoste. Esse andavano da quelle di orientamento anticapitalista o genericamente massimalista; a quelle di matrice organicistica (cattolica); a quelle di tipo parentale e comunitario-clientelare; e soprattutto a quelle di tipo corporativo, a testimoniare l'esistenza di un tessuto sociale non sufficientemente integrato. In ciò, una larga incidenza aveva avuto il sistema politico bloccato sui due grandi partiti contrapposti. Né vanno sottaciuti poi i limiti soggettivi degli stessi gruppi protagonisti del disegno riformatore. In parte anch'essi erano attraversati al loro interno dalle culture di opposizione sopra indicate.
Tornando all'assunto iniziale, cioè al partito socialista come “paradigma” del sistema politico italiano, si potrebbe concludere che, nella sua aspirazione a farsi “terzo partito”, come partito dello sviluppo e del progresso, laico e democratico, aveva corrisposto a esigenze reali, assolvendo ad una funzione non secondaria di tenuta e di cerniera; ma che nel mancato conseguimento dell'obiettivo di competere ad armi pari con i partiti maggiori aveva posto in evidenza una sofferenza irrisolta. Se paradigmatico del sistema politico, aveva rappresentato pertanto la esigenza del disegno riformatore e al tempo stesso la difficoltà a portarlo compiutamente a termine. In quanto alla sua scomparsa, essa non può considerarsi di per sé significativa, se non come conclusione di una vicenda politica ultra-centenaria. Problema diverso, per la sinistra e per il sistema politico nel suo complesso, sarebbe se tale scomparsa, per le modalità in cui è avvenuta, avesse lasciato uno spazio potenziale, ma rimasto scoperto o addirittura destinato all'abbandono.